Francesco Scarabicchi, La figlia che non piange – Poesie del limite e dell’oltre (a cura di Annachiara Atzei)

La figlia che non piange, pubblicato postumo per Einaudi (2021), contiene le riflessioni di Francesco Scarabicchi, poeta sensibile della contemporaneità italiana, sul tema della morte.
Pensiero costante, specie per un uomo che da tempo pativa la malattia, la morte è intesa, da un lato, come traguardo ultimo e, allo stesso tempo, concepita come parte stessa della vita: non è escluso a priori un dopo, bensì si contempla l’oltre con sguardo lucido e confortato.
E, nell’esplorare queste riflessioni, è un libro commovente. Un libro che, a una prima lettura, colpisce per il linguaggio essenziale e la misura del percepire il reale, ma che, al rileggerlo, inaspettatamente fiorisce.
Nel continuo rimando a quello che viene definito, di volta in volta, “confine d’ogni passo”, “ciglio verso il niente” o, ancora, “terrestre riva”, tutta la raccolta non è altro che la verifica – così profondamente e irrimediabilmente umana – di ciò che è stato, nonché amara constatazione che nessun istante potrà tornare. È il tempo il centro dell’indagine in questo lavoro: “Si decida il contabile del tempo/a restituirci gli anni non vissuti,/tutti i sogni, le cose, i persi sguardi,/le idee che vanno, veloci, a scomparire”. La sua direzione è una, ma si moltiplica e si dilata nel desiderio, nelle aspettative, nel pensiero.
La perdita del padre, all’età di dieci anni, costringe troppo presto l’autore a fare i conti col concetto di limite. Quel doloroso accadimento è descritto con spoglia drammaticità in una delle prose contenute nel volume e intitolata 1962: nell’evocare l’immagine del profilo dell’uomo allungato nella cassa durante la veglia funebre, viene tracciata una linea immaginaria che segna quasi un orizzonte oltre il quale non
sembra più possibile comprendere quale sia il destino delle cose.
Con la maturità, Scarabicchi scopre che quel confine lascia spazio al sentimento o, meglio, al riconoscimento che la vita è eterna nel suo perenne perdersi. L’idea della fine, alla quale i testi ripetutamente tornano, solo in apparenza respinge l’ipotesi che qualcosa perduri.
Con versi nitidi e delicati, il poeta cattura questo sottile processo temporale che contempla insieme ciò che scompare e ciò che resta, quella esistenza che è nei dettagli di ogni cosa e che non può mai essere data per scontata.
Il suo sguardo attento, che impreziosisce tutta la silloge, coglie l’essenza dell’essere: ne è l’esempio una delle poesie dedicate al figlio Giacomo, nella quale, con significativi accenti, Scarabicchi scrive: “In ogni adesso è il poi che potrà essere”, marcando l’avverbio in corsivo come se volesse trasformare il presente in eternità. Quei versi sono un testamento, o, se si vuole, una lettera ai vivi, e invitano il lettore a riflettere sul senso connaturato degli avvenimenti e a cambiare la prospettiva su chi e quanto ci circonda.
E poi c’è la Poesia, luogo e tempo del permanere. Proprio nel componimento che apre il testo, si legge: “Non c’è altro luogo, credimi, che questo,/tutto il bianco possibile, la pagina/e poi quelle formiche delle righe/a dire il poco, il molto che noi siamo” a intendere, probabilmente, che solo la poesia è capace di cogliere e preservare relazioni, legami e connessioni. La parola ha immenso valore: colma l’aria, si fa portatrice di memoria e del durare.
All’equilibrio del sentimento corrisponde l’equilibrio della scrittura: il verso, infatti, è piano, costante nel ritmo e dosato con maestria per tutto lo svilupparsi dell’opera. L’autore accosta componimenti brevi a poemetti e prose intense che, come lui stesso avvisa, sono “una sorta di sguardo della memoria o di distrazione dal presente”.
Al termine della lettura appare con ancora più limpidezza il significato dell’esergo nel quale, tra gli altri, si fa riferimento ai versi di Vittorio Sereni tratti da Stella variabile: “È cresciuta in silenzio come l’erba/come la luce avanti il mezzodì/la figlia che non piange” che richiamano, non a caso, la forza della materia e della vita e la corrispondenza tra i sentimenti e l’universo cari anche al poeta milanese.
Chi è, allora, la figlia che non piange? Non è qui la risposta. O, forse, non è questa la domanda. Ciò che conta in questa raccolta è l’intreccio tra il sentire e le cose, la dialettica tra l’attaccamento alla vita e il suo abbandono che tiene sospesi i versi di Scarabicchi tra l’andare oltre il confine e il restare.

A cura di Annachiara Atzei


Cinque poesie da La figlia che non piange (Einaudi, 2021)

 

Sarò puntuale quando sarai notte

Sarò puntuale quando sarai notte,
starò dalla tua parte a ravvisarti
gli anni di molte insonnie e passi calmi.
Avrò quel viso che non so di avere,
dirò parole appena per fermarti
sull’unico confine che scompare.

*

Ti guarderò da questa vita attesa

Ti guarderò da questa vita attesa,
da una fermata d’autobus, da un destino
che mi tiene lontano e sai che sono
più vicino che mai alla tua resa,
occhi che non si sporgono e non danno
luce che a chi la chiede,
sguardi che vanno dove tutto è niente,
a una finestra d’angolo, ad un cielo
di musiche e di voci tutto intorno.

*

Il giorno nuovo
a Giacomo

Cerca la luce d’ogni temporale,
nel fulmine e nel tuono il varco aperto.
Sempre la quiete segue la tempesta
così come l’età che chiama l’età nuova.
In ogni adesso è il poi che potrà essere,
nessuna fuga ti darà futuro,
il commuoversi muto dei tuoi sensi
che guida ad ogni passo chi lo cerca.

Arriverà e già sarai altrove,
inseguitore strenuo d’orizzonti,
sentinella dell’alba, nel chiarore
che annuncia il giorno nuovo,
nell’aurora.

27.VI.2014

*

Qui regna il tempo che scompare

Qui regna il tempo che scompare,
la fuga sua invisibile,
il nome che non resta,
giorno della stagione, breve resa,
limite d’ogni soglia inesistente.

*

Epilogo

Dalla porta del tempo passa il mondo,
dai suoi sentieri ignoti, dalle strette
vie degli istanti che non torneranno.
Dov’è che vanno, allora? A chi votati?
E quanto d’ogni umano si cancella?

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