Autore: Anna Maria Curci

Gianni Iasimone, La Quintessenza

Gianni Iasimone, La Quintessenza. Prefazione di Salvatore Ritrovato, Arcipelago itaca 2018

Quattro elementi, fuoco, acqua, terra, aria per le quattro sezioni che compongono il libro e, aleggiando come lo spirito sulle acque nella creazione, la Quintessenza, vita e affabulazione, amore e cura narrati e cantati in assenza della madre, di colei della quale un verso di semplice, sovrana bellezza recita in dialetto «spannivi pac’ purtàvi cuntentezza» (“spandevi pace portavi gioia”): con questi indizi mi accingo a introdurre la raccolta poetica di Gianni Iasimone.
La quintessenza – ciò che abbraccia e trascende i quattro elementi – è tutto e, insieme, tutto ciò che è legato alla madre, lingua, parola, terra, cuore, comunità.
Già il primo componimento ne fa chiara e ampia, dolorosa e rievocativa professione: «Tutto finì quel giorno / o ebbe inizio quando/ il nostro urlo primigenio/ incrociò il volo di una farfalla / mentre tu chiedevi aiuto».
La richiesta d’aiuto, l’urlo primigenio, il volo di una farfalla sono tutto e una cosa sola nell’estate che si rincorre dal 2007 al 2017 (il sottotitolo spiega tra parentesi che l’arco temporale è quello, estate 2007 – estate 2017).
Dell’estate appare nella prima sezione, intitolata FUOCO (una sola), il crepitare delle stoppie, l’ardere pervasivo di una stagione che si consuma, che consuma e prosciuga “la” sorgente, la fonte di vita. Della campagna, delle erbe che accolgono e propagano la nuova della morte e dell’incipiente notte si dice che sono «rassegnate ad affrontare / un nuovo giorno di fuoco». La stagione con l’afa e l’arsura pare perfino superare l’inferno per la violenza dei dardi brucianti, ora che manca colei che già con il solo sorriso recava sollievo: «Solleone – quest’anno / già bruci più / dell’inferno. // Non c’è più / il fresco venticello / del suo sorriso.».
Eppure la fine e il principio sono accostati, si sporgono l’una verso l’altro. La prossimità si palesa nelle rime ricorrenti, anche interne, in questa prima sezione (apparsa, come avverte l’autore, in Chiavi storte, Mobydick 2012): assenza, essenza, distanza, speranza. L’io poetico osserva, rievoca, richiama, ritorna allora «con alterno sentimento» (Terra mia). (altro…)

Martina Campi, Quasi radiante (nota di Anna Maria Curci)

Martina Campi, Quasi radiante. Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Sonia Caporossi, Tempo al Libro, Casa Editrice in Faenza, 2019

Ha un trionfo l’amore e la morte ne ha uno,
il tempo e il tempo dopo.
Noi non ne abbiamo alcuno.

Solo calare d’astri intorno a noi. Riverbero e tacere.
Ma il canto oltre la polvere dopo
ci saprà sormontare.

Questo componimento, il quindicesimo e ultimo dei Canti lungo la fuga che Ingeborg Bachmann pubblicò nel 1956 nella raccolta Invocazione dell’Orsa Maggiore e che ho proposto in apertura nella mia traduzione, è risuonato alla mia memoria percettiva così come alla coscienza che raccoglie e riannoda i fili, che distingue e collega traiettorie, tutte le volte che sono tornata a leggere Quasi radiante di Martina Campi. In Quasi radiante, infatti, così come nel testo di Bachmann, è possibile cogliere il segno, o meglio, le evidenze diffuse della sconfitta di un “noi” e, tuttavia, la tenace, caparbia resistenza del canto.
C’è, inoltre, nelle due opere qui affiancate, una particolare qualità della luce, che emerge nella raccolta di Martina Campi e che nella poesia di Ingeborg Bachmann si irradia dalla parola Abglanz, riflesso, riverbero.
Nell’ascesa verso la luce – tratto giustamente messo in evidenza da Fabio Michieli nella sua Prefazione – chi guarda e cerca è colpito in vario modo dai suoi raggi. Traiettorie, angolature e prospettive mutano e deviano dalla direttrice principale, conferendo allo sguardo che scruta e che coglie, così come agli oggetti minuziosamente registrati come dato sensibile, ampiezza e complessità, caratterizzate da una mobilità continua del punto di vista e da un conseguente spostamento di significato.
Come per il “canto oltre la polvere” nella poesia di Ingeborg Bachmann, anche per la “parola campiana” (Sonia Caporossi nella Postfazione) si avvera il prodigio della trasformazione del dolore esistenziale, della condizione permanente di sconfitta, della negazione di qualsiasi trionfo in “tocco leggero” che restituisce “grazia e compostezza” (ancora Sonia Caporossi nella Postfazione). (altro…)

Massimiliano Bardotti, Diario segreto di un uomo qualunque

Massimiliano Bardotti, Diario segreto di un uomo qualunque. Appunti spirituali, Tau Editrice 2019

Principio queste mie considerazioni su Diario segreto di un uomo qualunque di Massimiliano Bardotti invocando quel silenzio di cui il poeta Sergio Corazzini si nutriva «cotidianamente, come di Gesù» (citazione che figura per prima tra quelle poste in epigrafe). È il silenzio che fa percepire anche il più piccolo rumore («E i sacerdoti del silenzio sono i romori», Corazzini), è il silenzio che illumina l’oscurità e sbroglia il malinteso. Dal silenzio “un uomo qualunque”, l’autore del “diario segreto” ci viene incontro non certo come rappresentante del tristemente diffuso vivere barcamenandosi, del qualunquismo, bensì come Everyman, Jedermann, Ognuno, l’individuo, l’umano del Morality Play, ciascuno di noi, donne e uomini nel tempo «feroce e furibondo».
Nella sua Introduzione agli appunti, Massimiliano Bardotti richiama apertamente l’esperienza e la testimonianza di Etty Hillesum, il “cuore pensante della baracca” nel campo di transito di Westerbork. Il diario di Etty Hillesum rivolge un invito esplicito a ciascuno: “Che ognuno rientri in sé stesso” (riecheggia qui l’esortazione di Rilke nella prima delle Lettere a un giovane poeta: “Gehen Sie in sich hinein”, “vada in sé”) e prosegue così: «e in sé stesso sradichi e distrugga ciò per cui pensa di dover distruggere gli altri».
È un invito all’introspezione e alla costruzione di pace, alla contemplazione e all’azione di bene, nel segno della scelta e dell’assunzione di responsabilità; è un invito che viene colto, raccolto e disseminato da Massimiliano Bardotti in tutte le pagine, appunto per appunto, del suo Diario segreto di un uomo qualunque.
Dal silenzio e dall’attesa dell’alba le riflessioni dell’autore arrivano con chiarezza a chi legge e i concetti enucleati vanno a comporre un ideale glossario, del quale indico l’abc, vale a dire le voci corrispondenti alle prime tre lettere dell’alfabeto. (altro…)

Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti

Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti, Edizioni Cofine 2019

L’immagine di copertina, una riproduzione di La firma in bianco di Magritte, introduce in misura efficace ai “viaggi incompiuti”, il cui compte-rendu in molteplici versioni costella questa nuova raccolta di Mario Melis. Delle sue Notizie dall’isola serbo un ricordo chiaro e caro.
Il quadro di Magritte anticipa ed evoca, a mio parere, un aspetto centrale del volumetto di poesie, un aspetto che viene coniugato dall’autore in una successione di testi che egli stesso, nella nota intitolata A mo’ di scusa, definisce “difficili”, un aspetto al quale possiamo conferire i nomi – pur sapendo del rischio di mendacità e di effimero sfioramento che già la sola pronuncia dei nomi può provocare, come Melis ci avverte in Come se pronunciare il nome fosse conoscere – di parvenza, simulacro, ombra, apparizione, fantasma.
Fin dalla prima lettura di questo libro, che esige ritorni e riflessioni anche – ma non solo! – per la fittissima rete di richiami, alcuni esplicitati, altri lasciati ‘in cifra’, il mio pensiero è andato alla seconda parte del Faust di Goethe, in particolare, al terzo atto di Faust II, all’incontro di Faust con Elena. Simulacro potentissimo, e pur sempre simulacro. Ecco, i “viaggi incompiuti” di Mario Melis sembrano provenire proprio da un lutto perpetuato, da una perdita che ha causato una cesura insormontabile, come da un Faust mai più ripresosi dalla sparizione e dalla definitiva assenza di Elena. Sappiamo che nell’opera di Goethe non è così, Faust trasforma il lutto in attività benefica per la comunità che avrà la ventura di conoscere; in Rendiconti di viaggi incompiuti, invece, il trauma diventa l’occasione, la scintilla, il terreno fertile per l’infinito poema del rimuginare, del ritornare, del ripescare, del rimestare, del riflettere.
Non a caso ho scritto “terreno fertile”, perché la trama complessa che ne risulta è ricca di spunti e ha il fascino del pungolo a ricercare. In questo pungolo perenne alla ricerca sta un altro punto di contatto tra il Faust di Goethe e Rendiconti di viaggi incompiuti di Melis. E così, proseguendo nella lettura, ritroviamo, in Il femminicidio e Il lamento di Elena, nella ripresa della leggendaria palinodia di Stesicoro – una sorta di ammenda dopo un precedente poema che accusava la donna di adulterio, poema per il quale era stato punito con la cecità – la vera Elena che vive in Egitto durante la guerra, mentre è il suo fantasma quello che gli altri vedono a Troia.
Terzo e rilevante punto di contatto è senz’altro la centralità rappresentata dalla guerra di Troia, topos formidabile e tremendamente attuale. All’inizio del testo Il lamento del guerriero, la prima parte del Dittico di un altrove, l’asserzione è inequivocabile: «La guerra di Troia non finisce mai./ Tardi il guerriero ha compreso in sé stesso il proprio nemico/ e spera di ricevere uguale comprensione.» ¿Porque piensas a la guerra de Troya?, Perché pensi ancora alla guerra di Troia?, testo già presente in Notizie dall’isola e ribadito qui in due lingue, spagnolo prima e italiano poi, sottolinea, più avanti, la valenza plurale dell’evento narrato dall’epos antico, la sua natura di catalizzatore di solitudini e di cecità permanenti, così come di confronti con la Storia.
La guerra di Troia, insieme ad alcuni personaggi (oltre a Elena già menzionata, ricorrono di frequente Ulisse e Penelope; anche Ettore e Andromaca fanno la loro apparizione), riporta a Omero, poeta, voce che non può,  che non deve essere ignorata, perenne pietra di paragone.
Insieme a Omero, altre voci poetiche sono nominate, voci maestre e anime affini, primo tra il “colonnello”, vale a dire il poeta Ferdinando Falco; poi il poeta catalano Salvador Espriu, il poeta neogreco Jorgos Seferis; poi, ancora, Thomas Stearns Eliot. (altro…)

Renato Fiorito, Andante con pioggia

Quale può essere la cadenza di un canzoniere, Andante con pioggia, che attraversa più epoche di composizione nel percorso poetico di un amato amante della poesia come Renato Fiorito?
Non può essere, quella cadenza, che mutevole, e non per volubilità dell’autore, quanto piuttosto per un armonico voler assecondare le diverse fasi, le variate condizioni, i paesaggi in movimento così come i paesaggi dell’animo differenti.
Le variazioni della cadenza – nel suo duplice movimento del risuonare e del trafiggere, così come si manifesta compiutamente in Cadono le parole – si accordano, inoltre, al variare di interlocutori e destinatari in questo canzoniere che, per essere precisi, è ‘canzoniere all’amore’ ancor più che ‘canzoniere d’amore’.
Se infatti sono in gran numero i componimenti rivolti a un’amata, non mancano, tuttavia, canti d’amore a paesaggi (Squarcio, Azzurrità, Le nuvole), a scorci urbani (Inverno leccese, Caruggi, Lungotevere, Vicoli), a epifanie che si addensano attorno a visioni (Una donna-cigno) oppure a incontri fortuiti (Treni).
Cadenza varia, dunque, alternarsi di accelerazioni e rallentamenti, cambio di tempi, dal moderatamente lento dell’andante del componimento – Andante con pioggia, appunto – che dà il titolo alla raccolta, al moderatamente veloce di un ‘allegretto’, alla rapidità di un Vivace con brio, come recita il titolo di una delle sezioni che compongono la raccolta.
Così come cambiano i tempi, cambiano anche le tipologie dei singoli brani, nei quali l’aspirazione a fondere musica e poesia – «De la musique avant toute chose»! – si incontra con un lavoro rigoroso sulla nitidezza del dettato, che si distende tra la profusione delle immagini e il coraggio della sottrazione. Così, tra sezioni e composizioni singole, troviamo Notturni, Rapsodie, pastorali, ballate, romanze, Chiaro di luna.
È qui, nel variare le tipologie così come nella ricerca attenta e appassionata della perfetta esecuzione, che l’amato amante della poesia dispiega la sua fidata e fedele consuetudine all’ascolto delle voci altre.
Se dunque, e non soltanto per le origini partenopee dell’autore, più di una volta risuonano echi della poesia di Salvatore Di Giacomo, non di rado ci imbattiamo in suggestioni provenienti da altre lingue, da altre culture: Paul Verlaine poc’anzi menzionato, Wilhelm Müller di Fiori secchi da La bella mugnaia e Heinrich Heine di Quieta è la notte dal Libro dei canti (entrambi i componimenti furono musicati da Franz Schubert). Inatteso e tanto più sorprendente è, rivelato già dal titolo di un componimento, vale a dire Azzurrità, il risuonare di passaggi e paesaggi della poesia di Georg Trakl. Di un testo di Trakl, in particolare, il suono affine giunge con particolare intensità. Quel testo è Canto della sera e i due versi conclusivi, che riporto nella mia traduzione, sembrano essere stati interiorizzati e messi a frutto da Renato Fiorito: «Eppure quando scura melodia l’anima affligge,/ Bianca tu appari nel paesaggio autunnale dell’amico.»
Appaiono degne di nota, accanto alle scelte su cadenza, timbro, velocità e coloritura della parola, quelle su linee prospettiche, inclinazioni dei raggi, moti complementari nel velare e nel disvelare la luce.
Si tratta di scelte oltremodo efficaci nel rendere sia i rari trionfi, sia le frequenti sconfitte d’amore, nella tensione e nella tenzone dell’incontro e dello scontro, nel travaglio dell’abbandono come distacco, separazione, e nell’appagamento donato da un altro tipo di abbandono, quello fiducioso a un’entità che si riconosce come oltreumana, oppure al cosmo, dove  immergersi, smarrirsi felicemente, è motivo di gioia (e se non di gioia, almeno di acquietamento del dolore, come in Più nulla ci serve), o, ancora, alla meta, al bersaglio, all’approdo del sentimento amoroso.
La poesia passa, e non può fare altrimenti, per la cognizione del dolore: di questa universale constatazione l’opera tutta di Renato Fiorito ha fatto tesoro di espressione. Sotto questo aspetto Andante con pioggia è nel segno della continuità, non della rottura.
Nonostante la consuetudine con lo scomodo, aspro, cocente compagno inseparabile, il dolore, la poesia non si insabbia, non si disperde. Così, dal parco a Piedigrotta, dove riposano Virgilio e Leopardi, la poesia riparte, consapevole del mutare delle sue vesti, delle sue visioni e delle sue cadenze, con uno slancio considerevole. Essa si nutre e si fa grande, non uguale nel tempo eppure fedele alla sua forza di testimonianza: «Per questo la poesia, se si fa grande/  non resta uguale nel corso dei decenni/  ma si riempie del dolore altrui,/  di quelli che leggendola hanno pianto./ Allora è la poesia che si rigonfia/ come un fiume che cresce con la pioggia,/ diventa forte e tumultuosa e bella/ si fa parola in bocca della gente» (Piedigrotta).

© Anna Maria Curci

 

Lungotevere

Tra il fiume e la gente
passa senza rumore
la vita sotto i platani.
Risuonano segrete le parole
che un tempo mi dicevi.
Ci ritroveremo una sera
a raccontarci con gli occhi
il dolore di questa vita
passata senza cercarci.
Un fanale si accende contro la notte
e questo ci basta o ci uccide.

 

Andante con pioggia

Cade in baci
la piccola pioggia di marzo,
ha bocche di gelo
che inzuppano il cuore.
Alza le mani la sera
e le passa tra i capelli.
Tira fuori i remi la luna
per attraversare il cielo.
Accartoccio il mio amore
e ne faccio una bolla
per conservarne la luce.
I miei piedi
incontrano i tuoi
e se ne vanno via
senza voltarsi. (altro…)

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo. Disegni di Francesco Balsamo, Arcipelago itaca 2019

Dal cane corallo (Arcipelago itaca 2019) di Giampaolo De Pietro provengono scatti improvvisi, scarti, attese guardinghe e soprattutto tanto, tanto camminare.
L’autore dei versi dichiara che il Cane Corallo è il cane-meticcio cane-da-caccia Tobia, e già il nome apre la via a una serie di associazioni che vanno dal testo biblico alla serie televisiva in bianco e nero di quando al pomeriggio c’era “La TV dei ragazzi”.
Ma Tobia ha una sua personalità fatta di paure e di attenzioni, di mimetizzazioni – «Il cane corallo/ corteggia ogni cespuglio/ fino a sembrare un gatto (che fa le fusa/ e contro il primo che passa si struscia)» – e di attese in sconosciute scansioni del tempo: «il cane a muso stretto per/ la quiete irriflessa dalla bocca/ aperta di sempre, la lingua pendente/ sua attesa di appendersi all’aria del prossimo/ autunno, chissà che nome hanno le stagioni/ delle sensazioni per lui, il cane».
Nel suo camminare, che alterna i movimenti del battere e del levare, che è cadenzato dal fiato e dal fiuto (oltre il semplice e non sorprendente gioco di parole, vale la pena di indagare su questa “altalena del respiro”), si sollevano, si sprigionano domande. O siamo noi umani a immaginare, a ipotizzare quesiti e interrogazioni, a esprimerli sproloquiando, lingue verbose a fronte delle lingue lunghe, ma mute di idiozie, del cane?
Anche questo interrogativo anima le pagine di Dal cane corallo, ed è un interrogativo legato sia all’incontro tra due dimensioni esistenziali, canina e umana, sia agli strumenti espressivi e comunicativi in senso ampio:

La lunga lingua del cane,
per non sapere dire scemenze,
la lingua lunga dell’uomo,
per l’eccesso – opposto – contrario (altro…)

Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice

 

Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice. Prefazione di Roberto Malini, Lavinia Dickinson Edizioni 2019

Incurante, se non addirittura – così a me pare – beffarda di artificiose distinzioni di generi e specie nelle composizioni poetiche, Antonella Rizzo attraversa, esperisce, esprime, fa ‘detonare’, diverse tra le funzioni del linguaggio, quelle, per intenderci, che Roman Jakobson ha individuato come afferenti all’atto comunicativo, nei testi che costituiscono la sua raccolta più recente, A quelli che non sanno che esiste il vortice.
Adopero intenzionalmente l’aggettivo “comunicativo”, giacché fin dal titolo l’autrice non solo nomina i destinatari della sua opera, “coloro che non sanno che…” (funzione persuasiva), ma illumina sul contesto (funzione informativa) e genera curiosità: che cosa è il vortice, ci si chiede, e, ancora, chi è mai l’emittente del messaggio per essere depositario della nozione, dell’esperienza del “vortice” (funzione emotiva)?
Gli strumenti dispiegati nel far brillare la funzione poetica sono ampi, di varia natura, manovrati con abilità e consapevolezza, penne impugnate come armi in una guerra, che da altri viene condotta come «gestazione malata». I versi liberi di varia lunghezza mostrano una sapienza solida circa impianto sonoro e figure retoriche. Tra queste, va evidenziato l’ossimoro funzionale a una poesia che espone e smaschera contraddizioni feroci nell’esistente: «disarmo assassino di gente allo sbando», recita un verso tra i molti che si imprimono nella coscienza di chi legge.
Non c’è artificiosa separazione di ambiti del dire poetico, l’io si trova a essere sia preda – di dubbi, di lacerazioni, di dolore come dimensione permanente – sia regista della rappresentazione (nel teatro stabile e itinerante di vita e poesia), non priva di memoria pirandelliana, di «figure esili in cerca di un dramma solido». (altro…)

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche

 

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche, oèdipus edizioni 2017

Sembra arduo, se non addirittura impossibile, unire la robustezza dell’espressione alla capacità di distinguere, anche nelle sfumature impercettibili a occhio nudo, agenti, attori, scenari e segni, perfino sentori, moti e motivazioni che vanno via via animando un universo poetico.
Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche (oèdipus edizioni 2017) di Floriana Coppola riesce in tale impresa che non esito a definire prodigiosa, perché sono talento nell’esplorazione e coraggio nell’esposizione quelli che si manifestano in questa opera di poesia.
Di che cosa parlano le «mutazioni poetiche» di Cambio di stagione? Floriana Coppola lo esplicita nei versi che introducono alla raccolta: «Siamo malgrado tutto famiglia/ concerto di corpi e di anime/ strette nel cerchio di una stanza/ affogati tra amore e paura/ capaci a volte di rompere schemi/ cercando di costruirci faticosamente persone./ È di questa fatica che parlo/ sforzo che sforna dolore e ferite/ suggella cicatrici e fa stormo/ quando vola altrove/ finalmente/ in altro sangue». Scaturigine, tema principale è dunque il travaglio, ferita e nascita, nel concertare e dissentire, riunirsi e divincolarsi, affondare e riemergere e riconoscersi, nel comune essere attirati e strattonati dai principi opposti di amore e paura, malgrado tutto, un “noi”.
Essere insieme eterei e robusti, camminare e librarsi. Orlando, sia il protagonista delle chanson medievali e dei grandi poemi della letteratura italiana, sia, soprattutto, il personaggio multiforme dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf, è il titolo del terzo componimento, uno dei testi più significativi che appaiono nel volume. La poesia si apre proprio con una citazione dal primo capitolo del romanzo di Woolf: ‘All ends in death’, «Tutto finisce nella morte.». Una frase che Orlando, nella narrazione, ripete, segnale ed espressione di “violente altalene tra vita e morte”, senza fermate intermedie. Dona il piacere della scoperta riprendere in mano quelle pagine di Virginia Woolf nella versione originale e ripercorrere, verso per verso, Orlando di Floriana Coppola. Nel romanzo, la donna, la straniera, di cui Orlando cerca di catturare a parole il fascino, l’essenza, è Sasha. Nella poesia di Floriana Coppola, l’interlocutrice non ha nome, ma è anch’ella «volpe, ulivo e cedro, collina». È fondamentale, inoltre, riportare agli occhi della mente il cruccio di Orlando, e dunque il tema di entrambi i testi, vale a dire l’inadeguatezza delle parole nel rendere la bellezza e l’incommensurabile amore. Ecco che Floriana Coppola scrive: «Orlando cammina tra due fuochi adesso, il prima e il dopo/ dove si rintana la parola e l’amore s’inviola a piedi scalzi».
Ciascuno dei quarantasei testi di Cambio di stagione è preceduto da considerazioni che possono essere lette come preludi, messa in situazione, pontile offerto a chi legge. Queste sono le righe che precedono la poesia Orlando: «Leggo i nomi gemelli tra le pagine immense, raschio con le unghie gli interstizi tra i righi, spulciando parole che prendo e ingoio intere, sono radure oscure, vedo altri cognomi e mi perdo nella scacchiera lastricata di domande, attorno il gioco perverso dei fratelli siamesi, maschere dell’esilio e della perdita.». (altro…)

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri

 

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri, Il Convivio Editore 2019

Non soltanto i versi – aforismi allitteranti – da Aus der Erfahrung des Denkens (Dall’esperienza del pensiero) di Heidegger riportati in esergo, ma ogni singolo testo di una raccolta che, anche per questa ragione, manifesta maturità e compattezza, sembrano indicare nel dichtendes Denken, nel pensiero poetante, dunque, il soffio che anima, il sostrato che nutre, il moto che drammatizza Lo spolverio delle meccaniche terrestri di Maurizio Soldini.
Non ho usato casualmente il verbo “drammatizzare” per i testi di questo volume che esige e merita attenzione e ritorni. Questi, infatti, mettono in scena scorci, dell’essere e dei luoghi, dell’essere nei luoghi, così come rivelazioni e rievocazioni; alla rappresentazione vivida si accompagnano spesso ‘dialoghi’ tra istanze diverse (enunciate anche nei titoli di alcune sezioni), talvolta emergono perfino veri e propri “contrasti”, per dirla con il nome di un genere poetico.
Che, tuttavia, il movimento, o meglio, l’andatura, non abbia il suo esito in una dilaniante lacerazione, ma che essa, l’andatura, sia una, e una sola, pur nella drammaticità del confronto e nel confronto permanente con il dilemma, è chiaro proprio dalla citazione da Heidegger: «Weg und Waage/ Steg und Sage/ finden sich in einem Gang» (nella mia resa: “Via e bilico/ pontile ed epopea/ si trovano in una sola andatura”; Soldini propone la sua traduzione che testimonia una consuetudine di lunga data con questo passo heideggeriano: «Il sentiero e il suo essere in bilico, il suo farsi pontile e la sua saga/ nel ritrovarsi su una stessa banda»).
Nella terza delle sette sezioni (Frontiera, Parola e voce, Tra nuvole e trottole, Dalla notte al giorno, Dentro l’età e le stagioni, L’azzurrità, Lo spolverio delle meccaniche terrestri) che compongono la raccolta c’è un testo che enuncia, così mi sembra di leggere, il carattere unico della “andatura” e che porta proprio il titolo Il passaggio non muta l’andatura.
Nell’andare e trasportare “Fehl und Frage”, errore e quesito (così prosegue il testo di Heidegger: «Geh und trage/ Fehl und Frage/ deinem einem Pfad entlang»), la sosta, la radura sono perni, cardini di occasioni “lungo il proprio sentiero, che è uno solo”, giammai negazioni dell’andare. Così infatti recita una strofa del componimento in questione:

eppure il passaggio non muta l’andatura
e la fermata è il dunque che brucia a dispetto
che stuzzica i malesseri della fioritura
nei viadotti dove scorre pensa e trema
e la radura è auspicio che si chiama indugio

Con alcune eccezioni, come per la poesia appena menzionata, divisa in strofe di cinque versi ciascuna, così come per il sonetto che apre la raccolta (Frontiera) e per i testi articolati in quartine, la maggior parte dei componimenti è in terzine di versi di varia lunghezza. Anche il numero delle terzine varia con l’avvicendarsi dei testi, ma ogni terzina offre l’occasione di inquadrare con precisione la tappa del cammino («il tuo sentiero, che è uno solo», scriveva Heidegger) di volta in volta presa in esame. Inquadrature precise che si sviluppano nell’arco della strofa, rendendo superflui, così, i segni di interpunzione, che, appunto, non vengono utilizzati da Soldini in questi testi. (altro…)

Fabio Dainotti, Selected Poems

 

Fabio Dainotti, Selected Poems, Gradiva Publications 2015

Torno volentieri a scorrere le pagine di Selected Poems di Fabio Dainotti (Gradiva Publications, 2015), nell’originale in italiano e nella traduzione in inglese di Rosaria Zizzo.
Composto di diciannove testi di diversa lunghezza, tratti da raccolte che partono addirittura dal Diario poetico del 1965 e si concludono con tre inediti, Selected Poems di Fabio Dainotti è un libro che ebbi modo di leggere e di presentare a Roma qualche anno fa e ne ripercorro i testi partendo dalla quartina di versi della poesia Sera che, ci informa l’autore, è scritta In memoria di nonna Anna Maria.
Sera (dall’omonima raccolta del 1997) racchiude la bellezza e la sapienza compositiva che caratterizza la scrittura di Fabio Dainotti. In quattro endecasillabi essa concentra un universo di letture, con le quali è evidente, senza essere sfacciata, una lunga e quotidiana dimestichezza.
Sono letture di peso, che abbracciano la poesia di tutti i tempi e, in particolare, tutti i secoli della poesia in lingua italiana, a partire da Dante, poeta di cui Dainotti è profondo conoscitore. Tuttavia, questo peso non schiaccia, non affievolisce la originale combinazione di potere evocativo delle immagini e di precisione nella tessitura musicale:

Fitti si richiamavano gli uccelli,
il sole impensieriva dietro gli alberi.
Il vento ti levava dalle braccia
la stanchezza di un giorno: era la sera.

Potere evocativo e precisione del tessuto sonoro sono entrambi restituiti in maniera convincente dalla versione in lingua inglese di Rosaria Zizzo:

In flocks birds recalled each other,
behind the trees the sun grew pensive.
The wind took away from your arms
the strain of a day: it was evening.

È dedicato a Thomas Mann, invece, un altro componimento che dà conto di cifra e consistenza della raccolta e che, come il titolo di un’opera dell’autore tedesco, porta il nome di Cane e padrone. Qui gli endecasillabi si mescolano a settenari e ad altre misure; tutte concorrono a marcare la distanza tra il poeta «nel mezzanino triste”, in volontaria segregazione, osservato dal suo cane che proietta, interrogandosi, l’altro sé dell’io lirico, e la vita fuori, che «celebra/ i suoi fasti in questa/ foresta innaturale». (altro…)

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga

 

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga. Viaggi ad alta voce. Disegni di Stefano Mura, Fiorina Edizioni 2018

Ci sono libri – ho avuto modo di sperimentarlo più volte – che sanno attendere il momento in cui saranno letti, percorsi, esplorati perché possano dispiegare una rete di associazioni e richiami, e perché, soprattutto, possano far risuonare e risplendere tutta la loro bellezza-verità.
Questo è senz’altro il caso dei “viaggi ad alta voce” narrati, illustrati, fatti librare in La fanciulla tartaruga di Maria Grazia Insinga, un libro che fa confluire più registri, più vie di accesso verso un itinerario che non ho timore di definire “percorso di formazione”.
È un percorso di formazione che attinge a numerose fonti, scelte con sapienza tra ambiti di conoscenza – filosofia, poesia (sì, la poesia!), pedagogia, psicologia – e tipologie testuali – la favola, la fiaba, il libro illustrato, il romanzo di avventure, il poemetto.
Proprio da un poema, Le cimetière marin di Paul Valéry, è tratta la strofa che è posta come esergo al libro:

Zénon ! Cruel Zénon ! Zénon d’Êlée!
M’as-tu percé de cette flèche ailée
Qui vibre, vole, et qui ne vole pas!
Le son m’enfante et la flèche me tue!
Ah! le soleil… Quelle ombre de tortue
Pour l’âme, Achille immobile à grands pas!

Il viaggio inizia, in un’alternanza tra visioni oniriche, fluire di immagini mai interrotte da segni di interpunzione, entrata in scena dei personaggi – in particolare lu, la fanciulla, kurma, la tartaruga e erwin, il gatto –, traiettorie e permanenze in città visibili e invisibili, soggiorni e rimbalzi (ma confesso di aver pensato in prima battuta alla parola francese “rebondissements”): (altro…)

PoEstate Silva, Reiner Kunze, Variazioni sul tema “Filemone e Bauci”

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo 86° compleanno, proponiamo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta lindennacht (“notte di tigli”), pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Fischer. (la redazione)

 

VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Sarebbe confortante, per secoli ancora
potersi con i rami
toccare a vicenda,
——————-e il tiglio
ti donerebbe

Dell’essere una quercia tuttavia
soffrirei, il midollo del sambuco
lo sento in me

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Tröstlich wär’s, jahrhunderte noch
einander mit den zweigen
berühren zu dürfen,
———————und die linde
stünde dir

Am wesen der eiche jedoch
würde ich leiden, das mark des holunders
spür ich in mir

 

 

SECONDA VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Non dureremo in rami e ramoscelli
oltre noi stessi

Eppure siamo privilegiati

Ancora ci è concesso di vivere fino alla fine
tra alberi

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

ZWEITE VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Wir werden nicht in ast und zweig
dauern über uns hinaus

Doch wir sind begünstigte

Wir dürfen noch zu ende leben
unter bäumen

 

Reiner Kunze, da: lindennacht. Gedichte, Fischer Verlag 2007