L’ultimo racconto, di Giorgio Pozzessere

a Marco

Era un vecchio scrittore ed erano trentatré mesi che si metteva davanti alla pagina bianca e non scriveva nulla. Tutto il paese credeva ormai che avesse perso il suo tocco e che avesse una forma di sfortuna simile a quella che avevano i protagonisti delle sue storie o che fosse la decisione del Signore Iddio di riequilibrare la vita dell’intera comunità. La moglie pensava che fosse solo molto stanco e che avesse perso la sua tranquillità.
Il vecchio scrittore non aveva più una vita piena da molto tempo e non ne dava colpa alla moglie. Aveva scelto quel piccolo paese del Sud proprio per la sua tranquillità e per la sua capacità di fermare il tempo. La prima volta che ci era passato aveva pensato che sarebbe stato adatto per la pensione e per riposare, e che il mare fosse bellissimo e ancora selvaggio. Lo aveva detto alla moglie, che aveva risposto con un cenno con la testa, senza emettere parola. Lei non era tipa da mare e non era tipa da piccolo paesino sperduto di una regione non sua: amava la vita nella sua città e gli impegni. Alla fine, però, aveva acconsentito e aveva chiesto il trasferimento.
Nel paese nessuno più gli si avvicinava: ogni volta che la gente lo incrociava sul viale o per strada cercava di evitarlo per non essere intaccata dal malocchio e non andare contro la Volontà di Dio, anche se continuava a dire che era per non disturbare la sua ispirazione. Solo una ragazza, che era stata sua allieva e che lo considerava un grande scrittore e un secondo padre, ogni tanto gli faceva una visita. Quella mattina era andata a trovarlo con due brioches e un cappuccino. Sapeva che era ciò che poteva metterlo di buon umore, ormai aveva imparato a conoscerlo.
La stanza era piena di libri accatastati a terra e in scatoloni, al centro c’era una scrivania grande con una macchina da scrivere e un foglio bianco. Il vecchio era seduto e fissava con le mani sulla testa la libreria di fronte a lui. C’era l’intera produzione di Thomas Mann, di Herman Hesse, di Jean-Paul Sarte, di Albert Camus, di Louis-Ferdinand Céline e tutta la collezione dei suoi libri con protagonista Francesco, il suo personaggio più famoso. Gli altri libri erano pieni di polvere.
– Ciao.
Il vecchio scrittore si mosse.
– Non ti ho sentito suonare, disse.
– La porta era aperta.
– Ah!
La ragazza gli si avvicinò.
– Ti ho portato la colazione. So che ti piace quella del bar.
– Grazie, non dovevi.
– Hai avuto qualche idea?
Il vecchio s’intristì.
No, niente.
– Vedrai che poi andrà meglio.
– Sì, è questo che si dice.
– Lo penso.
– Anche questo si dice.
La ragazza lo abbracciò.
– Forse devi solo staccare un po’, andare in giro.
– E per cosa? E per parlare con chi? Tutti pensano che sia un relitto dopo l’intervento.
– Non è vero. Io non lo penso.
– Tu mi vuoi bene. Sai, un tempo scrivevo senza fermarmi. Avevo le parole in testa. Le dovevo solo battere a macchina. Era facile.
– E perché non fai lo stesso?
– La mattina mi mettevo qua, guardavo i titoli di Mann o Hesse, sfogliavo le loro pagine e mi mettevo a scrivere. Fumavo una sigaretta. Era tutto facile.
– Sai che non puoi fumare.
– Ora la pagina è bianca, la sigaretta non c’è.
– Sai che non puoi fumare. Mangia la brioche.
– Ora nulla è facile, nemmeno pisciare.
Diede un morso alla brioche. Era alla marmellata di mirtilli, la sua preferita.
– Grazie, disse. È buona.
– So che ti piace.
Il vecchio s’incupì.
– Devi solo metterti e scrivere la prima frase. Poi tutto sarà facile, ne sono certa.
– No, il difficile è continuare. Iniziare è sempre facile.
La ragazza lo fissò. Le vennero le lacrime agli occhi. Il vecchio se ne accorse; finì la colazione.
– Le brioches erano proprio buone. Grazie -, disse.
Tolse il foglio dalla macchina da scrivere, lo appallottolò e lo buttò nel cestino.
– Anche i fogli bianchi vanno buttati quando non si riesce a scrivere.
– Sono convinta che anche i tuoi Mann, Hesse, Camus hanno avuto momenti del genere. E ne sono usciti. Bisogna avere fiducia.
– Sì, è questo che si dice.
La ragazza sospirò. La intristiva vederlo in quello stato, ma non sapeva come aiutarlo, come fargli tornare il buon umore.
– Devo andare, il mio turno inizierà fra poco.
– Sì, devi.
– Sai, dovresti comprare un computer e scrivere come fanno tutti ormai. Magari è questo.
– No, sono vecchio.
– E con questo? Ti insegno io, se vuoi.
-No, sono un uomo del passato. Ho le mie abitudini. E poi… non cambierà niente.
– Cambiare qualcosa, cambia qualcosa.
– Quando si è vecchi, l’abitudine è l’unica cosa che non si vuole cambiare. La parte finale della sigaretta fa schifo, ma non ha senso buttare la tua preferita per prendere la parte finale di un’altra che non ti piace.
La ragazza non seppe che dire.
– Devi andare, ora.
– Sì, devo.
Il vecchio scrittore la guardò prendere la giacca, mettersela, salutarlo e andare via. Prese un disco di Chet Baker e lo ascoltò tutto, sfogliando le pagine del Doctor Faustus e sonnecchiando. Anche se si sforzava, la sua routine non era più la stessa dall’intervento.
– Magari hanno ragione giù in paese. Magari ho perso il tocco, si disse, andando a letto.
Dormì tre ore piene, sognando gli scogli a strapiombo sull’oceano e le barche a vela. Sognò anche Kerouac che vomitava sangue a Big Sur e Leverkühn che prendeva la sifilide tra le bombe. Si svegliò alle due, non aveva fame. La moglie non c’era e non sarebbe tornata prima di sera. Decise di vestirsi e di uscire, poi si ricordò che tutto era chiuso e che in quel posto minuscolo non si poteva fare nulla tra le 14:00 e le 17:30. Volle provarci di nuovo, andò nel suo studio, prese un foglio bianco e lo mise nel rullo. Sospirò. Un tempo avrebbe acceso una sigaretta e avrebbe osservato il fumo diradarsi e assumere una forma, l’avrebbe osservata con una luce e, senza pensare a quello che stava facendo e che avrebbe dovuto fare e a come avrebbe dovuto farlo, avrebbe scritto del suo amato-odiato Francesco. E sarebbe stato soddisfatto per qualche ora, per qualche giorno, se fosse andata bene.
Ma adesso non c’era nessuna sigaretta, nessuna storia e Francesco non aveva più senso d’esistere. Rimase fermo per ore, pensando alla ragazza. Poi lasciò perdere; prese il foglio bianco, lo appallottolò e lo buttò. Uscì.
– Dicono che un vizio può servire in questi casi, si disse.
Ma, chiudendo la porta, già non ci credette più nemmeno lui.

Nel bar tutti lo fissavano, ma nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi. Quello era un buon bar.
– Vuole altro?
– Sì, una birra chiara.
Il barista gli riempì il bicchiere senza dire nulla. Sì, quello era proprio un buon bar. Il vecchio scrittore alzò il bicchiere in direzione dell’ubriacone del paese che ricambiò facendo lo stesso e alzando la testa. Il vecchio bevve nella penombra e si ricordò che non aveva avuto nessuna buona idea. La birra non è il tabacco, pensò. Bevve in fretta, poi ordinò del whiskey irlandese. L’ubriacone gli si avvicinò, muto; prese una sedia e gli si sedette accanto. Il suo bicchiere era vuoto. Lo scrittore lo guardò un attimo, poi ordinò anche per lui. Bevvero in silenzio, per bere, persi ognuno nei propri drammi. Il tempo passava, i bicchieri vuoti aumentavano, l’idea non c’era.
– Dovresti andare via. Magari ti torna l’ispirazione.
– E tu che ne sai?
– Tutti sanno tutto qui. Dovresti andare via, magari torni quello che eri.
– E tu che ne sai?
– Lo so. A me l’ispirazione è tornata.
– Scrivi anche tu?
– No, bevo.
Il vecchio rimase in silenzio e vide la verità negli occhi acquosi dell’uomo. Per un attimo lo invidiò e vuotò il bicchiere. Sì, quello era proprio un buon bar. Uscì. Non aveva voglia di tornare a casa, di fissare la maledetta pagina, di dare spiegazioni alla moglie. Voleva solo sentire di nuovo le parole. E la nicotina nel suo corpo. Pensò di nuovo alla ragazza. Era una buona ragazza, gli voleva bene. Anche lui le voleva bene, anche se sapeva che non riusciva a capire cosa gli stesse accadendo. Non poteva, era giovane. Gli salì la rabbia. Arrivò a casa, la moglie stava cucinando; era allegra, cantava una canzone di Calcutta che lui non sopportava. Era felice, lei ancora poteva esserlo; era al passo con i tempi, lei. Si tolse le scarpe, si cambiò e la raggiunse.
– Puzzi d’alcool.
– Un vizio per combattere un bisogno. Non mi resta che questo.
La donna s’incupì.
– Sai che non ti posso dare il consenso. Non voglio questa responsabilità, non voglio che mi associ a quello quando starai peggio.
L’uomo non disse nulla, sbuffò e si sedette in attesa della cena.
– Hai tolto il cuscino.
– Sì, l’ho dovuto lavare.
– Ogni tanto bisogna farlo.
– Ti è venuta qualche idea?
– No, solo che la birra non è il tabacco.
Lei lasciò perdere; aveva capito che non era stata una grande giornata per lui.
– Sai, venendo ho trovato la Chiara. Mi ha detto che Franco ti ha visto bere al bar. Erano le sei.
– L’ora dell’aperitivo.
– Non in questo paese, purtroppo.
– Già.
– È servito?
– No, come tutto.
– Allora a che è servito, non sei mai stato un bevitore.
– È servito per bere. Si beve per il gusto di bere. E se non si beve per il gusto, si beve per bere e basta. È questo che ho capito.
La donna non parlò. Le faceva pena in quello stato, ma non poteva dirlo. Delle cose non vanno dette. Delle cose devono essere sepolte da gesti e silenzi, lo sapeva bene. Mise il piatto sul tavolo e mangiarono. Ognuno perso nei propri desideri. Lei pensò al suo studente, a quanto fosse ancora bambino, a quanto la sua vita fosse stata diversa da quella che si era aspettata. Lui pensò alla ragazza e a Céline.
– Che ne dici di invitare quella tua studentessa? Almeno la conosco. Non l’ho ancora mai vista.
– Quando la vedo lo dico.
– Bene.
– Senti, io vado a fare un salto a mare. Ho bisogno di iodio.
– Va bene. Io sono troppo stanca, domani devo alzarmi presto.
L’uomo si ricambiò e pensò che ormai passava più tempo a cambiarsi che a stare fuori e che era così che andava la vita. Andò in sala e aprì il mobiletto dei liquori. Il mare senza alcool lo intristiva. Lo intristiva anche con l’alcool, ma almeno non pensava alle sigarette. Prese una bottiglia di Jameson e andò fuori. Si sentì uno stupido e pensò di esserlo diventato.
La spiaggia era vuota e fresca. Si sedette poco prima della battigia e aprì la bottiglia. Diede un sorso e guardò lo sfarsi delle onde. Un tempo si sarebbe fatto il bagno nudo. Pensò che l’acqua fosse fredda e che il fondale non si vedesse e che lui non fosse più così pazzo.
– Potresti tuffarti.
Il vecchio si girò e vide la ragazza. Pensò che i capelli mossi le donassero molto.
– Non ti ho sentita arrivare.
– Non ho fatto rumore.
– Sì, il mare porta al silenzio.
– Stai diventando romantico.
Lei si avvicinò e lo abbracciò. Aveva un buon odore, un odore di vita.
È la vecchiaia. Uno cambia e diventa meno cinico. Pensa a tutte le parole che non riuscirà mai a dire e a scrivere. Pensa che il mare resisterà anche dopo e che lui non sarà nulla ai suoi occhi. Pensa a tutto questo quando vede l’onda sfarsi sulla battigia.
Lei non disse nulla e lo baciò sulla guancia.
– Sapevo che ti avrei trovato su questa spiaggia, una sera o l’altra.
– Sai tante cose tu.
Il vecchio scrittore si stese. La sabbia era fresca e a lui andava bene. Diede un sorso e pensò che con la sigaretta sarebbe stato perfetto. Guardò la ragazza. Era bella nel suo silenzio.
– Sei bravo, se è questo che ti preoccupa.
– Mi preoccupa la prossima onda. E la risacca. Mi preoccupa sapere che non mi tufferò e che sarà tutto inutile.
La ragazza lo guardò negli occhi e capì a che cosa si stesse riferendo. Non disse nulla. Si staccò e si alzò. Il mare era calmo, il vento era assente. Si tolse le scarpe e i calzini rosa.
– Dai, senti. La spiaggia si sente a piedi scalzi.
Lui annuì. Un tempo avrebbe detto qualcosa e l’avrebbe abbracciata e baciata. Un tempo. Si tolse le scarpe e sentì la sabbia umida sotto le piante dei piedi e pensò che era tanto che non la sentiva. Rimasero in silenzio e ascoltarono le parole degli scogli.
– Gli scogli parlano solo quando vengono colpiti. È tutta una battaglia, la vita, la lingua.
– Smettila di fare il poeta.
– Hai ragione, disse lui.
Guardò le stelle nel cielo e non disse nulla.
– Io vado in acqua. Voglio sapere com’è oggi.
Il vecchio non disse nulla e neppure annuì. La seguì con gli occhi, la vide spogliarsi e correre contro le onde. La vide ridere. Era tanto che non vedeva qualcuno ridere. Il vecchio s’intristì.
– Dovresti venire.
– L’uomo non disse nulla e bevve un sorso.
– Vieni, è calda.
– È quando esci che il freddo prende il sopravvento e ti entra dentro, disse il vecchio.
La ragazza ci rinunciò. Continuò a nuotare e a farsi vedere, poi uscì dall’acqua. La luna illuminava i suoi piccoli seni e i capezzoli turgidi. Il vecchio scrittore pensò che fosse una bella ragazza e la guardò mesto.
– Brrr. È stato bellissimo, però. Ne è valsa la pena.
Lui annuì e diede un altro sorso.
– Penso che il destino non ci sia. E che Dio non esista.
– Sì, così è tutto un casino, però.
– Già.
– Però, così siamo liberi.
– Già, ripeté lui.
Bevve un altro sorso e fissò le onde e pensò che era tutto bello perché inutile.
– Voglio farti un regalo, gli disse.
– Non devi.
– Voglio.
La ragazza prese un pacchetto di sigarette e un accendino e ne offrì una. Il vecchio la prese.
– Tanto non cambia nulla.
– No, spero che qualcosa cambi.
– Sei giovane tu.
Prese la sigaretta e l’accese. E seppe subito cosa avrebbe fatto, cosa avrebbe scritto e che quello che avrebbe scritto sarebbe stato un capolavoro, il suo ultimo racconto. Si girò, ma non trovò la ragazza, né i suoi vestiti, né il buco nella sabbia. Guardò il mare, la strada, guardò il cielo. La ragazza non c’era, era rimasto solo il pacchetto.
Nella bocca il sapore del tabacco stava già sparendo.

© Giorgio Pozzessere

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