Autore: Anna Maria Curci

Premio letterario L’albero di rose – II edizione

 II edizione del Premio Letterario
 
“L’albero di rose”
 
dedicato alla Festa del Maggio di Accettura
 

REGOLAMENTO

Il Premio è diviso in cinque sezioni:

Sezione I – Poesia edita; la silloge deve essere edita a partire dal giorno 1 gennaio 2014 al giorno del 15 luglio 2017.

Sezione II – Poesia inedita, a tema, ispirata alla Festa del Maggio, ai culti arborei e al rapporto tra l’uomo e l’albero; è necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, pena l’esclusione dal premio.

Sezione III – Poesia inedita a tema libero; è necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, pena l’esclusione dal premio.

Scuole

Sezione IVComponimento a tema, in prosa o poesia, ispirato alla Festa del Maggio, ai culti arborei e al rapporto tra l’uomo e l’albero, sezione riservata agli studenti della classe 5^ primaria e delle classi 1^, 2^, 3^ della scuola secondaria di primo grado. Ciascun componimento non deve superare le tre pagine, pena l’esclusione dal premio.

Sezione VComponimento a tema, in prosa o poesia, ispirato alla Festa del Maggio, ai culti arborei e al rapporto tra l’uomo e l’albero, sezione riservata agli studenti di tutte le classi di licei e scuole secondarie di secondo grado. Ciascun componimento non deve superare le tre pagine, pena l’esclusione dal premio.

 

Qui è possibile scaricare il bando.

Qui è possibile scaricare la scheda di partecipazione al premio.

 

Per saperne di più sulla Festa del Maggio di Accettura:

www.ilmaggiodiaccettura.it

 

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

L’onore della polvere, puntoacapo Editrice 2009; Di me diranno, CFR 2011

Accogliere il mistero: disposizione, questa, dinanzi alla quale gran parte degli umani si mostra riluttante, al punto da negarlo completamente a sé e agli altri, facendo di sé e dei propri simili dei “separati”, in eterno autoesclusi (Rilke additava, al proposito, la tenacia e la persistenza del mistero, quando scriveva, in quella da Worpswede, datata 16 luglio 1903, tra le Lettere a un giovane poeta: «E quelli che vivono il mistero in modo sbagliato e male (e sono moltissimi) lo perdono solo per sé e tuttavia lo trasmettono come una lettera ben sigillata, senza saperlo.»; la traduzione è mia). La poesia di Luca Benassi parte invece dalla scelta – libertà e responsabilità – di accogliere il mistero e già questo principio, nel principio, bereshit, la rende poesia autentica. Accogliere il mistero non equivale a lasciarlo, supinamente, su una rocca inaccessibile e, di conseguenza, ininfluente sulle minuzie quotidiane che ingombrano, soffocandolo, ogni respiro, che precludono non solo ogni aspirazione alla trascendenza, ma già soltanto l’esercizio dell’intelletto, del guardare dentro, del guardare a fondo. Accogliere il mistero significa per Luca Benassi avvicinarvisi, costeggiarlo, corteggiarlo, non indietreggiare dinanzi allo sforzo costante di comprenderlo, procedendo con un metodo simile a quello talmudico che Ottavio Di Grazia, nell’introduzione a Le Dieci Parole di Marc Alain Ouaknin, definisce “vertiginosamente interpretativo”.
Non stupisca, fin dall’attacco di queste mie considerazioni, che siano due elementi ad accompagnare la citazione di Rilke, vale a dire il riferimento esplicito all’Antico Testamento, così come quello, meno palese, a Paul Celan e, in particolare, a La rosa di nessuno; non stupisca, dunque, la volontà di intendere l’interpretazione della parola come atto di creazione. A partire dal titolo, infatti, la “polvere” appare come richiamo biblico a Genesi, 2, 7: «Allora Jahve Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita». Si tratta proprio di quel richiamo che Celan rovesciò in Salmo (da La rosa di nessuno, appunto: « Nessuno torna a plasmarci da terra e fango,/ nessuno dà voce alla nostra polvere.»; la traduzione è mia) e che ne L’onore della polvere prende consistenza e si manifesta nella prima sezione, Il nome e il battito. I cinque testi che la compongono portano il titolo Ecografia del… con l’indicazione della data e dicono della meraviglia della vita che si forma, dicono della sacralità del grembo materno, dicono, per usare le parole di Ouaknin, della «matrialità» dell’Eterno:

Ti vorrei capovolta nel tempo
come fossi tu a dover crescere
osservando la vita
da una membrana sottile di carne.
E invece con pazienza
distilli il senso della creazione
ti fai grande volta celeste, mare
e vento che già sussurra il nome
della nostra discendenza.

(altro…)

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo. Antologia poetica 1970-2014. Prefazione di Vincenzo Guarracino. Postfazione di Antonio Devicienti, puntoacapo Editrice, 2016

Già dalla lettura delle prime pagine di Nell’intimo del mondo di Lucetta Frisa è stata una parola ad affacciarsi gentile alla mente, tenera eppure tenace: “inclinazione”. L’ho salutata come un’amica, il saldo legame con la quale non teme gli anni dormienti e la durata del distacco; grande, pertanto, è stata la gioia nel vedere ricompensata un’attesa, nel veder coronate le aspettative man mano che procedevo nell’itinerario tra i componimenti raccolti nella Antologia poetica 1970-2014 . Chi sfoglia le pagine di una antologia che abbraccia nove lustri, quasi mezzo secolo, ritrova e riconosce quel filo e ponte e tela e imbarcazione, che Lucetta Frisa non vuole e non può smentire; filo e ponte e tela e imbarcazione dei quali da sempre ricerca, e trova nel suo canzoniere che si va arricchendo negli anni,  la misura, complessa e ardita anche nella veste che appare più semplice e diretta.
L’inclinazione al bello e al vero diventa arte se è assecondata, se è coltivata, se è approfondita, anche quando la fedeltà ad essa costa fatica, sacrificio del sé volubile,  sofferenza, anche quando la percezione del dolore, con tutti i sensi e con le antenne più recondite del pensiero, si fa peso tremendo, lacerazione, strappo acuto. Anche per questo la poesia di Lucetta Frisa è arte, per questo suo assecondare l’inclinazione, per questo suo tenace moto in tre tempi, percepire, riflettere, creare, per quella – lei stessa sembra suggerircene il nome – esplorazione dell’intimo del mondo.
Già nella prima raccolta tra quelle riportate qui in ordine cronologico, con una scelta di testi significativi per ciascuna, emerge chiara la consapevolezza del rischio e dell’azzardo del compito intrapreso. Leggiamo così da I miti, le leggende (Rebellato, Padova 1970): «Ogni occasione, respiro, incontro, ora hanno scadenze/ come lo stretto viaggio in mezzo al vuoto/ del pendolo e il mio cuore è bianco aperto/ a ogni ritmo e ritorno» e ancora: «Solo chi sale conosce il precipizio solo/ chi ha tante braccia sa lo spazio e il ritmo./ Ad ogni cosa mi portano segreti canali/ quando le torri delle parole si rovesciano/ in pozzi.».
Ne La passione, poesia apparsa in La costruzione del freddo (Ripostes, Salerno 1990) è proprio la parola «inclinazioni» il nucleo del manifesto poetico che si configura come esortazione: «Della passione le inclinazioni/ segui quella che ti assomiglia -/ ma che sia generosa./ Il cuore delle cose è fiamma/ fiamma il tuo cuore se si spalanca/ allo spazio e accende le corrispondenze/ in eloquente calore.». Nella stessa raccolta, la poesia L’inadeguatezza evidenzia la temerarietà del viaggio che sceglie le inclinazioni come possenti, ora soavi, ora tumultuosi, nocchieri: «Dell’inadeguatezza le inclinazioni/ conducono lontano dal tuo corpo,/ l’alto desiderio innalza rupi/ e più sali, più la strada scende./ Con la freccia spuntata miri al leone/ coi piedi scalzi attraversi bufere/ leggi parole che scompaiono -/ sbagliano l’occhio o il libro?» (altro…)

I poeti della domenica #152: Johannes Bobrowski, Sempre da definire

Johannes Bobrowski, foto dal sito Alchetron

Sempre da definire

Sempre da definire:
l’albero, l’uccello in volo,
la roccia rossastra, dove il torrente
scorre, verde, e il pesce
nel bianco fumo, quando scende la sera
sulla foresta.

Segni, colori, è
un gioco, sono dubbioso
che non finisca in modo
giusto.

E chi mi insegna
ciò che dimenticai: della
pietra il sonno, il sonno
dell’uccello in volo, degli
alberi il sonno, nel buio
procede il loro discorso?

Ci fosse qui un Dio
e fosse carne
e mi potesse chiamare, andrei
tutto intorno, un poco
aspetterei.

Johannes Bobrowski (9 aprile 1917-2 settembre 1965), da Schattenland Ströme
Traduzione di Anna Maria Giachino, in Poesia tedesca del Novecento, Rizzoli, Milano 1977, p. 229

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Immer zu benennen

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rötlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es möchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vögel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede -?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und könnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

Johannes Bobrowski (Tilsit 9 aprile 1917 – Berlino 2 settembre 1965).
«I titoli delle prime due raccolte poetiche – le uniche pubblicate in vita – di Johannes Bobrowski definiscono immediatamente l’oggetto centrale della sua opera – Sarmatische Zeit (Tempo sarmatico, 1961) e Schattenland Ströme (Terra d’ombre fiumi, 1962). Ciò che viene evocato dai titoli è la terra natale di Bobrowski, ovvero la storica «Sarmazia», regione di «fiumi» tra Vistola e Volga in cui, per citare il poeta, «i tedeschi vivevano in stretta vicinanza assieme a lituani, polacchi e russi, e in cui il numero di ebrei era molto elevato». Ma il paesaggio della Sarmazia è anche e soprattutto «tempo», ovvero storia, e una storia di conflitti, di quelle mortuarie «ombre» che evocano la colpa tedesca nei confronti dei popoli dell’est.
Bobrowski nacque infatti a Tilsit, nella Prussia orientale, nel 1917, e nel 1928 si trasferì assieme alla famiglia a Königsberg. Nel 1943 si sposò con la lituana Johanna Buddrus e pubblicò le sue prime poesie nella rivista “Das Innere Reich”. Nel 1938 la famiglia si trasferì a Berlino, e un anno dopo Bobrowski venne inviato al fronte. Fatto prigioniero dai russi, alla sua liberazione, nel 1949, tornò a Berlino-Friedrichshagen, nella Germania orientale. Svolse lavoro redazionale nell’Altberliner Verlag die Lucie Groszer e poi nello Union Verlag, la casa editrice della CDU, il partito cristiano-democratico di cui Bobrowski era membro. Nel 1955 Peter Huchel pubblicò nella rivista “Sinn und Form” cinque poesie di Bobrowski che presentarono il poeta all’attenzione dei lettori e della critica. All’inizio degli anni Sessanta, anche grazie all’aiuto di scrittori occidentali, uscirono – quasi contemporaneamente a Ovest e a Est – le due raccolte di poesie Sarmatische Zeit e Schattenland Ströme. Nel 1962 ricevette il premio del Gruppo 47 e nel 1963 pubblicò il romanzo Levins Mühle (Il mulino di Levin), in cui delineò la problematica dei conflitti etnici e della specifica questione ebraica. Bobrowski morì nel 1965 in seguito ai postumi di un intervento chirurgico. Subito dopo la morte, nel 1966, uscì la raccolta di liriche Wetterzeichen (Segni del tempo).
Partendo da Hölderlin e Klopstock, ma attingendo soprattutto alla tradizione simbolista, Bobrowski distilla una lingua ermetica, fatta di immagini naturali dal valore mitico-evocativo. Ciò che il poeta in tal modo ricostruisce – testimoniando una fiducia nella poesia come veicolo e deposito di memoria – è un paesaggio di figure leggendarie e di una natura arcaica, ma nella quale sono visibili le tracce indelebili di una immane tragedia storica.»(da: Antologia della poesia tedesca, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, E-ducation.it, S.p.A., Firenze 2004, pp. 744-745)

I poeti della domenica #151: Johannes Bobrowski, Il viandante

Il viandante

Di sera,
risuona il torrente,
il greve respiro dei boschi,
cielo, solcato in volo
da uccelli urlanti, lidi
delle tenebre, antichi,
su questi i fuochi delle stelle.

Da umano ho vissuto,
di contare ho scordato le porte,
quelle aperte. A quelle sbarrate
ho bussato.
Ogni porta è aperta.
Chi chiama sta a braccia
distese. Accostati dunque alla tavola.
Parla: risuonano i boschi,
i pesci attraversano in volo
il torrente che respira, il cielo
trema di fuochi.

Johannes Bobrowski, dalla raccolta Schattenland, Ströme (“Paese d’ombre, fiumi”, 1962)
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Der Wanderer

Abends,
der Strom ertönt,
der schwere Atem der Wälder,
Himmel, beflogen
von schreienden Vögeln, Küsten
der Finsternis, alt,
darüber die Feuer der Sterne.

Menschlich hab ich gelebt,
zu zählen vergessen die Tore,
die offenen. An die verschlossnen
hab ich gepocht.
Jedes Tor ist offen.
Der Rufer steht mit gebreitenen
Armen. So tritt an den Tisch.
Rede: die Wälder tönen,
den eratmenden Strom
durchfliegen die Fische, der Himmel
zittert von Feuern.

 

Paesaggio amato, quello della natia Prussia orientale e dimensione umana – quasi un bilancio scritto dall’autore allora quarantacinquenne – richiamano l’uno l’altra in questa poesia di Bobrowski, che sceglie un tema caro ai Romantici tedeschi, un ‘universale della poesia’ e lo declina con le parole, le presenze, i versi e i ritmi che caratterizzano la sua produzione lirica. Questa intreccia costantemente le due valenze che la nutrono, la realistica e la simbolica. Oggi, 9 aprile 2017, nel centenario della nascita di Johannes Bobrowski a Tilsit, la mia traduzione è un piccolo omaggio a un poeta che merita di essere letto e tradotto e che, insieme agli altri Naturlyriker anch’essi attivi nella RDT, Peter Huchel e Sarah Kirsch, mostra consonanze con la cosiddetta “linea lombarda” del Novecento italiano, come recentemente osservato da Massimo Bonifazio in Vattene, Musa! Appunti sui passaggi in Italia della poesia di lingua tedesca. Le traduzioni in volume apparse in Italia sono di Roberto Fertonani (Bobrowski, Poesie, a cura di R. Fertonani, Mondadori, Milano 1969) e di Davide Racca (2013). (Anna Maria Curci)

Marco Onofrio, Diario di un padre innamorato

Marco Onofrio, Diario di un padre innamorato, Roma, Città Nuova, 2016, pp. 88, € 8,00

di Ugo Gentile

Diario di un padre innamorato di Marco Onofrio, edito lo scorso luglio da Città Nuova, è un libro breve e fulminante che dovrebbe avere la più ampia diffusione, e il successo che merita,  per i valori universali di cui sa farsi veicolo, sintesi, robusta incarnazione narrativa. Un uomo quarantenne diventa padre e, trasformato per sempre dalle emozioni provate, decide di rivivere e sublimare la sua esperienza in una specie di “parto simbolico”: la paternità consapevole dà vita a una “lettera aperta” destinata alla memoria della figlia; memoria futura, ovviamente, dato che essendo piccina non è ancora in grado di leggere la trascrizione poetica che il papà, perdutamente innamorato, ha compiuto del suo venire al mondo – fatto naturale ma non per questo meno prodigioso –, dalla scintilla del concepimento alla storia quotidiana dei primi tre anni. Il miracolo della nascita di un nuovo essere consente allo sguardo umanissimo del padre di slargare gli orli del mistero, penetrando negli abissi dell’universo. Il racconto fornisce così, in filigrana, “occasione” di un dialogo metafisico con il Vuoto da cui tutto origina e a cui tutto fa ritorno; infatti le riflessioni a cui la paternità costringe, per così dire, l’autore pongono su un piano di equivalenza simbolica i due momenti cruciali, iniziale e conclusivo, della vita. La nascita è opposta e complementare alla morte: in entrambi i casi ruota la “porta girevole” del mistero in cui siamo immersi e di cui siamo impastati, a diversi gradi di coscienza. Ecco perché questo padre-poeta, così dolorosamente consapevole della propria gioia, ha il sacro terrore del parto, cui preferisce non assistere: «L’infermiera indicò un’incubatrice mobile al centro del corridoio. Il cuore mi scoppiava, ero come in trance. Ripercorsi tutta la mia vita, in quei pochi passi verso te». Onofrio sfonda la quarta parete della scrittura e parla con una sincerità tale da non consentirgli di eludere i limiti, le paure, le preoccupazioni e le ombre interiori, prima durante e dopo il “lieto evento”. Eppure la genitorialità trova le sue strade per rivelarsi – anche dal punto di vista paterno – un’esperienza spirituale bellissima, che mette in contatto con le sorgenti invisibili della creazione e cambia per sempre lo sguardo. Il padre rinasce insieme alla creatura che nasce: raccoglie tutto il suo passato di uomo e lo proietta in avanti per imparare ad «essere futuro» favorendo quello della figlia. L’amore oblativo del genitore si traduce in «transito di luce». Egli, così, rinnova la sua fede nella vita. Il dono della paternità, vissuta tanto intensamente, è lievito di una stupenda trasformazione: apre alla scoperta della scintilla divina che abita in ognuno di noi. Con questo «amore impossibile da dire» Onofrio accende il fuoco delle pagine, dando vita a un racconto dolcissimo e struggente, che commuove senza mai smielare poiché sorretto dalla forza stessa della sua poesia.

©Ugo Gentile

***

Tre brani dal libro:

Fu tua madre a darmi l’annuncio, prima ancora di esserne cosciente. Ti vidi arrivare dentro lo splendore nuovo dei suoi occhi: mi ricambiavano la certezza che eri già tra noi, che ti stavi agglutinando. Un corpuscolo follicolare  che si sviluppava, dentro la sua nicchia cosmica, avvolto dal tepore della vita: giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto. Era già disceso l’angelo tra noi. La sua presenza ectoplasmatica si era misteriosamente sovrapposta al liquido impuro delle nostre iridi. La sua ala ci aveva silenziosamente sfiorato la fronte, come in un cenno di assenso, con la forza di un segno liberatorio.

*

Nascesti alle 9 e 50 minuti. E tua madre poté subito vedere il tuo bellissimo volto, roseo e rotondo, trafitto dagli occhietti luminosi. Lei aveva percepito con tenerezza indicibile il “crac” liquido del tuo emergere alla luce. E poi, dopo qualche istante, il suono del primissimo vagito. E ora, lì sul fianco, la smorfia quasi sorridente del tuo pianto. Il tuo primo assaggio del pianeta: aria, spazio, materia, luce. Ti avvolgeva – con il trauma del suo impatto bruciante – il guscio della nostra condizione. Quasi una nuova placenta, il cristallo fragile del mondo.

*

Ricordo benissimo la prima volta che hai visto il mare. Era un giorno di fine giugno, verso le otto di mattina. Ti portavo in braccio, scendendo dall’albergo sulla spiaggia. Eri tutta abbandonata alla mia spalla destra, con gli occhi socchiusi ma sveglia. A un tratto li apristi per guardare nella direzione da cui proveniva lo scroscio delle onde e lo schiamazzo gaio dei bagnanti. E sorpresi il tuo sguardo che s’illuminava di stupore, mentre indicavi la distesa azzurra. E poi vidi affiorare sulle tue labbra dolcissime la gioia di un sorriso confidente. Quello era il mare, amore mio, quello era il mondo. Ah, se potessi avere nei miei occhi almeno un brivido di quello sguardo! E abitare la metà di quel sorriso!

 

Daniel Cundari, nell’incendio e oltre

Daniel Cundari, nell’incendio e oltre, Luigi Pellegrino Editore 2016

Nota di Ombretta Ciurnelli

La raccolta nell’incendio e oltre, edita da Luigi Pellegrino Editore (Cosenza, 2016), è una nuova e convincente prova della vocazione poetica di Daniel Cundari, scrittore dalla personalità forte e vitale.
Nato a Rogliano (CS), Cundari ha vissuto a lungo per le strade del mondo (a Granada, a Shangai, in Germania), maturando ovunque ricche esperienze culturali in una dimensione translingue che lo ha portato a comporre versi, oltre che nel dialetto della sua terra d’origine, anche in lingua italiana e in spagnolo, affiancando alla scrittura anche la traduzione: dall’italiano allo spagnolo di tutte le poesie di Gesualdo Bufalino e in dialetto calabrese di molti poeti, tra cui Kavafis, Alberti e Mandel’štam.
Dalle vie del mondo è poi tornato ai suoi luoghi natii e nello ‘spaesamento’ si è innestato il profondo legame con la terra d’origine di cui nella sua poesia sa cogliere bellezze e incantamenti, andando ben oltre le contraddizioni proprie di tanti paesi che faticano a recuperare i passi sul tempo. In un’intervista egli nota come la letteratura in Calabria sia «politica, teatro, sangue, impegno civile, passione» che «si scontra ogni giorno con il mito e la religione, poiché è animata dall’irrazionale e dalla magia popolare». In particolare Cuti, il quartiere di Rogliano in cui è nato, è la sintesi di ciò che rappresenta per lui la poesia ed è la città ideale del suo dialetto, il luogo in cui «vestire i panni del Don Chisciotte, […] l’eroe dell’inutile e del gratuito» (Marco Paone intervista Daniel Cundari in umbriapoesia.it): ’u paese meu signo eu. / ’Na jestìma de amure (il mio paese sono io. / Una bestemmia d’amore). Attraverso vivi fotogrammi – a volte solo lampi di vita o di paesaggio in cui si mescolano presente e memorie -, Cundari così canta la propria terra, con profondo trasporto e sincera passione: ’ntra ’sta terra de ałìve e musche, / ’e ’mprùnte ’ncecáte, i puni vacânti / ’ scarpe sbunnâte ’ppe zumpare di’ murétti, / ’a préscia de chine arròbba ciràse […] tu’, tuni me rimâni, / ’ a fréve du criscimunno, a cammìsa, / ’ a mâ ’ mbutracäte de farïna, ’ a nive, / ’ a maścatura du catòju (in questa terra di ulivi e mosche, / i passi ciechi, i pugni vuoti, / le scarpe consumate per scavalcare i muri, / la fretta di chi ruba le ciliegie […] tu, tu mi resti, / la febbre della crescita, la camicia, / le mani piene di farina, la neve, / la serratura del magazzino).
Ma il cuore pulsante della raccolta è nel canto d’amore che sgorga con un’intensità tale da far smarrire il senso della ricerca delle ragioni stesse del suo essere: ’a vita ccu tie è vita, pecchi me trovu sulu si me perdu / ’ntra l’occhi toi. / Pecchi sini (la vita con te è vivere, / perché mi ritrovo solo se mi smarrisco / nei tuoi occhi. / Perché sì). Cundari si concede ai paradossi dell’amore nell’esultanza carnale delle carezze, nell’ebbrezza dei baci e, insieme, nei contrasti: tuni sì puru / doglia, cìnnara, śuma, / cultélli arruzzàti /sustu, macélli, riina, neglia. / Si / all’antrasàta carcaríj / ’u cièu łinchiia ‘’lu mâre (tu sei anche / dolore, cenere, schiuma, / coltelli arrugginiti / paura, confusione, sabbia, nebbia. / Se / all’improvviso accenni un sorriso / il cielo riempie il mare). (altro…)

Mauro Pierno, Ramon

Mauro Pierno, Ramon, Edizioni Terra d’Ulivi, 2017

Nella raccolta recentemente pubblicata dalla casa editrice Terra d’Ulivi, il confronto che Ramon – alter ego dell’autore, Mauro Pierno – ha con il tempo, nel senso completo di alternarsi di stagioni e storia, appare ben articolato, frutto di una maturazione che va compiendosi negli anni: chi scrive ha avuto il privilegio di leggere qualche anno fa una prima versione dei testi ora apparsi in versione cartacea. Si tratta di un confronto che dà testimonianza sia di un ascolto attento di altre scritture sia di un dialogo rinnovato con la poesia. Questa è rappresentata, con tratti che il contatto quotidiano colloca tra l’affettuoso e l’ironico, come musa opulenta, «obesa virtù», «Musa Perpetua».
Il confronto con il tempo è continuo, a volte serrato, a volte rissoso o divertito, a volte attenuato in un sottovoce di consuetudine e familiarità. Non mancano, in questo confronto, i capovolgimenti di prospettiva: «Così il tempo/ ha sconvolto se stesso,/ e gli attimi che ruba/ sono attimi che perde.»
Le letture, spia di consuetudine e familiarità, di cura quotidiana, accompagnano i versi, talvolta si collocano esplicitamente tra questi in un gioco interlineare, senza, tuttavia, soverchiare e soffocare. Può capitare, a tratti, che nel gioco di rimandi entri perfino un riferimento a testi di canzoni in voga qualche decennio fa, peraltro abbinato, con un effetto di voluto spiazzamento, non già a una più o meno perfida, più o meno indifferente destinataria di un amore immeritato, bensì alla notte della poesia ‘alta’: «Pure tu, non sei più la stessa/ cara notte, troppo vicina all’alba».
La musa opulenta premia la familiarità dell’autore donandogli un uso dell’anafora che coniuga sapienza e passione, musicalità e significatività, come nel  verso appellativo della poesia omonima «applica il silenzio al silenzio»; il premio giunge, ancora, con il rinnovarsi, a me caro, dell’intreccio delle parole  che iniziano con “in-“ nella poesia Che inganno, nella quale è una ulteriore consistente derrata di ironia a far capolino per smascherare l’inganno delle «metafore perfette».
Il confronto con il tempo, infine, assume le sembianze di un realismo bizzarro ed efficace, che si manifesta e incalza con ritmo avvincente, favorito o, più precisamente, spronato dalle allitterazioni.

©Anna Maria Curci

***

Così il tempo
ha sconvolto se stesso,
e gli attimi che ruba
sono attimi che perde.
Così il tempo
gira e rigira
e consuma
l’eterno ed il vissuto.

* (altro…)

Cristina Bove, Una per mille

 

Cristina Bove, Una per mille. Prefazione di Franco Romanò, Fusibilia libri 2016

Raccontare la vita nelle sue manifestazioni più diverse: se questa formula, da un lato, riassume ciò che pungola chi scrive e attrae chi legge, essa non spiega, dall’altro, le ragioni dell’impronta forte e durevole che determinate narrazioni sanno consegnare all’immaginario e alla memoria. Dice il contenuto, l’oggetto della narrazione, ma non ne dispiega il come. È il come si racconta, ovviamente, a fare la differenza; qui non contano le ricette a buon mercato, le pillole di saggezza dispensate attraverso tubi catodici, canali telematici, lunghezze d’onda, le messe in guardia dall’autobiografismo e le distillazioni varie – con l’erborista ovvero dispensatore di grappa letteraria di turno in versione “Così parlò…” – di sottili distinguo circa realismo, verosimiglianza, scelta e trattazione della materia grezza narrativa. È la verità a fare la differenza, quella che Albertine, nel finale di Doppio sogno di Schnitzler, tiene ben distinta dalla semplice realtà, fosse anche la realtà di un’intera vita umana: nel romanzo di Cristina Bove è la verità a guidare sguardo e resoconto, rievocazioni e considerazioni.
Tornando, tuttavia, all’enunciato iniziale di questa nota, è necessario qui innanzitutto porre al plurale l’oggetto della narrazione, perché non di una vita si parla, ma di tante vite, delle linee successive o parallele di chi narra, che si definisce, come recita esplicitamente il titolo, Una per mille. È, inoltre, delle vite altrui che si intesse, procedendo nella narrazione, la trama del romanzo. Sono le esistenze altrui, che attraversano ovvero che rendono sempre piena di sorprese, nutrendola perfino, come nel caso dei quattro figli, la vita (le vite) dell’io narrante. Al plurale sono prese in considerazione, ancora, le dimensioni dell’esistenza, con un’attenzione rivolta all’altro da sé, all’altrove, a modalità ‘altre’ di accesso alla conoscenza, alla dialettica tra istinto naturale e coscienza.
C’è un evento – non dimentichiamo che ci troviamo dinanzi a una narrazione che merita pienamente questo nome – dal quale si può cominciare a parlare di pluralità di punti di punti di vista. Giro di vite, svolta, linea spezzata e poi ripresa sul palmo della mano che riporta il tormento e il trauma sul quale lavorano incessantemente due agenti opposti: il ricordo misericordioso e il vergognoso oblio. Questo evento è un volo giovanile, foriero di coma e ossa rotte, ma portatore di visioni ‘oltre’, ‘al di là’, sì che le voci di Cristina Bove sono ‘voci sulla soglia’. Sanno di bivi, di attese, di altre dimensioni. Sono tramite e luogo, come si legge nel romanzo. Sono consapevolezza e empatia, sono, nonostante tutto, speranza. (altro…)

Lucianna Argentino, Inediti #2

Lucianna Argentino, Inediti #2

Abbiamo attraversato la notte in ginocchio
perché la misericordia divina
ci trovasse preparati per un nuovo impasto
e un respiro più prudente e giusto
ci fosse alitato nelle narici.
Officianti il sacramento
di quelli cancellati dalle mappe
ma ai quali è affidato il compito
di testimoniare la grazia
– quelli a cui molto sarà perdonato
perché molto hanno amato.

***

C’è voluto tutto il tempo e una gelosa cura
perché il giorno trovasse la sua voce
e una grazia acerba lo battezzasse col suo vero nome
vero sì, ma distante ancora.
Ancora nell’avvenire, ancora dove lo vorrei
pelle del mio abisso e senza distanza dirgli:
toccami, ripassami l’anima con le tue mani,
il corpo con i tuoi occhi; fammi il tuo genitivo
di pertinenza, riscrivimi la desinenza.

***

Scontata la pena da pagare,
offro in sacrificio la decima del mio coraggio
per il riemergere di lui dalle carni
– dannazione e salvezza
a testimonianza dell’indivisibilità di spazio e tempo
per me che l’ho aspettato
confidando di conoscere la mia verità
attraversando la sua. Guardando negli occhi
gli occhi opachi del suo passato,
mentre mi cresceva lontano, ma già veniva,
già si avvicinava. Ma non finiva – mai finita –
l’attesa di lui che mi possiede.

(altro…)

Simonetta Sambiase, L’ingombro

ingombro

 

Simonetta Sambiase, L’ingombro, Le voci della luna 2016

È avvolta in «abiti fagotti» l’anima che percorre, cantando di sé e dell’universo circostante, L’ingombro, la raccolta di Simonetta Sambiase vincitrice del Premio Internazionale “Renato Giorgi” nel 2016, e in quello stesso anno pubblicata da “Le voci della luna”. Pur edotta – indubbiamente – su dicerie di salvezza e dispositivi di sopravvivenza, non abbocca a illusioni fatue, ma “passa avanti e canta”. Mi preme innanzitutto sottolineare questi due verbi, passare avanti e cantare, che prendo in prestito dalla poesia Scrivendo di Marie Luise Kaschnitz, perché il grande impatto esercitato da L’ingombro su chi legge scaturisce a mio avviso da un verso dal suo procedere a ritmo serrato e, nel contempo, sensibile a ogni variazione di oggetti, contesti e fogge, dall’altro dalla bellezza del dettato poetico, incurante di qualsiasi canone, ma invigorito da una forza fondante tale da creare un canone nuovo e dotato di piena autonomia.
Sorprende, come fa notare Maria Luisa Vezzali nel saggio introduttivo, la compattezza della raccolta. Colpisce la naturalezza del suo snodarsi in tre movimenti, che corrispondono ai titoli delle sezioni che la compongono: Fuori, Altrove e Dentro, ma dentro assaje. Cinque anni fa, scrivendo di Coniugazione singolare di Simonetta Sambiase, ne sottolineai il carattere di singolare originalità, carattere che emerge, con accenti ulteriormente sviluppati, anche in questa raccolta. L’aggettivo “singolare” è da intendersi qui in varie accezioni, ivi compresa quella della presa d’atto di una condizione di solitudine rispetto a quella che potremmo chiamare ‘l’onda comoda dei consenzienti’ e di attenzione, d’altro canto, a tutto ciò e a tutti coloro che sono considerati «ingombro». Se di sé l’io lirico scriveva allora, novello Desdichado (Nerval), «Mi chiamo Perturbata», adesso fa un ulteriore passo avanti: «meglio stare al difuori e zitta e mosca». Zitta, sì, ma scrivente. E la sua scrittura – in questa raccolta dedicata a colei che viene letta e indicata come maestra, Jolanda Insana – lascia un segno profondo. (altro…)

Lucianna Argentino, inediti #1

Il poema della luce
(o del teorema della ricorrenza*)

La vita è aria tessuta
con la luce.
(Jacob Molesch)

Dal treno la rivincita sul tempo
non la credeva e nemmeno sul rammarico
perché di rado se n’era visto uno sparito così,
semmai addolcito, eppure quello, adesso rinverdito,
la esortava: guardami gli anni mi hanno cambiato,
ma so che tu mi riconosci, che non mi hai dimenticato.
Ma lei – quella in carne ed ossa – era la stessa? E lui?
Di vita ne è passata, si dissero e se la raccontarono
a Milano, senza bagaglio, mano nella mano,
lungo i viali del Castello Sforzesco.
La ghiaia sotto la panchina riverberava assoli di ricordi,
scovava dubbi in fondo agli occhi e ombre dilatate
dalla luce gentile di quel pomeriggio di settembre
che, riluttante, si congedava dall’estate.
I due vagavano attoniti nel vuoto d’anni di cui erano gli estremi,
priva di guida la memoria andava a caso
e lei smarrita girava attorno a quella clausola
che poi, di tanto in tanto, le concedeva tregua.
Perché non mi parlasti?, le chiese lui
col fiato spezzato dal rimpianto.
Non sapevo ascoltarmi, non conoscevo altro di me
che trasparenza. Ma ora tu salvami da questo gorgo,
lo supplicò lei da dentro un’ancora non arresa disputa.
Lui taceva, forse un sorriso, ma appena sotto pelle
gli sussurrava che in lei c’era qualcosa che lo riguardava.
Misuravano non il peso del passato o una sua ipotetica innocenza
ma il già eluso futuro, corroso da quanto rinnegato
quando il tempo era alleato coi battiti del cuore
e il cuore non lo temeva, ne sentiva anzi la benevolenza
ora rinnovata nel fuoco di quella ricaduta.
Sconfinavano le ore, indocili e gelose,
nella recita dei loro reciproci almanacchi
accesa la questione se dal chiuso da cui era evaso, lui,
poco persuaso che fosse libertà, si potesse edificare un’intesa.
Credevo di non avere scelta, confessò lei l’autoinganno.
Il prezzo per la revisione della storia le lacrimava dentro
e stava come la luce quando cede in grani
il suo potere all’ombra che, pentita, eppure avanza. (altro…)