Autore: redazionepoetarum

Lorenzo Pompeo, La “invenzione” di Buenos Aires di Jorge Luis Borges (1921-1929)

Quando, nel 1921, il poeta ventiduenne ritornò nella sua città natale, dopo sette anni di permanenza in Europa, «Era un giovanotto che aveva vissuto in Svizzera e in Spagna, aveva imparato il latino, il francese e il tedesco, aveva partecipato indirettamente a dei movimenti d’avanguardia ed era divenuto membro attivo di un nuovo gruppo, quello degli ultraisti; aveva pubblicato recensioni, articoli e alcune poesie, e aveva scritto due libri. A ventun anni era ancora timido ma abbastanza stagionato».
I Borges andarono ad abitare in una casa su via Bulnes, non molto lontano dal vecchio quartiere Palermo, e vi rimasero per due anni. Jorge cominciò lì ad avere un’abitudine che avrebbe mantenuto fino a cinquant’anni inoltrati: camminava moltissimo per le strade di Buenos Aires, percorrendo distanze enormi «Imparò così a conoscere Buenos Aires, o almeno la sua Buenos Aires; si trattava di percorrere, centimetro per centimetro, ripetutamente, un territorio che i suoi scritti avrebbero percorso allo stesso modo.»
Ma l’indirizzo di Buenos Aires al quale rimase per tutta la vita affezionato era la casa nella quale visse gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, al numero 2135 di Calle Serrano, quartiere Palermo. In una conversazione con Napoleon Murat nel 1964 Borges la ricorda così:

Quando ero ragazzo, la città finiva lì, a cinquanta metri da casa nostra. C’era un ruscello piuttosto sporco chiamato Maldonado, poi dei terreni incolti, e la città ricominciava di nuovo a Belgrano. Quello che c’era tra il ponte Pacifico e Belgrano non era campagna: sarebbe una parola troppo bella. C’erano dei terreni abbandonati e delle ville. Il quartiere era molto povero. In Calle Serrano c’erano solo tre case a due piani con patio. Sembrava di essere al confine estremo della città.

Scrive Emir Rodriguez Monegar in, Borges, una biografia letteraria: «I Borges erano indubbiamente degli estranei a Palermo: erano per metà inglesi e discendevano da una antica famiglia argentina. Palermo invece era una città di emigranti, una specie di terra di nessuno dove lavoratori “poveri ma rispettabili” abitavano vicino a mezzi delinquenti le cui energie erano prese da attività come il ruffianaggio, la prostituzione e vari tipi di azioni criminali.»[1]

Come racconta lo stesso Borges, i contatti con il mondo al di fuori del giardino di casa erano rari: «Il giardino di Palermo era un luogo privilegiato da cui Georgie poteva osservare il mondo esterno. Era un luogo sacro. Ma era anche la porta d’accesso ad un’altra realtà: la realtà della gente che viveva vicino a lui in case a un solo piano, gente che non aveva l’acqua corrente in casa né possedeva la sicurezza di un giardino proprio. Georgie e Norah non lasciavano quasi mai il loro rifugio» – scrive Monegar.  Malgrado il tempo ne avesse già allora alterato i connotati, il quartiere Palermo e il giardino di Calle Serrano rimarranno per Borges dei luoghi topici, il centro del suo mondo letterario.
Non appena lo scrittore si ristabilì a Buenos Aires, divenne il capo di un gruppo di giovani poeti, anch’essi interessati alla letteratura d’avanguardia, e con loro fondò una rivista letteraria, Prisma. Ne uscirono solo due numeri. Borges così rievoca gli aspetti più pittoreschi dell’impresa: «Il nostro piccolo gruppo oltranzista era ansioso di avere un suo giornale, ma i nostri mezzi non ce lo permettevano. Fu guardando gli annunci pubblicitari che mi venne l’idea di stampare un giornale murale. […] Così facemmo delle sortite notturne armati di colla e pennelli forniti da mia madre e, camminando per chilometri e chilometri, attaccavamo il foglio qua e là lungo le vie Santa Fe, Callao, Etre Rios, e Mexico.»
In quegli anni era al potere il Caudillo Hipolito Yrigoyen, figlio di un immigrato basco analfabeta, primo presidente eletto, nel 1916, nelle prime elezioni a suffragio universale maschile con voto segreto. L’Argentina era nel pieno di un’impetuosa e turbolenta fase di sviluppo industriale e gli emigranti dall’Europa (prevalentemente italiani) trovavano facilmente lavoro. Questo irruento processo di sviluppo aveva creato una nuova classe sociale: il proletariato urbano. La nascita dei sindacati (anarchici e socialisti), le lotte operaie, gli scioperi e le feroci repressioni che ne seguirono furono un chiaro segnale delle profonde mutazioni che stava attraversando la società argentina in quegli anni. Risale al 1927 il celebre reportage di Albert Londres, Le chemin de Buenos Aires (la traite des Blanches), che faceva luce sulla “tratta delle bianche”, ovvero il fiorente commercio di donne proveniente dall’Europa (Francia e Polonia) spedite in Argentina per essere avviate alla prostituzione. Furono proprio questi gli anni in cui il tango, nato nei postriboli di Buenos Aires e Montevideo, divenne popolare in tutto il mondo (tanto che nel 1912 il papa Pio X lo proibì). Lo stesso Borges dedicò a questo fenomeno il suo saggio Storia del Tango, nel quale, relativamente alla questione delle sue origini, scrisse: «i miei informatori concordavano tutti su di un punto essenziale: la nascita del tango nei lupanari». A rafforzare questa tesi, riporta un suo ricordo personale: «il fatto, che potei osservare io stesso da bambino in Palermo e anni più tardi alla Chacarita e in Boedo, che lo ballassero per le strade soltanto coppie di uomini, perché le donne del popolo non volevano compromettersi in un ballo da puttane.»
Proprio in questi anni esplode in tutto il mondo il “fenomeno Carlos Gardel”. Nel 1917, in occasione di un concerto al teatro Empire di Buenos Aires, il cantante mise in repertorio Mi noche triste, un tango di Samuel Castriota e Pascual Contursi che viene considerato uno dei primi esempi di tango-canzone (tra l’altro caratterizzato dall’uso del lunfardo, il gergo dei bassifondi di Buenos Aires infarcito di parole di origini italiane). Da allora incise centinaia tanghi. Le tournée di Gardel in Argentina e all’estero, i film da lui interpretati e la sua figura, oggetto di un vero e proprio culto popolare, renderanno il tango celebre in tutto il mondo. La sua scomparsa prematura, a causa di un incidente aereo, nel 1935, lo rese una vera e propria leggenda.
Anche dal punto di vista architettonico e urbanistico Buenos Aires stava vivendo un tumultuoso sviluppo. Il Colón, allora il più grande teatro lirico dell’America latina, progettato dall’architetto italiano Francesco Tamburini, venne inaugurato nel 1908 con l’Aida. Nel 1923 terminarono i lavori del Palazzo Barolo, fino al 1939 il più alto edificio dell’America latina, uno dei più eccentrici edifici della capitale, un progetto pionieristico per la sua epoca per l’uso ardito del cemento armato e firmato fin nei minimi dettagli dell’architetto italiano Mario Palanti in uno stile definito “eclettico” (che combina elementi art nouveau, art déco con elementi gotici e arabo-indiani).
Scrive Maryse Reunau: «Paradigma della complessità urbana, simbolo dell’evoluzione storica di tutto il paese, la capitale argentina si presenta in primo luogo sotto l’aspetto di metropoli popolosa. Non è difficile trovare nei nostri scrittori allusioni precise, addirittura quantificare numericamente, allo sviluppo demografico senza precedenti fatto registrare dalla capitale nei primi anni del XX secolo. Abbagliati in rari casi dall’immensità di una città ormai allo stesso livello delle più grandi metropoli internazionali, molto più spesso storditi e prostrati dalla marea quotidiana e meccanica di una popolazione laboriosa che pare quasi sonnambula, personaggi e narratori divengono l’eco di questo mondo ipertrofico e disumanizzato in cui le masse sembrano aver avuto ragione dell’individuo.»
Fu questo lo sfondo in cui Borges pubblicò nel 1923, alla vigilia di un viaggio per l’Europa (1924), Fervor de Buenos Aires, la sua prima raccolta di poesie uscita in trecento copie. Furono proprio le forti impressioni ricevute al ritorno in seno alla sua città natale l’oggetto di questa raccolta, come racconta lo stesso autore: «Tornammo a Buenos Aires sul Reina Victoria Eugenia alla fine di marzo del 1921. Fu per me una sorpresa, dopo essere vissuto in tante città europee – dopo tanti ricordi di Ginevra, Zurigo, Nimes, Cordoba e Lisbona – trovare la mia città natia così diversa. Era diventata grandissima, una enorme città di bassi edifici dal tetto piatto che si stendeva a occidente verso la pampa. Era più che un ritorno a casa; era una riscoperta. Potei vedere Buenos Aires con un interesse e un’emozione mai provati perché ne ero stato lontano tanto tempo. Se non fossi mai stato all’estero credo che non avrebbe mai avuto per me quel fascino che adesso aveva. La città – non tutta la città, naturalmente, ma alcuni luoghi che per me divennero emotivamente significativi – ispirò le poesie del primo libro che pubblicai, Fervor de Buenos Aires».[2]
Questo sentimento di meraviglia, di scoperta e riscoperta, di spaesamento e orientamento è ben espresso nella lirica Sobborgo:

Il sobborgo è il riflesso del nostro tedio.
I miei passi claudicarono
quando stavano per calpestare l’orizzonte
e restai tra le case,
quadrangolate in isolati
differenti ed uguali
come se fossero tutte quante
monotoni ricordi ripetuti
di un solo isolato.
L’erbetta precaria,
disperatamente speranzosa,
spruzzava le pietre della strada
e vidi nella lontananza
le carte di colore del ponente
e sentii Buenos Aires.
Questa città che credetti mio passato
è il mio avvenire, il mio presente;
gli anni vissuti in Europa sono illusori,
io stavo sempre (e starò) a Buenos Aires.

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I poeti della domenica #342: Lawrence Ferlinghetti, One of These Days/Uno di questi giorni

Poet Lawrence Ferlinghetti — Image by © Christopher Felver/CORBIS

Uno di questi giorni

Uno di questi giorni
accetteranno mai quello che dico
come assoluta verità
e mi chiameranno maestro
e mi appunteranno sul petto la croce di Luce
E se lo faranno, oh se lo faranno
ne sarà la valsa la pena dopo tutto
Tutte le frasi spezzate cominciate da capo
tutti gli illusori trionfi
che possono avvenire soltanto di domenica
quando tutte le banche sono chiuse
e tutte le chiese fallite sono aperte
e tutte le lotterie vinte
solo per scoprire che i biglietti sono stampati
con inchiostro simpatico
e l’ultimo cavallo nell’ultima corsa
che salta l’ultimo ostacolo alla libertà
e io fermo nel recinto dei vincitori
con una corona attorno al collo
chiedendomi quale bionda mi bacerà
mentre la banda dei mariachi suona
I Giorni Felici Sono Tornati
o l’Inno di Battaglia della Repubblica
ed una sfilata procede
verso la piazza lontana
dove imbecilli che indossano ali di lamé
cadono dagli alberi?

traduzione di Lucia Cucciarelli

One of Those Days

When I am old
will they accept what I say
as the absolute truth
and call me maestro
and pin the cross of light on me
And if they do, oh if they do
will it have been worth if after all
all the broken sentences begun again
all the illusory triumphs
which could only happen on Sundays
when all the bank are closed
and the bankrupt churches open
and all the lotteries won
only to find the tickets printed
with evaporating ink
and the last horse in the last race
jumping the last fence to freedom
and I standing in the winner’s circle
with a wreath around my neck
wondering which blond will kiss me
as the mariachi band plays
Happy Days Are Here Again
or The Battle Hymn fo the Republic
and a parade goes by
to the distant plaza
where imbeciles wearing tinsel wings
drop from the trees?

da New Poems (Nuove poesie), 1993

I poeti della domenica #341: Lawrence Ferlinghetti, Alla maniera di Cecco Angiolieri

(l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Alla maniera di Cecco Angiolieri

S’i’ fosse foco, non fumerei
S’i’ fosse vento, suonerei soltanto i flauti lirici
S’i’ fosse acqua, non berrei altro che vino
S’i’ fosse Dio, mi farei una Dea
S’i’ fosse Papa, mi farei mamma mia
S’i’ fosse mamma, darei natali a molte vergini
S’i’ fosse imperatore, sa’ che farei?
ucciderei tutti gli imperatori.

S’i’ fosse morte, ritornerei all’utero per ricominciare
S’i’ fosse cieco, troverei un cane
S’i’ fosse un cane, troverei un cieco
che vuole fare molte passeggiate ai bordelli.

(Scritta in italiano dall’autore)



Poesia n. 346, Marzo 2019

proSabato: Gianna Manzini, Ricordo di Ada Negri

INCONTRAI per la prima volta Ada Negri molti anni fa, in casa sua, a Milano. E l’immagine che da allora ne serbo si sostiene all’impressione che i suoi capelli fossero grigi per una specie di riguardo: bisognava, con qualche tono dimesso, temperare tutto quello sfavillìo di occhi, e un così libero giuoco fra ardimento e soavità.
Rinnovando in ogni istante un’intesa col mondo, mi appariva legata e quasi sostenuta da una salda amicizia con tutto ciò che respira. Così, per virtù di sentimento e di sorriso, e per quel senso di giustizia e di persuasione che le sue parole ispiravano, anche col parlarmi della mia diversità da lei, non mi allontanava da sé come inevitabilmente accadde quando si sottolineano differenze: anzi riusciva ad avviare un rapporto amichevole.
Di questa visita mi rimane, oltre il ritratto che la sottile arte del ricordo compose poi per esaudire il mio desiderio di compagnia e di colloqui, la disagiosa certezza d’aver cercato ostinatamente d’abbassare il tono della conversazione con frasi superflue e banali, delle quali, di volta in volta, mi vergognavo. Un disagio che adesso diventa pungente rimorso. Era come se allontanassi da noi il poeta, in lei sempre presente, e lo ammettessi soltanto relegato nella pagina, ostacolassi quel suo coraggioso naturale farsi vivo nella vibrazione di una parola, nell’impennata di una frase, nell’accoglienza di tutto quello che la finestra aperta, i libri, le cose intorno e il calore dei nostri pensieri suggerivano. Quella volta, il mio pudore mi fece peccare d’avarizia.
Ma il mio tardivo desiderio di giustificarmi provocò uno dei miei molti ricordi falsi, di quei ricordi immaginari che ci si studia poi di invecchiare, d’incastonare in momenti e luoghi rigorosamente reali. E che scrupolo nel togliere il nuovo ai particolari con cui di tanto in tanto li ritocchiamo. Perché accade a tutti, credo, di scegliere, quasi senza che la volontà deliberi, nel numero delle persone che direttamente e indirettamente conosciamo, i personaggi necessari alla difficile e mal nota commedia spirituale nostra: amicizie in mezzo alle quali più liberamente viviamo.
Fu l’estate ad Arenzano.
La ragazza che mi porgeva i francobolli, in uno spaccio di sale e tabacchi, butta gli occhi sulla lettera che reca l’indirizzo di Ada Negri, per alzarli subito su di me, raggiando di sorpresa e d’amorosa invidia.
Un momento dopo, al tavolino di caffè, sotto un ombrellone colorato, intrattenevo l’immagine della scrittrice che, sorta in una maniera così stravagante, fra le pareti d’una bottega anonima, mi aveva dato autorità e prestigio presso una ragazza, senza dubbio esperta nel far combaciare i propri sogni su pagine sfogliate e risfogliate nel cassetto aperto del banco di vendita. Una ragazza che avrebbe potuto dar luogo a un racconto. (altro…)

Francesca Lo Bue, poesie

 

Poesie tratte da Itinerari/Itinerarios, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2017

La poesia

Solo questo ho,
una speranza di parole,
stagno che svanisce nel vivere enigmatico,
grido stolto che graffia nella marea del sole.
Solo questo ho,
un suono di parole antiche,
lumeggiare di voci nell’armonia dell’infanzia.
Sono aride le fonti della terra
ma pronuncio il nome di Dio e tutto arriva.
La poesia ricostruisce,
trasmuta,
richiama i ritmi delle sorgenti.
Mentre brulicano le stelle e danza il cipresso
la rosa s’imporpora in profumo
chiamando i battiti di un autunno sordo
che è giustezza di foglie nella riva.
È qualità di un occhio fulgente,
gemma della catena preziosa
che è gioia per i tuoi nomi.

Le torce del mattino s’accendono
sulle vesti candide.

La poesía

Tengo sólamente
una esperanza de palabras,
estanque que desvanece en el vivir enigmático,
grito estólido que rasguña en la marea del sol.
Tengo sólamente,
un sonido de palabras antiguas,
luminiscencia de voces en la armonía de la infancia.
Son áridas las fuentes de la tierra
pero pronuncio el nombre de Dios y todo llega.
La poesía reconstruye,
transmuta,
reclama los ritmos de las surgientes.
Mientras homiguean las estrellas y danza el ciprés
la rosa se empúrpura en perfume.
Llama los latidos de un otoño sordo
que es justeza de hojas en las riberas.
Es cualidad de un ojo fúlgido,
gema de la cadena preciosa
que es júbilo para tus nombres.

Las antorchas de la mañana se encienden
sobre las cándidas túnicas.

 

Maria Stuarda – Antigone

Un sole inoffensivo si apre nel sentiero,
per arrivare al bosco con strie d’oro.
Un’ombra alta si muove di lassù,
venendo da un raggio di luce,
da un punto di lontananza, sepolcro e morte,
quando indispettito fugge dalle mura ingombre.
Con occhi piccoli e puntuti,
dettando le parole della congiura,
portano Maria e Antigone alla casa della morte.
Della morte di quel che fu,
di ciò che non sarà…
diritti di oro e di terre.

Folle, cosa fai?
Riposo nella soglia silenziosa,
guardando un infinito imperfetto
nella fonte spenta.

Antígona – María Estuardo

Un sol inofensivo se abre en el sendero
para llegar a un boscaje con estrías de oro.
Una sombra alta se mueve desde arriba,
viene de un rayo de luz,
está en un punto negro de lejanía, sepulcro y muerte,
quando enconado huye de los muros atiborrados.
Con ojos pequeños y bigotes puntiagudos dictan las
[palabras de la conjura
que llevan María y Antígona al descenso en la casa de
[la muerte.
De la muerte de lo que fue,
de lo que no será
derecho de oro y de tierras.

¿Loco, qué haces?
Descanso en el umbral silencioso,
mirando un infinito imperfecto
en la fuente apagada. (altro…)

Marco Cinque, poesie dalla raccolta “Sintesi”

Marco Cinque, foto di Francesca Mazzara

 

Dalla raccolta Sintesi, Edizioni Seam

senti il
respiro dei sassi
sugli accordi dell’acqua
e le parole degli alberi
nei nostri ascolti
smarriti

§§§

anoressica vita
la tua bocca cucita
su una tavola
imbandita

§§§

all’odio
non cedere passo
che di forza ha bisogno
il perdono

§§

è di me
che dico il silenzio

ma non so chiedere
nemmeno alla mia ombra
se questa compagnia
le è valsa la pena

§§§

il tempo di un fiore
nella sua percezione
non è più breve
di quello d’una sequoia.
Finisco di contare i giorni
e vivo (altro…)

Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa (rec. di Patrizia Sardisco)

Su Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli

Riprendo alcuni versi molto cari ad Anna Maria Curci, autrice della curatissima e ispirata Prefazione a Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli (EdiLet, 2017; Postfazione a cura di Marco Onofrio), versi nei quali Rose Ausländer pone la parola come luogo, come terra nel cui tessuto materno stabilire la propria patria: «La mia patria è morta/ l’hanno sepolta/ nel fuoco// Io vivo/ nella mia madreterra/ la parola» (traduzione di Anna Maria Curci).
Riprendo questi versi per sostenere l’ipotesi che se davvero la parola può essere eletta a patria da parte di un poeta, la sua poesia allora può esserne la casa, l’abitazione, dimora-monumento nella costruzione e decostruzione operata da logos e pathos per sinergie e per scontri, per attriti e per nuove ricomposizioni.
«Genero metafore di pietra» è il verso con cui ci viene incontro il libro di Cristina Polli, un verso (una poesia!) di austera, imponente bellezza, dal cui peso e dal cui vincolo sarà impossibile sottrarsi, tutta l’opera ne è percorsa come da un’eco argentea e tagliente. Chiave ermeneutica delle pagine a venire, questo primo componimento-pietra sostanzia “a spigolo vivo” le fondamenta e il perimetro della fortezza-poesia, lo svettare delle sue pareti ripide e inespugnabili, la sua essenza di nucleo fortificato e fatalmente protetto entro cui poter prendere sicura dimora e del quale poter decidere i gradi di pervietà. Parole come “roccaforti”, “torre d’avorio”, “fortezza”, “arroccata”, squadrano da ogni lato, nel volgere di pochi versi, una costruzione poetica che non lascia spazio ad equivoci quanto a fattura e destinazione d’uso.
In  questa fortezza, «In un tempo sospeso sull’essere/ la poesia accorda il suo suono».
In questo arrocco, da questo riparo, provveduto a «deporre/ le armi del giorno», la voce poetica potrà lavorare sui nodi di ore e dolori, e levare il suo “canto di perdono”.
Dalle ringhiere/balaustre di questa “torre d’avorio”, l’io poetico potrà esporsi alle interrogazioni dei marosi che recano “echi di schiume/lontane” riaffioranti, di “notturne voci d’eterno sciabordio”. Guadagnata altezza e distanza, lo sguardo potrà sorvolare l’abisso e spingersi “oltre”: l’occorrenza di quest’avverbio/preposizione, utilizzato anche nella sua forma sostantivata, autorizza a ipotizzare un’aspirazione di superamento, un profondo desiderio (ricorrenti e ritmanti sono i “vorrei” e gli “ho bisogno”) di oltre-passare una condizione di blocco legata a una separazione che ha pietrificato l’io lirico, condannandolo, si direbbe, a una generatività a sua volta litica: ecco dunque che quell’altura e quella roccaforte, dalle quali osservare «l’orizzonte che si compie da solo» come un destino, sembrano configurare una Stonehenge del teatro interno e della voce, un “incavo d’aria” silenzioso in cui la “luce incunea l’oscurità”, in un respiro di pieno e di vuoto da cui si vedono una spiaggia deserta e, più in là, un mare di metallo. È uno spazio sacrale, sacrificale, che lo stesso io lirico sembra aver concorso a creare, un circolo di pietre inespugnabile, ineffabile, misterico, che serba il suo segreto “nel buio degli archetipi” e di cui “l’assorta fatica” sopravvive nelle meditazioni, insieme al dolore e al senso di una stanchezza vana: «Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre» mette in scena una noità dolorosa e dilatoria dell’Incontro, fino alla sua insensata e rovinosa, difensiva interdizione.
Se mi è concesso l’azzardo, oso affermare che si avverte l’incombenza di un convitato di pietra, tra le ombre di queste pietre-metafore, tra queste presenze di assenze che tornano a farsi dire e a farsi voce e nome: c’è un’assenza a lungo abitata come un destino tra i destini, ed è “lago inesplorato”, un “lago d’alba”, una presenza femminile che si vedrebbe incorniciata dentro “un anello incrinato” della catena, posto che si avesse voglia di portare “la catena agli occhi”. (altro…)

Marino Santalucia, poesie

Marino Santalucia, foto di © Marco Cinque

da Gli Angoli del Corpo,  ed . MontaG

LE PAUSE DELLE IMBASTITURE

Se sapessi far l’orlo alla mia esistenza
preferirei il punto cieco
cosicché
nulla si vedesse
e se la pena è profonda
che giochi pure
tra le pause delle imbastiture.

 

LA DIVISIONE

Uscendo di casa
divido il peso che è dentro me
con questa terra.
A lei volgo i miei occhi
come non piangere, attraversandoti ora che sei quercia. (altro…)

I poeti della domenica #340: Pietro Secchi, Er cane zoppo

Ner giardino sott’a casa mia
ce sta ‘n cane zoppo.
Er padrone ‘o porta ‘n giro
pe’ córe e giocà coll’antri.
Li cani bianchi e maroni
coreno e se odoreno.
Ma lui è ‘n cane nero
e co’ quer passo ch’è ‘n affanno
se dirigge solo a beve.
Forze l’acqua je rinsarderà ‘a zampa
oppure spera ‘n zogno
che co’ ‘n zorzo je verà mercede:
‘no sguardo pietoso der Gran Cane,
l’unico, diceveno, che quanno te mozzica
te fa annà via la rabbia.

© Pietro Secchi, da Er piccione sfracellato, FusibiliaLibri 2018

I poeti della domenica #339: Leonardo Sinisgalli, Rue Sainte Walburge

Leonardo Sinisgalli ritratto da Maria Padula
[l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

 

Rue Sainte Walburge

Forse ha battuto più forte
Il tuo cuore dei tacchi del lanciere.
Ti ritorna il frastuono in un odore
Di capelli, i giorni belli
Al moto biondo della Mosa.
Sbiadiscono nella caligine
La strada del borgo, le scritte
Straniere delle insegne, i campi
Dietro le palafitte.
Tu ne ritrovi la traccia
E da uno sbuffo di vapore
Avanza la cara figura d’amore
Quei dolci tacchi battuti sul cuore
E l’ombra calda sulla faccia.

 

da Vidi le muse, Milano, Mondadori, 1943

proSabato: Jacopo Ramonda, Pendolari

 

PENDOLARI (cut-up n. 127)

In macchina presto attenzione a qualunque cosa mi passi per la mente, tranne che a guidare. Ascolto musica, parlo al telefono, mi annoto queste frasi; rovistando sul fondo della borsa accasciata al mio fianco, sul sedile del passeggero, trovo la tua lettera. La riconosco al tatto, immediatamente. La mia condizione di pendolare non ammette variazioni di rotta: ogni giorno mi sposto lungo la stessa tratta provinciale, in loop. Attraverso una serie di piccoli comuni di periferia, così vicini l’uno all’altro da contagiarsi a vicenda nello sfregamento continuo di mucose e confini. Respiro a grandi boccate, poco prima di chiudermi ermeticamente nel mio scafandro e calarmi negli abissi delle prossime otto ore di lavoro quotidiano, dove la pressione si farà sempre più opprimente. Ormai i miei pensieri fuoriescono liberi soltanto nel dormiveglia degli spostamenti. (altro…)

Poesie di Vernalda Di Tanna

 

Mi fruga un raggio ogni ferita
tra le ciglia, il sale disinfetta
smista sogni. Sulle guance
si perdono i confini delle barche
restano vele lontane dalla resa.
Dov’è Itaca? Forse è labile contorno
nella cerniera d’un tramonto, finestra
schiusa assieme a labbra d’ortica
screpolate a primavera?

 

Nelle chiuse case un silenzio giace –
dove ho lasciato anni ad annaspare
e la felpa ad asciugare, chiamano
sbagli le cose che abbiamo
amato. Beve ultimo un respiro
sciabordio di fumo e nuvole –
risorge un male da tutto questo miele.

 

Già sarai senza rumore
sui cuscini ombra, fiore abile che disfa
sbocciato le lenzuola. Profumi
resteranno nodi impigliati
tra i miei capelli che costringi
spartiti oltre il silenzio.

 

Il trabocco se ne sta in punta
di piedi come il profeta, ligneo
sulle acque immobile sospeso
screziato, sulla pelle del mare
resta di gabbiano un urlo
di bambino un canto ad invertire
rotta ai pescatori:
è la premonizione del mattino
nella fiamma delle stelle.

 

Vernalda Di Tanna (Vasto, 1997) è studentessa di Lettere Moderne presso l’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti. Nel 2017 è tra i vincitori del contest “Scrivi come sei. Poetry Life Together” indetto da Terranova. Ha collaborato con Alessandro Quasimodo al progetto promosso dalla «Rivista Orizzonti», Alessandro Quasimodo legge I Poeti Italiani Contemporanei. Vol. 1 (Aletti Editore, 2018). Recensisce libri di poesia su «Laboratori Poesia» e «Redazione Idee». Suoi testi sono apparsi sulla rivista «clanDestino».