Autore: Anna Maria Curci

Oskar Pastior a 90 anni dalla nascita

90 anni fa, il 20 ottobre 1927, nasceva a Sibiu Oskar Pastior. In occasione di questa ricorrenza propongo una mia traduzione inedita di una poesia tratta dalla raccolta Gedichte, del 1965, apparsa a Bucarest per Jugendverlag nel 1966. Altre traduzioni di testi di Oskar Pastior apparse su Poetarum Silva si possono leggere qui, qui  e qui. Sempre nella mia traduzione, alcuni testi di Oskar Pastior sono stati pubblicati sul n. 7 (2017) di “Punto. Almanacco di poesia“. (Anna Maria Curci)

 

SU BROCCHE DI TERRACOTTA CIRCOLANO LEGGENDE,
narrano che fossero le figlie di alberi,
alberi vetusti, che oggi da lungo tempo
sono campi o pozzi o villaggi.
A quel tempo le brocche crescevano ancora
come zucche sospese tra il fogliame,
un po’ più vicine alla pioggia, un po’ più lontane dalla forza di gravità.
Più simili alle nuvole, eppure più resistenti.
Così c’era qualcosa di fresco nel loro fondo
che non si seccava mai; il polline
era di natura astrale, e quando maturavano
si colmavano di ronzio di miele.
D’inverno, quando le fronde erano volate via,
le brocche erano ancora ardenti come soli.
Quelli che le coglievano, erano pastori e pescatori e contadini.
Davano loro nomi come nostalgia o patria
o bellezza o vita o morte,
assegnavano loro il posto nella casa
e da allora in avanti le consideravano
come proprie figlie.

Oskar Pastior
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

VON TONKRÜGEN GEHEN SAGEN UM,
sie seien die Kinder von Bäumen,
uralten Bäumen, die heute längst
Felder sind oder Brunnen oder Dörfer.
Damals wuchsen die Krüge noch
wie Kürbisse hängend im Blattwerk,
etwas näher dem Regen, etwas ferner der Schwerkraft.
ähnlich den Wolken, doch beständiger.
So war etwas Kühles an ihrem Grund,
der nie austrocknete; der Blütenstaub
war sternischer Natur, und zur Zeit der Reife
füllten sie sich mit Honiggesumm.
Im Winter, wenn das Laub fortgeflogen war,
glühten die Krüge noch immer wie Sonnen.
Die sie pflückten, waren Hirten und Fischer und Bauern.
Sie gaben ihnen Namen wie Sehnsucht oder Heimat
oder Schönheit oder Leben oder Tod,
wiesen ihnen den Platz zu im Hause
und betrachteten sie fortan
als ihre Kinder.

Oskar Pastior
(da Gedichte, ora in »… sage du habest es rauschen gehört«, Werkausgabe Band 1, Carl Hanser Verlag 2006, 125)

 

Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, perché appartenente alla comunità di lingua tedesca, fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949. Al ritorno nella città natale, nel 1955 intraprese il corso di studi in lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania. Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino. Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito: nel 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius, nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985), Anagrammgedichte (1985), Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi.

Marino Monti, La vôs de’ vent

Stralcio dalla Prefazione di Maria Lenti a Marino Monti,  La vôs de’ vent,  La Mandragora, Imola, 2017, pp. 120, €  13.00

Marino Monti appartiene ai poeti animati dalla resistenza nel loro essere poeti di un mondo riconoscibile perché vissuto in prima persona, più che di un’uscita verso territori di un altrove poetico. Le sue raccolte (E’ bat l’ora de’ temp, A l’ómbra di de’, L’ ânma dla tëra, Int e’ rispir dla sera, Stasón, Int e’ zét dal mi calér) già dai titoli segnano l’assiduità di temi legati al tempo come tessuto su cui si distende il fiato della vita, o, viceversa, segnalano la consistenza di uno stare dentro le radici spazio-temporali della nascita e della crescita. Lì insiste la vitalità che fa durare e rende vivo il passato dando il “più” di sapore (E’ savôr dla vita) al presente pure in fuga.

A m’afond int e’ salut
a la mi tëra
indò che i vèc
m’ha insigné
 a caminé tra i cùdal
ad arvultéi int e’ soich
dal stasón.
Arturnarò a la mi ca
Sóich dopo a sóich.
Int che zét
Dl’ ónda di chémp
Par sintì e’ savôr dla vita.

(Il sapore  della vita – Affondo nel saluto / alla mia terra, / dove i vecchi / mi hanno insegnato / a camminare tra le zolle / a rivoltare nel solco / delle stagioni. / Ritornerò alla mia casa / solco dopo solco. / In quel silenzio / dell’onda dei campi / per sentire il sapore della vita.) (altro…)

Ingeborg Bachmann, Réclame

Ingeborg Bachmann, Réclame [1956]

Ma dove andiamo
senza pensieri sii senza pensieri
quando si fa buio e freddo
sii senza pensieri
ma
con musica
cosa dobbiamo fare
lietamente e con musica
e pensare
lietamente
al cospetto di una fine
con musica
e dove portiamo
al meglio 
le nostre domande e il fremito di tutti gli anni
nella lavanderia di sogni senza pensieri sii senza pensieri
ma cosa accade
al meglio 
quando silenzio di tomba

sopraggiunge

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

Fabio Strinati, Periodo di transizione (rec. di M. Zanarella)

Fabio Strinati, Periodo di transizione / Perioadă de tranziţie. Testo bilingue. Traduzione in rumeno di Daniel Dragomirescu, Bibliotheca Universalis 2017

Esiste un momento nella vita in cui ci si trova in una sorta di limbo necessario per giungere a un nuovo cambiamento. Questo può succedere anche per la scrittura ed è il caso di Fabio Strinati, poeta marchigiano che ha recentemente dato alle stampe il libro Periodo di transizione, in edizione bilingue italiano/rumeno per «Bibliotheca Universalis».
Ci sono dei passaggi creativi che bisogna saper affrontare, mettendosi alla prova. La transizione indica, infatti, il passaggio da una situazione a un’altra in senso dinamico, quando è in atto un’evoluzione. Possiamo dire che la poesia di Strinati sin dalle prime pagine si manifesta in movimento. C’è un flusso espressivo che indica l’urgenza di liberarsi da uno stato di angoscia. È affidandosi alla bellezza della poesia che il poeta tenta di raggiungere un equilibrio. Il lavoro interiore da compiere è arduo, ma Strinati è consapevole che la forza delle parole supera ogni ostacolo.
Fare chiarezza nel disordine emotivo non è facile: tutto deve avvenire in modo graduale. Si parte dal “groviglio” per iniziare un percorso di riflessione, conoscenza e rivelazione. Il vuoto intorno attanaglia, ed il vento scompare. L’elemento che rappresenta la libertà viene evocato, ma fa fatica e «finisce e straripa». Si sente «privo di se stesso» l’autore, vive una depressione che lo annienta nell’anima come nella mente. Si susseguono tormenti, «l’anima invecchia tra gli alberi» e tutto si fa incerto, provvisorio.
Viene naturale pensare al filone dei poeti maledetti e in particolare a Baudelaire, considerato il dandy dell’angoscia. Il male di vivere che accomuna gli autori francesi è qui la parte buia di Strinati. Anche lui vive una condizione di inadeguatezza e insoddisfazione e si lascia cadere in «nevrotici abbandoni». Il lessico scelto ci fa intuire quanto sia essenziale soffermarsi con attenzione sulle immagini: un buco nero, l’imbuto scuro, i campi spenti. Il nero inghiotte, modifica e trasforma. «Ho l’anima che cerca», scrive Strinati, e il suo andare dentro e oltre le cose è proprio per trovare un lieve approdo di luce. Alla fine il poeta si rende conto che la vita è preziosa ed è la natura stessa a nutrire questo pensiero di speranza. È giusto affrontare le proprie inquietudini, completare un’indagine interiore scendendo in profondità, facendo riaffiorare fragilità, paure, debolezze. La poesia per Strinati assume un valore terapeutico: allevia, alleggerisce. Tutte le ferite del tempo sono meno dolorose, se non si è soli. Il poeta sa di poter contare sulle parole. Ed i versi di questa raccolta sono potenti, spiazzanti, taglienti, hanno l’effetto di un boomerang che, quando ritorna, lascia il segno. Il lettore ha materiale a sufficienza per capire l’importanza del sapersi ascoltare.

© Michela Zanarella (altro…)

Rosanna Gambarara, Inediti

***

La Verità vorrei…

La Verità
vorrei fosse diritta
come la linea più breve tra due punti
perfetta
come nove diviso tre
liscia come la formula dell’area del triangolo
netta come quella del teorema di Euclide
bella come la progressione di Fibonacci
senza sfilacci colaticci di dubbio.
Invece è inclemente labirinto scarmigliato
che smarrisce il pensiero
screziato numero trascendente
p greco e di Eulero
E uguale a m per c al quadrato.

*

Sala d’attesa

Il magro sospiro agro
della donna
dal perso volto sghembo
che mi siede accanto
silenzioso vento
muove appena.
Solo nelle mani
intrecciate sul grembo
sento
nascosta pena.

* (altro…)

Augusto Benemeglio, Amori molesti. Recensione di Pasquale Vitagliano

Augusto Benemeglio, Amori molesti, Il seme bianco, 2017

 

Augusto Benemeglio è un raffinato “cantastorie”. Leggiamo dalla quarta di copertina che questo suo lavoro è scritto «come una sorta di spartito musicale, […] una musica suonata con sensibilità ed ironia […]». La musica, in effetti, è presente molto nelle storie amorose che egli ha narrato. Il libro, per giunta, si apre con la coppia Chopin-George Sand. L’amore è la musica. Forse per questo, raggiunto il punto più estremo della sublimazione, non possono più suonare insieme, l’uno esclude l’altra. «Sono ormai sette anni che, con lui, il poeta della musica, il genio del pianoforte, che fa tutti vibrare, per me non vibra più nulla», confessa George Sand al poeta tedesco Heinrich Heine.
Ecco che, all’opposto, per Giacomo Puccini non c’è una “coppia” ma il repertorio delle sue donne, quelle reali e quelle delle sue opere. Fratello di cinque sorelle, è cresciuto fra le donne che costellano e fondano, come un Fellini del Melodramma, l’intera sua architettura immaginaria. Volgarmente è passato alle cronache come un “puttaniere”, eppure, scrive l’autore, «tutte le sue donne saranno, come lui, vulnerabili e insicure, malate di solitudine e malinconia, malate d’amore.» Su un campo diverso, ma non troppo (se pensiamo alla passione che muove all’azione), quale la politica, anche per Antonio Gramsci non c’è una sola donna. La differenza con Puccini è che in questo caso le donne sono unicamente reali. E non costruiscono un universo romantico, compongono invece, non si sa quanto inconsapevolmente, la tela di ragno dentro la quale la Storia ha fatto cadere il fondatore del Pci e dell’Ordine Nuovo. Le donne, ancora tre sorelle, sono le sue uniche consolatrici ma anche, chissà, le sue carnefici, esse stesse vittime e colpevoli di un groviglio ancora oggi inestricabile.
Benemeglio è più narratore che musicista virtuale. Personalmente, questi suoi splendidi ritratti “amorosi”, dettagliati e precisi come saggi, eppure, allo stesso tempo, perfettamente “inutili” in quanto sufficienti a sé stessi nella loro bellezza letteraria, mi hanno fatto pensare a come egli stesso definisce Cechov, il quale, «con la sua magica stecca da biliardo, tocca i suoi personaggi-biglie, li fa rotolare e, zac!, li manda in buca, uno dopo l’altro, con una perfetta carambola, tra un sorriso ironico e un gesto di pietà», contemplato e ammirato da Olga Knipper, che il drammaturgo sposa malgrado «il suo terrore per gli sposalizi.» Anche Benemeglio gioca a biliardo con i suoi personaggi, anche se, trattandosi di coppie, ha dovuto giocare di sponda. (altro…)

Plinio Perilli, Il cuore animale. Lettura di Paolo Carlucci

Plinio Perilli, Il cuore animale, Empiria, Roma, 2016, pp. 216, € 20,00

 

GRAFFIO DI VERITÀ

I versi vissuti di Alfredo de Palchi
etici ed anarchici, caudati
d’Espressionismo e Inconscio …
romanzati ne Il Cuore Animale,
appassionato saggio di Plinio Perilli

Profondo che risale, la Storia al nero è nelle corde della poesia-vita di Alfredo de Palchi, sin dall’opera d’esordio, La buia danza di scorpione (1947-51, ma edita solo nel ’93).

Si decentra la notte sul muro si decentra
michelangiolesca
la lesione dell’occhio

la cella  costringe  silenzio
si spacca  il silenzio alle sbarre il trauma
è combustione

io
groviglio di piedi e mani
prevenendomi
farnetico perfezione

urlo al muro il muro
assorbe  da me l’eco risponde
alla sagoma straniera.

Versi che evocano dolore e ansia di verità, senza infingimenti letterari. Il luogo cui si allude è il penitenziario di Procida, dove furono concepiti, nell’immediato dopoguerra, dal poeta ragazzo, detenuto per un delitto non realmente commesso da lui, ma consumato nel clima furente e funesto di quella guerra civile, che fu l’inizio dell’Italia repubblicana. Alfredo de Palchi racconta in versi, con disperata forza etica, l’avventura di sé: uomo reale, stralunato nella follia della Storia. Le sorti di un nuovo e autentico processo kafkiano sono alla base di uno stile espressionista assolutamente suo, radicale ed esistenziale.
Un cupo, fiero Es che si fa scrittura. In lui, un cadenzato furore di vita azzera nichilisticamente il conformismo d’ogni illusione, che non sgorghi potente e nuova dalla franchezza dell’Esserci. Questo ed altri nodi scioglie, indagandoli con perizia psicologica e finezza critica, l’appassionato saggio di Plinio Perilli, il cuore animale, attraverso un ampio ventaglio di  testi e altri sospiri letterari, e non solo, al sapor dell’assenzio, che negli anni hanno scandito scritture travagliate, e lente, complesse  vicende  di riproposizioni  editoriali dell’opera.
I meriti di questa biografia in progress sono molteplici. I vari capitoli della prima sezione sono in genere intitolati con versi e rimandi diretti all’opera di De Palchi: in particolare penso a lo straniero De Palchi, in cui si vede un’estraneità forte, assolutamente biografica e vissuta al di fuori di letture o paludamenti filosofici di marca francese. Insomma De Palchi è straniero a tutti, a partire da se medesimo: ma non è un étranger sulla linea del rien; anzi, all’epoca, Sartre o Camus sono quasi sconosciuti al rustico poeta italo americano, futuro autore di Foemina tellus, uno dei suoi testi più intensi e vorticosi di vita: «non guardiamo indietro/ indovinare cosa si è abbandonare / non lo sapremo mai». (altro…)

Lucio Toma, Inediti

***

A Matteo oggi al cimitero gli hanno sfossato
i bisnonni insieme a qualche zolla
di ricordi e gli veniva da
starnutire (non si può fare a meno in quei casi)
così che ha pensato alla vita in un colpo
di tosse come a un’allergia alla polvere…

Poi hanno risigillato tutto e addio…
chi s’è visto s’è visto: ma mica tanto
perché poi a casa ho accarezzato
la credenza impolverata e con un colpo
di tosse mi è sembrato di salutare
un qualche lontano parente di Matteo.

(Colpo di tosse)

*

ancora un giorno perso
dietro al mio corpo
che stringe una flebo
paziente nell’attesa
del dottore mentre l’anima
incallita già si fa
elettrocardiogramma
di Gutenberg.

(L’anima incallita)

*

SI SPARA A SALVE O A MORTE

in questo paese poco importa.
È festa comunque a maggio
e ciascuno si fa anima e coraggio.
Anche la Madonna nera s’alza
sulle spalle dei confratelli
che pare voglia capire. Balza
tra la folla in cerca dei pischelli,
ma quel che vede è la fumante gioia
di cui è fatta la fuga dalla noia.

***

Lucio Toma scrive di sé: «Scrittore, poeta e giornalista, si è laureato con lode in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Bari. Nato nel 1971 a San Severo, dove risiede, coltiva il terreno accidentato dell’insegnamento presso l’Istituto agrario della sua città e pure qualche “storta sillaba e secca come un ramo…” che ha portato frutti nel 1999 (Zigrinature, All’insegna del Cinghiale ferito) e nel 2006 (A Gonfie Vene, Ianua). Diversamente si è prestato a collaborazioni con magazine locali e quotidiani, presentazioni di eventi letterari e interventi critici. Alcuni suoi versi sono apparsi su varie riviste anche on line. Altro gli sfugge o poco importa.»

La puntata della rubrica di Poetarum Silva “In Apulien” dedicata a Lucio Toma è qui.

Viviana Scarinci, Annina tragicomica

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Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci. Postfazione di Viviana Scarinci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11

Ha un nome al diminutivo seguito da un aggettivo composto la ricerca di Viviana Scarinci che dà voce allo scarto, al residuo, alla gratuità contrapposta all’immediatamente utilizzabile, catalogabile, smerciabile: Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, che popola le nostre teste al solo pronunciare il nome (Anna Frank, Anna Magnani, Anna dei miracoli, Annie Vivanti; ma, innanzi a tutte, Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera, collocava un luogo di culto). Annina mette, in piena consapevolezza e quasi con fiera sfida, la maschera del teatrale per giungere a noi e manifestarsi, appunto, con la grazia sublime e la verità misconosciuta che Kleist attribuiva alla marionetta.
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco, dall’altro si inserisce in una linea di ricerca che la vede accanto a Eva Strittmatter, la quale già nel 1983 aveva intitolato, in maniera divertita e provocatoria, una sua raccolta di testi Poesie und andere Nebendinge, vale a dire “Poesia e altre cose secondarie”, nonché accanto a Felicitas Hoppe, nei cui romanzi Pigafetta e Johanna l’io narrante indaga in «stanze secondarie». (altro…)

Luca Benassi, Contro la poetica dell’ovvio

Contro la poetica dell’ovvio

 

Sul numero 7/2017 di «Punto Almanacco di Poesia Italiana» (puntoacapo editore), dato alle stampe la scorsa primavera, pubblicavo un editoriale dal titolo Contro la poetica dell’ovvio. L’occasione era, oltre a quella di rendere conto di un lavoro critico protrattosi per 7 anni, quella di ragionare sulla tendenza di sostituire il pensiero poetico (e la capacità di scrivere poesia) con la spettacolarizzazione di sé, l’affermazione in gruppi e consorterie, la sovraesposizione sui social e su internet.
Il problema non è di poco conto. Basti osservare come gli editori tendano sempre di più a selezionare scrittori – soprattutto nell’ambito della narrativa – sulla base del numero di followers, likes e condivisioni sui social network, visti come proiezioni statistiche delle possibili future vendite. Questa modalità di selezione degli autori, che prescinde dalla qualità letteraria della scrittura per affidarsi a dati meramente numerici, ha aggredito anche un ambito di nicchia e poco incline a ragionamenti di natura economica come la poesia. Si vedano casi come Guido Catalano, Franco Arminio e Francesco Sole, quest’ultimo approdato dal nulla (o meglio dalle visualizzazioni su Youtube) alla Mondadori con un libro di poesia dal titolo Ti voglio bene. Si tratta delle versioni italiche di quelli che oltralpe vengono chiamati Instapoets – i poeti di Instagram – ai quali appartengono autori come il misterioso californiano Atticus, l’australiana Lang Laev, la libanese Najwa Zebian, gli americani Tyler Knott Gregson e Nikita Gill, e l’indiana Rupi Kaur che conta centinaia di miglia di followers, e che con il suo primo libro Milk and honey ha venduto oltre mezzo milione di copie. Si tratta di poesia che lascerà il segno nella storia della letteratura e del pensiero o di fenomeni social destinati a scomparire nello scorrere frenetico dei post?
L’almanacco «Punto» ha cercato in questi anni di scandagliare le regioni più remote della poesia, anche straniera, e non si è sottratto al dibattito critico. Ripropongo l’editoriale del numero 7 nella speranza di alimentare una discussione che ritengo fondamentale per il futuro della poesia. (altro…)

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola, Fiorina Edizioni 2017

L’isola, l’approdo a un’isola, il sogno di un’isola, ha accompagnato nell’immaginario l’esistenza di molti di noi; per quanto riguarda la mia generazione, dai romanzi della fanciullezza, prima Salgari, poi Stevenson e Swift, questi ultimi riletti in anni universitari, alle isole dell’Odissea, scoperte nelle ore di epica in prima media e poi riesplorate al liceo e attraverso la letteratura del Novecento. C’è stato poi l’universo di un esilarante bestiario con la Corfù di Gerald Durrell (La mia famiglia e altri animali). E, ancora, la poesia, dal romanticismo di Coleridge e Shelley (e «l’isola de’ poeti» di Carducci in Presso l’urna di Percy Bisshe Shelley) fino a Hilde Domin con l’isola di Santo Domingo dalla quale la poetessa trae il nome con il quale battezza la sua seconda nascita, la nascita alla creazione poetica.
Leggere Cercando l’isola di Salvatore Ritrovato, “libretto alla leporello”, pubblicato da Fiorina Edizioni e arricchito dagli acquerelli di Sighanda, e tornare, con lo stesso entusiasmo degli anni giovanili, a quella ricerca, è una cosa sola, stavolta, forse, con una memoria di viaggi passati che aguzza lo sguardo e rende tanto più apprezzabile la nota personale, l’arguta inventio così come il nuovo pensoso, meditato approdo.
Nel tragitto da Ulisse/Nessuno a sé, il viaggio è variegato, eppure ha una sua profonda unità. Cercando l’isola – e ‘alla cerca’ ci si imbatte nelle diversità più affini e nelle familiarità più stranianti – si toccano approdi intermedi, si lambiscono sponde di conoscenza e ri-conoscenza.

Ultime notizie di Ulisse mescola abilmente l’atmosfera animata da un viavai di persone – tutte senza nome, sono «uno», «un altro», poi ancora «uno» e infine «la gente» – e dalla polifonia di elementi naturali e indizi di episodi omerici con la sorpresa tagliente del ricordo, che spiazza e sperde sicurezze: «Una lama bizzarra di ricordi recide l’ugola/ della nostra indifferenza a ogni ritorno/ “Nessuno”, disse uno, e si perse fra la gente.»
L’isola del tesoro, esplicito riferimento a Stevenson, ha invece – ecco, subito, emergere la varietà dei toni – il ritmo irresistibile della strofa ricordata da Mark Twain in Punch, Brothers, Punch (che la mia generazione ricorda come “O fattorino dal ciuffo nero”): «Marinaio, salta a bordo, prendi il timone./ Presto si salpa verso l’isola dove fu nascosto/ (né fu mai trovato) il bauletto di Arpagone./ Colà giunto scendi cauto (qualora/ te ne sia dimenticato) nella scialuppa:/ porta un cuscino per stare comodo./ A mezzogiorno guarda in alto sul posto/ vola un colombo travestito da storione;/ laggiù potrai assaggiare anche l’arrosto.» (altro…)

Margherita Rimi, Nomi di cosa – Nomi di persona

Margherita Rimi, Nomi di cosa – Nomi di persona, Marsilio Editori, Venezia 2015

Nomi di cosa – Nomi di persona, una delle più recenti tra le numerose raccolte di versi pubblicate da Margherita Rimi, è un volume di poesia potente e delicata, singolare nella sua natura e plurale nelle voci e negli idiomi. Questi si intrecciano e si danno la mano, segnano pause e accapo senza mai dare l’impressione di un artificioso pastiche, ma dell’autentica necessità di essere detti di volta in volta proprio così, esattamente come li leggiamo. Molti testi, inoltre, si aprono immediatamente a una loro eco in altra lingua, si sporgono, quasi, a dispetto di una inerzia spacciata – dal mondo adulto, dimentico di meraviglia e di «scantu di criaturi», spavento di bambini – e in vista di una ben più articolata compostezza compositiva, per essere ‘ricantati’ in altri idiomi: penso in particolare ai quattro componimenti sulle stagioni, scritti in un dialetto siciliano che è la personale sintesi che l’autrice trova tra quelli da lei incontrati e frequentati, in un tragitto linguistico che tocca Palermo, Agrigento, Caltanissetta, e che non a caso erano già apparsi nel 2013 in Tempi d’Europa – Antologia poetica internazionale, curata da Lino Angiuli e Milica Marinković.
Altri testi sono, ancora, composizioni esemplari per la poetica e la grammatica (sì, la grammatica, in una accezione originale che muove da un vero e proprio assalto di domande e messa in discussione di convenzioni e usi) della ricerca di Margherita Rimi: L’oggetto e la parola, Fiurari, Mia madre, A paroli, tutto Il poemetto della punteggiatura, Il disegno di parole.
Altissimo è il livello di attenzione al ‘sapere altro’, alla costruzione di sistemi di decodifica del mondo fin dalla più tenera età, ai bambini che una volta venivano mandati dietro la lavagna (“i bambini zero sbagliato”?). Intenso, vibrante è l’appello per una visione bambina che non dobbiamo perdere e che tuttavia perdiamo. All’impegno, annunciato nella dedica, per una civiltà dei bambini, vengono dati costante nutrimento e materia di riflessione. Qui si manifesta il felice connubio tra la pratica professionale – Margherita Rimi è neuropsichiatra infantile – e il dire poetico.
Un discorso a parte merita, nella scrittura di Margherita Rimi, il tema ricorrente dei gemelli, che da condizione autobiografica si estende a toccare pieghe, a scovare angoli più remoti della percezione, nonché a svelare, anche attraverso manifestazioni cliniche, forme e stati dell’esistenza, come avviene in Le due anatomie: «Oggi va con uno/ Domani sta con un altro»

© Anna Maria Curci

***

U mmernu
(scocca)

Arriva accussì
ammucciuni ammucciuni

e pò
tutta a na vota:
a nivi

Zittuti!

jocanu i picciliddi.

L’inverno (fiocco)

Arriva così / di nascosto nascosto // e poi / tutto in una volta / la neve // Stai zitto! // giocano i bambini. (altro…)