Riletti per voi #28: Maria Corti, L’ora di tutti

Maria Corti, L’ora di tutti
Bompiani (prima edizione 1962)

I quattro versi – tutta la terza strofa di La muerte da Canto general di Pablo Neruda – che Maria Corti riporta nell’esergo anticipano da quale punto di vista sarà sviluppata la narrazione: i poveri, i semplici:

Quiero estar en la muerte con los pobres
que no tuvieron tiempo de estudiarla,
mientras los apaleaban los que tienen
el cielo dividido y arreglado.

L’introduzione dell’autrice chiarisce, poi, quale sarà l’oggetto della narrazione, vale a dire «l’antica storia di coraggio e di sangue», a Otranto, nel 1480. Come seguendo una telecamera che si muove e guidati dalla voce narrante, entriamo nella Cattedrale di Otranto, nella quale ci sono «Loro», o, più prosaicamente, sono conservate le spoglie dei “martiri di Otranto”.
Maria Corti è consapevole che luci, suggestioni e l’umana immaginazione possono trasportare il ricordo verso un’atmosfera «irreale, di favola». Mette subito in guardia chi legge che di Storia si tratta, non di fiaba, una storia che ha lasciato tracce profonde nelle persone e nei luoghi e quella sarà la materia narrata, dalla prospettiva, innanzitutto, dei pescatori:

Ma mettiamo di soggiornare a lungo nella vecchia Terra d’Otranto, di scendere al crepuscolo verso il molo del porto, durante una bufera di tramontana, quando i pescatori siedono in terra alla turchesca, la pelle abbronzata, guardando pian piano il mare, riflettendo da soli, aspettando in silenzio, come suoi fidati amici, che quella furia passi. È suppergiù come aprire una finestra che dia in un luogo segreto e appartato. Le cose allora cambiano, ogni distanza nel tempo cade, ogni senso di favola si fa impossibile: sono ancora Loro che abbiamo davanti, gli stessi pescatori, salvo qualche dettaglio, qualche frastuono momentaneo, attorno alla loro persona; gli stessi piccoli uomini dalla squisita capacità di comportarsi bene, nell’ora destinata.
Si fa un gesto di saluto. Rispondono:
“Buon vespro a signoria,” e tornano a tacere, ad aspettare: un silenzio puro, che si espande all’intorno, come la chiara luce dell’alba sul colle della Minerva, dietro la città. È da quel silenzio che affiorano le antiche voci e tremano al di dentro di una brillante giovinezza, che era la loro vita. (p. 13)

La voce narrante dell’Introduzione cede il passo, dunque, alle voci, anch’esse in prima persona, di Colangelo pescatore e del capitano Zurlo nella Prima parte, di Idrusa nella Seconda parte, di Nachira e di Aloise de Marco (quest’ultimo racconterà della ‘rinascita’ di Otranto) nella Terza parte.
Le voci di Colangelo, di Zurlo, di Idrusa, di Nachira conducono, con una narrazione che riporta indietro nei dati biografici di ciascuno e, allo stesso tempo, illuminano su luoghi, contesti e dinamiche, all’evento che è ricordato dal titolo del romanzo, L’ora di tutti, appunto, così descritta al capitano Zurlo da un altro personaggio importante nell’ampia costellazione illuminata dal libro, don Felice Ayerbo, l’unico spagnolo rimasto a Otranto all’arrivo dei turchi:

“Vedete, Zurlo, a ciascun uomo nella vita capita almeno una volta un’ora in cui dare prova di sé; viene sempre, per tutti. A noi l’hanno portata i turchi.” (pp. 148-149)

Le narrazioni si danno il cambio e costituiscono, tutte insieme, tassello per tassello, un quadro ampio e movimentato, tra introspezione, rievocazione, momenti epici, toni lirici e riflessioni filosofiche. Poi c’è la coralità, che, anticipata, come si è visto, nell’Introduzione, ritorna anche nelle descrizioni di paesaggi, i quali sembrano quasi dipinti da uno sguardo innamorato. Quanto alla polifonia del romanzo, con le voci provenienti dal mondo dei trapassati, fu la stessa autrice a sottolineare il richiamo alla Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.
Maria Corti rende i pensieri delle voci narranti senza ricorrere a forme dialettali o a varietà linguistiche legate a determinati tempi e luoghi – a parte la ricorrenza di alcuni vocaboli per designare oggetti della vita quotidiana dei pescatori, come “conzi”, o accessori non più conosciuti nell’era contemporanea, come “gorzaretto” – e si esprime invece in una lingua comprensibile, eppure attenta alle diversità dei caratteri dei personaggi che di volta in volta raccontano gli eventi dalla propria prospettiva.
Di Colangelo colpisce la ricorrenza dell’aggettivo “stravagante”, che ritorna anche nella narrazione di Idrusa (che vi aggiunge l’aggettivo “fantastico”, sempre in un’accezione diversa da quella corrente e che va nella direzione di “spostato”, “stralunato”, “straniato”) e di Nachira, quando ci si riferisce all’allontanamento da modelli di comportamento condivisi dalla comunità. Dal racconto di Colangelo rimangono impressi non solo la notte stravagante, ma anche la rievocazione, quasi in un sogno a occhi aperti, della storia d’amore con Assunta, immersa in un paesaggio incantevole, a dispetto di qualche imprecisione storica, come la presenza di un tacchino nell’aia e una frisella d’orzo con il pomodoro in un’epoca antecedente la ‘scoperta dell’America’.
Del capitano Zurlo, il comandante della guarnigione di Otranto, designato un giorno, a Napoli, in un capriccio del caso e del re Ferrante d’Aragona, restano scolpite nella memoria di chi legge sia le conversazioni con don Felice, svolte dinanzi a una scacchiera o, in compagnia anche del figlio Giovannello, dinanzi alla maestosità della natura, sia le riflessioni sulla propria inclinazione alla razionalità – reputata dai suoi due interlocutori abituali come incapacità a cogliere la «poesia della natura» e, al contempo, il momento prodigioso, che precede “l’ora di tutti”, nel quale il ‘logico’ Francesco Zurlo percepisce come prodigioso l’infinito dei corpi in movimento nella volta celeste e sembra raggiungere quella “felicità mentale” cognitiva, la voluptas intellectualis, contemplata dall’opera del Duecento di Boezio di Dacia De summo bono e alla quale Maria Corti dedicò studi e scritti (tra gli altri, La felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante, del 1983).
Di Idrusa si è scritto (Oreste Macrì nel saggio che nel volume precede il romanzo) che sembra scostarsi bruscamente dalle martiri cristiane, in particolare da Perpetua di cui narra la Passione delle Sante Perpetua e Felicita, tradotta da Maria Corti e ora reperibile nel volume Un ponte tra latino e italiano (interlinea, Novara 2002). In realtà i legami tra Perpetua e Idrusa sono più tenaci di quanto un primo sguardo possa far trapelare e risiedono nella consapevolezza della diversità rispetto a una passiva accettazione dei ruoli, nella determinazione nella ricerca della felicità, che per Perpetua risiede nella vita ultraterrena e per Idrusa assume le forme di una agognata armonia con la natura:

Andavo sì scalza, come tutte le mogli dei pescatori, ma a differenza delle altre annodavo con cura i capelli e li fermavo con cordelle di seta colorata, perché non mi lasciava mai la volontà di essere bella. Spesso, uscendo dalla porta grande, scendevo verso gli ulivi della Rocamatura, camminando come i ragazzini, quando vanno soli per la via, e presi dalle meraviglie del mondo, fanno lunghi giri inutili, a vedere gli ulivi declinati verso il mare, alcuni di qua altri di là dalle rocce, con pezzi di radice al sole, mi domandavo come gli uomini non ammattissero dalla voglia di vivere fra gli alberi. La cosa stravagante della Rocamatura erano le tonde colline di sabbia, da cui sortivano gigli bianchi con un lungo stelo grasso. Sprofondavo fino al ginocchio nella sabbia finché, arrivata alla Punta, mi sdraiavo con le mani dietro la nuca e restavo così magari un’ora, fissando un giglio che dondolava nell’aria, domandandogli “Come si fa a essere felici?” (p. 165)

Tocca a Nachira, pescatore anch’egli come Colangelo, narrare dell’uccisione degli ottocento otrantini sul colle della Minerva, mentre è Aloise de Marco a riprendere la narrazione, spostandosi in avanti: dall’agosto 1480 all’ottobre 1481, dopo la riconquista di Otranto e l’entrata in città delle truppe del viceré don Alfonso, truppe invano attese l’anno precedente.
Acuto lo sguardo di Aloise, quasi una sorta di alter ego di Maria Corti, nel considerare la storia dei poveri e la storia dei potenti, rappresentati, nella scena conclusiva, dal duca Alfonso alle nozze, le prime nozze dopo la rinascita di Otranto, alla masseria a San Donato. L’affabilità e le promesse dei potenti sono soltanto condiscendenza di facciata, concessione fugace, nelle cerimonie di trionfi, ai semplici e ai poeti. A questa condiscendenza Aloise replica: «“Io non mi incupisco, eccellenza”, risposi: “io amo l’odore di finocchio e di malvarosa dei campi, la tranquillità della gente di qui”».

© Anna Maria Curci

 


Il romanzo L’ora di tutti di Maria Corti è stato al centro dell’incontro del 17 gennaio 2021 nell’ambito dell’iniziativa “Aperitivo con libro

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