Autore: Anna Maria Curci

Cristina Bove, Una per mille

 

Cristina Bove, Una per mille. Prefazione di Franco Romanò, Fusibilia libri 2016

Raccontare la vita nelle sue manifestazioni più diverse: se questa formula, da un lato, riassume ciò che pungola chi scrive e attrae chi legge, essa non spiega, dall’altro, le ragioni dell’impronta forte e durevole che determinate narrazioni sanno consegnare all’immaginario e alla memoria. Dice il contenuto, l’oggetto della narrazione, ma non ne dispiega il come. È il come si racconta, ovviamente, a fare la differenza; qui non contano le ricette a buon mercato, le pillole di saggezza dispensate attraverso tubi catodici, canali telematici, lunghezze d’onda, le messe in guardia dall’autobiografismo e le distillazioni varie – con l’erborista ovvero dispensatore di grappa letteraria di turno in versione “Così parlò…” – di sottili distinguo circa realismo, verosimiglianza, scelta e trattazione della materia grezza narrativa. È la verità a fare la differenza, quella che Albertine, nel finale di Doppio sogno di Schnitzler, tiene ben distinta dalla semplice realtà, fosse anche la realtà di un’intera vita umana: nel romanzo di Cristina Bove è la verità a guidare sguardo e resoconto, rievocazioni e considerazioni.
Tornando, tuttavia, all’enunciato iniziale di questa nota, è necessario qui innanzitutto porre al plurale l’oggetto della narrazione, perché non di una vita si parla, ma di tante vite, delle linee successive o parallele di chi narra, che si definisce, come recita esplicitamente il titolo, Una per mille. È, inoltre, delle vite altrui che si intesse, procedendo nella narrazione, la trama del romanzo. Sono le esistenze altrui, che attraversano ovvero che rendono sempre piena di sorprese, nutrendola perfino, come nel caso dei quattro figli, la vita (le vite) dell’io narrante. Al plurale sono prese in considerazione, ancora, le dimensioni dell’esistenza, con un’attenzione rivolta all’altro da sé, all’altrove, a modalità ‘altre’ di accesso alla conoscenza, alla dialettica tra istinto naturale e coscienza.
C’è un evento – non dimentichiamo che ci troviamo dinanzi a una narrazione che merita pienamente questo nome – dal quale si può cominciare a parlare di pluralità di punti di punti di vista. Giro di vite, svolta, linea spezzata e poi ripresa sul palmo della mano che riporta il tormento e il trauma sul quale lavorano incessantemente due agenti opposti: il ricordo misericordioso e il vergognoso oblio. Questo evento è un volo giovanile, foriero di coma e ossa rotte, ma portatore di visioni ‘oltre’, ‘al di là’, sì che le voci di Cristina Bove sono ‘voci sulla soglia’. Sanno di bivi, di attese, di altre dimensioni. Sono tramite e luogo, come si legge nel romanzo. Sono consapevolezza e empatia, sono, nonostante tutto, speranza. (altro…)

Lucianna Argentino, Inediti #2

Lucianna Argentino, Inediti #2

Abbiamo attraversato la notte in ginocchio
perché la misericordia divina
ci trovasse preparati per un nuovo impasto
e un respiro più prudente e giusto
ci fosse alitato nelle narici.
Officianti il sacramento
di quelli cancellati dalle mappe
ma ai quali è affidato il compito
di testimoniare la grazia
– quelli a cui molto sarà perdonato
perché molto hanno amato.

***

C’è voluto tutto il tempo e una gelosa cura
perché il giorno trovasse la sua voce
e una grazia acerba lo battezzasse col suo vero nome
vero sì, ma distante ancora.
Ancora nell’avvenire, ancora dove lo vorrei
pelle del mio abisso e senza distanza dirgli:
toccami, ripassami l’anima con le tue mani,
il corpo con i tuoi occhi; fammi il tuo genitivo
di pertinenza, riscrivimi la desinenza.

***

Scontata la pena da pagare,
offro in sacrificio la decima del mio coraggio
per il riemergere di lui dalle carni
– dannazione e salvezza
a testimonianza dell’indivisibilità di spazio e tempo
per me che l’ho aspettato
confidando di conoscere la mia verità
attraversando la sua. Guardando negli occhi
gli occhi opachi del suo passato,
mentre mi cresceva lontano, ma già veniva,
già si avvicinava. Ma non finiva – mai finita –
l’attesa di lui che mi possiede.

(altro…)

Simonetta Sambiase, L’ingombro

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Simonetta Sambiase, L’ingombro, Le voci della luna 2016

È avvolta in «abiti fagotti» l’anima che percorre, cantando di sé e dell’universo circostante, L’ingombro, la raccolta di Simonetta Sambiase vincitrice del Premio Internazionale “Renato Giorgi” nel 2016, e in quello stesso anno pubblicata da “Le voci della luna”. Pur edotta – indubbiamente – su dicerie di salvezza e dispositivi di sopravvivenza, non abbocca a illusioni fatue, ma “passa avanti e canta”. Mi preme innanzitutto sottolineare questi due verbi, passare avanti e cantare, che prendo in prestito dalla poesia Scrivendo di Marie Luise Kaschnitz, perché il grande impatto esercitato da L’ingombro su chi legge scaturisce a mio avviso da un verso dal suo procedere a ritmo serrato e, nel contempo, sensibile a ogni variazione di oggetti, contesti e fogge, dall’altro dalla bellezza del dettato poetico, incurante di qualsiasi canone, ma invigorito da una forza fondante tale da creare un canone nuovo e dotato di piena autonomia.
Sorprende, come fa notare Maria Luisa Vezzali nel saggio introduttivo, la compattezza della raccolta. Colpisce la naturalezza del suo snodarsi in tre movimenti, che corrispondono ai titoli delle sezioni che la compongono: Fuori, Altrove e Dentro, ma dentro assaje. Cinque anni fa, scrivendo di Coniugazione singolare di Simonetta Sambiase, ne sottolineai il carattere di singolare originalità, carattere che emerge, con accenti ulteriormente sviluppati, anche in questa raccolta. L’aggettivo “singolare” è da intendersi qui in varie accezioni, ivi compresa quella della presa d’atto di una condizione di solitudine rispetto a quella che potremmo chiamare ‘l’onda comoda dei consenzienti’ e di attenzione, d’altro canto, a tutto ciò e a tutti coloro che sono considerati «ingombro». Se di sé l’io lirico scriveva allora, novello Desdichado (Nerval), «Mi chiamo Perturbata», adesso fa un ulteriore passo avanti: «meglio stare al difuori e zitta e mosca». Zitta, sì, ma scrivente. E la sua scrittura – in questa raccolta dedicata a colei che viene letta e indicata come maestra, Jolanda Insana – lascia un segno profondo. (altro…)

Lucianna Argentino, inediti #1

Il poema della luce
(o del teorema della ricorrenza*)

La vita è aria tessuta
con la luce.
(Jacob Molesch)

Dal treno la rivincita sul tempo
non la credeva e nemmeno sul rammarico
perché di rado se n’era visto uno sparito così,
semmai addolcito, eppure quello, adesso rinverdito,
la esortava: guardami gli anni mi hanno cambiato,
ma so che tu mi riconosci, che non mi hai dimenticato.
Ma lei – quella in carne ed ossa – era la stessa? E lui?
Di vita ne è passata, si dissero e se la raccontarono
a Milano, senza bagaglio, mano nella mano,
lungo i viali del Castello Sforzesco.
La ghiaia sotto la panchina riverberava assoli di ricordi,
scovava dubbi in fondo agli occhi e ombre dilatate
dalla luce gentile di quel pomeriggio di settembre
che, riluttante, si congedava dall’estate.
I due vagavano attoniti nel vuoto d’anni di cui erano gli estremi,
priva di guida la memoria andava a caso
e lei smarrita girava attorno a quella clausola
che poi, di tanto in tanto, le concedeva tregua.
Perché non mi parlasti?, le chiese lui
col fiato spezzato dal rimpianto.
Non sapevo ascoltarmi, non conoscevo altro di me
che trasparenza. Ma ora tu salvami da questo gorgo,
lo supplicò lei da dentro un’ancora non arresa disputa.
Lui taceva, forse un sorriso, ma appena sotto pelle
gli sussurrava che in lei c’era qualcosa che lo riguardava.
Misuravano non il peso del passato o una sua ipotetica innocenza
ma il già eluso futuro, corroso da quanto rinnegato
quando il tempo era alleato coi battiti del cuore
e il cuore non lo temeva, ne sentiva anzi la benevolenza
ora rinnovata nel fuoco di quella ricaduta.
Sconfinavano le ore, indocili e gelose,
nella recita dei loro reciproci almanacchi
accesa la questione se dal chiuso da cui era evaso, lui,
poco persuaso che fosse libertà, si potesse edificare un’intesa.
Credevo di non avere scelta, confessò lei l’autoinganno.
Il prezzo per la revisione della storia le lacrimava dentro
e stava come la luce quando cede in grani
il suo potere all’ombra che, pentita, eppure avanza. (altro…)

Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

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Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

 

18 FEBBRAIO 2016
LEI SAPEVA CHE LO SPLENDORE ERA FRAGILE

“In quel vasto paesaggio silente
(in quella fredda desolata gola)
spiccavano,
le austere cime scure
dei grandi alberi
e lei aveva negli occhi
una terribile dolcezza”

La brezza finalmente cadde
l’acqua divenne immota…
Lei sapeva che lo splendore
era fragile,
ben presto sarebbero ripresi gli stridii
– i ronzii 
i minuscoli movimenti
– quelle uccisioni –
e in quell’ordine universale e verticale
calante poi dall’alto
– fino nel corpo del delirio
– fin in quel silenzio epilettico
e dalla finalità cupa
.
E nei trapassi tematici della pena
bisognava forse scegliere la più sottile
– e la più solida –
– e la più grigia
delle correnti del pensiero,
attaccarsi ad essa come a un prete cieco…

 

 

21 MARZO 2016
ERA POI SEMPRE QUELLA STESSA ALBA

Una luce grigio-perla
continuò a essere diffusa
ostinatamente nel cielo,
al di sopra di stradine fiancheggiate
da faggi purpurei,
– e mutevoli siepi
(ahh quell’attrattiva suprema
dell’essere fugaci!)

Fu proprio per questo presagio di mortalità
( e per la sua vita
– involuta e sotterranea 
con un languore tutto spirituale)

che poi auscultò il mondo della realtà:
era poi sempre quella stessa alba,
vi era un gran silenzio,
e tutto era assolutamente perfetto,
in un rapporto sinistro e formidabile
come una sorta di istruzione sul silenziato omicidio,
a riprendere quel filo rosso della violenza
che passava per ogni nuova cosa
che imparava.
[Oh potere andare a valutare
i danni della devastazione
-su quegli sconfitti-
come se vi potesse magari essere
una qualche opposizione a tutte le sue asserzioni
(Lei aveva gli occhi selvaggi,
– e tutte quelle ferite puntorie)]

 

 

17 aprile
IN UNA EVOCAZIONE DI ACQUE FRESCHE – E PERICOLOSE

Lungo la riva del fiume
le candele dei sommacchi
bruciano di un rosso opaco,
in una evocazione di acque
fresche – e pericolose

In quei tramonti opulenti
(essi chiusi nel loro vuoto risplendente,
nel loro pallore

  • e tra le dune fredde)
    lei era sabbia, lei era neve
    scritta riscritta spianata
    (sotto sotto bruciante sempre)
    lei che martirizzava poi quanto la legava a loro
    tra folgorazioni sorde
    qualche nuovo – feroce – atto di dio
    (“inutilmente crudele” – dice lei con tono freddo)
    e le carnarie mosche
    sommerse
    in tutti quei fossati che producevano
    soltanto giaggioli selvatici.

 

 

23 maggio
SA DI ESSERE ALLA MERCÉ DEGLI EVENTI

…[Sa di essere alla mercé degli eventi
sa che gli eventi non hanno pietà…
Ora è preparata alla lacerazione…]…

Da la realtà banale – e infettiva 
(assumendo l’opportuno atteggiamento
di afflizione)
torna nel regno della follia metafisica

della infinita speculazione
In una regione crepuscolare
– senza cielo (con troppo cielo)
ecco la allucinazione lunga:
i fiori del castagno divampano
eppure ovunque vi è qualcosa di blu
forse la fosforescenza
della neve nell’ombra
quella sommersione gessosa
– e ubiquitaria (e massiva) –
che divora.

 

19 luglio
ERA BELLO TROVARE UN PRATO BIANCO

Era bello trovare un prato
bianco
(sotto la luce della luna)
– e qua e là degli assetati fiori celesti

Essi pensavano che lei fosse triste,
di una tristezza violacea
( eppure fragile squisita)
nelle sue digressioni fredde

e tra tutti quei reliquati
– della tossina magnifica
– del terribile silenzio
– della funeraria estraneità
Aveva invece una certa magnificenza
una sua interna voce pallida – da prima comunione –
nel pensare a come quelle sue labbra amate
erano meravigliosamente fredde
ma una parte del suo corpo tremante
(allora allora –
quando lei osava sopportare
la perfezione che agghiaccia)

 

 

16 agosto
PERCHÉ POI SI ACCETTASSE LA SPOGLIAZIONE

Le piante di sorbo circondavano la casa
come fiamme di un rosso rame
e in mezzo l’erba era morbida
come muschio o crescione
(e ogni cosa sembrava in attesa:
gli animali uccisi, gli alberi,
i campi, e tutti quei monti…)

In una regione crepuscolare senza cielo
tutto le appariva secco
distorto immobile,
perché poi si accettasse la spogliazione
come cosa naturale.
In quella debole colorazione ossidata
– di un metallico paesaggio 
perdersi così era come mettersi coi morti,
tra le impedimenta,
l’insanguinarsi,
il ripassarsi la lapide
nell’atroce ascetismo.
(Come può essere calma e immota la natura
– lei pensa –
come se sempre fosse un monco inizio,
livido e sontuoso e torbido
uno sguardo maniaco
– e nel presentimento selvaggio
 e nelle esalazioni secche della terra).

 

 

22 settembre
I FIORI ERANO FERMI E LONTANI

L’immenso abbandono degli uomini era intorno a lei
– e tutta quella ostinata vocazione alla assenza:
i fiori erano fermi e lontani
come fossero dipinti
(forse erano gigli di palude
grigi e azzurri)

Nel vasto mondo crepuscolare
aperto da ogni parte
oltre la – vasta – opacità diffusa
si intuiva il mare tragico,
i lontani tumulti allucinali
dell’orizzonte,
e il freddo aveva un che di immobile
– di angosciastico 
si vedevano scintillare cupi angoli.
Perfino l’alba fu modesta e pallida,
una prima visione lucida vetrosa,
con lo sboccio lontano dei fiori notturni,
l’ultima forma coagulata…
Lei voleva essere sempre
segretamente furiosa:
nella sovrapposizione dei flagelli,
– dei teratologici casi –
gli occhi morti, la lingua persa
quelle – sue – cogitazioni proibite
la nudità nella sua paurosa concisione…

 

14 ottobre
LA LINEA DEI COLLI È PRECISA – E NETTA

La linea dei colli è precisa – e netta
tra quelle valli celestiali
(minate):
e sono infocate tutte quelle morte vie…

Lei allora passa,
alla dissezione delle cose maestose,
nel tempo neutro
– in questo recesso –
negli anni vuoti,
anni di espiazione e delle cerimonie esequiali
(dove tutto è essenziale esatto nudo preciso corretto).
Ogni cosa pareva avere una brusca amara bellezza
in un suo certo estetismo nero e profetico:
i colori,pressanti e sanguigni
come la corolla di un fiore morto

il consuntore morbo,
forse una qualche lapidazione vera
la ossatura a sconnettere,
– tutta tutta la solitudine delle grandi pietre sgocciolanti
(tra le nubi di un bianco cretaceo,
a sorreggere quel mondo di silenzio
e di una strana disperata pietà)

 

Questi inediti di Villa Dominica Balbinot, tutti composti nel 2016, gettano una luce che non teme di essere cruda sulla «agghiacciante perfezione» della pallida, straniata bellezza nel mondo dissestato, funestato, infestato da «consuntore morbo», punture, dissezioni. Per questo, e non soltanto per il rosso-rame del faggio purpureo e per il rosso ‘insolente’, dallo splendore incurante, del sorbo, che qui si manifesta e che richiama Cespugli di sorbo del poeta tedesco, questi inediti riportano alla mente Gottfried Benn, non a caso annoverato da Cristina Campo tra i suoi “imperdonabili”. (Anna Maria Curci)

Maria Lenti, Ai piedi del faro

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Maria Lenti, Ai piedi del faro. Poesie, La Vita Felice, 2016

Chi legge Ai piedi del faro, la più recente raccolta di Maria Lenti, vede innanzitutto confermato il titolo, vale a dire la prospettiva dal basso scelta – ai piedi del faro, appunto – e tuttavia illuminata da un’ampia fonte di luce. Con i piedi ben piantati sulla terra, lo sguardo si volge al passato, al presente e al «futuro radiosato» e, allo stesso tempo, la mano scrive partiture per «sinfoniette» e ballate, senza disdegnare, bensì, al contrario, conferendo loro dignità, filastrocche e cantilene che ravvivano il loro passo guardando in volto, pensose, ridenti, malinconiche, indignate, sempre coraggiose, anche la crudezza della realtà. La poesia ironica dà la mano, in una ronde trascinante e serissima, alla poesia giocosa, il campo della fiera – campo di calcio – e la sua erba calpestata si alterna al valzer dei fiori. Le età della vita guardano, sagge nell’accettazione non supina, alle illusioni mendaci. Impegno politico, vocazione pedagogica e sorriso aperto diventano parola poetica, che intreccia idiomi e fa volare alto l’etimologia. La poesia amata delle radici si mescola agli austeri inventari, che si trasformano a loro volta in divertissement dai significati molteplici. Maria Lenti conduce il lettore in aree geografiche molto distanti tra di loro, attraversa e fa attraversare molti spazi del pensiero e dell’azione, provocando incontri inaspettati. (altro…)

Passione poesia

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PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015.
A cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.

Ingeborg Bachmann
(da La Boemia è sul mare, trad. di A.M. Curci)

 

Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche.

Di ciascuno dei tre saggi introduttivi mi sembra utile riportare qui alcune considerazioni che co­stituiscono una valida bussola per orientarsi nel «mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da ve­dere» – ricorro al verso conclusivo della poesia La Boemia è sul mare Ingeborg Bachmann – di Passione Poesia, che raccoglie le letture di oltre cento (115) poeti e critici su altrettante composizioni di autori scelti in un arco temporale che abbraccia un quarto di secolo, dall’indomani della “ca­duta” del muro di Berlino alla metà degli anni Dieci del terzo millennio, dal 1990 al 2015. Nel suo saggio Giro di boa, Luigi Cannillo declina le diverse nature della poesia, che è ai suoi occhi (e sot­toscrivo) «pensiero, evocazione, gioia, ricerca, parola» e sottolinea l’empatia tra chi legge e chi scrive. Troppo poco? Troppo vago? Talu­no storce la bocca? Talaltro invoca la critica militante “che ha perduto e che ha sì cara”? Anche qui, con un ammirevole equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, tra slancio e constatazione di con­fini e limiti, la passione è definita, dinamica­mente (ancora una volta, una promessa che poi viene man­tenuta) come «processo che unisce impul­so, attrazione e mutamento nel lettore». In Poesia e critica d’oggi, Sebastiano Aglieco richiama momenti di incontro e scontro tra poesia e critica, tratteggia, a partire da Voltaire e dalla sua apo­strofe, “barbara”, alla poesia di Shakespeare, i momenti salienti di una storia del­la critica fino a oggi e rivendica alla critica la natura di «libero esercizio del cuore e della mente». In Marginalità della poesia, poesia marginale, Nino Iacovella ritorna sulla questione dei confini e della emarginazio­ne e di critica e di poesia. Ricostruisce un contesto di manifestazione e attività di poeti e poesia che si sottrae, come ricordava Zanzotto, alla definizione tout court. Con un sonoro “eppure”, che riecheg­gia la parola scelta da Hilde Domin, autrice di raccolte di poesie e di saggi che hanno a pieno diritto rappre­sentato un punto fondamentale di (ri)partenza per la “passione poesia”, Iacovella conferisce tuttavia proprio a questa il carattere di argine alla valanga dell’effimero che rischia di travolgere in poltiglia indi­stinta la perenne “fuga” (Zanzotto) della parola poetica. (altro…)

Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-timbe

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Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo. Prefazione di Manuel Cohen, Puntoacapo 2016

«… e u timbe scuorre»: il tempo scorre, sì, con velocità diverse e diversamente percepite col passare delle età – di persone, di luoghi, di oggetti, perfino di modi di dire – nella poesia di Vincenzo Mastropirro nella lingua di Ruvo, il paese natale nelle Murge. È un idioma che conferisce ritmo e plasticità alle composizioni di Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo.
Sono testi di varia lunghezza che esaltano, come evidenziato dalla prefazione di Manuel Cohen, quella icasticità che contraddistingue sin dalle prime raccolte la scrittura del poeta e musicista pugliese. Il tempo e i tempi, ché l’ampiezza di accezioni e figure e persone del termine è considerare quanto più grande possibile se ci si accosta a una poesia di tal fatta, che coniuga detti popolari e considerazioni aforistiche con un compare d’anello peculiare, che è questo dialetto non di rado aspro, dalle arditezze vocaliche che strappano perfino agli stessi corregionali il commento: “ostico”, magari a fior di labbra, e tuttavia con la segreta convinzione, nel caso del ruvese, che “forestiero” e “forastico” siano qui contigui.
Sono tempi dell’attesa e dell’avvertimento, come quello ripetuto in continuazione a Vincenzo tredicenne («na da mangiò pone tuste!», «ne devi mangiare pane duro»); sono tempi della constatazione, del “bilancio di medio termine” compiuto durante il “terzo” dei quattro tempi dell’uomo («nan so mè mangiote pone tuste», «non ho mai mangiato pane duro»); sono i tempi di mezzo, scanditi, come nocche su un tamburello, dal «’Mbèratande». dal “mentre”; sono i tempi del pronostico inevitabile («u quarte cu’ curpe sfatte e mangèime pe’ le virme», «il quarto col corpo sfatto e mangime per i vermi»); sono i tempi “bastardi” della lentezza esasperante e sorniona nella percezione del tempo («U timbe nan passe cchjue/ quanne sé ca nan sté cchiù timbe.», «Il tempo non passa più quando sai/ che non c’è più tempo.»); sono i tempi, infine, dell’invito, nonostante tutto: «candòme tutte ‘nzime/ candòme mò o cchjù pe’ nudde», «cantiamo tutti insieme/ cantiamo ora o mai più».
Il tempo condensa il suo significato in luoghi e in oggetti, luoghi e oggetti che si fanno tenaci e vivi e maestri a chi conosce il valore del sostare e dell’ascoltare, del cogliere al tempo giusto, dell’osservare nello scorrere e del lasciare andare ciò che si sottrae al gesto, sempre intempestivo, della prepotenza. (altro…)

Paolo Ottaviani, inediti

UN SOLDATO MI DISSE NON SPARARE

Un soldato mi disse non sparare
tutti sulla collina sono morti
guarda oltre il campo spento il brulicare

delle ombre, incerte sagome, contorti
spiriti in cerca ancora di una pace,
non sono i vivi diversi dai morti

che di cenere coprono ogni brace.
Quasi tra sé cantava e controvento
(forse intravidi un suo ghigno fugace,

strano timore da spaesamento).
Parlo con i miei morti,
bisbiglio alle mie piante.
Credo finito il sogno negli assorti
volti dei cari, oltre il nudo versante.
Quale strana collina
ora ci accoglie? Siepi d’albaspina
lampeggiano nel bianco
felicemente bianco
il gelsomino nel chiaro orizzonte
poi mi risveglio e ritrovo Caronte.

*

UN RAGAZZO LUNARE

Sorride in hora mortis una madre.
È il tempo inquieto del dolce vagare.
Precipitano rondini leggiadre

contro l’azzurro d’acciaio del mare.
È un po’ come morire – e sorridente
va in una luce incerta ad irrorare

di caldo sangue una radice ardente.
Nessuno in questo deserto s’inchina
a pregare e nessuno veemente

insulta il cielo sopra la collina.
Solo va pensieroso
un ragazzo lunare
e terrestre in cammino su un petroso
tratturo antico ove non può strappare
la carne del suo cuore
dalle rocce che il caso – o forse amore? –
in ogni angolo scaglia
senz’ordine o avvisaglia.
S’incurva sulla terra e sulla luna,
ritrova la sua luce in una cruna. (altro…)

Donne. Racconti al femminile, a cura di Narda Fattori

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Donne. Racconti al femminile. A cura di Narda Fattori. Prefazione di Giovanna Gazzoni, Pazzini editore, 2012

(a Narda Fattori)

Mi cullo in quello che di me dicevi:
metà e metà, formica e poi cicala,
un ibrido che ascolta stipa e canta.
Ti cerco nella sera sopraggiunta.

Anna Maria Curci

Meno conosciuta, ma non per questo meno pregevole, è l’attività che Narda Fattori ha svolto come conduttrice di laboratori di scrittura. Ne dà testimonianza l’antologia Donne. Racconti al femminile, curata da Narda Fattori e scaturita dalla sua “vocazione pedagogica”, da un talento fattivo e generoso, nutrita dall’intento, anche questo perseguito con tenace coerenza, di rendere reale condivisione, tanto pensosa quanto operosa, quella benedetta “spudoratezza”, elemento fondamentale della scrittura accanto alla conoscenza di sé. Della “spudoratezza” Narda ebbe modo di scrivere in un’intervista del 2004, pubblicata sul sito della casa editrice Fara, con la quale era uscita in quell’anno la raccolta Verso Occidente: «Ecco cosa intendo per “spudoratezza”.
Non credo esista niente di inesprimibile. Almeno per un poeta. Le parole si formano nella mente come volute di fumo da una sigaretta, si distendono, e chi scrive è poco più di un manovale.
Poi c’è il lavorio per dare pazienza all’urgenza: il labor limae credo sia il ritorno su parole, suoni e timbri che senti imperfetti, non chiaramente fedeli a quella voluta che ti saliva dalla gola e ti scendeva dal pensiero. È il lavoro dell’intellettuale.»
I racconti brevi raccolti in Donne sono nati nel corso del laboratorio “Scrivere allunga la vita”, patrocinato da Italia Nostra, svoltosi dall’ottobre 2009 all’aprile 2011 e condotto da Narda Fattori. Sono testi molto diversi tra loro per stile e per genere di scrittura, accomunati tuttavia dal prendere le mosse da un ricordo, dall’evocazione di un luogo, di un oggetto, per narrare, come scrive al plurale Giovanna Gazzoni nella prefazione, intitolandola così, Le vite delle donne.
Va sottolineata la scelta del ‘noi pensante’, operata dalle autrici all’atto della pubblicazione. I trentotto racconti e la poesia che compongono Donne sono stati sì scritti da Narda Fattori, Mariangela Barbone, Stefania Bolognesi, Antonella Brighi, Loretta Buda, Natalia Fagioli, Elisabetta Leoni, Ondina Martini, Anna Rosa Pedrelli, ma non è dato associare il singolo testo al nome dell’autrice. La coralità delle voci è dunque intenzionalmente anteposta alla melodia di ciascuna. Riconosco anche in questo aspetto l’amore di Narda Fattori per la conversazione ininterrotta con l’altro da sé – nella piena conoscenza del sé – così come il suo vigoroso sì alla costruzione comune del pensiero. (Anna Maria Curci)

*

Sospiria

La maestra ha accompagnato i bambini all’ingresso, li ha affidati ai genitori o a chi per loro purché delegati.
Quella della consegna è un’operazione delicata che lei esegue con cura certosina, prima verifica che la persona che ha di fronte sia legittimata al ritiro, poi passa la mano del piccolo, al padre, alla madre o a chi per loro.
In quel momento rimpiange i tempi in cui, al suono della campanella, gli alunni arrivavano al portone e, liberando la sfrenatezza proibita in classe, si disperdevano vocianti sul piazzale che in pochi minuti risultava deserto.
Torna verso la sua classe con un pensiero fisso che si esprime in una parola: quiete!
– Voglio un po’ di quiete – pensa la signorina Sospiria; vorrebbe urlarlo ma non può, l’atrio è già carico di una vibrante tensione; percorre il corridoio con un’andatura concisa, esaltata da un tacco 8, inadeguato per le sue corte gambette.
Dalle aule della 5 A e B risalta l’odore acre dei detergenti che Gemmina, la collaboratrice scolastica, sta usando a profusione; uno sperpero di prodotto dovuto alla fretta. Alle 13.50 lei smonta e, dove non bastano la forza e la rapidità delle braccia, spande detersivo. La maestra sente che la schiena si flette in avanti, la drizza, protende il collo per dare sollievo alle vertebre cervicali e procede verso la sua classe. Toc, toc – toc, toc, l’inconfondibile rumore dei suoi tacchi risuona lontano nel corridoio e copre il borbottio che sbotta dalle sue labbra perfettamente congiunte:
quiete agognata,
quiete ambita,
quiete suprema.
Guarda davanti a sé, il corridoio contiene a stento la sua stanchezza. È sola, veramente qualcuno c’è, ma lei non lo vede, nella sua testa rumoreggia una sola parola: quiete.
Inavvertitamente riprende il suo delirio verbale:
quiete sognata, sperata, aspirata, consegnata, digrignata.
Una sosta per raccogliere un foglio da terra, poi riprende il suo tragitto; come uno scolaro che calcola con le dita lei giocherella con le sue facendole tamburellare sulle labbra ormai sverniciate, poi riprende il suo salmodiare:
quiete dolcissima,
quiete prudentissima,
quiete clemente,
quiete potente, e non si accorge che il collega Ripetti la fissa turbato.
A metà corridoio comincia a cantare una nenia, coccola la sua parola, che, secondo lei, sta crescendo facendosi tutta maiuscola. Sulla porta della III C, la collega Ginevri la guarda non vista. Quella parola si allarga e si allarga, lei la accomoda fra le braccia, la dondola sillabando con affetto.
Velocizza il passo, ma l’altezza del tacco ostacola l’accelerazione; stringe al petto la sua quiete; tenendo il testone della Q sul braccio si compiace dell’enigmatico sorriso a U.
Nell’aula, la luce accecante del mezzogiorno la ferisce, stringe un poco le braccia, si china sulla sua parola per crearle una penombra rassicurante.
Raggiunge la sedia, sposta con la punta del piede la borsa a fianco della cattedra, si siede, appoggia la parola sulle sue ginocchia trattenendola teneramente con le braccia e la guarda con insuperato affetto, poi appoggia la fronte sul tavolo. Sospira la signorina Sospiria e declina nuovi attributi
quiete inespressa,
quiete sconfinata,
quiete generosa e non si rende conto che Ripetti e la Ginevri, muti e pensierosi, la osservano dal vano della porta.
– Stai bene? – si sente chiedere. Lei si drizza di scatto, allenta la presa e la parola, la quiete agognata che si stava concretizzando rotola su se stessa e cade con un rumore secco sul pavimento sparpagliando le lettere sotto la prima fila di banchi.
I colleghi rimangono sulla porta, ma i loro sorrisi tesi e gli sguardi sorpresi si allungano fino alla cattedra per sincerarsi che Sospiria respiri.
Contro ogni previsione lei si alza e con finta noncuranza va loro incontro ostentando un sorriso diluito dal pianto trattenuto, si lascia cadere sulla prima sedia che trova davanti; è completamente inerme, indifesa, fragile, ma sorride.
– Non è niente… sono stanca, ho bisogno di quiete, di quella calma… capite? I colleghi ammiccano indulgenti ma devono spostarsi per lasciar passare Gemmina che, armata di Mop, pannicelli e scopa a forbice, è intenzionata a pulire l’aula.
La maestra si avvicina nuovamente alla sedia, recupera gli occhiali nella borsa e accende il cellulare sotto lo sguardo minaccioso della bidella. In aula la tensione è al massimo; Gemmina ha l’occhio fisso, il suo sguardo sembra voler incendiare tutti i banchi fino a incenerire lei, Sospira, la maestra che non lascia mai la classe in ordine. Si guardano, la maestra si porta le mani agli occhi come dovesse aggiustare gli occhiali che non ha ancora indossato, poi saluta con un sorriso muto e un lungo sospiro.
– Arrivederci – sibila Gemmina.
– Addio – risponde Sospiria accomiatandosi dalla sua quiete infranta.

(pp. 62-64)

Mauro Valentini, Marta Russo. Il Mistero della Sapienza

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Mauro Valentini, Marta Russo. Il Mistero della Sapienza, Sovera 2016

Inizia con un preambolo che risale a venti anni prima della vicenda il libro di Mauro Valentini Marta Russo. Il Mistero della Sapienza. È un preambolo che scuote la memoria di chi quel giorno ricorda con rabbia e con dolore, è un preambolo che potrebbe sembrare spiazzante, ma non lo è. C’è un filo, anzi, ben più di un filo, oltre il verificarsi di alcuni eventi che accadono nel corso delle indagini e che saranno palesati dall’autore di questo libro, che collega la morte di due ragazze nel mese di maggio a Roma. La morte è per gli umani insieme irremovibile certezza, esito di tutte le esistenze e mistero insondabile. Ma se si tratta, come si è trattato in entrambi i casi, di un omicidio, e di un omicidio del quale movente, mandanti e materiali autori, a diversi gradi, restano nel buio ovvero si muovono in uno «stagno torbido», per usare un’espressione dell’autore, la morte scatena un dolore che gli anni non riescono a scalfire. Gli anniversari – e questo è l’anno del ventennale della morte di Marta Russo, morta nel maggio 1997, venti anni dopo la morte, nel maggio 1977, di Giorgiana Masi – rendono più acuto il dolore, più amara la constatazione che giustizia non sia stata fatta. Il preambolo narra proprio della morte di Giorgiana Masi, durante una manifestazione a Roma, il 12 maggio 2007, a Ponte Garibaldi. Il libro di Mauro Valentini ricostruisce la morte di Marta Russo il 14 maggio in seguito al colpo di pistola sparatole mentre percorreva, conversando con l’amica Jolanda, un vialetto alla Sapienza. Non si limita a questo, naturalmente: vengono riportati, con ritmo narrativo incalzante e ampio spettro nella scelta e nell’uso delle fonti, indagini, perizie, interrogatori di imputati e di testimoni, l’iter processuale. (altro…)

Elina Miticocchio, poesie da Le stanze del vento

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Elina Miticocchio, Le stanze del vento. Prefazione di Angela De Leo, SECOP edizioni 2016

 

Sapevo dove trovarti

Stavi ore e ore nella stanza colma di libri
in ascolto del cuore pulsante che avevi tra le mani
tracciavi segni rosso blu e memoria
guai disturbare il silenzio della camera
stavo seduta e guardavo la macchina da scrivere
faceva buona compagnia
e in fondo un gran rumore muoveva l’aria
i pensieri si facevano sottili come pesci
riottosi all’amo da cucito
raccoglievano soli in uno stare ripiegato
un faro il tuo studio paziente
un mondo migliore per la tua famiglia

*

Nuvolaconiglio sul verde dell’infanzia

Nuvolaconiglio sul verde dell’infanzia
Coloro i miei occhi oggi un poco addormentati
Non metto gli occhiali
Non devo leggere
Solo ritrovare il mio essere ramo

*

Ascolto il tuo silenzio

Ascolto il tuo silenzio
Svapora azzurri e borbotta di nuvole
Riempie di suoni
Il verde che ho negli occhi

* (altro…)