novecento

Tutti i post di Natale #7: Vittorio Sereni, Discorso di Capodanno (1939)

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Discorso di Capo d’Anno (1939)*

  Mi è insopportabile il Capo d’Anno a casa: e proprio per la ragione contraria a quella per cui tutti emigrano, per l’impossibilità di considerare questo come un giorno qualunque. Per­ché in città ve lo fanno passare come una specie d’obbligo di non battere a nessuna porta, di non varcare nemmeno quelle dei caffè, che la sera restano chiusi. Così meglio fare come gli altri, andar via. Perché di tutti noi le feste sono affidate a un calendario segreto, se non a dirittura fortuito.
  E lo sapete voi, che siete i miei amici, cioè quelli che io ho incontrati per il più felice caso, di un incontro che avvenne senza indizi e premeditazioni: voi che su cento interessi ne avevate almeno novantanove diversi dai miei e lieti nella mia vita per quell’uno e per quell’uno con­tinuate a restarci. Voi che non siete incondizionatamente e sempre intelligenti e sensibili, che andate nei caffè che io non frequento e non venite in quelli da me frequentati, con cui è pos­sibile parlare d’un libro come dei propri casi, voi che mi promettete d’avere una vita, troppo superiore all’espressione che mi capita di tentarne, perché gli altri vi cerchino e guardino a voi con curiosità o interesse.
  Accadde, a volte, in questi anni passati, di meditare qualche gran baldoria in cui ci si dovesse trovare tutti quanti uniti e ciascuno con una parte concreta da svolgere su un terreno che la circostanza dell’unione avrebbe resa ideale.
  Ahimè, questa inveterata abitudine di precorrere i tempi secondo una suggestiva e sperata immagine del futuro o un’avida volontà di ricreare il passato.
  Era, in tutto questo, un desiderio di scoprire la più intima città, di suscitare un ambiente du­raturo per la nostra più libera azione; e si pensava a certe colazioni sotto le pergole fiorite della periferia, nel punto dove le strade subentrano ai corsi e i ponti varcano ogni groviglio di binari cittadini verso la campagna lombarda.
  Non se n’è mai fatto niente e nemmeno si sarebbe potuto. O talvolta ero proprio io, che pure più d’ogni altro avevo caldeggiato tali progetti, a mandar nell’aria tutto, per un qualsiasi im­previsto o un prematuro senso di sazietà, perduto come ero dietro troppo personali immagi­nazioni e disegni. Ma le stazioni sono passate alla memoria materiale di quanto s’era sognato e alla fine non s’era compiuto, in una strana e consolante fusione della loro effettiva sostanza con tutto ciò che prima le aveva dentro di noi raffigurate. Così, con la nostra vita, quanti fatti nostri reclamano l’eternità per tutti i luoghi per dove siamo passati o che appena abbiamo sfiorato, quando nei nostri colloqui più accesi cadevano nomi di piazze e di strade.
  O erano, nel combinare un numero telefonico, quegli istanti di sospensione che precedono il richiamo, nel silenzio e nel buio del ricevitore, questi infiniti punti in cui si raccoglie la pro­fonda vita dello spazio, a dare il senso d’una finestra che stesse per aprirsi sul dolce sob­borgo primaverile dove abitava uno di noi e tutta l’angoscia di non poter essere lì material­mente in quel momento; che ora rendono più densa e sapida la trama dei nostri giorni.
  Accadde in altri casi – mai però quando si sarebbe voluto – di vedervi davvero riuniti tutti quanti e di scoprirvi nel riso e nella leggiera eccitazione di quando si fa festa, il vostro volto estremo, quella della più profonda consuetudine, che balena assenze, che ci riporta sulle orme dei morti. E di perdere poi le vostre parole, a distanza, come su uno schermo rimasto senza voci. E quel silenzio di doloroso stupore che tiene dietro al trambusto sorto per uno che s’è buttato a capofitto.
  Ma come vive, dopo, in qualche ora di grazia, come diventa tenero questo silenzio. Tutti allora siete presenti, amici miei, nell’imitazione di quell’ideale convito che non riusciremo mai a combinare da vivi. Perché è chiaro che solo nella morte ci riuniremo; che anzi è esso stesso una delle pallide immaginazioni che della morte ci facciamo.
  Quali parole, in tali momenti, sembra di poter pronunciare, con voi vicini. Come nella neve di questi giorni. Della quale verrebbe voglia di parlare se già non la portassero via.
  Ma sul cadere di quest’anno mi concedo un augurio, per gratitudine a tutti voi: che queste parole si aprano, sulla vostra ideale presenza, non troppo lontane da quelle che nella nostra impossibile riunione si direbbero.

 

* Vittorio Sereni, Discorso di Capo d’Anno, «Campo di Marte», a. I-II, nn. 10-01, 1 gennaio 1939, p. 6. Ora in Gian Antonio Manzi, Lettere a Carlo Bo e scritti di letteratura. A cura di Matteo Mario Vecchio. Con due testi di Carlo Bo e di Vittorio Sereni, Firenze, Le Cáriti Editore, 2014 [ma gennaio 2015], pp. 173-75.

I poeti della domenica #317: Umberto Saba, Il canto dell’amore

IL CANTO DELL’AMORE
(Una domenica dopopranzo al cinematografo)

Amo la folla qui domenicale,
che in se stessa rigurgita, e se appena
trova un posto, ammirata sta a godersi
un poco d’ottimismo americano.

Sento per lei di non vivere invano,
di amare ancora gli uomini e la vita.
E le lacrime salgono ai miei occhi,
e mi canta nel cuore una canzone:

«Di’, non ricordi una maglia arancione,
e dello stesso colore un berretto,
che la faceva simile a un’arancia?
Di’, non ricordi la piccola Erna?»

È ancora viva la piccola Erna;
anzi è più viva e più allegra d’allora.
Io la credevo altrove, e qui non sola
la vidi, e in compagnia per la non bella.

«Ero – mi disse poi – con mia sorella
e col suo sposo.» Ed io non t’ho creduto.
O buona, o cara, o piccola bugiarda,
mai t’ho creduto. E di crederti ho finto.

Fummo, un poco, infelici. E quando estinto
lo credi, il cuore a battere ritorna.
E mai non batte così come quando
a lui morto cantavi un miserere.

Non sono cose dolcissime e vere
che ho dette? E non son forse io un solitario?
Ed un poeta? E insieme anche qualcosa
d’altro e di meglio? Or questo a che mi vale?

Se questa folla qui domenicale
mi fosse estranea, mi fosse remota,
un cimbalo sarei che senza grazia
risuona, un’eco vana che si perde.

 

da Cuore morituro, ora in Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara. Introduzione di Mario Lavagetto, Mondadori (‘I Meridiani’), 1988

I poeti della domenica #315: René Char/Vittorio Sereni

L’age cassant (1965)

II

En l’état présent du monde, nous étirons une bougie de sang intact au-dessus du réel et nous dormons hors du sommeil.

 

XX

Qui oserait dire que ce que nous avons détruit valait cent fois mieux que ce que nous avions rêvé et transfiguré sans relâche en murmurant aux ruines?

L’età squassante

II

Nel presente stato del mondo,
stendiamo sopra il reale una candela
di sangue illeso e fuori dal sonno
dormiamo.
.

XX

Chi oserebbe dire che quanto abbiamo
distrutto valeva cento volte quanto
avevamo senza posa sognato e trasfigurato
parlando sommessi alle rovine?

René Char, Vittorio Sereni, Due rive ci vogliono. Quarantasette traduzioni inedite, con una Presentazione di Pier Vincenzo Mengaldo, a cura di Elisa Donzelli, Donzelli, 2010

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Incontri all’angolo di un mattino di Lia Migale

Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino, La Lepre edizioni, 2018, pp. 155, € 16

Nell’anno del cinquantesimo del sessantotto si sono moltiplicati gli eventi di celebrazione di quel tempo e non sono mancate le pubblicazioni letterarie anche da parte delle autrici donne, dato importante che testimonia una necessità di (ri)elaborazione di un evento epocale per la storia italiana e non soltanto.¹ La narrazione ha un portato politico e personale per chi ha scelto di raccontarlo, di difficile “separazione” e che − anzi − non ‘desidera’ (parola chiave) alcun tentativo di dividere il fatto dall’emozione, il contributo passionale dall’esperienza pratica. La critica deve per forza di cose prenderne atto: muoversi sulla soglia significa tentare di spiegare aprendo varchi, disambiguare trattenendo un fondo di ambiguità, concedendo sempre all’autore l’ultima parola; definire è, di per sé, un atto limite se ci si sposta sul piano artistico, ossia dall’altro lato. Potrebbe sembrare una contraddizione ma non lo è: ci si assume la responsabilità di un fallimento − magari parziale − perché non esiste una verità critica assoluta né la possibilità d’accordo con altre verità parziali. Pare che questo sia vero anche nella letteratura, perché ancora più vero è nella vita.

Questa premessa non vuole essere fine a sé stessa ma inquadrare il “genere” dentro cui inserire il nuovo libro di Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino: non si è volutamente proposto il termine “romanzo”, perché si ritiene che questo volume strizzi l’occhio al romanzo ma appartenga più propriamente alla narrazione autobiografica che vede il suo centro in una memoria che si ricostruisce. Questo volume fa dichiaratamente pensare a Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit (qui), soprattutto per due motivi: il contenuto − è ovvio − e il tessuto del testo, appunto autobiografico, che riconduce la propria forma-sostanza a un assunto proprio di un altro volume che Lepetit pubblicò con la sua casa editrice, La Tartaruga, ossia Autobiografia di tutti di Gertrude Stein (uscì nel 1976). Mi pare di rilievo sostenere che, anche inconsapevolmente (ossia non sempre in termini di militanza), il femminismo e la storia delle donne possano aver assunto il termine “autobiografia” a partire dalla traduzione di un libro fondamentale come quello, scritto nel 1937 e qui diffuso nella seconda metà degli anni Settanta. È un’appropriazione che si rivela senza filtri, ma come spesso accade nell’arte resta dentro un flusso di pensiero meno logico e programmatico − se non per tutte almeno per alcune −, e si manifesta in un “pensare lateralmente”, ossia non seguendo le vicinanze critiche della lateralità ma quelle del “pensiero laterale”, teorizzato da Edward De Bono già nel 1970. Ed è lì che il libro di Lia Migale sembra partire, dal sessantotto della maturità, scolastica e personale, in alcuni primi capitoli in cui si ritraccia con parole vive un contesto di provincia, un personale bagaglio di affetti, lo spostamento a Roma per frequentare l’università nella facoltà di Economia: un’esperienza che cambia tutto. Gli incontri con gli uomini ma soprattutto con le donne; sono splendide le pagine su Michi Staderini con cui Migale fondò, insieme ad altre, la rivista «Differenze», e di cui quest’ultima scrive: «Le sue parole erano il vento del sapere del noi che volevamo essere: libere dai legami, libere di amare, libere di fare, libere di essere.» Una tale affermazione che deve fare i conti con una conquista del “prima” fuori da modelli, scardinati per la prima volta, scavalcati; un’affermazione quasi ovvia oggi ma che, con la percezione dell’entusiasmo di allora, non lo è affatto. (altro…)

I poeti della domenica #312: Antonia Pozzi, La vita/La vie

Antonia Pozzi, Une vie irrémédiable. Poèmes, écrits. Édition établie par Matteo Mario Vecchio. Traduction de Camilla Maria Cederna, Lille, Éditions Laborintus, 2018

La vita

Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto

scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d’uccelli
cui le ali non reggono più.

18 agosto 1935

La vie

Au seuil de l’automne
dans un coucher de soleil
muet

tu découvres la vague du temps
et ta reddition
secrète

comme de branche en branche
légère
une chute d’oiseaux qui tombent
quand leurs ailes ne les portent plus.

18 août 1935

I poeti della domenica #311: Antonia Pozzi, Canto della mia nudità/Chant de ma nudité

Antonia Pozzi, Une vie irrémédiable. Poèmes, écrits. Édition établie par Matteo Mario Vecchio. Traduction de Camilla Maria Cederna, Éditions Laborintus, Lille, 2018

Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d’avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non mi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

Palermo, 20 luglio 1929

Chant de ma nudité

Regarde-moi : je sui nue. De l’inquiète
languer de ma chevelure
à la tensoion souple du pied,
je suis toute d’un maigreur acerbe
engainée dans une couleur d’ivoire.
Regarde : pâle est ma chair.
On dirait que le sang n’y coule pas.
Le rouge n’y transparaît pas. Seul un faible
battement d’azur s’estompe dans ma poitrine.
Tu vois comme j’ai le ventre creux. Incertaine
est la courbe de mes hanches, mais les genoux
et les chevilles et toutes les jointures,
je les ai maigres et fermes come un pur-sang.
Aujourd’hui, je me cambre nue, dans la clarté
du bain blanc et nue je me cambrerai
demain sur un lit, si quelqu’un
me prend. Et nue un jour, seule,
allongée sur le dos sous trop de terre,
je resterai, quand la mort aura appelé.

Palerme, 20 juillet 1929

3 dicembre 1938 – 3 dicembre 2018. Per Antonia Pozzi

Gli anniversari sono sempre ambivalenti: momenti di celebrazione capaci di trasformarsi in un passo falso, vittime di un tranello ben celato. Il fatto, però, che un volume di scritti dedicati ad Antonia Pozzi sia uscito a ridosso di un anniversario importante come gli ottant’anni dalla sua prematura e volontaria scomparsa è solo un evento che va accolto in modo assolutamente positivo. Nessun intento celebrativo; solo il desiderio di affrontare la giovane poeta in modo libero, autorevole, scientifico e scevro da letture stereotipate, dogmatiche, che da anni si ripetono raccontando una favola bella che, evidentemente, qualcuno ancora illude.

La novità forse più evidente di questo volume corposo (oltre 500 pagine), curato da Fabio Guidali e Matteo M. Vecchio, sta nello sguardo ampio e argomentato rivolto alla figura di Antonia Pozzi; sta nell’evocazione della «singolare generazione» cresciuta attorno alla figura del professore Antonio Banfi e soffocata dai tragici eventi storici che modificarono la fisionomia dell’Italia, culminando proprio nel 1938 con l’emanazione delle leggi razziali. Non che i legami tra Antonia Pozzi e la cerchia banfiana non fossero già stati in precedenza indagati, ma è la prima volta che in un volume intenzionalmente si danno il giusto rilievo e il degno riconoscimento alle possibili influenze esterne, agli apporti esterni, facendo dialogare tra di loro i singoli risultati delle indagini per trarne un quadro di insieme nuovo, nonché foriero di future esplorazioni (rapidamente penso ai due contributi di Davide Assael – La lezione di Giovanni Emanuele Barié nel percorso formativo di Antonia Pozzi, e Da Piero Martinetti ad Antonio Banfi. L’Università di Milano negli anni Trenta -; nonché l’affine contributo di Marcello Gisondi, Un giovane maestro: Antonio Banfi teoretico; oppure all’affresco ‘topografico’ di Francesca D’Alessandro, Occasioni di lettura. Vittorio Sereni e la topografia poetica del suo tempo; fino al ‘dittico’ di Matteo M. Vecchio, Notizia su Piera Badoni e Nella Berthier, che tratteggia un quadro di relazioni dirette e indirette con l’universo pozziano).
Ma si dà voce pure al lato negativo della cerchia banfiana, dalla quale in una certa misura Antonia si è sempre sentita esclusa, e che non le risparmierà delusioni cocenti, come il giudizio negativo sulla propria poesia espresso dal professor Banfi, e che porterà la giovane Antonia a ipotizzare la via del romanzo per dare corpo alla sua scrittura.
L’intenzione dei curatori è quella di sottrarre la vita e l’opera di Antonia Pozzi da quella dimensione attuale che l’ha resa un caso letterario, per riconsegnarle – vita e opera – alla «complessità del loro tempo», come viene detto nell’agile ed efficace introduzione, sottraendola da uno «svilimento, che trae origine proprio dal contesto di prima lettura e pubblicazione delle sue Parole»; e nel fare ciò, sia chiaro, non si disconosce la storia anche critica, bensì si parte proprio da questa per contestarne certi esiti (vedi il “non incolpevole” Vincenzo Errante) e, di contro, ribadire la centralità di altri (vedi l’ancora autorevole contributo di Eugenio Montale). Consegnare Antonia ad Antonia stessa, anche con l’aiuto degli strumenti della psicanalisi applicati alla lettura delle poesie, come avviene nel contributo firmato da Matteo De Simone, Sostare in riva alla vita. Note sulla poesia di Antonia Pozzi, al quale va riconosciuto il merito di mettere all’angolo parte della vulgata critica, quella parte per la quale è sembrato «essere difficile riconoscere, anche post mortem, ad Antonia la sua personale storia, costituita da malinconie e angosce ma anche da desideri e speranze.» (altro…)

Audre Lorde, da ‘D’amore e di lotta. Poesie scelte’ (2018)

A Litany for Survival

For those of us who live at the shoreline
standing upon the constant edges of decision
crucial and alone
for those of us who cannot indulge
the passing dreams of choice
who love in doorways coming and going
in the hours between dawns
looking inward and outward
at once before and after
seeking a now that can breed
futures
like bread in our children’s mouths
so their dreams will not reflect
the death of ours;

For those of us
who were imprinted with fear
like a faint line in the center of our foreheads
learning to be afraid with our mother’s milk
for by this weapon
this illusion of some safety to be found
the heavy-footed hoped to silence us
For all of us
This instant and this triumph
We were never meant to survive.

And when the sun rises we are afraid
it might not remain
when the sun sets we are afraid
it might not rise in the morning
when our stomachs are full we are afraid
of indigestion
when our stomachs are empty we are afraid
we may never eat again
when we are loved we are afraid
love will vanish
when we are alone we are afraid
love will never return
and when we speak we are afraid
our words will not be heard
nor welcomed
but when we are silent
we are still afraid.

So it is better to speak
remembering
we were never meant to survive.

Litania per la Sopravvivenza

Per quelle di noi che vivono sul margine
ritte sull’orlo costante della decisione
cruciali e sole
per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
ai sogni passeggeri della scelta
che amano sulle soglie mentre vanno e vengono
nelle ore fra un’alba e l’altra
guardando dentro e fuori
e prima e poi allo stesso tempo
cercando un adesso che dia vita
a futuri
come pane nelle bocche dei nostri figli
perché i loro sogni non riflettano
la fine dei nostri;

Per quelle di noi
che sono state marchiate dalla paura
come una ruga leggera al centro delle nostre fronti
imparando ad aver paura con il latte di nostra madre
perché con questa arma
questa illusione di poter essere al sicuro
quelli dai piedi pesanti speravano di zittirci
Per tutte noi
Questo istante e questo trionfo
Non era previsto che noi sopravvivessimo.

E quando il sole sorge abbiamo paura
che forse non resterà
quando il sole tramonta abbiamo paura
che forse non sorgerà domattina
quando abbiamo la pancia piena abbiamo paura
dell’indigestione
quando abbiamo la pancia vuota abbiamo paura
di non poter mai più mangiare
quando siamo amate abbiamo paura
che l’amore svanirà
quando siamo sole abbiamo paura
che l’amore non tornerà
e quando parliamo abbiamo paura
che le nostre parole non verranno udite
o ben accolte
ma quando stiamo zitte
anche allora abbiamo paura.

Perciò è meglio parlare
ricordando
che non era previsto che sopravvivessimo. (altro…)

Emmanuel Roblès e “I Vinti invitti” – di Giovanni Saverio Santangelo

Emmanuel Roblès

Giovanni Saverio Santangelo

Emmanuel Roblès (Oran, 1914 – Boulogne-Billancourt, 1995) è stato un grande scrittore, soprattutto romanziere, la cui opera può essere accostata per una certa tensione engagée a quella di Albert Camus (di cui fu anche intimo amico). Giovanni Saverio Santangelo, recentemente scomparso, è stato docente di Letteratura francese e di Critica letteraria presso l’Università di Palermo. Devo a lui la scoperta di questo autore, ma il mio debito di affetto nei suoi confronti va molto al di là dei libri. [Andrea Accardi]  

 

[…] 2. – Verso quell’ardua ricerca, Roblès era partito ben presto, spinto da una insopprimibile esigenza di evadere dalla routine del quotidiano e delle volgari e sciate convenzioni. A quale altra esigenza, se non a questa, rispondeva già la lettura di Loti e dei Tharaud, ricordata dallo stesso Autore in un toccante passo di Jeunes saisons? E cos’altro rappresenta il mare, se non la frontiera della libertà individuale del giovane protagonista di Saison violente? Quel protagonista che, più avanti nella narrazione, innalzerà al cielo il prorompente grido della sua giovane vita “prigioniera”.1

Quella esigenza di evadere, però, non si tramuta mai in “fuga” dal reale. Per Roblès, così come era stato anche per Camus, viaggiare non è mai un’attività sterile: è vivere ad occhi aperti, è “interrogare il mondo negli occhi”, per servirci del’espressione di Lanza del Vasto. Per questo i suoi personaggi, ossessionati dall’idea della “vita prigioniera” (sbarre, isole, imbarcazione che sia), cercano di evadere a tutti i costi, infrangendo le carcerarie barriere delle convenzioni, per riuscire a sfuggire alla soffocante angoscia.

Ma non è solo questa l’ossessione ricorrente dei personaggi roblesiani. Altre, ben più oscure, ben più orrifiche li inseguono da presso, li tallonano senza posa. La Guerra, esperienza dalla quale l’Autore è stato non poco segnato, invade, ossessivamente, il campo della sua primigenia ispirazione. E, provocando nell’Autore la ripulsa per ogni atto di atrocità che neghi la persona umana, fa provare a non pochi dei protagonisti delle sue opere il sentimento dilacerante d’essersi degradati. Ma, accanto alla guerra, orrifico parto della follia autodistruttrice dell’umanità, ecco la Morte. Presenza costante che aveva ossessionato anche Camus, questa, scandalo e assurdità della vita, va affrontata, per Roblès, coraggiosamente: bisogna, insomma, per liberarsi dalla sua oscura presenza ossessiva, guardarla in viso. Allora, quali che siano le successive letture che, del suo ruolo all’interno della produzione roblesiana, sono venute stratificandosi, davanti ad essa l’Uomo conserva intatte le proprie possibilità di vittoria. E a questa giungerà, inevitabilmente, usando come antidoto l’amore per la vita. Allora, solo allora, sarà il trionfo, davvero il definitivo “trionfo della Vita sulla morte”.2 (altro…)

La corsara: intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani con Masolino D’Amico al Festivaletteratura di Mantova 2018

La materia prima con cui si scrivono i libri è molteplice, ma andando a stringere sulla questione mi è spesso venuto in mente che un libro può essere scritto con competenza e con amore; e quando i due elementi collimano, il risultato è prezioso. La corsara, edito da Neri Pozza e già finalista al Premio Strega nel 2018 oltre che vincitore di numerosi premi, è un libro rigoroso e lieve, imperdibile per chiunque abbia amato la figura altissima e i capolavori di Natalia Ginzburg, di cui il libro è, più che una biografia, un ritratto che non perde mai il polso di un affresco più vasto, familiare, storico e letterario. Si entra in punta di piedi, con un medias res (l’incontro per un manoscritto, la simpatia tangibile ma severa) in cui immediatamente si dà l’impronta di quella forma di confidenza rigorosa e ricca di ammirazione che scandisce l’intera scrittura del libro. E da qui si procede fin dall’infanzia della scrittrice, con improvvise scorribande nel tempo che servono a illuminare passaggi e contestualizzarne la loro eco nella Storia. Il tutto con la prosa e la tenuta di narrazione di chi ha dietro di sé un certosino studio, come i movimenti di quelle ballerine di cui non si immaginerebbe mai l’addestramento.
Quando ho letto La corsara, ho immediatamente immaginato di voler porre delle domande a Sandra Petrignani. Accade raramente, e quando accade mi piace perseguire l’intenzione. La ringrazio quindi per aver risposto, e lascio la parola a lei.

Nella tua biografia – che a tratti si carica di autobiografia – compaiono, specie per quanto riguarda l’infanzia di Natalia Ginzburg, brani di libri dell’autrice che narrano o corroborano il racconto della sua vita. Perfino il vostro incontro si gioca nel segno di un manoscritto. Ho ricordato, a rovescio, quel passo di La scrittrice abita qui in cui racconti la disposizione dei libri che sono serviti a Yourcenar per scrivere i suoi. Libri e vita fanno cortocircuito a tanti livelli da sembrare un frattale: qual è il tuo rapporto con le vite degli scrittori?

Un rapporto di curiosità e necessità. Un gioco di specchi. Un tentativo di trattenere quello che sfugge, che passa, che non esiste più. Un modo per capire di più, per capire meglio quello che leggo. Per me non c’è da una parte la vita e dall’altra la letteratura. Come dici bene tu: è un cortocircuito continuo. Per uno scrittore non c’è letteratura senza la vita, ma anche il contrario. (altro…)

«Autografo» 58. Natalia Ginzburg

AA.VV., «Autografo 58» Natalia Ginzburg, a cura di Maria Antonietta Grignani e Domenico Scarpa, Interlinea 2018

Il numero 58 della rivista «Autografo» (2018), fondata da Maria Corti e diretta da Maria Antonietta Grignani e Angelo Stella, è un volume monografico dedicato a Natalia Ginzburg che affronta “neo-geograficamente” la scrittura di un’autrice che, sempre di più in questi anni, è tornata all’attenzione della critica non solo specialistica. Una delle ragioni che muovono questa pubblicazione, come segnalato nella premessa dalla stessa Grignani e da Domenico Scarpa, è il convegno organizzato da Giada Mattarucco all’Università per Stranieri di Siena (14-15 marzo 2017), a breve distanza dal centenario della nascita della scrittrice.
Non soltanto affondi plurimi nel mondo culturale e letterario della Ginzburg, da angolazioni diverse, a segnare un territorio che possa proporre la sedimentazione di alcuni aspetti dell’opera forse non considerati sinora o del tutto trascurati − anche gli autori più indagati, spesso, nascondono nelle pieghe dei loro materiali, qualcosa di inedito, ancora da decifrare. Ciascun saggio restituisce quella «difficoltà a parlare di sé» proposta da Alessandra Ginzburg come qualità peculiare della madre Natalia (pp. 11-14), una “complessità” incarnata anche nel ruolo di intellettuale che lei ricoprì durante il secondo Novecento, che trova tuttavia origine nel periodo che precedette la seconda guerra mondiale, in un territorio − come scopriremo anche da questa pubblicazione − in cui si fondano alcune prospettive future della nostra. L’espressione di una creatività polimorfa l’ha portata, infatti, a perseguire “rotte” inattese che, nel volume, riescono a presentarsi in primo piano e concorrenti a rendere il dibattito critico sulla scrittrice più attuale e peculiare.
Fatta eccezione per Scarpa, la raccolta vede una presenza tutta al femminile di studiose che si sono misurate con un diverso approccio alla scrittura di Ginzburg, scoprendo “territori” fecondi, interni o inversamente esterni all’opera; questi critici sono stati in grado di tracciare percorsi di comparazione che amplificano l’eco ginzburghiana anche nel panorama della letteratura internazionale, e rivelano l’importanza di dettagli non marginali connessi al lavoro editoriale, portato avanti dal secondo dopoguerra in poi come sappiamo soprattutto con la casa editrice Einaudi. Se ciò potrà apparire atteso e anche un po’ vago, una più attenta lettura dei singoli scritti evidenzierà i legami che ciascun saggista ha saputo intessere con gli altri, in un libro ricco di ispirazione anche per studi futuri. (altro…)

I poeti della domenica #300: Adele Faccio, da Energeide

da Energeide

……………………………………..1.

Dal Pianeta è scattato un nuovo spazio
lungo le traiettorie iperuranie
– piccolo ambito resta la Terra
il sistema solare
è una scodella –
…………………….Partiamo verso nuove dimensioni
…………………….dove tutto è più vasto ed incolmato
…………………….Forse non torneremo… e arriveremo…
…………………….dove nessuno ci attende. Il vuoto
…………………….non è da capogiro, ma di casa,
la nostra casa nuova che ci attende,
come attese emigranti in tempi antichi
terra nuova d’America e Oceania.
Vanno per gli spazi iperuranii
che non sappiamo ancora
e pure amiamo
come si ama speranza di vita futura
per figli ancor non nati
ma di cui già si sogna il nome e il viso.
…………………….Un nome, uno qualunque,
…………………….antico o nuovo –
…………………….Amazonia, dicemmo, od Oceania,
…………………….quando rappresentavano l’ignoto. (altro…)