Autore: Anna Maria Curci

I poeti della domenica #316: Paul Celan, TU GIACI

TU GIACI nel gran tendere l’orecchio,
circondato da arbusti, da fiocchi.

Va’ alla Sprea, vai all’Havel,
va’ ai ganci da macellaio,
ai candelabri rossi per mele da infilare
dalla Svezia –

Giunge la tavola con i doni,
svolta a un Eden –

L’uomo divenne un colabrodo, la donna
dovette nuotare, quella troia,
per sé, per nessuno, per ognuno –

Il Landwehrkanal non scroscerà.

Nulla
——s’incaglia.

 

Paul Celan
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Patrizia Sardisco, eu-nuca

Cambiare prospettiva, accogliere la complessità: eu-nuca di Patrizia Sardisco

La raccolta eu-nuca di Patrizia Sardisco si articola come un vero e proprio poemetto in 30 quadri sulla Grande Vecchia, l’Europa, che ben poco ha in comune con la bellissima fanciulla del mito dal quale il continente trae il suo nome.
Così come nella celebre doppia immagine che può mostrare una donna giovane oppure una vecchia – il mento dell’una è il naso dell’altra, l’orecchio dell’una è l’occhio dell’altra –, l’invito che il titolo formula a chi legge è quello di andare oltre la soglia dell’immediatamente percepibile, di cercare di individuare una angolatura che riveli ciò che non si manifesta palesemente, che non è evidente a tutti, o che, per essere più precisi, non tutti sono disposti a cogliere.
Quel prefisso eu anteposto a nuca, dismessa la parentela con il significato nel greco antico, non sta più a indicare alcunché di benevolo, giacché esso non è che l’acronimo per European Union. La EU è l’Unione Europea che si è messa alle spalle, dietro la nuca dunque, solidarietà, casa comune, accoglienza, e che si è fatta marcescente amministratrice dei no, dei rifiuti e dei rigetti, degli schermi di carta, delle foglie di fico degli accordi su paletti e fogli di via.
La veemenza del j’accuse di Patrizia Sardisco si coniuga efficacemente con un’espressione che fa tesoro di allitterazioni, assonanze, scarti e sostituzioni di lettere, cambio di vocali, prossimità di suono e diversità di significato. Si tratta di una forma poetica matura, nella quale il rischio dell’indulgere nel mero gioco linguistico è ampiamente scongiurato.
Chi scrive ha infatti ben chiara la rotta da seguire e le trenta tappe di questo viaggio tra sbarramenti e tragedie oceaniche, piccolo cabotaggio burocratico e immane morte per mare, sono scandite, si snodano e incidono con dire sorvegliato e lampi frequenti di condensazione espressiva.
La scrittura di Patrizia Sardisco richiede, anzi pretende da chi legge e ascolta una attenzione amplificata, una disponibilità a inoltrarsi lungo il sentiero dei segni, a immergersi in acque di mutevoli temperatura e toni cromatici, ad andare a fondo e a risalire la corrente. Nessuna adesione epidermica, fuggevole e senza impegno; al suo posto, sensi tesi a intercettare gli indizi, sparsi non a caso ma collocati – è proprio il caso di affermarlo – ′ad arte’, per cogliere in ampiezza e profondità il canto (ché di canto si tratta) della voce poetica.
Se altrove vige dunque con il lettore il patto della sospensione dell’incredulità, dinanzi alla poesia di eu-nuca ci troviamo dinanzi alla proposta di un patto di sospensione dell’attitudine alla mera ‘degustazione’ del testo poetico. (altro…)

Maria Borio, Poetiche e individui

Maria Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Marsilio 2018

Allorché, qualche mese fa, inserii Poetiche e individui di Maria Borio tra gli esempi significativi e incoraggianti di Un altro sguardo. Dal margine alla pienezza, posti in evidenza nel mio contributo al numero del 2018 della rivista «Zer0Magazine», intendevo avviare una serie di riflessioni che si concretizzano oggi come sonoro invito alla lettura e, insieme, come percorso di valenza metodologica.
La scelta di individuare nella poetica, o meglio, nelle poetiche – e non nei generi, non nel canone – il punto di partenza e il filo conduttore dell’indagine sulla poesia italiana dal 1970 al 2000 sgombra il campo da un approccio che si è rivelato da tempo inadeguato, benché esso venga riproposto in più di una sede, segnale di abitudine inveterata, crosta dura da rimuovere.
Al cambio di paradigma adottato da Borio corrisponde uno studio accurato che sa unire la prospettiva storica, l’inserimento puntuale e argomentato di ciascuna delle opere prese in esame, o di suoi stralci, in un ampio contesto coevo, che si sposta anche oltre i confini nazionali e che accoglie riferimenti alle vicende della ricezione e agli ambiti della prima e delle successive pubblicazioni (anche in riviste e in antologie, le cui azioni sono anch’esse oggetto di riferimenti puntuali), così come in linee di sviluppo diacronico, a un avvicinamento al testo poetico capace di farne brillare peculiarità e rimandi, analogie e parentele.
Gli strumenti di indagine vengono dispiegati con consapevolezza, messi a disposizione, perché la poesia – ecco l’ulteriore pregio di questo volume – non perde in bellezza, in capacità di sprigionare stupore, se essa costruisce, amplia e rafforza la conoscenza, se essa viene analizzata, posta sotto la lente di ingrandimento, scavata, accostata ad altra poesia.
Stupore e conoscenza in quella che Maria Borio a ragione definisce “lettura relazionale” sono dunque i frutti che chi legge Poetiche e individui saprà cogliere esplorandone, sui sentieri indicati dall’autrice, testi e contesti.
Per ciascuno dei tre decenni conclusivi del XX secolo, per ciascuno dei capitoli, in alcuni casi per singoli paragrafi, il percorso suggerito prende l’avvio dal testo poetico, corpo, prova e documento. Spesso è proprio il testo poetico, riportato nella sua interezza o per passaggi significativi, a dare il nome al capitolo. Riporto di seguito alcuni esempi dall’eco profonda e dalle diramazioni ampie. (altro…)

Sabino Caronia, La consolazione della sera

 

Sabino Caronia, La consolazione della sera, Schena Editore, Fasano 2017

C’è una parola, nel titolo di questo romanzo di Sabino Caronia, che induce a una serie di ragionamenti e di fili conduttori che da un lato indirizzano l’interpretazione verso determinati sentieri e dall’altro, tuttavia, allargano e rendono più complessa e accattivante la ricerca di collegamenti. Questa parola è la parola “consolazione”.
Consolazione, conforto: è sollievo in una situazione di disagio, di sofferenza, è riparo da un contesto ostile. È sollievo, dunque, è riparo. Non è più – e forse non sarà mai – felicità. Che la felicità – intesa come pienezza, come baluardo a qualsiasi rimpianto – sia una condizione avvertita sì come aspirazione, ma come aspirazione utopistica, in una stupefacente triangolazione dialettica di scetticismo, abbandono fiducioso a dispetto di ogni dato sensibile, sospensione del giudizio nell’attesa, è testimoniato, fin dalle prime righe, dalla presenza preponderante di personaggi principali che nella vita sono stati defilati, oppure emarginati, oppure, ancora, messi nell’angolo dagli ‘sgomitatori’ di turno, dai dediti al successo per il successo. Emergono, allora, i collegamenti con le testimonianze umane nella Storia e nelle vicende personali, così come i riferimenti letterari, a partire da quello su cui si basa l’intera architettura di questo “sogno di Sabino”: la vita e l’opera di Franz Kafka, gli episodi di cui abbiamo notizia attraverso amici e conoscenti, nonché i carteggi con più destinatari e le tracce sparse in tutta la produzione narrativa.
Il primo riferimento per questo romanzo così squisitamente letterario e così efficace nel rendere le peregrinazioni dell’animo e i vagabondaggi di una mente aguzza e inquieta non è esplicitato. Per essere più precisi, si tratta di un riferimento che ho voluto vedere io, e che ha come ancoraggio principale proprio il legame con la consolazione, concetto presentato in apertura di questo contributo. Si tratta della Storia meravigliosa di Peter Schlemihl, racconto ad alto contenuto autobiografico, eppure tanto sublime da elevarsi a narrazione universale della figura dell’Außenseiter (solitario, emarginato, outsider), di Adelbert von Chamisso. Non è superfluo ricordare che il nome Schlemihl viene dalla lingua yiddish e sta a designare la persona segnata da un destino sfortunato. L’esito, nel racconto del tardo Romanticismo tedesco, è la consolazione del protagonista, privo dell’ombra e con essa di qualsiasi identità sociale, nel mondo della ricerca naturalistica.
Nel romanzo di Sabino Caronia la consolazione giunge dal ripercorrere à rebours la propria vita e la Storia intrecciandola con la vita e le narrazioni di Kafka, e non soltanto con esse. In peregrinazioni che sono anche pellegrinaggi, il romanzo-sogno agevola l’incontro di chi legge non solo con l’io narrante e con lo scrittore praghese, ma con tante altre persone, a cominciare dal poeta catalano Gabriel Ferrater, traduttore di Kafka (El Procés, 1966), con l’omaggio al quale si apre il romanzo, per proseguire con Italo Alighiero Chiusano, germanista e scrittore conosciuto nel 1986, anno della cometa di Halley, alla presentazione di Il vizio del gambero, a pochi passi da Montecitorio (e dunque presumibilmente nella libreria tedesca Herder, chiusa purtroppo alcuni anni fa), Chiusano del quale troppo poco si è scritto e si scrive, come fa giustamente notare Caronia, che con questo romanzo ha ai miei occhi il merito di rilanciarne gli studi, Chiusano come studioso di Kafka; tra le personalità che appaiono in questo romanzo vanno menzionate ancora quelle di Max Brod e di Italo Calvino, di Walter Benjamin e di Jim Morrison.
Le figure femminili rivestono un ruolo di primo piano in quest’opera. I loro nomi sono altamente evocativi nell’immaginario inteso come bene comune, e la loro capacità di evocazione è raddoppiata dal legame con la biografia dell’io narrante: Diana, innanzitutto, la moglie con la quale il rapporto affettivo si rafforza, si consolida nel tempo, e l’omonima principessa triste, della quale vengono ricordate perfino le ultime parole, poi Laura, Noemi, Ottla, Felice, Milena, Dora. Non manca neppure la signora Tschissik, l’attrice yiddish, e la storia tragicomica del mazzo di fiori e di una insolita (e sbeffeggiata) devozione di Kafka ventottenne che sembra un diciottenne e che si invaghisce di una trentenne «che forse nessuno giudica carina». (altro…)

Rose Ausländer, Insieme

 

Insieme

Non dimenticate
amici
noi viaggiamo insieme

Scaliamo montagne
cogliamo lamponi
ci lasciamo trasportare
dai quattro venti

Non dimenticate
è il nostro
mondo in comune
quello indiviso
ahi quello diviso

Che ci fa fiorire
che ci annienta
questa dilaniata
terra indivisa
sulla quale noi
viaggiamo insieme

 

Rose Ausländer

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Gemeinsam

Vergesset nicht
Freunde
wir reisen gemeinsam

Besteigen Berge
pflücken Himbeeren
lassen uns tragen
von den vier Winden

Vergesset nicht
es ist unsere
gemeinsame Welt
die ungeteilte
ach die geteilte

Die uns aufblühen lässt
die uns vernichtet
diese zerrissene
ungeteilte Erde
auf der wir
gemeinsam reisen

 

Rose Ausländer

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Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila

Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, Edizioni Cofine 2017

Venticinque autori dei quali viene presentata la poetica e una significativa scelta di poesie, dal più ‘antico’ Furio Miselli, nato esattamente centocinquanta anni fa, nel 1868, al giovane Luigi Maria Reale, nato nel 1972; una dotta e coinvolgente introduzione, quella di Francesco Piga, che disegna un itinerario di lettura composito e non avulso dalla letteratura nazionale – anzi! – e che, allo stesso tempo, ripercorre le tappe rilevanti dello sviluppo di una peculiare lingua della poesia delle voci e dei luoghi: questo è il volume Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, egregiamente curato, come ricordato poc’anzi, da Francesco Piga e pubblicato a Roma nel 2017 dalla casa editrice Cofine di Vincenzo Luciani.
Seguo il suggerimento sapiente di Francesco Piga e prendo le mosse, per raccontare brevemente il mio percorso di lettura, dal territorio umbro, ovvero, per essere più precisi, dalle diversità delle fisionomie territoriali che caratterizzano questa regione. Quella della poesia dialettale umbra è una storia che ben si sposa con gli strumenti di indagine della geocritica. E dunque è bene ricordare, come fa Piga in apertura, che le diverse configurazioni geografiche in Umbria collocano limiti e confini naturali, facendo assumere alle diverse realtà locali una fisionomia particolare, «con proprie componenti linguistiche».
Come le diverse morfologie del territorio, così anche le vicende storiche concorrono a dare fogge, cadenze e tipologie diverse a parlate e a tradizioni poetiche.
Occorre allora risalire molto indietro nel tempo e lasciarsi guidare dall’ode barbara di Carducci Alle fonti del Clitumno per identificare confini, versanti opposti, riva destra e riva sinistra di fiumi, radici etrusche e radici indoeuropee.
Alle frammentazioni delle varietà linguistiche sul territorio fanno eco collegamenti e influenze provenienti da altre regioni. Ancora nel Seicento, tuttavia, la cifra della poesia in dialetto resta esclusivamente popolare.
Dalla maschera del Bartoccio nascono nel Seicento i primi testi di poesia dialettale e per tutto il Settecento le “bartocciate” vengono identificate come poesia dialettale.
Proprio la maschera del Bartoccio, recuperata per farne «espressione di ribellione e di dissacrazione nei confronti del dominio pontificio» (Renzo Zuccherini in Gli anni del Bartoccio. La letteratura dialettale perugina), segna il ritorno alla tempra combattiva e l’inizio dell’era moderna della poesia dialettale umbra.
Nei testi del primo Novecento è evidente una più spiccata raffinatezza nei sonetti; anche le narrazioni popolari, inoltre, mostrano uno stile più elaborato. Buona conoscenza dei poeti classici e di quelli contemporanei, solida capacità espressiva unita anche a insofferenza per le mode coeve e a un preciso programma di rilancio delle tradizioni popolari caratterizzano la poesia di Furio Miselli e di Fernando Leonardi.
Ma è importante volgere ora l’attenzione alla produzione poetica di autrici e autori nati nei decenni Quaranta e Cinquanta del Novecento per comprendere quanto la poesia dialettale umbra sia stata e sia tuttora formidabile testimonianza di ricerca, da un lato, di una propria espressione della contemporaneità – con incursioni di grande efficacia negli ambiti e dell’introspezione e della lirica di cose e luoghi – e tappa non trascurabile dell’innovazione del linguaggio poetico.
Innovazione, si badi bene, che non può non toccare la poesia in lingua italiana e il dinamismo della poesia tutta; è innovazione da considerare dunque in ottica ampia, non solo dunque oltre la regione,  bensì anche oltre le nazioni. (altro…)

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

E.T.A. Hoffmann, illustrazione per “L’uomo della sabbia”

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

Sin dagli inizi la magia è tema ricorrente nella letteratura di lingua tedesca: il Volkbuch Historia von D. Johann Fausten (1587) la pone al centro della vicenda, la quale, a sua volta, fornirà materia narrativa fertile: basti ricordare, dopo il ‘soggiorno britannico’ con il Doctor Faustus di Christopher Marlowe, il ritorno in Germania con il Puppenspiel, il teatro delle marionette e il percorso che parte dall’abbozzo di dramma Doktor Faust di Lessing (1763), attraversa l’opera che ha segnato l’intera vita letteraria di Johann Wolfgang Goethe, Faust, passa per il dramma Don Juan und Faust (1829) di Grabbe, per approdare al romanzo di Thomas Mann Doktor Faustus (1947).
Nei testi qui analizzati, tutti scritti tra il XIX secolo e il XX secolo,[1] non vi è la pretesa dell’esaustività in materia, ma la speranza di un invito alla lettura.  In essi la magia appare, di volta in volta, irruzione dell’incubo, dell’irrazionale nell’esistenza, che ne viene scossa dalle fondamenta, una pirotecnica mescolanza di superstizione e artificio di sostegno a potenti, ignari o meno di esserne i beneficiari, strumento di manipolazione e ipnosi collettiva o, infine, moto abile e complesso di ribellione a un regime.
Dal secondo romanticismo tedesco della Spätromantik arrivano a noi L’uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann e Isabella d’Egitto di Achim von Arnim.
Der Sandmann (L’uomo della sabbia, 1815)[2] è un’opera che ha sollecitato le fantasie di schiere di artisti (tra gli altri, Offenbach di Les Contes d’Hoffmann e Delibes di Coppélia) e che ha ispirato il saggio di Freud Il perturbante.[3] Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann ha una biografia che affascina per il suo essere vissuta perennemente su due piani, quello diurno, che lo vede impegnato nella sua professione di magistrato, che svolgerà con acume e grande senso di equilibrio anche nella fase più buia della restaurazione prussiana post-napoleonica, e quello notturno, che ci rivela davvero l’altra faccia della medaglia romantica: e infatti Hoffmann è di notte scrittore dalla fantasia pressoché inesauribile, disegnatore e compositore. Vive così la sua doppia vocazione, tra l’esercizio concreto del quotidiano e l’estro della creatività artistica.
Appartiene ai Nachtstücke, i Racconti Notturni.[4] Abbiamo notizie dettagliate sulla genesi del manoscritto, alla cui stesura Hoffmann si accinse all’una di notte del 16 novembre 1816 e che otto giorni dopo era già pronto per la pubblicazione. La storia della letteratura annovera più d’una di queste stesure febbrili: una genesi analoga avrà, un secolo dopo, il racconto La metamorfosi di Kafka. In entrambi i casi ci troviamo dinanzi a tappe fondamentali della narrativa. Come s’è accennato prima, Sigmund Freud individua ne L’uomo della sabbia la nascita di un genere letterario, la unheimliche Literatur. L’aggettivo unheimlich, tradotto come “perturbante” nell’omonimo saggio che Freud pubblica nel 1919, può essere reso in italiano come “sinistro”, “inquietante”. Unheimlich – che unisce nel suo significato il familiare e l’ignoto, che porta alla luce, in modo spaventoso, ciò che doveva restar nascosto – è l’intervento della magia, che nel racconto diventa sconvolgente mescolanza di suggestione (di Nathanael, io narrante nella prima parte, figura principale di quanto raccontato dal narratore onnisciente nella seconda), alchimia e artifizio, nel racconto di E.T.A. Hoffmann. Come Nathanael narra all’amico Lothar nella prima delle tre lettere che aprono il racconto (ma la lettera, lapsus significativo, finirà per sbaglio nelle mani di Clara, la lucida, chiara e razionale sorella di Lothar nonché fidanzata di Nathanael), è stato l’incontro fortuito con un ottico e venditore di barometri, Giuseppe Coppola, di origine italiana, più precisamente piemontese, a risvegliare nel giovane il trauma dell’infanzia. Uno dei brani centrali del racconto, magistralmente orchestrato e caratterizzato nel suo culmine dal passaggio brusco dal tempo passato al tempo presente, ricostruisce infatti l’origine sconvolgente e, appunto, sinistra, del trauma: la scoperta che il minaccioso uomo della sabbia altri non è che l’avvocato Coppelius, il quale, di notte e nello studio del padre di Nathanael, fa con questi strani esperimenti di alchimia. Il piccolo Nathanael, nascosto dietro una tenda, vede e sente, elabora con una fantasia sovreccitata. Accortosi della sua presenza, l’uomo della sabbia alias Coppelius ha una reazione irata e spaventosa. Al piccolo pare che pretenda i suoi occhi – il terrore della perdita degli occhi è, come ben fa notare Freud, uno dei motivi conduttori della vicenda – e che solo il padre, pur intimidito dall’avvocato, con le sue suppliche riesca a distoglierlo dall’intento. Poi, Nathanael perde i sensi e faticherà per giorni a riprendersi dall’orribile episodio, quando un altro, luttuoso evento sopraggiunge a minare ulteriormente la psiche del ragazzo. Si tratta della morte del padre, in seguito a una esplosione verificatasi proprio nel suo studio, conseguenza di uno dei tanti misteriosi esperimenti di questi con Coppelius. La somiglianza tra Coppelius e Coppola turba Nathanael, che sente e vede destarsi i fantasmi degli incubi passati e che perderà definitivamente il senno quando scoprirà non solo che Olimpia, la giovane figlia dello stimato professor Spalanzani – un altro italiano, un altro riferimento sia alla cultura scientifica, Spallanzani, sia all’immaginario popolare, vista la somiglianza, così scrive Nathanael all’amico Lothar, del fisico professore universitario, del quale Nathanael segue le lezioni, con Cagliostro ritratto da Chodowiecki – è in realtà una bambola, alla cui creazione hanno contribuito Spalanzani e Coppola. L’esito è tragico e l’itinerario dalla magia alla follia è segnato con ritmo incalzante e sicuro. (altro…)

La poesia di Carlo e Massimo Bardella

Quando la poesia resiste: Roma, i luoghi e la storia nella poesia di Carlo e Massimo Bardella

Nell’archivio dell’ANPI, nel lungo elenco dei partigiani a Roma, leggiamo queste annotazioni: Carlo Bardella, nato il 4 novembre 1903, partigiano combattente, periodo 8 settembre 1943 – 5 giugno 1944, nelle file del partito socialista di unità proletaria. È uno degli appigli che la memoria storica ci offre per partire per un viaggio di ricognizione nell’opera di due poeti romani, il padre, Carlo Bardella, e il figlio, Massimo Bardella. Mi piace pensare, addirittura, che l’impegno nella resistenza romana di Carlo Bardella possa aver ispirato lo scrittore Filippo Tuena per uno o più personaggi nel suo romanzo, ambientato nella Roma dei mesi successivi all’armistizio Badoglio, Tutti i sognatori.
Un altro, per me fondamentale, appiglio è quello donato dalla mediazione di amici, conoscenti, esperti di poesia, in particolar modo di poesia romanesca. La storia dell’incontro con i testi dei due poeti Bardella è per me la storia di mediazioni appassionate, documentate e, come sempre avviene in questi casi, feconde. Per questo secondo appiglio il cammino è inverso, dal figlio al padre, da Massimo a Carlo. Tutto inizia in un pomeriggio di primavera, nel 2010, in una biblioteca della periferia romana, per la precisione al Villaggio Giuliano-Dalmata, allorché viene presentato il libro, curato da Michele Battafarano e dall’amico e collega Claudio Costa, Il carteggio Pio Spezi – Paul Heyse.  In questo pomeriggio all’insegna di una Roma plurilingue e di due interpreti di rilievo della poesia di Giuseppe Gioachino Belli, il suo “profeta” Pio Spezi e il suo strepitoso traduttore in tedesco, il premio Nobel Paul Heyse, si distingue tra i partecipanti, per la vivacità dei suoi interventi e il tono arguto della testimonianza, il poeta Massimo Bardella. Da quel pomeriggio, il filo della comunicazione – alla vecchia maniera: conversazioni telefoniche e corrispondenza postale – non si è mai interrotto.
Come ben racconta Claudio Costa nel contributo Quando la poesia nasce adulta in età adulta (apparso sulla rivista “Il 996” e successivamente in Poesie d’amore corte, di Massimo Bardella, edizioni Settimo Sigillo 2017), ho cominciato anch’io a ricevere da Massimo questi originalissimi e sostanziosi doni di «un artigianato manuale e intellettuale che si fonde con l’arte poetica» che sono le sue raccolte, stampate in trentatré esemplari su carta finissima e accompagnate da una sua opera figurativa, distribuite con generosità a chi con Massimo Bardella condivide la passione per una poesia in cui il creativo e il quotidiano si fondono con l’esercizio della cura e della pazienza, del rispetto per cose, luoghi, persone.
Quell’amicizia poetica, nata nel segno dell’apertura della poesia romanesca ad altre lingue, non poteva che esprimersi, da parte mia, nella frequentazione più assidua della sua poesia e nella resa in lingua tedesca, la mia seconda lingua della poesia, di alcuni componimenti di Massimo Bardella.
È stato così che nell’aprile 2013, in occasione di un incontro dedicato alla poesia di Carlo e Massimo Bardella, organizzato da Vincenzo Luciani presso un’altra biblioteca della periferia romana, la biblioteca “Gianni Rodari”, ho avuto modo di avvicinarmi, anche alla poesia di Carlo Bardella, di scoprirne affinità e differenze con quella del figlio Massimo.
Eccomi dunque a presentare entrambi i poeti, il padre e il figlio, in questo volumetto che ne raccoglie testi particolarmente significativi. Questa breve presentazione intende indicare alcune direttrici: il rapporto con la tradizione della poesia romanesca, le innovazioni e le conservazioni stilistiche, il dialogo con la storia, e, infine, quella particolare forma di sprezzatura costituita dal romanesco ssere “scanzonato”. (altro…)

H.M. Enzensberger, Hommage à Gödel

Illustrazione di O. Herrfurth

Trilemma di Münchhausen.
Gödel da Enzensberger:
Tirarsi pei capelli
da pantani perpetui.
(A.M. Curci)

 

Hommage à Gödel

Il teorema di Münchhausen, cavallo, pantano e ciuffo,
è affascinante, ma non dimenticare:
Münchhausen era un bugiardo.

A prima vista il teorema di Gödel
pare modesto, ma pensa:
Gödel ha ragione.

“In ogni sistema sufficientemente potente
è possibile formulare proposizioni
che all’interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili,
a meno che il sistema
stesso sia privo di fondamento.”

Tu puoi descrivere la tua lingua
nella tua propria lingua:
ma non del tutto.
Tu puoi esplorare il tuo cervello
con il tuo proprio cervello:
ma non del tutto.
Ecc.

Per giustificarsi
ogni sistema pensabile
deve trascendersi,
cioè distruggere.

“Sufficientemente potente” o no:
l’assemza di contraddizione
è un fenomeno di carenza
oppure una contraddizione.

(certezza = infondatezza)

Ogni pensabile cavaliere,
dunque anche Münchhausen,
dunque anche tu sei un sottosistema
di un pantano sufficientemente potente

E un sottosistema di questo sottosistema
È il proprio ciuffo di capelli
questa leva
per riformisti e bugiardi.
In ogni sistema sufficientemente potente
dunque anche in questo pantano qui,
è possibile formulare proposizioni
che all’interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili.

Queste proposizioni, afferrale con la mano
E tira!

 

Hans Magnus Enzensberger, da: Die Elixiere der Wissenschaft
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Cristina Bove, La simmetria del vuoto

Cristina Bove, La simmetria del vuoto. Prefazione di Anna Maria Curci, Arcipelago Itaca 2018

L’equilibrio della sospensione: _La simmetria del vuoto_ di Cristina Bove

C’è un verbo che associo alla poesia di Cristina Bove e che si addice in modo particolare a questa raccolta, _La simmetria del vuoto_. È un verbo che appartiene alla lingua tedesca e, come spesso accade per i passaggi da un idioma all’altro, racchiude molti significati, che non possono essere resi con un solo verbo italiano. Il termine tedesco è schweben, e vuol dire stare sospesi, librarsi, così come, pure, oscillare, fluttuare. Ecco, la dimensione nella quale si muovono e alla quale permettono di accedere i versi di Cristina Bove è sicuramente ‘oltre’, al di sopra (si pensi al «canto al di sopra della polvere» dei Canti lungo la fuga di Ingeborg Bachmann), si muove, si libra, sorvola, conservando tuttavia la piena consapevolezza del bilico perenne, della sospensione su un abisso che può essere fatale, o lo è già stato e dunque si spalanca nell’indaffarata noncuranza della maggior parte dei viventi.
Occorrenze e ricorrenze sono una prova vivida del collocarsi della poesia di Cristina Bove su una soglia tutta particolare. Più che fermarsi al vano di una porta, le immagini prendono per mano e conducono piuttosto sul parapetto di un balcone, sull’impavesata di un veliero, su scogli a picco o, ancora, sul limitare di un bosco insieme incantato e insidioso e, naturalmente, “attraverso lo specchio” di Alice in Lewis Carroll. Già soltanto con il termine “oltre”, ci imbattiamo – mentre la ricchissima tavolozza di Cristina Bove dispiega una formidabile gamma cromatica e ripesca dalla nostra memoria, anche senza menzionarlo, il blu oltremare –  in due composti, «oltresemantico» e «oltreluce». Si tratta di due termini che interpreto come programmatici: occorre aspirare a significato e a chiarezza che comprendano e insieme superino il piano sensoriale.
Altro termine ricorrente è «volo» – e torniamo al librarsi, all’essere sospesi, al sorvolare. Se il volo è da un lato legato a un episodio-svolta nell’esistenza – «da quella notte del trentuno agosto», leggiamo in 1961 (epilogo d’estate e d’un suicidio) -, come ribadiscono i versi di Immaginaria lettera d’amore: «: è lì che sei rimasta, passandoti attraverso/ indenne/  così ti vidi nella scia del volo/ cadere tra i gerani  e adesso il velo/ che ti sfigura e quasi ti cancella/ ha il senso che ti diedi _parve una foto in ombra_/ tuttavia/ raccolsi ogni tuo modo di morire/ non potevo sapere/ quanto ti avrebbe consentito il vivere», e gli endecasillabi perfetti di In itinere: «eppure un volo le testimoniava/ di un alfabeto senza le parole», dall’altro esso si manifesta sotto le sembianze di turbinare universale di «sirene pesci girifalchi in volo» nell’(auto)irridente La visione centripeta, in cui «è l’Es che r(ide) e si ridimensiona». (altro…)

Walter Cremonte, Cosa resta (nota di Ombretta Ciurnelli)

Walter Cremonte, Cosa resta, Aguaplano Editore, Passignano 2018

Cosa resta di Walter Cremonte, pubblicato nella collana Lapsus calami dell’editore Aguaplano (Passignano 2018), raccoglie liriche tratte da sillogi composte tra il 2001 e il 2016 cui si aggiungono due inediti. Se si considera la propensione dell’autore a costruire brevi percorsi di scrittura, a volte consegnati a libriccini di poche pagine stampati in proprio e in pochissime copie, non c’è che da rallegrarsi per la pubblicazione di un’antologia che raccoglie e salva dalla “dispersione” una scrittura poetica sempre intensa e profonda, offrendo un saggio significativo dei temi e della cifra stilistica che la caratterizzano, come era già accaduto nel 1999 con il volume antologico Contro la dispersione (Perugia, Guerra Editore) che raccoglieva testi composti nell’arco di circa vent’anni.
In Cosa resta si narrano sia ingiustizie e contraddizioni del nostro tempo sia gli affetti più intimi e gli accadimenti che di necessità segnano e sostanziano la poesia attraverso intense immagini e figure che della vita declinano in modo sommesso e in un alternarsi di chiaroscuri le pieghe più intime. Il volume si apre con liriche che traggono spunto da fatti di cronaca; tra questi risalta in particolare la storia di una giovane rumena, dileggiata dalla madre per la sua pelle troppo bianca e costretta a fuggire, o i poveri operai irrisi nel loro diritto alla sicurezza. Accanto a figure che attestano impegno civile e profonda partecipazione alla complessità umana e sociale della storia più recente, ci sono gli amici poeti, come Franco Scataglini e Paolo Ottaviani, con cui si condividono tensioni e approdi o i compagni di sempre, nel ricordo di lotte vissute insieme e della gioia della rivoluzione, come Roberto Volpi. E tra gli affetti familiari c’è il figlio Nicola, un Orfeo del nostro tempo, più che mai presente in tutto il volume, anche se il suo sorriso non si lascia prendere. E c’è Giovanna con cui, in un intimo e sommesso colloquio, si condividono ricordi, attese, disinganni, sogni, speranze. E tutto ciò sullo sfondo di luoghi concreti, solo a tratti cupi, come la cella della lirica Stalinista, ma più spesso permeati di lirismo a comporre una sommessa geografia in cui si proiettano emozioni e ricordi, nonché l’eco di storie e narrazioni, come le vie delle città (la via del Bulagaio a Perugia o Corso Sempione a Milano), o il «colle giardino, il bosco/ amiatino», le siepi e gli orti familiari, il Lago Trasimeno, il fiume Tevere, il mare, i monti azzurrini, sempre con toni pacati e sommessi, lontano da astrazioni e idealizzazioni. (altro…)

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna, LietoColle 2018

La lettura del Diario de mi e de la me luna di Renzo Favaron è giunta a me con l’invito a ripercorrere la sua opera poetica in dialetto e, in particolare, le precedenti raccolte Un de tri tri de un (ATI editore 2011) e Balada incivie, Tartufi e Arlechini (L’Arcolaio 2015). È un invito che ho rivolto a me stessa, è un invito che sale dal dettato poetico di Renzo Favaron, nel quale l’osservazione acuta e l’ispido additare scempi e squarci si sposano con una passione che definire soltanto civile sarebbe riduttivo.
Si tratta infatti di una vera e propria dedizione alla parola, una ricerca incessante – sguardo mobile, tuffo nella folla e attraversamento del deserto – che non può non contemplare, come tappa essenziale del costante cammino, il silenzio, la non parola.
È una scelta, si badi bene, non un arrendersi. La constatazione – come non pensare a Voi, parole di Ingeborg Bachmann, testo che in più di un’occasione l’autore ha individuato come importante riferimento «anche per chi voglia scrivere un solo verso di poesia»? – che scogli e colonne d’Ercole dell’indicibile sono là, consistenti anche quando sono visibili ai poeti, non si traduce in un abbandono della ricerca, bensì in un’attenzione acuita, a tratti, parrebbe, esasperata, e comunque in una ripartenza rinnovata da una disciplina rigorosa, da un codice frutto di felice (nel senso di piena e consapevole) selezione, non di imposizione.
La condizione umana che soggiace a questo dire poetico è, con un ossimoro di provenienza ungarettiana, “allegra e disperata”.
I versi di autopresentazione del terzo dei trenta componimenti della raccolta si caricano in tale contesto della forza espressiva di un manifesto poetico:

‘Desso che so alegro e desperà
se carica el sienzhio
de cue’o che le paroe no’ sa dire.

Ora che sono allegro e disperato
nomina il silenzio
quello che le parole non dicono.

Il silenzio diventa allora, con un paradosso preparato dall’argomentare rigoroso al quale si accennava poc’anzi e che si dipana testo per testo, il vero depositario della parola, di quella parola la cui urgenza di emergere era stata scansata, scaraventata in un angolo dai molti che ne temevano e temono l’energia eversiva.
Si arriva pertanto a leggere nel testo VI della raccolta:

Par ‘na idea balba gò lassà
al sienzhio el peso del parlar,
a le paroe che gavevo in boca
e che gnessuno gaveva mai ‘scoltà.

Per una strana suggestione ho lasciato
al silenzio la facoltà di parlare,
alle parole che avevo in bocca
e che nessuno aveva mai ascoltato. (altro…)