Solitudine, ossessioni e mistero in Dino Buzzati (a cura di Mauro Germani)

Come è noto, Dino Buzzati – di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo della morte – non fu soltanto narratore, ma anche poeta, drammaturgo e pittore.


Nonostante la varietà delle forme espressive, egli mantenne una coerenza tematica ben precisa, al centro della quale troviamo la solitudine dell’uomo di fronte al mistero.
I personaggi delle sue opere, infatti, si scoprono improvvisamente soli, costretti a vivere una condizione di speciale isolamento, di separazione dagli altri esseri umani.
La causa di tutto ciò è spesso un’ossessione, qualcosa che penetra nella loro mente e li trasforma, li rende diversi, prigionieri di un pensiero, di un sogno, di un evento, di un sentimento che lentamente, ma con implacabile progressione, sconvolge la loro esistenza e li getta in una dimensione particolare, altra. In un preciso momento (In quel preciso momento è il titolo di un bellissimo libro del 1950) qualcosa accade, qualcosa interrompe l’andamento normale dell’esistenza e spezza un equilibrio solo apparente. È interessante notare come ciò che determina le ossessioni dei personaggi venga messo in luce da Buzzati mediante locuzioni, parole chiave, che a loro volta generano dubbi, supposizioni, paure e angosce come in una sorta di labirinto psichico. La congiunzione eppure, che ha spesso lo scopo di creare una contrapposizione misteriosa, compare ben ventidue volte nel Deserto dei Tartari, inoltre è presente anche nel titolo di un racconto, Eppure battono alla porta. Altre espressioni ricorrenti sono: E se (titolo di un altro racconto), Forse, A meno che…per evidenziare l’incertezza e lo smarrimento dei personaggi, che vivono una condizione di sospensione e di attesa riguardante il loro destino. E a proposito della scrittura di Buzzati vale la pena aggiungere che essa è riconoscibile non solo per le tematiche affrontate, ma anche per la sua sintassi, il suo lessico, che presenta spesso improvvise impennate liriche e mescola un’alternanza di toni alti e bassi, creando un particolare ritmo. Andrea Zanzotto, che non esitò a dichiarare di avere vissuto «il mito di Buzzati», affermò che è possibile riscontrare nello scrittore bellunese una «bipolarità», tra una scrittura tersa e decifrabile e quella più propriamente letteraria e sperimentale.
La condizione di speciale solitudine dei personaggi di Buzzati la troviamo già nel primo romanzo, Barnabo delle montagne (1933).
Il protagonista appartiene al corpo delle guardie forestali, è a contatto con la purezza e il mistero dei boschi e delle montagne, ma un giorno conosce la paura e non affronta i briganti nella difesa della
 vecchia polveriera situata al limitare del bosco. L’inevitabile conseguenza è il disonore, l’espulsione dal corpo dei guardaboschi, l’addio alle montagne e al loro mistero. La coscienza del fallimento diventerà un’ossessione nell’attesa di un possibile riscatto. Egli si sentirà diverso, escluso dai compagni, dalle montagne, dalle selve. La sua mente sarà prigioniera di questo suo tradimento.
A ben vedere, sia Barnabo che Giovanni Drogo, il protagonista del Deserto dei Tartari (1940), sono accomunati dalla solitudine dettata dall’attesa ossessiva di un evento decisivo. Se nel primo l’ossessione è quella dello scontro con i briganti, nel secondo è rappresentata dall’arrivo dei mitici Tartari; in entrambi i casi, poi, la conclusione è la rinuncia: volontaria in Barnabo delle montagne, forzata nel Deserto dei Tartari, e comunque prodotta dal tempo (i briganti divenuti vecchi e laceri, Drogo ormai malato e prossimo alla morte).
Ed è anche importante notare l’enigmatico sorriso che compare sul volto dei due protagonisti: Barnabo («in silenzio ha un
 sorriso, il suo fucile si abbassa, le sue mani si sono allentate»), e Giovanni Drogo («nel buio, benché nessuno lo veda, sorride»).
Nel romanzo Il grande ritratto (1960), forse quello meno noto di Buzzati, la solitudine è quella dello scienziato Endriade. Egli, prigioniero della propria follia, costruisce il Numero Uno, fortilizio che è il doppio di Laura, la donna amata e perduta, «cristallizzata in paurosa metamorfosi». In quest’opera fantascientifica, dunque vi è ancora un’ossessione, la quale anticipa quella di Un amore (1963), nel quale la città di Milano è tutt’uno con il mistero di Laide, la giovanissima prostituta di cui si innamora il protagonista Antonio Dorigo. E a questo punto occorre sottolineare che in Buzzati la città è sovente contrapposta alla montagna. Mentre la metropoli è il luogo di un mistero infernale, abitato non solo dalla solitudine ma anche da diavolesse, diavoli, streghine ed altri personaggi inquietanti (si veda, ad esempio, Viaggio agli inferni del secolo in Il colombre, 1966, o Poema a fumetti, 1969), la montagna è il luogo di un altro mistero, diverso, puro, incontaminato, legato all’infanzia e alla giovinezza, un mistero lontano, antico, destinato purtroppo ad essere smarrito nel corso inesorabile del tempo (si veda Il segreto del Bosco Vecchio, 1935). In Un amore la città di Milano è una città-donna. È sì quella estremamente concreta del boom economico, ma è anche il labirinto di vie, case, vicoli, piazze e piazzette che racchiude innumerevoli misteri, vite, sogni segreti, ansie, angosce e vizi inconfessabili; in altre parole è simile alla figura sfuggente e misteriosa di Laide.
Tutto il romanzo è incentrato sull’ossessione del protagonista per la giovane donna, un’ossessione che rasenta la follia, ma che alla fine svanisce con la gravidanza imprevedibile di Laide. La ragazza perde di colpo il suo segreto e il suo fascino.
L’amore-malattia lascia il posto ad un pensiero da tempo cancellato: quello della morte, che qui si contrappone alla maternità della ragazza. Laide torna ad essere soltanto Laide e Milano solo Milano. Il segreto a lungo inseguito si rivela a Dorigo come l’annuncio di una verità antica e dimenticata, di un destino ineluttabile.
Anche qui, come nei romanzi precedenti, la conclusione è determinata dalla consapevolezza del trascorrere del tempo; anche qui vi è una rinuncia, e l’ossessione si svuota perché qualcosa di più alto e misterioso si manifesta nel preciso momento che prima o poi accade a tutti.

Per quanto riguarda poi i racconti (Buzzati, come sappiamo, fu un maestro della forma breve), vale la pena citarne tre, particolarmente significativi per l’esperienza di speciale solitudine vissuta dai protagonisti. Il primo è Sette piani, nel quale il personaggio principale, Giuseppe Corte, entra per dei semplici esami in una clinica moderna strutturata in modo singolare: a ogni piano corrisponde l’entità della malattia di cui soffre il paziente. Man mano che si scende, la malattia è più grave, e quello più basso è riservato ai moribondi e degli incurabili. La storia di Giuseppe Corte è una discesa senza scampo verso la morte, ma tutto avviene in un clima di ambiguità, perché i medici fanno credere al protagonista che non ha nulla di grave.
Per questo motivo, nel corso del racconto, il Corte vive sempre una situazione di ansia che poi diventerà angoscia e alla fine muta rassegnazione. Ciò che all’inizio sembrava assolutamente improbabile o addirittura impossibile (la discesa all’ultimo piano inferiore e dunque la morte imminente), in realtà si compie inesorabilmente, e la clinica diviene il luogo dell’estrema solitudine del protagonista.
Il racconto Il crollo della Baliverna risulta davvero esemplare per il senso di colpa, i dubbi, le supposizioni, lo stato di angoscia del protagonista, responsabile di un avvenimento spaventoso, il crollo della Baliverna, un grandissimo e piuttosto lugubre edificio, prima convento, poi caserma e in seguito dimora di sfollati e senzatetto. Un fatto apparentemente insignificante sconvolge la vita del protagonista. Egli, un giorno, si arrampica per gioco su per un muro sconnesso della Baliverna, poi per non perdere l’equilibrio si aggrappa ad un’asta di ferro che cede e si spezza, ma dietro di essa se ne stacca un’altra più lunga, e tutto provoca poi una serie di crolli a catena fino al terribile crollo finale. Così il protagonista, dopo due anni, attende il processo che deve stabilire il colpevole del crollo della Baliverna, e la sua mente è continuamente assalita da domande e dubbi che non gli danno pace.
Nel racconto I sette messaggeri, il labirinto psichico diviene labirinto spazio- temporale. Quali e dove sono i confini del regno che il principe vuole esplorare? Esistono veramente, oppure la sua è ricerca vana? I sette messaggeri che il principe invia per ricevere notizie dalla capitale ritornano ogni volta sempre più in ritardo, a mano a mano che egli si allontana. Che senso ha la sua impresa? Che cosa riesce a conoscere? Niente. Principi e messaggeri sembrano prigionieri di un labirinto spazio- temporale in cui sono destinati a non incontrarsi più perché la lunga esplorazione del principe finirà per concludersi con la sua morte.
In questi tre racconti ritroviamo il tema della solitudine accompagnato da un’ossessione (la malattia di Corte in Sette piani, la colpa e l’attesa del processo nel Crollo della Baliverna, l’esplorazione del regno da parte del principe nei Sette messaggeri) ed il trascorrere inesorabile del tempo, che reca in sé il pensiero della morte. Quest’ultima è costantemente presente nelle storie di Buzzati, è in fondo la vera protagonista della sua opera, ma non viene immediatamente percepita dai personaggi, in quanto è mascherata, e assume le forme insolite ed enigmatiche del fantastico e del perturbante.
Solo successivamente viene riconosciuta: o come un presagio di un destino imminente, o come ultima, misteriosa consapevolezza prima dell’ignoto.

A cura di Mauro Germani

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