Dell’invisibile visibilità. Norah Lange e le sue “Figure nel salotto” (di Patrizia Sardisco)

Dell’invisibile visibilità.
Norah Lange e le sue Figure nel salotto
di Patrizia Sardisco

A distanza di settant’anni da quel 1950 che data la sua prima edizione in Argentina, Figure nel salotto di Norah Lange viene finalmente proposto alle lettrici e ai lettori italiani nella traduzione che Ilide Carmignani firma per la collana Fabula della casa editrice Adelphi. Pressoché sconosciuta fuori dal proprio Paese, eppure figura di spicco del movimento avanguardista argentino, e consacrata nel canone letterario con una Medaglia d’oro della Società Argentina degli Scrittori che nel 1958 le conferisce il Gran Premio de Honor, Norah Lange merita decisamente di essere letta e apprezzata ancora oggi, non soltanto per quanto ha da dirci rispetto alla temperie culturale della capitale argentina della prima metà del novecento e per quanto di universale c’è nella sua penetrante presa poetica del dato psicologico, ma anche per la bellezza, per l’originalità, per la freschezza della immagini con le quali mette in scena personaggi (quasi sempre di genere femminile) enigmatici, complessi, che mentre appaiono talora imprendibili per rarefazione del dato di realtà, sono tuttavia densissimi e profondi quanto a immaginario e perizia di scavo.
Nata a Buenos Aires nel 1905 in una famiglia di immigrati dall’Europa di prima e seconda generazione (padre norvegese, madre irlandese), in una casa che apriva il proprio salotto agli intellettuali dell’epoca, agli scrittori, ai poeti, agli artisti, impegnati nel dibattito infervorato delle avanguardie, Norah Lange entra precocemente in contatto con le firme più prestigiose delle più acclamate riviste di quegli anni, prima tra tutti Martin Fierro, animata e finanziata dal poeta Oliverio Girondo, l’uomo con cui in seguito passerà tutta la sua vita, il marito cui sono dedicate gran parte delle sue opere. Tuttavia, è al nome di Jorge Luis Borges cui quello di Norah Lange viene quasi sempre associato, non tanto nella biografia di lui (se non per indicare i segni di un amore giovanile mai confermato) quanto in quella di lei: egli infatti frequentava la casa dei Lange negli stessi anni in cui, tornando dall’Europa, ne importa in patria le suggestioni avanguardiste e in particolare quell’Ultraismo di cui detterà il canone estetico all’interno di un articolo affidato alle stampe della rivista Nosotros nel 1921. E quando ventenne Lange pubblicherà la sua prima raccolta, sarà proprio Borges a firmarne la prefazione, definendo la sua poesia di “limpida efficacia” e plaudendo alla “prodigalità delle metafore” dei suoi versi, a suo dire notevoli per una quindicenne, sottraendo inspiegabilmente cinque anni alla reale età anagrafica dell’autrice.
Non ci si sottrae, anche per questo, all’impressione che quella di Norah Lange fosse considerata, in seno al movimento ultraista, una mera ancorché gradevole presenza femminile, elemento “decorativo” in un mondo totalmente declinato al maschile: le foto dell’epoca mostrano con stringente evidenza la totale assenza di donne tra gli intellettuali che partecipavano ai cenacoli e ai banchetti nelle case e nei locali pubblici di una Buenos Aires che sembrava guardare al futuro solo dalla parte maschile dell’orizzonte. Forse è per questo che quando, dopo aver dato alle stampe altre due raccolte di poesie, Norah Lange si misurerà con la prosa pubblicando il suo primo, provocatorio romanzo, 45 días y 30 marineros, la critica le riserverà un’accoglienza piuttosto fredda: inaccettabile trama (peraltro ispirata da un viaggio veramente compiuto dalla scrittrice, da sola, a bordo di un cargo verso la Norvegia), inaccettabile protagonista, unica donna a bordo, impegnata a contenere gli assalti dei molti pretendenti. E, d’altra parte, forse è per questo che la critica femminista argentina degli anni ’80, nella meritoria riscoperta di Norah Lange, ha inteso quel romanzo come la rappresentazione della esatta posizione occupata dall’autrice nel contesto socioculturale della Buenos Aires di quei primi decenni del novecento: “musa” quasi angelicata del movimento ultraista – il marito stesso giocava con l’anagramma del suo nome, chiamandola Angel Norah –, animatrice di salotti e autrice di brillantissimi discorsi composti per le presentazioni delle opere degli  Estimados Congéneres (con questo titolo verranno raccolti e pubblicati buona parte di quei discorsi, nel 1968), ma non molto di più, certamente non una scrittrice tra altri scrittori.
Dopo due romanzi di stampo dichiaratamente biografico, finalmente accolti con un notevole favore dalla critica del tempo, favore sottolineato, tra l’altro, dall’assegnazione del Premio nazionale di letteratura per il primo dei due (Cuadernos de infanzia, unico altro titolo di Norah Lange disponibile in italiano, lodevolmente pubblicato dalla ottima Pensa Multimedia nel 2015, traduzione e prefazione di Luigi Patruno, con il titolo Infanzia), Figure nel salotto è un romanzo complesso e bellissimo nel quale la maturità della ricerca tematica e stilistica dell’autrice si offrono pienamente al lettore, affascinando, talora inquietando, sempre interrogando, mai dando l’impressione di non trovarsi entro un disegno perfettamente architettato quanto a struttura e lucidamente orchestrato quanto a ritmo di ombra e luce.
Nel volgere di ventiquattro brevi capitoli, il ricordo di una casa in cui la protagonista ha vissuto con la propria famiglia, diciassettenne in un passato imprecisato, è legato al ricordo della casa di fronte, le cui finestre dalle tende aperte la ragazza sembra scoprire di colpo, in una sera di tempesta, mentre i lampi invadono la sua casa e gettano per un istante la sua stessa immagine in uno specchio del salotto che si apprestava a serrare. Dietro la finestra della casa che si trova dell’altra parte della strada, la protagonista scorge i volti di tre donne e rimane talmente attratta, avvinta dalla composta enigmaticità della loro postura, dei brevi gesti, dalla fissità sempre uguale delle posizioni reciproche, da decidere che la sorveglianza della casa di fronte e delle sue misteriose abitanti sarebbe diventata occupazione quotidiana e inderogabile. Non molto più di questo accade, in effetti, sul piano di realtà: molto invece, nella solida architettura del romanzo, deriva dall’invenzione e dall’immaginazione consapevolmente dispiegate e disposte dalla protagonista alla costruzione dell’oggetto d’osservazione. Della giovane, peraltro, come degli altri personaggi del romanzo, l’autrice non ci darà mai il nome, né un tratto somatico, né alcun altro elemento che non ruoti intorno alla presenza/immaginazione delle tre figure nel salotto della casa di fronte, salotto nel quale la protagonista riuscirà infine ad entrare, divenendo parte essa stessa di un quadro spesso silenzioso, ambiguo, che nello scorrere delle pagine diverrà sempre più indecifrabile, come i brevi scambi tra le donne, come gli stessi pensieri della ragazza. In un monologo interiore che si fa sempre più avvitato su sé stesso, come nella circolarità di un tentativo estenuante di messa a fuoco, l’oscillazione tra mondo reale e mondo immaginario assumerà ritmo e tensione fin quasi alla confusione dei due piani, alla perdita di controllo da parte della ragazza, quasi allo sfrangiarsi del pensiero in una ideazione delirante. Interessante, anche in questo senso, è il ruolo affidato ai familiari della ragazza, relegati in uno sfondo sfocato, identificati lungo la narrazione come “gli altri”, e rispetto ai quali l’ambivalenza dei sentimenti della protagonista tocca i poli del timore e dello stupore, timore di essere scoperta nell’occupazione della sorveglianza delle figure della casa di fronte, timore che le tre figure possano essere scoperte anche dagli altri, che gli altri le possano fare domande o aggiungere informazioni che l’io narrante non desidera avere; e, d’altra parte, stupore di come ciò non accada, sgomento di trovarsi come invisibile tra i suoi familiari esattamente come invisibili sembrano essere le tre figure femminili che si mostrano senza tirare mai le tende perché, affermeranno esse stesse a un certo punto, «noi non interessiamo a nessuno».
Di specchi e di finestre, dunque, dell’essere o non essere visti, del vedersi, del guardare e del guardarsi: ogni cosa, in questo straordinario romanzo, sembra rimandare alla visione, a uno spazio che si apre di colpo tra due case, sul piano della realtà, tra due specchi, sul piano del romanzo, e tra specchio e finestra sul piano dell’interiorità della protagonista, in una mise en abyme ricorsiva e inquietante. Simboli potenti, topoi letterari sempre prodighi di significati antichi o originali, specchio e finestra conducono a considerare l’identità, insieme al doloroso, tormentato percorso di individuazione, come il vero nucleo tematico dell’opera. È la stessa Norah Lange, in più di un’intervista, ad aver rivelato come fonte di ispirazione per Figure nel salotto sia stata la scoperta del noto quadro che ritrae le tre sorelle Brontë in una posa immota, straniata, con i volti chiari che si stagliano contro uno sfondo scuro, gli sguardi spenti, e con quella colonna che ne separa una dalle altre due e che celerebbe (male) il ripensamento dell’autore, Patrick Branwell Brontë, fratello delle scrittrici, il quale in un primo tempo aveva voluto ritrarsi in mezzo alle sorelle. Come in un broccato, dal rovescio del tessuto di questo romanzo, che sulla parte in luce sembra limitarsi a mettere in scena il voyeurismo, le ossessioni e la solitudine di un personaggio femminile in bilico sulla soglia che separa l’adolescenza dall’età adulta, pare possano scorgersi altri disegni, leggere altre storie. Intessuto nel sapiente sperimentalismo di Norah Lange, tra le filature stilistiche del modernismo dipanate qui con eleganza e consapevolezza, una sorta di sottotesto sembra rimandare anche alla invisibile visibilità dell’autrice, il suo essere stata a lungo celata in bella mostra, analogamente alle tre figure enigmatiche del romanzo: nascosta dal proprio personaggio pubblico e oscurata dall’ombra che le aspettative legate al genere e all’appartenenza sociale hanno lungamente gettato sulla sua voce, diminuita di statura anche attraverso la reiterata diminuzione della sua età anagrafica da parte di chi entrava in relazione con lei e con la sua scrittura. La giovinezza della protagonista di figure nel salotto, elemento peraltro insistito e ricorrente in tutta la scrittura di Norah Lange, sembra raccontare il segno di quella marchiatura incomprensibile e falsa di “minore età” (che sembra leggersi come minorità) sancita tanto dallo sguardo bonario e condiscendente della prefazione di Borges alla sua prima raccolta di poesie, come dalla visione di Leopoldo Marechal, che come adolescente  immortalerà Norah e il salotto dei Lange nel romanzo Adán Buenosayres, considerato uno dei capolavori della letteratura argentina del novecento.
Un sottotesto metaletterario che mette in scena, per allusione, per reticenza e per elusività, il percorso non facile di appropriazione e distanziamento da matrici culturali tenaci e difficili da attraversare, ma anche da un universo letterario che identifica la cosiddetta “scrittura femminile” con il melodramma, il sentimentalismo, con la materia leggiadra e vana delle conversazioni da salotto. La dimensione claustrofobica dello spazio domestico, tanto quanto la pratica della scrittura svolta nascostamente, di notte e nella separatezza serrata della propria camera, sembrano qui restituire l’immagine interiore di una scrittrice alle prese con la propria posizione nel mondo e, nello specifico, nello scenario letterario della propria stagione culturale, che a lungo l’ha guardata – musa, angelo, bellezza dalla chioma fiammante, “con un piede piantato ancora nell’infanzia – senza tuttavia vederla, intera, mai davvero.

 


Figure nel salotto di Norah Lange è stato al centro dell’incontro del 22 novembre 2020 nell’ambito dell’iniziativa “Aperitivo con libro

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