Autore: Anna Maria Curci

Anteprima: Roberto Maggiani, Angoli interni

Il volume sarà nelle librerie il prossimo 26 luglio 2018

Roberto Maggiani, Angoli interni. Prefazione di Roberto Deidier, Passigli Editori 2018

La raccolta più recente di Roberto Maggiani, Angoli interni, parte dalla constatazione, sedimentata nel tempo e gravida di conseguenze, che a essere messa nell’angolo è la diceria circa il mandato del poeta a farsi guida.
Messa nell’angolo, la poesia non rinuncia cionondimeno a ricercare, a esplorare campi di forze e luoghi di congiungimento e intersezione di punti, a tracciare linee, a raccogliere indizi, a misurare, a rilevare, come avviene nella poesia che dà il titolo alla raccolta, che i conti non tornano. Moti e azioni in tal senso vengono dispiegate proprio risalendo dagli Angoli interni.
Che cosa occorrerà intendere, allora, per «angoli interni»? Con buona approssimazione, a me pare che il nome indichi sia l’insieme dei dati sensibili ed empirici a disposizione, sia lo spazio che l’umano – pensiero carne ossa pulsioni – dilata e condensa in dialettica perenne, non di rado ironica (Invenzione) con il divino, o meglio, con i poli di causalità e casualità, cosmo e caos.
Cardine e motore sarà dunque l’apparente dualità di scienza e poesia, sintetizzata, come rivela il titolo della terza delle dodici sezioni che compongono il libro, dalla platonica (Simposio) immagine della mela, delle sue metà divise e dell’anelito a ricongiungerle, a ricongiungersi:

«Vado da Scienza e Poesia.
con una mela tra le mani divisa a metà –
è la mia offerta alla loro unione.»

L’umano – Homo, come recita il titolo della seconda sezione – è cacciatore e raccoglitore, la distanza con l’uomo del paleolitico sembra soltanto siderale. Il poeta misura – una manciata di minuti di una giornata di ventiquattro ore la presenza umana sul pianeta – e considera, accomuna, affianca negli affetti, come esprime limpidamente il testo, dedicato al nipote Pietro (al quale è intitolata, inoltre un’intera sezione, la settima) «e a suo nonno Nando», I tre cacciatori-raccoglitori.
Sintesi esemplare delle considerazioni circa distanze e affinità, dell’arco teso tra i segni sulle pitture rupestri e l’angolo nel quale sono stati scaraventati ragione e poesia, la scienza come la fede,  sono i versi conclusivi di Contatto a Canada Do Infierno: «A ben pensare – fuori di qui – / il delirio della modernità/ ha i tuoi geni.»
Fuori dall’illusione di essere vate, il poeta resta dentro la coscienza nell’oggi, consapevole di ieri e pensoso sul domani: «Rimango sulla roccia della storia/ esposto al vento delle possibilità/ mentre altrove si è ostaggi/ a un passo dalla morte»: le sezioni ottava e nona, Disinnesco e Fanatismo (da quest’ultima è tratta la poesia Oggi – non domani) declinano le possibilità di coscienza ed esistenza. Disinnescare bombe atomiche, anziché armarle: in questo si racchiude il senso del vivere dell’io, che proprio così si presenta.
La carrucola, titolo della decima sezione, è una sonora («cigola la carrucola») metafora dell’avvicendarsi di cicli e fasi.
Il titolo dell’undicesima, La disfatta, non lascia adito a dubbi circa l’affanno del mondo, il delirio della modernità; la disfatta, tuttavia, si evince proprio dal dato sensibile e la ricostruzione del ragionamento viene così, dalle ‘sensate esperienze’, restituita: «Dove s’addensa l’ombra/ si scolora la materia/ s’evince una disfatta.»
È proprio nella sezione conclusiva, La minestra, e nella poesia omonima, che la consapevolezza del ‘mestiere’ del poeta, a dispetto della dismissione delle illusioni o forse proprio grazie a una salutare indagine chiarificatrice, si esprime nella vivace similitudine dello chef: «Come uno chef/ raccoglie affétta e rimescola/ nature animali e vegetali/ nello spazio di una cucina/ così un poeta raccoglie/ tutto il Cosmo in un solo verso.»

© Anna Maria Curci

 

Invenzione

Oggi voglio usare l’intelligenza
per inventare qualcosa di mai visto
che lasci a bocca aperta e del quale si dica:
«Che ovvio, perché non ci ho pensato prima?»
Una favolosa idea nuova
che neppure io so da dove l’ho presa
da quale parte dell’intricata
rete di neuroni e sinapsi –
se tra i ricordi e le intuizioni. (altro…)

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

Soumaila Diawara, Sogni di un uomo

Soumaila Diawara, Sogni di un uomo. Raccolta di poesie. Prefazione di Roberta Parravano. Youcanprint, Tricase 2018

 

Il male, una componente naturale?

Dicono che il male
sia una componente naturale
che porti all’equilibrio del tutto.
Insieme al bene.
Sono come il sole e la luna.
Lo Ying e Yang, il cielo e la terra.
In poche parole, in noi tutti,
senza eccezione, il male esiste.
In quanto etichetta di vita
in un mondo accogliente,
ma ostile al contempo,
poiché attizzato da credi e da valori
insensati per l’era che viviamo.
Alimentato da questa società autodistruttiva.
Perciò, prendetene coscienza
ed esagerate nel bene.

Soumaila Diawara al Villaggio Cultura Pentatonic il 15 luglio 2018., in occasione di “Porti diVersi”, incontro organizzato da Libera, Roma IX

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Tiziana Marini, Inediti

La penombra è viva

Sediamoci davanti ai pini.
c’è la brezza che riluce
e di resina ogni ago veste
il tramonto
com’era un tempo
come sarà fra vent’anni.
Eppure
pesa  una rondine il cielo
cambia in notte presto
e non c’è tempo d’imparare
che più degli uomini durano
le cose.
Solo la penombra è viva
quel lento diventare luce del buio
quando il sole torna
nel vuoto spazio tra due parole.

 

Il flauto-vento

Tornare indietro
cercare una nuvola
sul ciglio del cuore
e l’impronta del cielo.
Le carezze rimaste a metà
o solo pensate
la lieve allegria
troppo a lungo invisibile.
Cercare nell’erba
il brillare del sole
lo specchietto smarrito.

Prendersi cura di sé
quel tempo, tanto o poco
che basta
che non sia troppo
che non si resti
a lungo soli.
E infine tornare
flauto-vento sul mare
a resettarlo.
Finalmente. (altro…)

Raffaelo Utzeri, Crisi e Parola

Raffaello Utzeri, Crisi e Parola. Composizioni metroritmiche. Postfazione e intervista all’Autore di Marco Onofrio, EdiLet 2018

«Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato, quest’ultimo, per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur,  di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine.»: ciò che ho affermato in riferimento al mio intendere l’esercizio della scrittura può, anzi dovrebbe essere esteso al libro intorno al quale mi accingo a esporre considerazioni e impressioni di lettura.
In Crisi e Parola il passatore, Raffaello Utzeri, si avvale di una forma di sapienza ricca di predicati, a cominciare da quello legato al significato originario del verbo latino sapio. La Parola che ricerca e che trova, che coniuga per rispondere alla Crisi, è innanzitutto parola che va percepita, gustata nella sua corporeità, nei suoi patimenti (Le nostre algie), nelle sue molteplici dimensioni sensoriali. Bene fa Marco Onofrio, nell’intervista, a parlare di “sapori-saperi” della lingua.
La sapienza della parola di Raffaello Utzeri è anche spiccata sapienza compositiva. Il poeta si presenta come “compositore verbale” e introduce i propri testi come “composizioni metroritmiche”. La composizione riguarda sia la costruzione di un continuum, l’evidenziazione di un filo conduttore in testi raggruppati a mo’ di poemetto – Parodia della crisi, Cantata popolare per i 50 anni di Carbonia, Per Elettra, Ave Agave sono solo alcuni titoli – sia la tecnica della “eco a capo”, vale a dire della rima che ‘aggetta’ sull’inizio del verso successivo: «Speculatori dello yen/ iene tra dollari e sterline,/ le linee della vostra crescita/ mescita tra profitti e tassi/ bassi dell’interesse in calo/ colano alla virtuale poppa,/ coppa di economie travolte/ tre volte in morte a tante vite.» (Il gran coniglio).
La sapienza della parola si presenta, inoltre, come sapienza del gioco, cosicché la poesia si intende come creazione di un homo sapiens che è anche homo ludens, come sottolinea l’autore nell’ampia, illuminante intervista a Marco Onofrio.
Passeur, passatore nell’accezione sopra indicata del termine, Raffaele Utzeri si conferma anche nella versione, altissima per resa, impeccabile nella metrica in endecasillabi, di dodici sonetti di Shakespeare tratti dal volume dei Sonetti pubblicati, sempre nella sua traduzione e sempre per i tipi della casa editrice EdiLet, nel 2009. Un intermezzo, questo Incontro con William Shakespeare, che restituisce sonora la stupefacente attualità dei sonetti shakespeariani.
La raffinatezza e il divertissement elevato a potenza che vengono sprigionati dai componimenti nulla tolgono al vigore della resistenza a brutture e storture, alla vibrante restituzione storica, all’equilibrio tra lirismo e drammaticità raggiunto nel “teatro interiore” (formula coniata dall’autore) al carattere creativamente sovversivo di una parola poetica tra le più lucide e più compiute di questi tempi.

© Anna Maria Curci

 

 

In limine

Con chi sa opporre insieme a noi
contro lo scatto del fucile
lo scatto della penna a sfera.

CIMENTI VANI

Esco, e m’inurbo
curvo qui tra i cementi,
cimenti vani o grattacieli,
e c’è lì la savana
vana delle baracche;
accolte da bitumi
tumidi sull’asfalto
si esaltano vetture bracche
che agitando nel folto
code di fiumi
vanno all’assalto
di metalliche vacche
neri branchi delle utilitarie:
arie in liuti di motori
monotonali, un’ode
lode a meccanici odii amori,
orifici a sussulti
di pompe di alimentazione
tantazione a risucchi
succhi di chimica minzione
da iniettori congiunti,
unti da muchi
buchi e snodi di giunti,
sunti di sintomi
intimi da silenziatori
o ritardi da turbo
rubati ad accelerazioni.

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Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.

Stefania Di Lino, Inediti

I

ci sono immagini nell’immagine/ (lo sai?)/ e racconti nel racconto/ per questo la narrazione/ è complessa ingarbugliata// giacciono a terra cose/ che cercano ancora un nome/ corpi caduti come stelle/ parole trascurate che chiamano oscure/ con un suono sordo/ un tonfo/ è la vita che si dipana/ attraverso il garrire scomposto/ di voli in cielo/ (tanto in alto quanto in basso)/ è il canto di un coro/ polifonia di voci/ tutte da ascoltare/ tutte da accordare/ e la vita così si svolge/ nel mentre noi cantiamo/ e quando amiamo/ senza neanche saperlo,

II

[per essere poeta/ devi avere radici profonde/ in una terra per te sempre straniera/ e un vento contrario che soffia in faccia/ devi avere corde epiche da suonare/ una voce antica/ di dolore antico strappato ai morti/ che ti corrono accanto/ e un cielo/ un cielo tutto da maledire/ perché non  ascolta],

III

quel giorno era cominciato male/ rumore di ruspe e scavatrici/ bucavano l’aria ed era inciampo/ suoni di uccelli/ grida lanciate e perse/ sbilanciate nel volo/ urtavano contro gli spigoli acuti dei palazzi/ ali asimmetriche giravano in tondo/ cercando/ non sapevano cosa/ nel rito quotidiano/ nella barbarie del consueto/ nel rumoroso ingranaggio/ del cammino stabilito/ era saltato un passo/ c’era stata una dislocazione/ un salto nel buio della percezione/ che la ragione ancora non sapeva//

[intanto di fronte e me/ in metropolitana/ mi scorrevano addosso/ troppo mobili e scuri/ gli occhi disperati di un immigrato/ in cerca di posa], (altro…)

Anna Maria Curci, ABC del passeur

ABC del passeur

Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur, di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine. Chi corre consapevolmente questo rischio può trovare in precedenti ‘passatori’ conforto, esempio, esercizio di disincanto. Procedendo in ordine alfabetico, con un mio personale ABC, comincio con tre autori: Rose Ausländer, Gottfried Benn, Heinz Czechowski. Traghettando le loro poesie nella striscia di terra nel quale l’italiano è riconosciuto come lingua materna, sono nate alcune composizioni.

 

A

Traducendo Rose Ausländer 

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto

 

(altro…)

Salvatore Bommarito, Cantunera sciroccu (rec. di Ombretta Ciurnelli)

 

Quando lo scirocco soffia a frevi dâ quarana
Cantunera sciroccu di Salvatore Bommarito

 

Non fa nemmeno sudare,
ma stringe dentro un pugno il cuore,
scaglia le rondini a rompersi contro la sciara […]
seminando sabbia africana in ogni piega della pelle e del suolo.
(Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore)

 

La poesia di Salvatore Bommarito evoca una Sicilia arcaica, sospesa tra realismo e trasfigurazione. Nella sua prima raccolta, Vinnigna d’ummiri (2012), il racconto poetico si condensa attorno alla notte di Ognissanti, quando, secondo una tradizione che risale ad antichi culti pagani, i defunti della famiglia tornano a visitare i vivi, lasciando doni ai bambini; mentre nella seconda opera, Cantunera sciroccu (2016), a dominare è lo scirocco che lega tra loro leggende, memorie e racconti.
Lo spirare di venti dominanti segna profondamente la cultura di una terra e può accadere che nell’immaginario popolare lo stato di prostrazione provocato dallo scirocco si colleghi a credenze e superstizioni. Nella poesia U sciroccu ca portàu me figghia un padre, affranto per la fuga della figlia, ne attribuisce la colpa allo scirocco, «nsurtusu a ciusciari a frevi dâ quarana» [insistente a soffiare la febbre della caldana] e il leggendario Colapesce, dal profondo degli abissi, lo sente n-capu [sul capo], mentre ai suoi piedi crepita l’altro fuoco. Altrove è «u re e ciùscia» [il re e soffia], sollevando il mare e scrivendo «littri a tutti/ e ’un c’è versu ’i fàrici calari a frevi» [lettere a tutti/ e non c’è verso di fargli diminuire la febbre]. In Cantunera sciroccu il caldo vento del deserto è richiamato da intense immagini che ne sottolineano la forza impetuosa, significando anche l’impotenza dell’uomo rispetto a destini ineludibili.
Al fuoco dello scirocco si collega anche la riflessione metapoetica. Nella lirica Palori ca ’un mi làssanu il poeta, per non perdere le parole e per avere da loro risposte, oltre a cunurtari [confortarle] o «dàrici a manciari/ farli trippiari» [dare loro da mangiare/ farle ballare], deve «jìrici appressu ntu focu du sciloccu» [andarci dietro nel fuoco dello scirocco]. È una concezione severa del fare poesia in cui si esprime anche il rapporto dell’Autore con il dialetto, lontano da tentazioni vernacolari e dalla ricerca di facili effetti. Le parole della poesia sono parole-memoria e accompagnano la nostra vita bisognose di cure. Possono essere dolci, come le memorie di un tempo passato, ma anche pesanti, «comu u chiummu/ pi tagghiarini a facci» [come piombo/ per tagliarci la faccia]. Bommarito vive la scrittura poetica in una condizione di umile e paziente attesa, come emerge nell’ultima lirica della raccolta, L’aju vistu fari, in cui attraverso la metafora della ricotta che non caglia, nonostante il fuoco, le cure e il riposo della notte, vuole significare che la poesia è come una creatura che «’un senti ammuttuna» [non sente solleciti], che «certi voti mancu l’arma ci abbasta» [certe volte nemmeno l’anima ci basta] e «sulu quannu ci cummeni assumma» [solo quando le conviene viene a galla] e «quasi ’un ci criremu quannu/ c’u mmiràculu…/ ni jinchemu i fasceddi» [e quasi non ci crediamo quando,/ col miracolo…/ ci riempiamo le fiscelle]. È un atto di fede «da non intendere in senso propriamente religioso, […] ma “laicamente umano”», come scrive Salvatore Di Marco nella prefazione alla raccolta.
Compito del poeta è non solo ricercare, curare e nutrire le parole, ma anche Arriciuppari ’u cuntu [Racimolare il racconto], come recita il titolo di una sezione di Vinnigna d’ummiri, e in tutto ciò il dialetto diviene forma e sostanza della memoria, nel continuo intrecciarsi di storie che compongono un ricco mosaico di umanità attraverso ricordi che testimoniano un rapporto intenso e profondo con le tradizioni e le leggende di cui si nutre la cultura popolare. (altro…)

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati

 

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati. 11 racconti per 12 foto naufragate e una radiografia. Postfazione di Carlo D’Amicis, Musicaos editore, 2018

Il Libro dei dispersi e dei ritornati di Lea Barletti colpisce per la sua prosa insieme nitida e ardita nello slanciarsi sempre oltre gli steccati delle divisioni artificiose – prosa e lirica, filosofia e poesia, sguardo acuto e profondità (e oscurità) onirica.
Procede a ritroso e torna al presente, la mente che riflette un’impressione al suo rovescio, che rovescia il rovescio, torna al dritto e ricompone, tessendo, disfacendo, rammendando, la tela di indizi.
È la stessa mente che ricostruisce e, come spiega l’autrice nella premessa, per essere più precisi, costruisce, crea il ricordo. Ha ben chiari due principi che sembrano apparentemente opposti e che qui vengono affiancati, in una forma faconda e feconda di coesistenza: il principio di una navigazione consapevole, guidata da chi scrive, nel magma di situazioni,  sensazioni e schegge di vita affioranti dal reperto dell’esistenza (baule scrigno cassapanca di tracce visive impresse – «I found a picture of you», cantava Chrissie Hynde con i Pretenders in Back on the Chain Gang – e il principio della perenne trasformazione del dato sensibile nella coscienza individuale, trasformazione i cui esiti non possono e non vogliono, forse, essere previsti.
Il Libro dei dispersi e dei ritornati è diario di bordo, dunque, e insieme resoconto di un fruttuoso vagabondaggio del pensiero, nel quale il nostos assumerà fogge, forme e melodie inattese. E se le melodie saranno dissonanti, se il ritorno sarà la deflagrante narrazione di un buco nero di ingorda ineffabile paura o se, al posto del ritorno, si narrerà, come in Eveline di Joyce, il perpetuo rimandare una partenza, una fuga, una improbabile salvezza, se il gelo invaderà l’assenza o il «fiero pasto» dantesco tornerà con pelli maculate e da altezze inattese, tutto questo terrà chi legge allacciato al quesito: «Che cosa sarebbe potuto avvenire e divenire se non avessimo distolto lo sguardo, se non lo avessimo acquietato con la prima, banale, scontata, tranquillizzante e superficiale interpretazione?»

© Anna Maria Curci

 

Premessa
(Ovvero com’è andata)

Gli undici racconti del Libro dei dispersi e dei ritornati prendono spunto da alcune fotografie di sconosciuti trovate nel baule di un rigattiere a Berlino, la città nella quale vivo da qualche anno. È andata così. In un pomeriggio invernale di qualche anno fa, bighellonando con un amico in un grande robivecchi pieno di cianfrusaglie di ogni tipo, abbiamo trovato un baule di vecchie fotografie, interi album, singole foto: il mio amico ha dato un’occhiata e poi ha proseguito la visita, io invece mi sono seduta per terra e ho cominciato a guardarle tutte, una per una. Ero incapace di staccarmi, letteralmente inchiodata: dal momento che avevo cominciato, dovevo continuare a guardarle. Tutte quelle foto, finite lì chissà come, quelle persone sconosciute,  di cui ignoravo qualsiasi cosa ma di cui in quel momento, per caso, mi ritrovavo a spiare volti, espressioni, pose: uomini, donne, bambini, vecchi, foto di famiglia, ritratti, foto di gruppo, gite, feste di compleanno, matrimoni, vacanze al mare, le guardavo senza saperne niente. Ad un certo punto il negozio doveva chiudere, avevo passato un sacco di tempo in quella sorta di ipnosi, allora d’impulso ne ho prese tre, tre foto della stessa donna. Le ho comprate così, senza una ragione plausibile e le ho messe nella borsa, dove sono poi rimaste per diversi mesi. Un giorno, era ormai estate, le ho tirate fuori. E ho capito che volevo scrivere: mi è sembrato di doverlo a lei, la sconosciuta che era ritratta nelle foto; era una sensazione molto forte, la sensazione di avere contratto un debito. Avevo sbirciato nella sua vita e ora le dovevo qualcosa. (altro…)

Flavio Almerighi, Ignoti

Flavio Almerighi, Ignoti, e-book, Lotta di classico,* Genova 2018

Ignoti, di Flavio Almerighi, è una raccolta che sfodera, smaschera, rivela e riporta la parola “angelo” al significato originario, contemplato, accanto a quello di “messaggero”, nella lingua d’origine, il greco antico: l’angelo, negato nella sua retorica, ripulito dal fumo, de-pennato, torna a essere qui, essenzialmente, “annuncio”. Di che cosa? Nella risposta a questa domanda risiede la cifra di una raccolta che ad arte si infligge il sottotitolo “robaccia inedita”: l’annuncio di smettere di attendere un salvataggio, ancor prima che un’impensabile (che pur sempre gioca a rimpiattino con “indispensabile”) salvezza, da qualsiasi parte essa sia attesa. Facile nichilismo? Direi proprio di no, giacché, nel riportare, bruscamente e senza orpelli, fatti e individui ignoti, elementi scaraventati comodamente nell’inconscio, si intende, a me pare, strattonare sonoramente gli ignari. Una poesia che mostra in modo evidente quanta inutile ignavia ci sia dietro le distinzioni tra poesia lirica e poesia civile, tra intimismo e invettiva. Senz’altro colta, trapuntata di riferimenti (penso all’attacco di l’ebbra, nel quale sembra riecheggino espressioni di Tutti i giorni di Ingeborg Bachmann), a volte schiaffati in primo piano, altre volte infilati in cuciture del tessuto poetico, è una poesia che spinge all’inciampo, e non di rado a quell’inciampo che introduce alla memoria collettiva. Leggo in tal senso Bologna Centrale, malattie del corallo, Perdendo la vita. L’inciampo è, ancora, occasione di svelamento del presente e dei suoi legami con il passato – passato, viene da pensare, tritato e maciullato, ma mai del tutto trascorso – e con il dato permanente dell’esistenza umana, forzatamente a termine; in tale contesto leggo altri componimenti particolarmente carichi di suggerimenti e suggestioni come benché precari, l’ebbra e il componimento in ‘fortissimo’ radicchi nel campo.
Il ricordo generazionale, l’orma individuale ci sono, e dispongono di una delicatezza che forse ad altri può apparire inattesa, ma che trovo profondamente collegata ai sentieri poc’anzi menzionati. Saranno allora ‘annunci’, nuovamente annunci, ma dalla quiete, non pacificata, della riflessione, testi quali sui gradini della canonica, le mie scelte musicali, l’amore ama il silenzio.

© Anna Maria Curci

benché precari 

Il giorno della festa definitiva alla riforma
mia figlia se ne andò al mare scrivendomi
che le mancava un po’ la spiaggia con me,
divertiti – risposi.
Presi tutto con filosofia, tre grammi circa
al corso parlottai a lungo con la nuca davanti,
diedi confidenza, diceva e non diceva.

È già passato un anno
torna il caldo poi è freddo,
nemmeno l’ombra di tutto quel lavoro riformato.
I nuovi dirigenti, sempre loro
grandi innovatori di metafore, dicono
che qualcosa al piú non avrà funzionato,
massimo il venti, trenta per cento poco meno
è da mettere a regime.

Nel corso di quella profonda revisione
alcuni si sono gettati dal dimenticatoio
benché precari e neri come la notte,
qualcun altro in mare
tra le invettive di chi li rimorchiava;
in banca servono fantastiche bibite ghiacciate
solo a chi non ha sete.

Rimane il nodo della classe media
qui deposta,
riposi in pace sotto la Riforma.

 

Bologna Centrale

Seduto sotto una pensilina assolata,
aspettando l’autobus mi rendo conto
che a Bologna Centrale
sono sempre le Dieci e Venticinque.

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Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi

 

Con Straloche/Traslochi Vincenzo Luciani compie un significativo passo in avanti nel suo cammino poetico, che si configura, come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, come un avvincente romanzo di formazione in continuo divenire.
A proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo “ La vocazione teatrale”, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi, che raccoglie poesie in lingua e in dialetto,  il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e disincanto, tra nostalgia e distacco.
Già il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche, suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi amici, Ultramaratoneti), obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate: «Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo – combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e “va salutando” persone, cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne/ ji gghjurne e gghjurne vaje salutanne/ che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte/ e u statte bbone mò/ jè pe sempe/ e lu sacce.»
Il filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente – menziono due titoli che mi stanno a cuore – ne hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra l’altro in Stiamo facendoci un sacco di saluti, e Francesco Tomada in Portarsi avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi induce il poeta Vincenzo Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro, rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato,  tanto da non volere, da non potere essere separati.
La stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai traslochi, come avviene in Spaesamento, il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985  Il paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi riscrivere il libro/ non più Il paese e Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/ Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho camminato per cento-/quarantotto stagioni.».
Colpisce la mescolanza di leggerezza – si legga understatement, autoironia –  e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, “il bene” e l’interrogazione sull’altrove,  dove “A uno a uno se ne vanno” tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/ ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù.».
Una mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traine (traìno, carretto), paponne (con una straordinaria vicinanza al Popanz tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come  “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.

© Anna Maria Curci

 

Spustate*

Vengè, che si’ spustate?
Scì, nun sule spustate
ma pure spatriate
e sbalijate,
u core ziche ziche sgracenate
addulurate
murtefecate.
E scasate

SPOSTATO – Vincenzo sei spostato?/ Sì non solo spostato/ ma pure spatriato/ e sbalestrato,/ il cuore ridotto a pezzettini/ addolorato/ mortificato.// E traslocato.

* nel doppio senso di senza luogo e senza cervello.
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