Michele Stanco, Da Dante a Bandello, un “Romeo e Giulietta” a lieto fine

Da Dante a Bandello, un “Romeo e Giulietta” a lieto fine.
L’intricato sottosuolo di una storia antica
di Michele Stanco

All’inizio fu Dante, con il suo «Vieni a veder Montecchi e Cappelletti» (Purgatorio, VI, 106). Oppure no! La storia di Romeo e Giulietta, immortalata da William Shakespeare verso la fine del Cinquecento,[1] parte forse da molto più lontano (oltre, naturalmente, a continuare anche dopo Shakespeare, tra infinite riscritture, rimediazioni, appropriazioni). 
Tra le tante versioni della storia antecedenti a Shakespeare,[2] ce n’è una, molto famosa, di Matteo Bandello: la novella IX della Seconda parte della sua raccolta, intitolata La sfortunata morte di due infelicissimi amanti che l’uno di veleno e l’altro di dolore morirono, con vari accidenti.[3] Novella che, pur non essendo la fonte diretta della tragedia shakespeariana (che, com’è noto, si ispirò al poema di Arthur Brooke, The Tragicall Historye of Romeus and Juliet, 1562),[4] costituisce nondimeno una delle versioni più felici e meglio artisticamente riuscite della storia.
Bandello, però, oltre alla celeberrima novella dei “due infelicissimi amanti”, ce ne regala anche un’altra, a essa strettamente – ancorché misteriosamente – legata: una sorta di Romeo e Giulietta a lieto fine. La novella, a sua volta, è inserita nella Seconda parte della raccolta (è la numero XLI) e reca un titolo lunghissimo: Uno di nascosto piglia l’innamorata per moglie e va a Barutti [Beirut]. Il padre de la giovane la vuol maritare: ella di dolore svenisce e per morta è seppellita. Quel dì medesimo ritorna il vero marito e la cava da la sepoltura e s’accorge che non è morta, onde la cura e poi le nozze solenni celebra. Come si può facilmente intuire, è il titolo stesso (che, come sempre in Bandello, è anche un compendio della trama) a riportarci alla storia e agli “accidenti” di Romeo e Giulietta.
L’azione, in questo caso, non si svolge a Verona, ma a Vinegia (Venezia); i due amanti non si chiamano Romeo e Giulietta, ma Gerardo e Elena; l’epilogo, anziché tragico, è felice. Tutto il resto è estremamente simile.[5]
In sintesi, gli elementi condivisi sono: il matrimonio segreto di due giovani innamorati; la presenza di una vecchia balia o serva che fa da tramite tra i due giovani, agevolandone la comunicazione, gli incontri e infine le nozze; l’imposizione di nuove nozze alla sposa da parte del padre, ignaro delle prime nozze di lei; la morte apparente della giovane in seguito a tale ordine; la sua sepoltura nella tomba di famiglia; il ritorno (da un viaggio o dall’esilio) dello sposo segreto, che, informato della morte della moglie, grazie anche all’aiuto di un amico (o servo), scoperchia la cripta e vi si introduce dentro per morire accanto a lei; il risveglio della sposa (all’esterno o all’interno della cripta).
Come si può vedere, gli elementi in comune tra le due novelle sono talmente numerosi e sequenziali che, applicando il metodo e la tassonomia elaborati da Aarne-Thompson, possiamo concludere che esse non si limitano a condividere alcuni “motivi”, ma appartengono a uno stesso “tipo”.[6]
La differenza principale è nel finale: mentre Romeo ha già bevuto il veleno prima del risveglio dell’amata ed è dunque condannato a morire e, di conseguenza, a far morire la sua sposa, il suo omologo Gerardo, che pure aveva contemplato il suicidio tramite veleno, decide di posporre tale gesto,[7] con ciò salvando sé stesso e l’amata. In particolare, nella storia di Gerardo e Elena, è proprio il bacio dello sposo, associato al suo lungo e caldo abbraccio, a risvegliare gli spiriti della giovane moglie, riportandola in vita. In sintesi, alla morte di Romeo e Giulietta, condannati anche dalla stessa impulsività dello sposo, fa da contrasto la salvezza e la felicità di Gerardo e Elena, risparmiati dalla maggiore ponderatezza di lui o forse da una mera coincidenza, da un più fortunato incrocio dei piani temporali.
Oltre alla trama, vari elementi accomunano le due novelle: dal gusto per l’“orroroso”, il macabro, la necrofilia all’idea dell’indissolubilità di un legame amoroso che va al di là della vita e della morte. Degna di rilievo anche la rappresentazione realistica, priva di censure, delle due eroine, il cui desiderio è del tutto omologo, per carnalità e intensità, a quello maschile.[8]
In genere, la critica ha ricondotto le due novelle a due matrici diverse, ancorché, almeno in parte, convergenti. La storia di Romeo e Giulietta ha come antecedente più o meno immediato una novella di Luigi da Porto, la Istoria novellamente ritrovata di due Nobili Amanti (redatta fin dal 1524, stampata nel 1530). Da Porto, a sua volta, si era ispirato al Novellino (1467) di Masuccio salernitano, in particolare alla novella di Mariotto e Giannozza (la XXXIII), ambientata a Siena e basata sul motivo della “morta apparente”. Per non dire del mito di Piramo e Tisbe che – com’è stato ampiamente osservato – è molto simile, nella trama e nell’epilogo, alla storia dei due amanti sfortunati.[9]
La storia di Gerardo e Elena, a sua volta, è stata ricondotta a varie fonti, tra le quali una novella dell’umanista Ortensio Lando (prima metà del ’500); la novella di Gentile Sermini, Vannino da Perugia e la Montanina, inclusa in una raccolta di quaranta novelle (1424); infine, una novella del Decameron di Boccaccio (X, 4).
Ora, il fatto stesso che le fonti delle due novelle, per quanto diverse, sono parzialmente intrecciate (per esempio, è possibile che Masuccio si sia ispirato a Sermini o a Boccaccio) ci lascia immaginare che esse possano derivare da un’origine comune, ovvero da un mito o un archetipo condiviso.
Sul piano mitico-simbolico, nelle due novelle il secondo sposo imposto alla giovane donna dal padre appare come un’anticipazione della morte, anzi è la Morte stessa,[10] laddove il primo (e vero) sposo, che torna da lontano per rivedere/ricongiungersi/baciare per l’ultima volta l’amata, è anche l’antagonista della Morte e, dunque, un simbolo di vita e di fertilità. E se Romeo, nel suo scoperchiare l’avello e calarvisi dentro, è un novello Orfeo che, dopo un lungo viaggio, scende nel regno dei morti, senza riuscire (per errore, per impulsività) a riscattare la sua Euridice, Gerardo, al contrario, è una specie di Principe azzurro che riesce a risvegliare la giovane amata dalla sua morte apparente (o dal suo lungo sonno) grazie al calore vivificante di un bacio d’amore.
Perché in fondo – come hanno osservato vari studiosi del mito, della favola, del folclore –[11] tutte le micro-storie si riducono forse a un’unica macro-storia: quella con la quale l’uomo cerca di dar senso, in forma di racconto, al suo stesso essere-nel-mondo.

© Michele Stanco

 


[1] Romeo and Juliet di William Shakespeare fu stampato con due titoli leggermente diversi in due edizioni in quarto: la prima nel 1597 e la seconda nel 1599. La seconda edizione, quella più corretta e che normalmente leggiamo oggi, era intitolata: The Most Excellent and lamentable Tragedie, of Romeo and Juliet. Newly corrected, augmented, and amended. La data di composizione della tragedia è generalmente assegnata agli anni immediatamente precedenti alla prima edizione.
[2] Si potrebbe addirittura parlare di un a.S. e di un d.S.=avanti Shakespeare e dopo Shakespeare.
[3] Le edizioni di Bandello e dei principali testi primari ai quali si è fatto riferimento sono indicate nella Bibliografia finale.
[4] L’opera di Brooke è un lungo poema narrativo, di oltre 3.000 versi.
[5] Dal momento che nella novella XLI non vi è alcun accenno a una rivalità tra le rispettive famiglie d’origine, le ragioni che inducono la giovane coppia a mantenere segreto il loro matrimonio risultano oscure.
[6] Il sistema di classificazione Aarne-Thompson è un metodo di classificazione delle fiabe e dei racconti popolari. Attraverso la mappatura di un repertorio vastissimo di testi appartenenti a vari paesi e tradizioni, il sistema propone un “indice” ovvero un catalogo numerato dei “tipi” e dei “motivi” ricorrenti nei racconti. La classificazione fu sviluppata inizialmente da Antti Amatus Aarne (1910), successivamente rivista e integrata da Stith Thompson (Motif-Index of Folk-Literature, 1932–37) e infine da altri.
[7] “Ma prima che egli s’avvelenasse o con altra specie di morte desse fine ai giorni suoi, deliberò […] voler andare ed aprire la sepoltura ove Elena giaceva”, p. 359.
[8] Oltre alle succitate novelle, in Bandello ve n’è una terza che condivide con le altre due il segmento narrativo della sepoltura di una coppia (la novella di Pandolfo del Nero, I della Terza parte). In questo caso, però, si tratta della condivisione di un unico motivo, dal momento che l’innamorato viene sepolto con la donna solo a causa dell’inganno di lei che, vedendo prossima la sua fine, vuole morire col suo uomo. Dopo essere stato sepolto, Pandolfo, riesce comunque a salvarsi grazie a un “nuovo accidente”. Va da sé che in questo caso manca quell’assolutezza e reciprocità dell’amore che, invece, permea interamente le altre due novelle.
[9] Analogamente alla storia di Romeo e Giulietta, il mito di Piramo e Tisbe (ripreso, tra gli altri, da Ovidio nelle sue Metamorfosi) ci presenta la morte presunta della donna, a cui fa seguito il suicidio dell’uomo, sconvolto dal dolore, e, infine, il suicidio della donna in seguito alla morte di lui.
[10] La coincidenza del nuovo sposo (Paris o Paride) con la Morte, già ravvisabile in Bandello, si fa ancora più evidente nel Romeo and Juliet di Shakespeare, in cui la Morte, personificata al maschile, “giace con” e “deflora” Giulietta (Atto IV, scena 5).
[11] Si veda, tra gli altri, Vladimir Propp, Le radici storiche dei racconti di fate, Torino, Bollati Boringhieri, 2012 (ed. or. in lingua russa, 1946).


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Bandello Matteo, Novelle, introduzione di Luigi Russo, premessa al testo e note di Ettore Mazzali, Milano, Rizzoli (1990), 2007.
Boccaccio Giovanni, Decameron, a cura di Mario Marti, Milano, Rizzoli (1974), 2010.
Chiarini Cino, Romeo e Giulietta. La storia degli amanti veronesi nelle novelle italiane e nella tragedia di Shakespeare, Firenze, Sansoni, 1906.
Curi Umberto, Miti d’amore. Filosofia dell’eros, Milano, Bompiani, 2009.
Frye Northrop, Anatomia della critica. Teoria dei modi, dei simboli, dei miti e dei generi letterari, Torino Einaudi, 1969 (ed. or. 1957).
Propp Vladimir, Le radici storiche dei racconti di fate, Torino, Bollati Boringhieri, 2012 (ed. or. in lingua russa, 1946).
Romano Angelo (a cura di), Le storie di Giulietta e Romeo, Roma, Salerno editore, 1993.
Shakespeare William, Romeo and Juliet, ed. by René Weiss, London, The Arden Shakespeare, 2012.

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