Mobbing: di Fabrizio Miliucci (Tratto da ‘Saggio sulla paura’)

Il brano che segue, proviene dalla raccolta Saggio sulla paura (Pietre Vive), di Fabrizio Miliucci.
Si intitola ‘Mobbing’: leggerlo sarà un pò come spiare attraverso una serratura e ad aspettarvi (o sorprendervi) ci sarà il dottor Cane…


Particolare by Giovanni Anselmo, 1998

Mobbing

Alla fine dellʼestate, lʼeditore disse agli altri che non dovevano più salutarci; e di portarsi la schiscetta da casa, così non erano costretti ad uscire con noi per il pranzo. Lasciavamo le chat dellʼufficio aperte e ce ne andavamo alla macchinetta del caffè, inconsapevoli. Chiti veniva con una ventiquattrore di pelle chiara dentro cui non cʼera niente, solo una merendina per spezzare la mattinata. Siccome era quello che abitava più vicino, lʼeditore lo aveva preso con uno stage senza retribuzione. Era il suo idolo. Il primo giorno gli chiese di mettere a norma lʼintero sistema di back up informatico – armadi di rete, schede elettriche luminose – dimenticando che era laureato in scienze politiche. Allora lo spostò alle anagrafiche: cʼera un elenco di centinaia di dati lasciati in disordine da quello di prima. Gli affidò un ulteriore stagista, uno stagista dello stagista: – Se io ho Chiti e Paltini, chi metto in campo? –. 
Per ogni cliente dovevamo chiedere prima di tutto Nome Cognome Indirizzo Afferenza Ssd e Foto formato jay-peg. Bisognava evadere le mail entro 24 ore firmandoci sempre Rolando Leopardi (RL). Nelle comunicazioni interne io ero FM, il capo del personale UT, lʼeditore CA. Per le risposte cʼera un formulario preimpostato con elenchi a tendina, “Mi pregio informarla”, “Certissimo della sua”, oppure la mia preferita, “Gentile”, e una sfilza di sigle fra cui spuntare: “Prof.” “Dott.” “Avv.” “Cav.” … “Eminenza”.
Con una flessione delle ginocchia attraversavo di volata lʼopen space e mi trovavo alla postazione di Dangelo. Facevo schizzare la mia sedia a rotelle in tutte le direzioni pur di non rimanere per più di mezzʼora davanti al computer. Bisognava contattare gli autori fare i contratti impaginare e rivedere le bozze. Decine di libri, ogni giorno. Un raggio di luce oscurava metà del mio schermo dalle 11 circa fino a metà pomeriggio. Ci era stato intimato di chiedere sempre un rimborso, di dire che era per noi, ragazzi di redazione. Di me lʼeditore aveva paura. Probabilmente si immaginava che mi facessi di eroina appena staccato. Il fatto è che non avevamo argomenti in comune, mentre con gli altri era lui il nostro argomento. 
Quando capimmo che ci spiavano, iniziammo a censurare le nostre conversazioni – appunti su irregolarità, intenzioni di vertenza – in modo che sullo schermo rimanesse solo una serie di commento rimosso commento rimosso. Confermarono i nostri sospetti riunendoci in una stanza e ricordandoci che lʼaccount skype aziendale non poteva essere manomesso. Non poteva essere manomesso? Non era mica una loro invenzione! E nemmeno uno dei tanti programmi craccati che ci facevano usare. Tra lʼaltro, il sistema di mail condiviso si rivelò un punto a nostro favore. Chiti riusciva a sapere ogni cosa con un anticipo di due o tre ore, comprese le visite della finanza. Che idioti! Chiudevamo le giornate navigando nella luce arancione dei colli. 
Fu allora che Chiti inventò il dottor Cane, un nuovo impiegato assunto per rimpiazzarci. Si metteva sulla tastiera e mulinava le zampe assumendo forma animale. Poi un autore cominciò a importunare Dangelo seguendola ovunque, in continuazione. Un sedicente massone che voleva pubblicare un libro sui capolavori della letteratura romanza, opera a suo parere di una sola persona. 
Ad agosto, il nostro stipendio fu una bottiglia di olio locale: – Ma almeno è di ricino? – commentai ad altissima voce. Da lì, la strada era segnata. Cominciammo a vestirci di nero e a farci lʼun lʼaltro il saluto romano, ma come se fossimo stati pinguini, tenendo il gomito contro lʼanca e tirando su lʼavambraccio, con la mano a paletta. Mettevamo in mostra la mandibola davanti al nulla che trasforma Cecchina in Pavona; capannoni industriali che sconfinano dentro scarpate di erba e sassi, ipermercati che si stagliano come basiliche, e poi lei, lʼinsegna del porchettificio di Ariccia, un tabellone roseo a forma di maialino che ride, mentre milioni di suoi simili vengono tradotti cotidie al macello.

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