Letteratura italiana

I poeti della domenica #337: Alfonso Gatto, Fiera

Fiera

L’uomo nudo e d’azzurro più magro
elegante si disse e un cilindro
portava nero come il coppale
delle scarpe, e un bambino di male
biondo patito aveva e gli cantava.
Cantava ai morti, al vento, e nella fiera
allegri gli tinnivano i soldi
e gramaglie, catene, lumi a sera,
di là la sparsa città d’un canto.

Della sua pena disse il vento, un agro
riverbero di trombe il litorale.

 

da: Alfonso Gatto, Tutte le poesie, Mondadori, 2017

proSabato: Giovanni Comisso, Città di sogno

Nel 2019 si ricorda l’anniversario di Giovanni Comisso (1895-1969) a cinquant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 21 gennaio. Come redazione pubblicheremo ogni mese alcuni suoi racconti, che ci accompagneranno nei sabati fino a fine anno, in attesa della ripubblicazione annunciata dell’opera omnia per La Nave di Teseo.
Partiamo oggi con un racconto pubblicato sul «Gazzettino», con cui iniziò a collaborare dal secondo dopoguerra, proseguendo fino alla sua morte.

Ero andato in una città di mare, distesa su un pendio montano. Mi sembrava una Genova più condensata, tra il porto e le sue mura, come nelle vecchie stampe. Avevo già vissuto divinamente felice in quella città, e mi trovavo a pensione presso una famiglia, con la mia vecchia cameriera. Era d’inverno e pareva che vi dovessi stare solo pochi giorni, quando arrivò mia madre, giovane ancora: indossava un vestito grigio chiaro, che le modellava i fianchi, e portava un cappello di paglia intrecciata dello stesso colore, a forma di triregno, con un velo che le copriva il volto le scendeva sulle spalle.
Subito andammo a colazione in una trattoria, sotto un ampio portico. Sì mangio assai bene e si decise di passare l’inverno in quella città, anche perché avevamo con noi la cameriera e nessun obbligo ci richiamava altrove. Finita la colazione, le dissi di aspettarmi, ché sarei ritornato subito. Il lavoro è fare alcune compere e mi chiede se volevo mangiare per la sera certe rape bianche che erano la sua passione. Pure avendo vissuto in quella città, non sapevo nei nomi delle strade, né quello della pensione dove alloggiavo.
Appena lasciata mia madre, subito mi spersi in una zona più alta della città, vicino a pendii coltivati a olivi, con strade di campagna che andavano verso la cima del monte. Quindi conobbi una casa che era di nostra proprietà, in parte rovinata dalla guerra con certi inquilini che non ci avevano mai pagato l’affitto. Aprii una porta e dissi che adesso ci avrebbero pagato, altrimenti li avremmo mandati via e si sarebbe andati noi ad abitare la nostra casa.
Vidi il vecchio portalettere, che mi riconobbe. Una vaga speranza di una vita migliore pareva mi venisse promessa. Poi presi a scendere e mi trovai in una specie di palestra: mi ritrovai un amico dal volto scavato e impallidito dalla vecchiezza ma mi assicurò che in quella città ci si divertiva.
Scesi ancora, per andare da mia madre che mi aspettava, e per vicoli quasi sotterranei una cattedrale sontuosa, tutta con mosaici d’oro splendenti e con opere di Cimabue a fondo nero. Vi si faceva una grande funzione, che vedevo come dall’alto di una loggia. La cattedrale era come scavata sotto la terra, anzi erano due chiese aggregate e inoltre vi era anche un edificio pubblico dove, in quel momento, si ricevevano alte personalità vestite di nero, con maglie aderenti al corpo come per gli acrobati. (altro…)

Ritanna Armeni, Una donna può tutto. (Nota di P. Grassetto)

Ritanna Armeni, Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte, Ponte alle Grazie, 2018, pp. 230, € 16.00

Leggere l’ultimo libro di Ritanna Armeni nei giorni in cui, in televisione, scoppia la polemica sul caso Collovati, che avrebbe affermato che le donne non possono occuparsi di tecnica calcistica, è un fatto che fa riflettere. Ovviamente nulla ci interessa il calcio. Sorprende però che ancora si discuta di questa facezie mentre, nel 1941, c’erano donne che per affermare la loro parità con gli uomini erano pronte a rischiare la vita al fronte; il romanzo Una donna può tutto di Ritanna Armeni (Ponte alle Grazie 2018) non è un libro di guerra ma un testo sulla parità di genere.
Ritanna Armeni, nota giornalista, in questo libro tra storia e inchiesta ci narra le avventure delle “Streghe della notte”. La scrittrice fece un viaggio in Russia e riuscì a raccogliere, poco prima della sua morte, la testimonianza di Irina Rakobolskaia, anni 96, vicecomandante del reggimento 588, ultima “strega” ancora vivente.
Il libro alterna passi nei quali la Armeni racconta la sua esperienza e le sue impressioni, che ricava nel ricevere il racconto-diario della sorprendente Irina, a passi nei quali la storia di quest’ultima diviene vero e proprio romanzo. La stessa giornalista, nelle prime pagine del libro, spiega come ella stessa non sapesse bene come affrontare la narrazione di questa storia affascinante e sorprendente. Quando inizia a prendere in mano il racconto-diario di Irina vede come in questo «ci sono sentimenti, sofferenza, lutto e c’è anche patria, socialismo, disciplina, vittoria ma anche ironia. E c’è fortissima la spinta alla conquista della parità con l’uomo desiderata talmente tanto da scegliere di morire pur di ottenerla». Questo elemento permea tutta la narrazione: il desiderio di essere pari all’uomo, una parità pur sancita dal socialismo che porta queste donne ad impegnarsi con forza, tenacia, sprezzanti del pericolo.
La guerra nella Russia socialista, la seconda guerra mondiale in cui siamo immersi, scoppia all’improvviso. Irina era studentessa universitaria di fisica; amici e compagni di studio partono per il fronte. Lei pensa che anche le donne dovrebbero essere chiamate a uno sforzo supremo, invece nessuno le chiama. La parità con l’uomo che il socialismo ha promesso si è fermata innanzi alla guerra.
L’armata Rossa soffre di fronte al nemico. Irina viene casualmente a sapere che l’Armata cerca volontarie da mandare al fronte. Irina, che sa usare la mitraglietta e sa paracadutarsi, si arruola e come lei centinaia di donne.
Dopo un’accurata selezione entreranno nell’aviazione un gruppo guidato da Marina Raskova, per allora un mito, donna dotata di brevetto di pilota e di navigatrice, decorata con la massima onorificenza. Sarà lei ad andare da Stalin chiedendogli di istituire una compagnia di donne che facciano parte dell’aviazione militare; dopo varie obiezioni da parte di Stalin, Marina afferma che “una donna può tutto” e cosi viene ascoltata. (altro…)

Su “Quaderno gotico” di Mario Luzi. Appunti di lettura

Pervaso e percorso da uno stilnovismo che non è solo di forma, e che non sa solo di letteratura, Quaderno gotico di Mario Luzi, apparso la prima volta nel 1946 nel primo numero di «Inventario» e poi nel 1947 per le edizioni Vallecchi in forma definitiva, non è soltanto uno dei piú importanti libri di poesia dell’immediato dopoguerra, ma è anche il piú bel canzoniere d’amore dopo i Mottetti di Montale, non a caso presenti tra le trame del tessuto poetico che Luzi intreccia in queste quattordici poesie.
A un’eterogeneità stilistica fa da contrappunto una ben salda uniformità linguistica, con continui movimenti ascendenti e discendenti che bene rendono la goticità del titolo, disegnando una cattedrale di sentimenti e emozioni che non solo avvolgono l’io ma non escludono il tu che da entità incerta («ombra d’un’ombra» era detto in Avvento notturno) si fa certa («ombra viva»), non solo nell’evocazione e rievocazione, ma nella sua fisicità in absentia («Il volto dell’assente era una spera/ specchiata dalla prima opaca stella/ e neppure eri in lei, era caduta/ fuori dell’esistenza», XIV, vv. 11-14).
Ciò sarebbe sufficiente a giustificare anche la precisa ripresa d’uno stilnovismo tutto cavalcantiano, non dimentico però della lezione dantesca, con le sue impennate e la forte tensione a un’esperienza d’amore che fortifichi l’essere intento a trovare una razionalità anche nell’irrazionale sentimento. Se non fosse che questa tensione, attraversando appunto l’esperienza di Cavalcanti, sfocia inevitabilmente nel desiderio dell’altro e dell’alto, approdando alla grande lezione dantesca; come se Luzi si fosse prefissato di attraversare l’intera parabola stilnovista per narrare la nascita del «Mario irraggiungibile» attesa già dal primo componimento della serie.
Ma i molti echi letterari che s’intrecciano in questo breve canzoniere non devono sviare l’attenzione dal vero centro nevralgico del disegno luziano: l’amore come esperienza totalizzante. Non è una prova di bravura poetica quella che offre Luzi, ma un vero itinerarium in mentis nel quale si cerca di dare le prime risposte, non assolute, a domande assolute, già avanzate nelle raccolte precedenti.
L’aver ridiscusso la propria fede nella letteratura; l’aver esaurito l’esperienza ermetica; l’aver vissuto l’esperienza della guerra; tutto ciò ha messo in forse la figura che l’uomo ha di sé. Ora questo uomo cerca di darsi una nuova vita partendo da un’esperienza totale e assoluta come l’amore, che spinge l’io a tendersi verso un’altra esperienza assoluta: la verità.
Ma se la stagione stilnovista in Montale farà sí che il poeta approdi ai registri petrarcheschi nella Bufera e altro, dove rimane un’apertura alla speranza (cfr. Il sogno del prigioniero), in Luzi si conclude con un risultato certo: l’epifania, dopo «una lunga attesa» di «una figura/ vivida che si spenge in una stanza» (IX, vv. 15-16).
Come ha dimostrato Alfredo Luzi nel suo saggio sulla poesia luziana, «l’importanza basilare del Quaderno nel cammino poetico luziano è proprio nel tentativo di sintesi etica tra natura e mondo della storia, tra realtà immobile ed eventi in movimento».
Quaderno gotico, riprendendo quanto già scrisse Quiriconi, rappresenta l’inizio visibile di un «processo di riappropriazione di una dimensione umana della vita» che riconduce lo stilnovismo nella figura donna-salvatrice a posizioni antipetrarchesche e quindi per diretta conseguenza antimontaliane. Non si ripete in Luzi una tradizione codificata, ma il ‘tu’, non istituzionale, la misura di una precisa dimensione umana raggiunta e desiderata sotto la spinta esercitata dal dolore che comporta questo ritorno a un’esistenza concreta fisica, e non piú solo metafisica, pur rimanendo stabile, anzi accrescendosi, la tensione a ciò che è altro e altrove.
Quello che si va componendo attraverso questi versi è un disegno ottenuto con largo impiego di chiaroscuri: un doppio movimento che dalle tenebre conduce alla luce e che da questa riporta alle tenebre. Anzi, Luzi scopre l’ombra della luce di questa figura femminile che ne ispira il canto: novella Euridice d’un novello Orfeo consapevole di una perdita ma non per questo smarrito e votato all’oblio:

E quando sulla scorta d’un istante
di luce e di delizia ti sciogliesti
nel vento raro fertile di fiori,
ah un soffio sulla fronte era passato,
era tardi, dovevo insinuarmi
nel fitto delle tenebre…
(XIII, vv. 19-24)

Se la morte del padre di Clizia, entrato nell’ombra, aveva spinto Montale a consolare l’amata con uno dei mottetti piú intenti e sofferti, e incluso soltanto a partire dalla seconda edizioni de Le occasioni (1940), qui è l’io-Luzi a «insinuarsi/ nel fitto delle tenebre» sentendosi ormai tutto teso al compimento di un dovere piú grande, che lo costringe a un suo personale descensus ad Inferos dal quale risorgerà per ricercare la parola-luce. (altro…)

L’ostinato amore di Umberto Piersanti. Nota per il suo compleanno, con un inedito

(foto di Giandomenico Papa)

Era già chiaro dagli inediti pubblicati nel fascicolo di giugno 2018 di «Poesia» (n. 338) che la più recente fase della poesia di Umberto Piersanti fosse caratterizzata da una frammentazione interna della propria voce, una sorta di parcellizzazione, atomizzazione del proprio percepire, del proprio dettato, quasi egli volesse isolare in questo modo momenti unici del vissuto passato, singoli episodi, anche lontani, per ricostruire una memoria altra, diversa. Perché è innegabile che il ricorso alla memoria, messo in atto oggi da Piersanti, sia un ricorso sui generis, volutamente incanalato all’interno di un discorso che in realtà è rivolto al ritrovamento delle tracce di sé nel tempo attuale. E ciò non dovrebbe destare stupore nel lettore di Piersanti, perché apparteneva già alla poesia dell’esordio – datato 1967 – questo procedere attraverso la lente dell’esperienza, della narrazione del ricordo; questa costituzione di una personale mitografia entro la quale agiscono figure che simboleggiano il patrimonio dell’oralità tramandata con lo solo scopo di preservare una cultura insidiata dall’esterno chiassoso, come lo fu il bisnonno Madìo. Solo che ora questa funzione “ancestrale” è riservata a sé stesso.
Scrive Daniele Piccini che l’universo di Piersanti è immerso «progressivamente, e con maggiore evidenza, nella nebbia di un tempo che lo sfoca, che lo fa apparire balenante e malfermo, quasi immagine fantastica cavata da una camera interiore delle meraviglie» («Poesia», n. 338, cit., p. 52); e in effetti sia ha pure la sensazione, leggendo gli ultimi testi, ai quali appartiene a pieno titolo anche l’inedito proposto alla fine, di entrare in un mondo fantastico, altamente allegorico, e quindi non solo allusivo, dove la fa da padrona la memoria, con tutti i suoi «inganni prospettici» – ancora Piccini –, non ultimo quello di un’immagine di un passato edenico, costantemente messo sotto assedio dalla storia. I ricordi d’infanzia, l’infanzia felice, non nascondono la minaccia degli anni di guerra, che insidiavano i sentieri boschivi delle amate Cesane; l’ortus conclusus eternamente minacciato dall’insania umana, di virgiliana memoria, con la mediazione di Pascoli, sempre presente in Piersanti, fino all’attuale frammentazione ritmica del verso, è non solo rifugio ma punto costante di osservazione; perché il poeta è vigile, non è isolato dal mondo.
Sono i luoghi perduti – “persi” come nel titolo della raccolta del 1994, o come pure le anime del recente libro di racconti pubblicato per Marcos y Marcos (vd. qui) – a costituire i punti di una tavola cartografica dell’esistenza: dalla rievocazione dell’amata madre, fino all’inarrivabile figlio Jacopo, chiuso nel suo mondo, chiuso nel suo autismo, eppure, come Piersanti dice proprio in una delle poesie pubblicate in «Poesia», sempre parte della sua dolorosa «bella famiglia/ d’erbe e animali»; ed è certamente sintomatica la citazione, senza dislocazione, del verso foscoliano da Dei Sepolcri, perché tenta di ricostruire un ordine là dove governa un altro ordine che non include. Ma è la poesia di Piersanti a essere inclusiva, perché abbraccia l’universo, ogni individuo e ogni manifestazione della natura, nel suo sguardo. Quanta parte abbia in tutto ciò la lezione di Leopardi non sta a me dirlo. Spetta sempre al lettore ricomporre ogni tessera.

© Fabio Michieli

 

Campi d’ostinato amore

I cori che vanno eterni
tra la terra e il cielo,

ma tu li ascolti
Jacopo quei cosi?
ho visto
il falco in volo
con la serpe
trafitta nella gola
dai curvi artigli,
l’estremo pigolio dell’uccelletto
che la biscia verdastra
afferra e ingoia,
tra i rami non s’aggirano
le ninfe,
un giorno le incontrai
in remoti boschi,
l’assurdo poco oscura
nevi e foglie
non scolora i bei crochi
nei greppi folti,
ma il tuo male
figlio delicato,
quel pianto che non sai
se riso, stridulo
che la gola t’afferra
più d’ogni artiglio,
questa bella famiglia
d’erbe e animali
fa cupa
e senza senso
e dolorosa

siamo scesi un giorno
nei greppi folti,
abbiamo colto more
tra gli spini,
ora tu stai rinchiuso
nelle stanze
e il mio ginocchio che si piega
e cede
a quei campi amati,
d’un amore ostinato,
sbarra l’entrata

aspetto i favagelli
del febbraio,
tiepidi contro il gelo
sbucare fuori

febbraio 2017
(«Poesia», n. 338 [giugno 2018])

(altro…)

I poeti della domenica #332: Niccolò Tommaseo, La mia lampana

 

La piccola mia lampa
.  Non, come sol, risplende,
.  Né, com’incendio, fuma;
.  Non stride e non consuma,
Ma con la cima tende
.  Al ciel che me la dié.

Starà su me sepolto
.  Viva, né pioggia o vento,
.  Nè in lei le età potranno;
.  E quei che passeranno
.  Erranti a lume spento,
.  Lo accenderan da me.

 

da Niccolò Tommaseo, Poesie [1872], a cura di Simone Magherini, Società Editrice Fiorentina, p. 133

proSabato: Lucia Drudi Demby, Il lungo solco

Era blu. Un bel blu brillante. Blu notte. Morbido feltro blu notte, vellutato. Col nastro di gros-grain un po’ più chiaro, o forse un po’ più scuro, questo non lo ricordo, ma luccicante. E se fosse stato d’oro, d’oro zecchino, non mi avrebbe dato un piacere più acuto, e in qualche modo più onesto. Sì, amavo le cose oneste, allora, e i grandi gesti di gentilezza. Era blu, dicevo. Era il mio cappello. Il primo cappello della mia vita, e il mio cuore era pieno di gioia, una gioia forse senza senso, una gioia che inaugurava il giorno col mio bel gesto di togliermelo. Lo amavo forsennatamente e teneramente, con malcelata impetuosità di paladino. Proprio così, mi sentivo allo stesso tempo una principessa e un paladino, Clorinda e Tancredi, Pelle d’Asino e Rolando a Roncisvalle, mentre mi scappellavo con gaiezza varcando il grande arco delle mura dietro a cui si apriva il vuoto celestiale del mattino.
Ero perennemente innamorata, innamorata senza modestia, e non mi chiedevo di chi. Ma soprattutto ero felice, perché avevo appena vissuto una decisione, e ogni decisione contiene una felicità, è allo stesso tempo un modo di arrendersi e di trionfare. Persino morire, dicevo a Veronica, può essere così, felicità di arrendersi e di trionfare. Avevo diciotto anni, capisce, e immagino che a diciotto anni sia più o meno comune a tutti, questo sentimento del varcare, del valicare: di poter vivere ogni momento come il gesto di valicare una barriera caduta davanti a noi d’improvviso e senza rumore.

Questo forse significava quel gusto benedetto di mettermi il cappello solo per il piacere di togliermelo, con ampiezza, con festosità, generosamente, mentre il mio cuore poneva a terra il ginocchio davanti al Graal lucente del giorno. Veronica non era così. Anche se il padre faceva l’assicuratore, Veronica era una contessa. Possedeva un castello ricamato d’edera, al di là delle crete, e teneva il suo cappello grigio argento come un elmo, il bavero del pellicciotto come una visiera. Guardava le cose attraverso le verdi fessure dei suoi occhi mongoli, e nascondeva il volto e se stessa come una inferma preghiera. Perché Veronica era innamorata. Innamorata davvero. Di una persona precisa, voglio dire, e questo la poneva a guerreggiare silenziosamente col mondo. Anche lei aveva diciotto anni, ed era bella e triste, e felice di essere triste. La tristezza, a diciotto anni, è tanto amata perché è un modo di conoscenza: è l’ostacolo che santamente ci fingiamo per impedire alla fantasia di correre troppo, di estenuarci, straripando. (altro…)

“Cuore, maestro di poesia”. Adele Cambria intervista Amelia Rosselli

Intervista alla poetessa Amelia Rosselli vincitrice del premio «Pier Paolo Pasolini»

di Adele Cambria

..«…Ha due grandi occhi azzurri, capelli biondi (molti), un naso che appartiene alla famiglia delle patatine… Il primo giorno sono stato realmente indeciso se chiamarla Amelia: mi pareva di sentirla, la zia Gi, dire tra sé: ma con che coraggio hanno dato a questa pupa il nome di una nonna così bellina, fine e perfetta?».
..Insomma, Carlo Rosselli non trovava abbastanza «bella» la bambina che gli era appena nata, il 28 marzo 1930, nell’esilio di Parigi, per farle portare lo stesso nome di sua madre. Amelia: profondamente affascinato com’era stato sempre (e con lui il fratello minore, Nello) da quella figura di donna. Amelia Pincherle Rosselli, che aveva cresciuto, da sola, i figli, in un clima di insolita (per quei tempi, per quell’Italietta) ricchezza di fermenti culturali e politici, educandoli al gusto irrinunciabile, e tuttavia severo, della libertà e preparando quindi il terreno del loro antifascismo davvero militante, dove i due fratelli, Carlo e Nello, avrebbero poi trovato insieme la morte, a Bagnoles de Lorne, il 9 giugno 1937, per mano di una banda di sicarii francesi di Musslini.

..Se nella vita della bambina che nasceva allora, in quella primavera parigina di un esilio già inquinato ma ancora addolcito dagli agi e soprattutto, dalla possibilità di coltivare antichi e nuovi legami di tenerezza (l’amore di Carlo per la moglie, la fragilissima inglese Marion Cawe, l’idolatria per la madre rimasta a Firenze, l’allegria, per l’appunto, di una nascita, quella di Amelia, che seguiva di poco più di un anno l’altra del primogenito John, detto il Mirtillino), se dunque non ci fosse stato altro, nella vita di Amelia Rosselli − questa Amelia che noi conosciamo, che scrive poesie d’una bellezza lancinante, le più significative, dicono, del panorama della produzione poetica italiana di oggi − forse già l’ombra leggendaria della nonna avrebbe un poco schiacciato, premuto col sottile tremore dei confronti (sarò abbastanza bella? sarò abbastanza straordinaria, come lei, nonna Amelia?) sulla crescita di una personalità nuova, già segnata, fin dalla nascita, dell’affettuosa diffidenza del padre. (Il quale, tra l’altro, avrebbe preferito subito un altro maschio…).

..Comunque Amelia, detta, in famiglia, Melina, si conquistò presto anche l’amore di quel padre, con lucida intelligenza votato ad un destino d’eroe. E quando dovrà dividersi dai figli piccoli restati, per prudenza, in Italia, nella villa della nonna, a Frassine, Carlo scriverà a Melina: «E tu Melina ti ricordi i balletti e i bacini nel letto…? Quando tornerete, ora che avete imparato a parlare l’italiano… rideremo, salteremo, staremo ritti… sempre in italiano!»

Questa lingua italiana che Amelia ha dovuto conquistarsi poi, già adolescente, faticosamente, caparbiamente, e che costituisce, con la sua persistente «stranezza» − come una vena sempre di lingua straniera, inglese, francese, che lo percorre − uno dei fascini (del resto sapientemente amministrati da lei stessa, Amelia) della sua poesia.

..«Mia madre mi diceva sempre: ricordati che una ragazza deve possedere almeno un armadio grande, pieno di biancheria ordinata, profumata… Ho inseguito tutta la vita il sogno di un armadio…» Questa è una delle prime frasi − e mi è restata per sedici anni in testa − che Amelia Rosselli mi disse, quando la incontrai per la prima volta, nel 1965.

..E subito la sua esistenza rappresentò per me il segno rovesciato della mia: io fuggivo, o perlomeno ero fuggita a vent’anni, d tutto ciò che lei (ma quasi timidamente, chiedendo scusa per il disturbo) invece inseguiva: un armadio carico di biancheria ordinata, la sicurezza. La sua infanzia falciata dalla tragedia, lo sbarco di tutta la famiglia Rosselli in lutto negli Stati Uniti, dove Max Ascoli provvide anche agli studi dei ragazzi, e sempre questa sensazione, in lei, di non avere radici, il bisogno caparbio di reinventarsi una patria, l’Italia (i suoi due fratelli, invece, hanno rifiutato questa identificazione, per sempre: come portando rancore, e chi potrebbe non dar loro ragione? Per ciò che noi, dopo, abbiamo fatto del sacrificio dei Rosselli). A sedici anni, dunque, Amelia è tornata a vivere da sola in Italia, a Roma. La madre era morta di cuore in un ospedale di Londra, i beni di famiglia Rosselli quasi tutti esauriti, consumati nella lotta antifascista prima, nella sopravvivenza almeno fisica dei superstiti, dopo.

..Amelia vive oggi con due pensioni dello Stato italiano. Con la suprema eleganza delle persone per molti versi «fuori dal comune», mi mostra i due libretti intestati del Ministero del Tesoro, uno che le assegna una somma attualmente «rivalutata» (sic!) a centomila lire al mese, come «orfana di Carlo Rosselli», ed il secondo che gliene elargisce altre 40.000, «per benemerenza».

..«Pare che non si possano indicizzare», osserva con un lievissima ironia. «La prima pensione mi fu data per iniziativa di Saragat, nel 1966, ed era, mi sembra, di sessantamila lire al mese. Ora me l’hanno portata a centomila, ma di più pare che non sia possibile». (altro…)

Amelia Rosselli: ‘Pastiche per Ferruccio’ e un inedito

Oggi ricordiamo Amelia Rosselli nel ventitreesimo anniversario della sua scomparsa, l’11 febbraio 1996. Come redazione proponiamo due poesie: una poco conosciuta e l’altra inedita.

[Pastiche per Ferruccio]

Come
se da tanta autobiografia, nascesse il
parto delizioso, delle cose friabili

se dal riottoso incontro con la specie
tutto ciò che è imperfetto e colpevole
voglio io recitare,

fallimentare realtà
o paura dell’ordine,
con fusione soffusa

d’amore poter restituire ai miei persi
soldati l’impero intero del vivere!

Vorrei che
mi si salutasse con gran fragore o che
un attonito silenzio fatto di stupore

corrugasse la fronte a quei bifolchi.

.

Luce bianca livida o viola
è ciò che resta
dopo tanti lividi sonni
tante piccole cupole.

Si desta per ricapitolare
poi si mangia vivo
di vuoto o stizza
sempre in lizza.

Ha fratelli giocondi
sono chiari e non bui.

Ma buio s’è fatto
nel mio cuore evanescente
indisciplinato maestro
della poesia.

Il sonno picchia
duro sulla porta
i miei occhi giacciono
ballocchi in terra.

Sono viva come può
un morto essere desideroso!

È colpa di te
che ti arrangi
a colpi di scure
stravvolgendomi.

Mi hai assassinato il cuore
e la mente s’arrabatta
senza cuore!.

Nota di lettura

La prima poesia, esclusa dalla raccolta Documento e datata marzo 1968 secondo la ricostruzione di Amelia Rosselli in Una scrittura plurale, raccolta di saggi a cura di Francesca Caputo (Novara, Interlinea, 2004), è intitolata Pastiche per Ferruccio. La seconda, senza titolo, non è mai apparsa prima, neanche nel Meridiano dedicato ad Amelia Rosselli. Entrambe sono tratte da «Quotidiano Donna», Anno IV, n. 6, 20 marzo 1981. Lì furono pubblicate senza titolo insieme a Diario ottuso, allora inedito anch’esso.
La trascrizione di Pastiche per Ferruccio proposta in rivista risulta infedele rispetto a quella del volume del 2004; si è deciso pertanto di rispettare la più recente, basata su materiali d’archivio, considerando anche l’articolo di Fabrizio Miliucci, “Cosa ho voluto fare scrivendo poesie?”. Autodeterminazione e assillo metrico in Amelia Rosselli, apparso nella rivista «Incontri», Anno 30, 2015, Fascicolo 1, pp. 13-22. La seconda invece presenta una proposta di edizione.
Entrambe le poesie apparvero all’interno di un articolo-intervista voluto da Adele Cambria, un pezzo originale che sarà proposto sul nostro blog nel pomeriggio.

(AT) 

I poeti della domenica #329: Giuseppe Ungaretti, Terra

Ungaretti con la gatta Kiki, regalo di Moravia
(L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Terra

Potrebbe esserci sulla falce
Una lucentezza, e il rumore
Tornare e smarrirsi per gradi
Dalle grotte, e il vento potrebbe
D’altro sale gli occhi arrossare…

Potresti la chiglia sommersa
Dislocarsi udire nel largo,
O un gabbiano irarsi a beccare,
Sfuggita la preda, lo specchio…

Del grano di notti e di giorni
Ricolme mostrasti le mani,
Degli avi tirreni delfini
Dipinti vedesti e segreti
Muri immateriali, poi, dietro
Alle navi, vivi volare,
E terra sei ancora di ceneri
D’inventori senza riposo.

Cauto ripotrebbe assopenti farfalle
Stormire agli ulivi da un attimo all’altro
Destare,
Veglie inspirate resterai di estinti,
Insonni interventi di assenti,
La forza di ceneri – ombre
Nel ratto oscillamento degli argenti.

Il vento continui a scrosciare,
Da palme ad abeti lo strepito
Per sempre desoli, silente
Il grido dei morti è più forte.

 

da Il Dolore (1937-1946), in Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura e con un saggio introduttivo di Carlo Ossola, Mondadori, “I Meridiani” (I edizione), 2009, p. 278.

Poesia e struttura – A proposito di un pregiudizio crociano

C’è un’idea famosa di Benedetto Croce a proposito della Commedia dantesca (cioè la convinzione che si tratti in gran parte di struttura inerte alternata a momenti di altissima e non meglio definita poesia) che ha prodotto non solo una comoda diffidenza verso una lettura completa e orizzontale del poema (e contribuendo quindi alla sua parcellizzazione a scuola e quel che è peggio all’università), ma anche la reazione uguale e contraria dello scagliarsi contro quel pregiudizio ereditato senza far però davvero i conti direttamente con le parole e le pagine di Croce. Provo a farlo in questo intervento, chiarendo subito che per me la lettura ideale di Dante dovrebbe essere quella lineare, e non per completezza di erudizione, ma perché l’unica in grado di trattare il libro per quello che è: il racconto in versi di un incredibile viaggio. Va da sé che alcune parti risultino più riuscite e memorabili di altre, ma questo è da imputare alla fisiologia di qualunque opera letteraria, soprattutto se vasta come la Commedia. Al contrario, proprio la forza e la coesione di una cornice sono in grado di dare luce e risalto a zone del poema apparentemente marginali (e luce e risalto ulteriori a quei frangenti di poesia che tutti ammirano indipendentemente dal resto). Prima ancora della struttura, Croce sembrerebbe poi mal sopportare le sovrastrutture accumulatesi successivamente, perlomeno quelle che oltrepassano la soglia di esegesi da lui consentita: i discorsi di quei dantisti, insomma, che si attardano a “discorrere del «domicilio coatto» di Virgilio, e dell’«alpinismo» di Dante, e simili”, mentre potrebbero “leggere Dante proprio come tutti i lettori ingenui lo leggono e hanno ragione di leggerlo, poco badando all’altro mondo, pochissimo alle partizioni morali, nient’affatto alle allegorie, e molto godendo delle rappresentazioni poetiche, in cui tutta la sua multiforme passione si condensa, si purifica e si esprime” (Benedetto Croce, La poesia di Dante, Laterza, 1921, seconda edizione, pp. 69-70; d’ora in avanti soltanto: LpdD). Il filosofo qui semplifica, non è affatto inutile porsi delle domande, approfondire, interpretare (e uno studioso, pur partendo preferibilmente da un approccio spontaneo, dopo dovrà pur fare qualcosa in più del lettore ingenuo). Al tempo stesso, però, evidenzia in effetti un eccesso di funzionamento della macchina esegetica, che ha prodotto talvolta il paradosso di una critica dantesca più esoterica del poema stesso. Ma allora come spiegarsi il suo sottovalutare il primo canto, che per Croce darebbe “qualche impressione di stento: con quel «mezzo del cammin» della vita, in cui ci si ritrova in una selva che non è selva, e si vede un colle che non è un colle, e si mira un sole che non è il sole, e s’incontrano tre fiere, che sono e non sono fiere” (LpdD, p. 73)? Sembra sfuggirgli che la selva e le fiere ci appaiono terribili anche per le loro risonanze fisiche e letterali, prima ancora che morali e allegoriche, e che l’inizio del poema non risulta quindi affatto stentato, ma potentemente affascinante. Insomma, Croce contesta ai dantisti di restare impelagati nell’allegoria, e poi lui stesso come lettore vede solo allegoria, e non l’altra faccia. Vedremo come incorra in un equivoco simile anche rispetto alla struttura dell’opera.

Nel capitolo intitolato La struttura della «Commedia» e la poesia, Croce esordisce svalutando l’organizzazione stratificata alla luce del “sentimento delle cose mondane” che Dante manifesta per tutto il poema, laddove a suo dire una rappresentazione dei regni ultraterreni “avrebbe richiesto un assoluto predominio del sentire del trascendente su quello dell’immanente, una disposizione qual’è propria dei mistici ed asceti, aborrente dal mondo, aspra e feroce, o estasiata e beata” (LpdD, p. 53). È curioso come un’opera venga commentata evocando ciò che poteva essere e non è stata, e quindi in definitiva tutt’altra cosa, e che al più grande poeta cristiano di ogni tempo si contesti di non essere stato precisamente un mistico, ma qualcuno per cui “l’altro mondo non si sovrapponeva nella sua commossa fantasia al mondo, sì invece apparteneva con esso a un sol mondo, al mondo del suo interessamento spirituale”, mentre avrebbe dovuto proporci, chissà come e con quali risultati, “lo scolorarsi di tutte le cose umane, il disinteresse che si stabilisce verso di esse, l’indifferenza per la particolarità degli affetti e delle azioni” (LpdD, p. 54). Insomma, Croce non ha dubbi: Dante per lui ci racconta “proprio come non si può (almeno poeticamente) andare nell’altro mondo, il quale esige che si svestano tutte le passioni umane e si guardino le cose con altr’occhio, con l’occhio di chi si è risvegliato da un affannoso e brutto sogno e si ritrova nella vera e radiosa realtà” (LpdD, p. 55). E invece come sappiamo il poeta indugia a raccontare tutta la passione umana delle anime, il loro rimpianto del mondo, la loro incomprensione della morte, ed è lì la sua forza, non certo la sua debolezza. Manca allora del tutto e incredibilmente in Croce il sentimento dell’ambivalenza: la poesia di Dante non risuona infatti attaccata alla vita terrena nonostante parli dei regni ultraterreni, ma proprio per quello, e il pathos dell’aldilà non è separabile da un’accorata compassione per il nostro aldiquà. Ignorare questo significa in definitiva non capire il gioco serissimo a cui la Commedia ci invita a giocare. (altro…)

Giuseppe Ceddìa, I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Eliseo Sala: Malinconia, o Pia de’ Tolomei (1846)

Il seguente testo è un estratto dal lavoro di ricerca L’imagery gotica nella letteratura dell’Ottocento italiano.
Tutta la nostra letteratura dell’Ottocento è permeata da lugubri atmosfere mutuate dal gotico anglosassone (il cui avvio è sancito dal romanzo The Castle of Otranto di Horace Walpole, 1764); ben prima degli scapigliati e dei veristi – i quali in maniera assai costante hanno dedicato molti racconti a tematiche oscure e fantastiche nel senso più ampio del termine – vi è stato il romanzo storico, il quale nelle opere di Manzoni, Guerrazzi, Cantù, Bazzoni, etc. ha sostanzialmente dato linfa al genere romantico (seppur mal temperato, essendosi sviluppato nella “soleggiata” Italia e non nei lugubri cieli d’Oltralpe). Anche il romanzo storico italiano, però, ha i suoi “tetri” antecedenti, ravvisabili nella novella in versi pre-romantica, che non si fa fatica ad accostare ai componimenti dei poeti cimiteriali inglesi Gray e Young.

 

I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Prima dell’affermarsi del romanzo storico in Italia, per intenderci quello derivante per filiazione diretta dalla lettura di Walter Scott,[1] vi erano state operazioni che in qualche modo, seppur con diverso impeto e motivazioni, avevano anticipato il neo-genere, in primis per la presenza di alcune atmosfere lugubri e per l’impianto “storico” della narrazione.
Facciamo riferimento al poema cavalleresco da un lato, che si situa – temporalmente parlando – ben prima del romanzo storico, e delle novelle in versi o in prosa dall’altro, rappresentative della maniera preromantica, che in qualche modo anticipano la stessa operazione romanzesca di più ampio respiro, essendo lo sfondo storico sostanzialmente invariato.
In coerenza con la presente trattazione ci soffermiamo sulla stagione preromantica nella quale anche alcuni tra gli stessi classicisti, in apparente contraddizione con quanto professarono, si mossero agevolmente tra atmosfere cimiteriali e lugubri, mutuate principalmente dai componimenti in versi dei cosiddetti poeti “cimiteriali” inglesi (Edward Young e Thomas Gray su tutti) da un lato, e dalla traduzione dei Canti di Ossian curata da Melchiorre Cesarotti, dall’altro.
Scrive Lopez-Celly: «Le visioni lugubri erano allora di moda, rese celebri specialmente dai nomi di Young, Betola, Gray ed altri»;[2] e ancora: «L’indirizzo storico in Italia, prima dello Scott, è anche attestato dalla rigogliosa fioritura delle novelle in prosa e in versi. Scrissero novelle in prosa il barnabita Cosimo Galeazzo Scotti, l’Agrati che, con la sua Storia di Clarice Visconti, (1817), ci ha dato piuttosto un breve romanzo; Diodata Saluzzo Roero, tanto ammirata e tanto esaltata dal giovane Santorre, della quale fu merito trattare la novella in modo popolare, ravvivandola e drammatizzandola. Più numerosi gli scrittori di novelle in versi […] tra i quali è assai noto il Grossi con la sua arte rugiadosa, sdolcinata, cascante, indeterminata pur nella sicurezza sonante dell’ottava. […] Gli elementi che preannunciano il romanzo storico si riscontrano più che nella Fuggitiva, pubblicata nel 1816 in dialetto milanese, nell’Ildegonda (1820) […]. Nelle novelle del Pellico siamo dinanzi ad un Medio Evo di cartapesta, gemebondo, lacrimoso, in cui domina più la pietà che la ferocia, […] l’armamentario del romanzo storico scottiano, castelli, menestrelli, ecc. è già in atto. Troviamo, invece, soltanto influssi byroniani ed ossianeschi nella migliore di tutte queste novelle, la Pia de’ Tolomei (1822) di Bartolomeo Sestini, originale, efficace e suggestiva specialmente nella descrizione della maremma toscana».[3]
Non a caso, a proposito di influssi ossianici, la novella in versi di Sestini è davvero zeppa di situazioni inquietanti riconducibili al gotico anglosassone; riguardo a Diodata Saluzzo Roero, vedremo come alcune sue novelle, in particolare Il castello di Binasco (1819), siano riconducibili alla maniera gotica della Radcliffe.
Lo stesso Alessandro Manzoni, che si dimostrò assai contrario a quel “guazzabuglio di streghe, di spettri” (esprimendo la sua idea sul Romanticismo al marchese Cesare D’Azeglio in una lettera del 1823), non rimase indifferente, anzi elogiò il poemetto Rovine (1816) della Roero.
Persino Ludovico Di Breme definì lo scritto come uno degli esempi più alti di Romanticismo italiano, assolutamente in controtendenza rispetto al moderatismo manzoniano.
Di Breme individuò, nel poemetto della Roero, quella “lezione” che Madame De Staёl – sempre nel 1816, in un articolo intitolato Sulla maniera e utilità delle traduzioni (tradotto da Pietro Giordani), apparso sul primo numero della “Biblioteca italiana” –  tentò di comunicare ai classicisti italiani, consigliando loro di guardare oltre le proprie mura domestiche e di concentrarsi e porre attenzione a ciò che avveniva in Francia e Germania.
Basta leggere alcuni passaggi del poemetto affinché la memoria spontaneamente corra ai componimenti ossianici e a quelli dei cimiteriali inglesi:

Ombre degli Avi per la notte tacita
al raggio estivo di cadente luna
v’odo fra sassi diroccati fremere,
che ‘l tempo aduna.
[…]
Salve, o sacra rovina! io seguo, e schiudonsi
innanzi al lento e traviato passo
le doppie torri e meditando siedomi
sul duro sasso.

Ma oltre alla Roero (che Foscolo salutò come la “Saffo italiana”)[4] fu proprio il poeta di Zante a far sua la lezione della letteratura sepolcrale con il carme Dei Sepolcri, dedicato a quell’Ippolito Pindemonte (traduttore dell’Odissea omerica) il quale, con poco acume, non notò il netto fil rouge tematico che legava il componimento foscoliano ai cimiteriali inglesi.
A tal proposito osserva Maria Antonietta Terzoli: «La pretesa del Pindemonte di avere tra le mani un soggetto che gli parea nuovo è sintomo, se non di ingenua presunzione, di cecità un po’ capziosa, per chi rifletta sulla moda della letteratura sepolcrale europea, in versi e in prosa, penetrata in Italia soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo attraverso molteplici traduzioni e rifacimenti. Basti ricordare la fortuna della Elegy written in a country Churchyard di Thomas Gray, tradotta in italiano dal Cesarotti e in latino dal Costa […]. Né si dovranno dimenticare The Complaint, or Night Thoughts on Life, Death and Immortality di Edward Young (Le Notti), o Meditations among the Tombs di James Hervey (Le Tombe).
E tra gli autori nostrani si dovranno menzionare almeno il Varano macabro delle Visioni e le Notti romane (1792-1804) di Alessandro Verri, ambientate presso il sepolcro degli Scipioni di recente scoperto».[5]
Le composizioni sepolcrali appaiono tratto comune al neoclassicismo e al preromanticismo; il ‘funebre’ caratterizza in maniera assai penetrante queste opere, conseguenza diretta delle «grandi scoperte archeologiche di secondo Settecento e specialmente in una archeologia come quella pompeiana, che istituzionalmente si misura con il modello di una città morta e col tema delle rovine e dell’ubi sunt».[6] (altro…)