Autore: redazionepoetarum

Marco Ercolani, Galassie parallele. Due note di lettura

Marco Ercolani, Galassie parallele. Storie di artisti fuori norma, Il Canneto, Genova, 2019

Due note di lettura

Là-bas

Galassie parallele sono quelle che costellano opere di artisti “outsider”, quindi eccentrici, discordanti. Tutti riuniti nel segno della vertigine. Vertigine dell’origine, del ritorno di un senso che è costretto a passare per il sotterraneo, per il sole nero dell’insonnia.
Figure agitate da colpi e contraccolpi, serbatoi di un’energia esplosiva, sempre a contatto col fantastico e con la sua febbre.
Una sfilata di identità vacillanti, colte al centro del loro turbinio, quando i corpi si flettono sotto al peso.
Davvero enciclopedico in questo libro è il dispiegamento dei saperi che spaziano per ogni dove. Marco Ercolani scava con la sua scrittura acuminata nell’intreccio tra destino e opera, in prospettiva fenomenologica e, nello stesso tempo, dialoga con amici lontani, lunari quanto basta per aver sperimentato le raffiche della “tempesta emotiva” e dell’invasione dell’ombra.
Ne escono “frammenti di un discorso amoroso”: pensieri, schegge di biografie, luoghi, occasioni, figure snervate e inquiete. Impossibile nominarle tutte. Cervantes, Michaux, Giacometti, Hugo Wolf, Glenn Gould, Lorenzo Calogero, Dino Campana, tanto per citare alcuni estremi della catena. Una cavalcata, quella di Ercolani, che travalica i canoni della saggistica. Una rapsodia delle svariate forme dell’arte o meglio, un più libero “ricercare”.
Marco Ercolani vuol rompere quel cerchio di solitudine che racchiude ogni opera d’arte Vuole entrare, varcare la soglia del “mistero senza enigma”, risuonare empaticamente, a specchio. A specchio della sua propria esistenza.
Tutto palpita e si corrisponde in queste GALASSIE PARALLELE. È sempre un incontro sotterraneo, da anima a anima, quel che muove e sollecita la scrittura, la ricerca della parola-pensiero. Tutto quel che Marco autore annota nella prosa di Leopardi, la “mobilità nervosa delle parole”, la “germinazione naturale del pensiero”, il “cammino all’aperto” è lo stesso segno, la cifra e il carattere della sua propria scrittura vibrante.
Di sotto, là-bas, c’è un poeta.

Dario  Capello 

 

Il rigore degli altri mondi

Marco carissimo,

Galassie parallele è un libro straordinario. Straordinario perché i protagonisti sono autori che vivono e si percepiscono in dinamiche e contesti fuori dall’ordinario, o almeno da ciò che comunemente si ritiene sia l’ordinario. Luigi Serafini Amelia Rosselli o Giacinto Scelsi, per citarne alcuni, ti sorprendono per e con il loro mondo, ossessioni che mutano in creatività o creatività che diventa ossessiva ma comunque sempre, si direbbe, in un caso e nell’altro, modalità per evadere dall’esistenza, dalle prigioni del proprio io.
Ti sorprendono, ho detto, con il loro mondo ma anche, nel contempo, sanno, come una calamita, trascinarti in quel mondo e ti domandi se quella follia, quella loro folle visione, non sia aporia, passaggio verso un autentico che invece i meccanismi psichici della “normalità” non riconoscono oppure scansano o allontanano. Ma che cos’è poi la “normalità”? Non è in fondo il palmo della propria mano? Ciò che per me è o sento “normale” e sa mostrarmi vie che altri non esplorerebbero mai? Vie che esistono, vie con una loro volontà e che si manifestano per essere accolte, com-prese? Leggendo, si rimane stupefatti. E questo restare stupefatti, lo stupore, è l’altra straordinarietà di Galassie parallele, e questa straordinarietà l’hai costruita tu e appartiene a te soltanto. Hai saputo esplorare con tenacia e rigore questi mondi, queste galassie, lo hai fatto senza sovrapporti e senza però neppure limitarti ad una mera descrizione. Li hai vissuti, questi mondi, con discrezione e, aggiungo, con amore, con la consapevolezza che scrittura musica o pittura è completa, completa e ricca, con anche e proprio per la presenza di queste galassie.
Intanto ti lascio in compagnia di un testo di Vladislav Chodasevič che mi è venuto in mente leggendo Galassie parallele, mi pare che in questo testo Galassie parallele si possa in parte specchiare, che qui si possano specchiare gli autori del tuo libro.

Silvia Comoglio

Anteprima: Giovanna Amato, Viviana del Lago

Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin 2019, euro 12, copertina di Giulia Amato

 

 

Il professor D’Amedeo annuisce composto quando Alessandro gli racconta del suo pomeriggio in riva al lago. Poi tiene la bocca aperta come per parlare, per qualche secondo, e non appena Alessandro è abbastanza curioso da sentire di poterlo minacciare comincia.
«Sono contento che lei prenda così sul serio il suo lavoro da fare viaggi per centinaia di chilometri, ma voglio ricordarle che è una tesi, non una biografia autorizzata.»
«Professore», scatta lui di rimando, «la dottoressa mi ha promesso accesso a fatti che non potrei conoscere altrimenti, e materiale inedito, forse in esclusiva. Questo può essere il modo di far diventare questa tesi un lavoro grande, notevole. Non lo dico solo per me, professore, ma anche per il prestigio dell’università. Possiamo lavorare su un autore non ancora indagato, si tratterebbe di un’opera che aggiunge un tassello importante alla conoscenza del panorama contemporaneo.»
«Una monografia su Viviana Santeremo?»
Il professore, capisce Alessandro, è impastoiato fino al midollo nelle vecchie dinamiche accademiche di promozione dei soliti, assodati noti. Il professore è un galoppino della critica rimasticante. Si è trovato un bruto. Meglio chiudere immediatamente con questo discorso, e considerarlo un semplice dispensatore di firme burocratiche da qui alla tesi.
«Professore, mi lasci lavorare e vedrà.»
«Io la lascerò lavorare eccome; bisognerà vedere se l’oggetto della sua tesi sarà altrettanto collaborativo. Ha avuto la geniale idea di offrirle di controllare il suo lavoro, ma il danno è fatto. Solo, si ricordi in questi mesi che la tesi è sua, e non c’è nulla che la signora potrà o non potrà fare per cambiare anche solo una virgola di quello di cui lei è convinto. Per quanto mi riguarda, in bocca al lupo, può iniziare.»
Come se un critico, pensa Alessandro, possa mai saperne di più di un autore, di un qualsiasi autore. Come si vede che il suo professore non sarebbe in grado di distribuire una goccia di tempera con un pennello. Un bruto, si è trovato un bruto.

*

«Vieni, però stai zitto, mi raccomando», dice Viviana.
Alessandro ubbidisce. Non strofina neanche i piedi contro lo zerbino per non interrompere quel suono.
Dal soggiorno arriva, a un volume che sembra quasi silenzioso e che è un tutt’uno con il brano che si espande, l’Andantino della Sonata numero venti di Schubert. E Viviana ha le guance rosse, come se quell’Andantino fosse una persona e lei fosse grata di averla lì, dopo tanto tempo che non si incontravano, a quell’angolo di strada, e ci fosse tempo per bere un bicchiere di vino insieme.
«Lo conosci?», chiede lei.
«Certo.»
Gli occhi di Viviana si illuminano. Per un attimo sembra fiera di lui.
«Ti spiace se lavoriamo lasciandolo in sottofondo?»
«Certo che no. Però non parlare neanche tu.»
Così, mentre Viviana sorride, prendono una tela senza fare il minimo rumore. Ascoltano più volte la barcarola. La sezione centrale, con i suoi forte poderosi. Il ritorno singhiozzato del primo tema. Non lavorano nello studio: Alessandro ha steso per lei dei giornali sul pavimento del soggiorno e lei dà rapide pennellate in piedi, contro una parete, mentre lui resta a guardarla seduto sul divano.
Per un attimo, gli sembra che lei dipinga in tre ottavi come l’Andantino. Che mettendole davanti una tela del tutto vuota, potrebbe dipingere il tema sconsolato e poi la sezione degli accordi furiosi e di nuovo l’ipnosi della chiusa. Se si impegnasse, Viviana potrebbe dipingere in fa diesis minore.
Passa quasi mezz’ora prima che lei spenga il ritorno continuo di quegli otto minuti. Mentre si avvicina al divano per sedere accanto a lui, Alessandro pensa: cosa ha ascoltato mentre dipingevo i quadri che conosco? Come ho fatto a non sentirlo?
«Erano anni che non lo ascoltavo. Grazie per avermelo fatto lasciare.»
«Figurati. Il quadro sta venendo bene.»
«Grazie, ma ormai non so se crederti più.»
Lo tocca sotto il colletto della camicia, gli lascia un piccolo graffio di tempera rossa.
«Scusa.»
«Fa niente.»
«Sembra un’allucinazione, vero?, la parte centrale. Vorrei essere così violenta anch’io nel quadro, e assieme vorrei che si sentisse la barcarola. Rendo l’idea? Vorrei essere desolata. Fare qualcosa di desolato come un animale che è rimasto incastrato in una tagliola e si lamenta e poi diventa furibondo e poi torna tanto triste, tanto triste, rendo l’idea, Alessandro?»

© Giovanna Amato

Elena Ramella, Anatomia di un’assenza (rec. di Sabatina Napolitano)

Anatomia di un’assenza (di Elena Ramella, Ensemble 2019) è un corpus lirico di poesie che a un primo sguardo potrebbe dirsi “confessional poetry” ma che invece è capace di rivelare molto della condizione del poeta oggi, e in questo caso anche dello scrittore. È ben raro infatti trovare giovani autori che siano anche degli accattivanti scrittori, nel caso di Ramella è evidente che la sua voce riesce a distinguersi in modo intelligente all’interno dell’arena del campo poetico e narrativo. Questo perché la sua poetica ruota intorno a immagini nette, definite, sedi di una collocazione precisa tra la narrativa e la lirica. Ramella, torinese, ha vissuto in Francia e ha dedicato parte dei suoi studi all’opera di Raboni. È perciò impreciso parlare della sua tessitura senza considerarne le motivazioni: la sua speculazione non è infatti solo uno dei primi passi della pedagogia letteraria ma è soprattutto il percorso erotico che si svincola per l’amore dell’arte intesa come letteratura, traduzione, poesia, perché l’autrice è una giovane assennata e di forte intuito che ha compreso quasi come una norma che in letteratura l’intenzione è sempre mascherata. Quindi l’assenza non è semplicemente il campo di una distanza ma è piuttosto la ragione intorno alla quale ruotano i fiori della letteratura e del tempo. Così come l’autrice stessa afferma in una nota in esergo, l’assenza è la musa stessa, più precisamente l’allegoria dell’ispirazione. In questa immaginazione felice è evidente che l’opera di Ramella merita di essere contestualizzata e citata. È lei stessa infatti a definire la sua poetica come dialogo; “l’assenza è un dialogo”. Con questo si intende l’amore non solo per il riempimento delle scene puramente scenografico del poeta ma il sentimento perturbante e realistico, nonché autentico, del “sentire” sulla pelle la sensazione. (altro…)

Enallumini la nocte di Lucia Drudi Demby

for James Gabriele, 1975

Un ragazzo dormiva e qualcosa di molto bello entrò dentro di lui. Questa cosa molto bella era la musica e il ragazzo cercò da dove venisse.
Il ragazzo trovò una porta socchiusa.
Questa porta non era in una casa, era in mezzo alla campagna, ed era semplice e bella e chiara e dorata, e stava ritta da sola senza mura di casa che la sostenessero, stava in piedi sotto la luna piena come una quinta.
Il ragazzo spinse la porta socchiusa ed entrò, a piedi scalzi, un po’ ansante, e dietro la porta c’era la musica, che era un grande armonium, e una donna molto bella stava suonando, e la musica era così forte e bella che il ragazzo cadde in ginocchio e si chiuse gli occhi, si chiuse gli orecchi, piangendo, e quando il ragazzo riaprì gli occhi e gli orecchi non c’era più nulla, nella campagna. Non c’era più nemmeno la porta, c’era solo la campagna, e il ragazzo corse in tutte le direzioni in cerca della porta, in cerca della donna, in cerca dell’armonium, che era la musica, ma non la ritrovava più.
Il ragazzo corse nella città ricca, nella città povera, in cerca del suo armonium.
Il ragazzo entrò in una grande sala, con tanti strumenti di musica, e anche un armonium, ma non era il suo armonium.
Il ragazzo entrò in una chiesa, e c’era un armonium, ma non era il suo armonium.
Il ragazzo entrò in una bottega, e c’era un armonium, e forse era il suo armonium.
«Quanto costa quest’armonium?»
«Settanta volte sette più di quanto pensi tu. Noi puoi comprarlo».
«Lavorerò settanta volte sette più di quanto posso. Lo comprerò».
La donna molto bella piangeva, nella casa sul mare.
«Non piangere» disse il ragazzo. «Lavorerò e comprerò l’armonium».
Il ragazzo lavorò e lavorò. Ma più lavorava e meno lo pagavano.
«Io lavoro per comprare l’armonium. Ma se non mangio non posso lavorare».
«Tu mangi per mangiare, tu mangi per mangiare».
«Io mangio per dormire, se non dormo non posso lavorare, se non lavoro non posso comprare l’armonium».
«Tu dormi per dormire, tu dormi per dormire».
«E allora io non dormo».
«E allora non hai più senno, non puoi mangiare».
«E allora io non mangio».
«E allora non hai più forza, non puoi lavorare».
«E allora io non lavoro».
«E allora non puoi comprare l’armonium».
«E allora io piango e grido e corro e cado e mi ferisco e muoio».
«E allora sei morto e l’armonium non c’è».
E il ragazzo fu morto e l’armonium non ci fu.
Il ragazzo dormì per dormire. Mangiò per mangiare. Lavorò per lavorare. Qualcosa di molto bello entrò dentro di lui.
Questa cosa molto bella era la musica.
Il ragazzo si guardò intorno e vide la porta socchiusa, che stava in piedi da sola, e dietro c’era la musica, un grande armonium.
Il ragazzo cercò di rapire l’armonium, ma l’armonium divenne pesante, così pesante che non si poteva nemmeno spostarlo di un miliardesimo di millimetro, e intorno era diventato tutto sottobosco.
Il bambino chiamò i bambini ladri, chiamò i bambini mangioni, chiamò i bambini del bordello, chiamò i bambini operai.
I bambini erano grappoli, i bambini trascinarono l’armonium e lo cavalcarono.
«Così lo sciupate, così l’uccidete, è l’armonium mio».
Il ragazzo battagliò con i bambini e i bambini lo uccisero.
Il ragazzo dormì e qualcosa di molto bello entrò dentro di lui.
Questa cosa molto bella era la musica, e il ragazzo seppe da dove veniva. Veniva da dentro di lui, e lui era il suo armonium, e c’erano rondini e maggiolini e farfalle e moscerini, fra le sue canne che suonavano, in mezzo alla campagna.

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in Il pozzo segreto. Cinquanta scrittrici italiane, a cura di M. R. Cutrufelli, R. Guacci, M. Rusconi, Firenze, Giunti, 1993

Maria Allo, La terra che rimane (nota di Franca Alaimo)

Maria Allo, La terra che rimane, Controluna edizioni 2018

La poesia di Maria Allo è attraversata da una densa enigmaticità che viene generata da un costante slittamento delle cose da una dimensione quotidiana ad un’altra in cui le stesse diventano simboli e visioni. Così il mare o l’alba o l’ombra che a volte fanno parte di una scenografia reale, in cui è facile identificare il territorio catanese, a volte, invece, metaforizzano l’assoluto, la libertà, la speranza, la morte, quasi testimoni “di un’intera vita nella vita in sé”; forse perché, come recita un altro verso, “per nascita camminiamo in volo”, dove il verbo “camminare” e il sostantivo “volo” costituiscono un ossimoro (terra-aria)  che potrebbe significare e la temporaneità del sostare di ogni uomo sulla terra e la persistenza di un interiore slancio conoscitivo- spirituale verso l’ignoto.
La sua voce poetica, infatti, nell’interpretare il flusso costante della vita dall’essere allo sparire, nell’accettare l’ “ombra che ti chiama”, se implica una partecipazione vibrante alla realtà, allo stesso tempo indica una struggente consapevolezza di essere, come tutti, “in pasto al mistero”.
Ma i baluginii dell’oltre non distraggono Maria Allo dall’impegno esistenziale: turbata dalla barbarie di questo mondo, (“Ecco, ancora una tragedia del mare,/ un altro stupro a Roma”, p. 21), l’autrice oppone al dolore, alla violenza, al vuoto, la pietas storico-creaturale, all’oscurità del male il gesto del perdono; al silenzio dell’indifferenza quello della poesia stessa, che ha in sé tutte le parole […] l’universo intero, tutto e tutti”; alla morte la bellezza, perché “Tutto si dissolve, ma la bellezza dura” (p. 46). (altro…)

I poeti della domenica #414: Mario Luzi, Diana, risveglio

 

DIANA, RISVEGLIO

Il vento sparso luccica tra i fumi
della pianura, il monte ride raro
illuminandosi, escono barlumi
dall’acqua, quale messaggio più caro?

È tempo di levarsi su, di vivere
puramente. Ecco vola negli specchi
un sorriso, sui vetri aperti un brivido,
torna un suono a confondere gli orecchi.

E tu ilare accorri a contraddirci
in un tratto la morte. Così quando
s’apre una porta irrompono felici
i colori, esce il buio di rimando

a dissolversi. Nascono liete immagini,
filtra nel sangue, cieco nel ritorno,
lo spirito del sole, aure ci traggono
con sé a esistere, a estinguerci in un giorno.

 

da Un brindisi (1946)

I poeti della domenica #413: Vittorio Sereni, Diana

 

DIANA

Torna il tuo cielo d’un tempo
sulle altane lombarde,
in nuvole d’afa s’addensa
e nei tuoi occhi esula ogni azzurro
si raccoglie e riposa.

Anche l’ora verrà della frescura
col vento che si leva sulle darsene
dei Navigli e il cielo
che per le rive s’allontana.

Torni anche tu, Diana
tra i tavoli schierati all’aperto
e la gente intenta alle bevande
sotto la luna distante?

Ronza un’orchestra in sordina;
all’aria che qui ne sobbalza
ravviso il tuo ondulato passare,
s’addolce nella sera il fiero nome
se qualcuno lo mormora
sulla tua traccia.

Presto vien giugno
e l’arido fiore del sonno
cresciuto ai più tristi sobborghi

e il canto che avevi, amica, sulla sera
torna a dolere qui dentro,
alita sulla memoria
a rimproverarti la morte.

 

da Frontiera (1941)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, La rondinella del Pacher

Erio salutò sua mamma, dal cortile, montando in bicicletta.
A Cordovado non c’era che il sole. Le cicale, sugli alberelli ruggini dello stradone d’asfalto – il tremito di qualche trebbia – e, ogni tanto, un camion solitario, diretto verso Portogruaro o Casarsa. Del resto, silenzio – un silenzio di cimitero. Sotto i portici di mattoni alcuni ragazzetti giocavano a palline: erano Nando, Cere, Velino, quello di Caorle. Velino gridò a Erio: «Dove vai?» Erio frenò, e restando a cavalcioni sulla sella, su cui arrivava a stento, disse serio, com’era sempre: «Al Pacher».
«Portami», disse Velino, attaccandosi al manubrio della bicicletta. «Monta», gli fece Erio. Velino aveva nove anni, Erio quasi tredici. Erio era innamorato degli uccelli: a casa aveva una ventina di gabbie, nel cortiletto della pompa, lungo il rigagnolo. Andava a caccia con la vermena e le paniuzze, quasi ogni mattina. Era per questo che aveva degli amici, benché tutto l’inverno lo passasse nel collegio di Porto. Velino condivideva la sua passione; aveva in tasca una grossa fionda, conosceva il posto di almeno due dozzine di nidi. Adesso aveva un occhio gonfio perché poco prima aveva fatto a pugni con Nando a causa di un nido.
Da Cordovado al Pacher c’era un chilometro di strada. Erio e Velino non si scambiarono una parola, durante la corsa. Erio non lo faceva per timidità; solo i suoi occhi neri gli brillavano, lucidi, inespressivi, come quelli di un piccolo animale selvatico.
Il Pacher splendeva liscio sotto il sole.
Lungo l’argine della ferrovia in quel momento passò la littorina. Velino balzato giù dalla bicicletta, le corse un po’ dietro, saltando e ballando. Sulla riva di qua, verso Cordovado, c’erano già una ventina di ragazzi e di giovani; venivano da Ramuscello, da Gleris, da Morsano, da Teglio e perfino da San Vito. Giù, verso la punta più lontana del Pacher si vedevano dei ragazzetti nudi, che si tuffavano in fila uno dopo l’altro, e ogni tanto, sottili, giungevano i loro gridi.
Erio andò a spogliarsi nel più profondo dei cespugli, venne fuori con le vesti in mano, indossando un paio di mutandine di tela bianca, troppo grandi. Senza guardare nessuno, mise i panni sopra la bicicletta, e si allontanò. Alle sue spalle i ragazzi facevano una assordante gazzarra, urlando, ridendo; bestemmiavano e dicevano parole che colpivano Erio come sferzate, anche se il suo volto restava del tutto inespressivo. Allontanandosi dal posto dove gli altri impazzavano, egli si teneva tutto chiuso, orecchi, bocca, occhi, con le gambe di piombo, come in certi sogni. Temeva che gli altri lo disprezzassero perché era così timido, perché non sapeva dire le loro parole, perché era boyscout, perché se ne stava sempre solo…
Andò al Pacher Piccolo – di un color verde torbido, marcio. Lì nessuno veniva a fare il bagno. Nelle boschine intorno volavano centinaia di uccelli, indisturbati, nel pieno del loro diurno fervore. L’uva cominciava ad annerire: il bacò era quasi maturo, e poiché i campi lì intorno erano di una famiglia amica, andò a mangiarne qualche grappolo. Poi girellò un poco per le boschine, a fare delle osservazioni. I gridi dei ragazzi giungevano nitidi, coi tonfi dei tuffi e il rumore dell’acqua.
Erio, come sempre, quand’era solo, pensava con dolore a se stesso, al fatto che non era come gli altri. Non sapeva scherzare, non sapeva stare in compagnia, nelle partite al pallone era confinato sempre in porta; benché sapesse nuotare aveva paura ad allontanarsi dalla riva… Da qualche tempo però era umiliato e tormentato da un fatto più preciso che non fosse ad esempio la paura di nuotare al largo. Egli non aveva mai compiuto una “buona azione”. Una “buona azione” completa, rifinita, che fosse anche bella: una impresa con un principio e una fine, di cui si potesse parlare come in un libro, come nel Don Chisciotte della Mancia che gli aveva regalato suo cugino – quell’odioso libro che non sapeva se prendere sul serio o disprezzare, ma che, intanto, era pieno di quelle occasioni ad agire così perfette e concluse. Egli, nella sua realtà, era sempre in attesa che accadesse qualcosa di simile; quand’era più piccolo aveva con lo stesso accanimento scavato la terra dell’orto per trovare un tesoro. Possibile che la vita fosse sempre tanto indifferente? (altro…)

I poeti della domenica #412: Biancamaria Frabotta, Il vecchio e il nuovo

 

IL VECCHIO E IL NUOVO

Siamo cresciuti fra funerali…
Così cominciava l’omaggio
di versi decaduti
negli anni della vanagloria
e delle sottigliezze private.
E ora che corta è la fabula
e alte le mura del vicolo cieco
che dileggiavi con grazia viziata
tu che ridere sai della nostra gamba sana
Moretti, mito scontroso della nostra taglia
sulla nostra vita pesa la medesima taglia.

 

da La pianta del pane (2003), ora in Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori, Lo Specchio, 2018

I poeti della domenica #411: Biancamaria Frabotta, Gradiva

 

GRADIVA

Tocca terra con la punta del piede.
L’altro, il calcagno esitante, la sdegna
fermentando fra dita distratte il dono
fuori corso d’un sentiero che torna.
La notte non desiste alla festa
– oro illeso oltre l’orlo del buio –
ma di giorno un torpore l’assiste
quasi avesse bevuto un vino pesante.
Se nudi, i piedi
non han la forma del suolo
ma muti antidoti alle cose.
Se compie il male non lo nobilita
né naviga il mare
dove il suo dio non si lascia pregare.
Se s’arriccia all’inevitabile
s’arresta sul ciglio più respirabile
e se le appare nel cerchio una stella
vi legge bandi d’angeli, scampoli d’oroscopi
mai un segno del carattere.
Sulla terra almeno spirano anche i venti.
Sostano gli odori. Regna il fiuto invece
del fiato che Dio non le ha dato.
E se con lei un giorno volesse parlare
sogna il riso della materia inanimata.

 

da La viandanza (1995), ora in Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori, Lo Specchio, 2018

proSabato: io Carla Lonzi – Diario

1972
1 nov. Sono seduta sul letto dell’hotel Principe a Firenze. Alle otto mi sono alzata e, da sola, sono andata in giro: era bellissimo sui lungarni, mattina limpida e sole caldo. Ieri Simone è venuto a casa con una scatola di cioccolatini e ha conosciuto mia madre: dopo esattamente nove anni che ho una relazione con lui. Mi è venuto da pensare che forse l’ho presentato alla fine della relazione. La sera mio padre ha detto che non vuole incontrarlo, non ne vede la necessità. Ha chiuso l’argomento con un “Lascia stare”. Ho ritrovato mio padre come l’avevo conosciuto: al di fuori di ogni possibilità di vedere i bisogni degli altri e di volerli soddisfare. Per questo i miei fratelli hanno rifiutato la sua officina, perché è insopportabile stare con uno che pretende da te quello che lui ha stabilito. Mio padre calpesta le persone senza accorgersene, nega loro quello che desiderano, è infallibile in questo, coglie esattamente quello che deve negare. È notte: anche mia madre è come la ricordavo: incapace di essere aggressiva, maestra nell’essere frustrante, forse perché è così facilmente delusa dagli altri. Insomma, mi dà sempre l’impressione di essere stata una frana rispetto alle sue aspettative e che comunque non drammatizzerà la cosa tanto ce n’è ancora per poco. Le ho detto “Papà non vuole conoscere Simone per riguardo a Raffaele che intanto si sposa”. Dice lei “Non sai essere diplomatica: ci vuole un’occasione qualsiasi, un incontro casuale che tolga papà dall’imbarazzo: se Simone viene a casa è troppo ufficiale”. Dico io “Ma mamma, sono nove anni che stiamo insieme, vale la pena superare un po’ di imbarazzo: per me è assurdo andare su è giù lasciando Simone in macchina ogni volta”. E lei “Ma io non sapevo niente di questo traffico su e giù, credevo che stessi qui un paio di giorni e poi te ne andassi con lui. Insomma, è riuscita a concludere che si aspettava una mia visita più breve. Me ne sono andata da Simone che era ad aspettarmi sulla piazza, ma certo che l’incantesimo in casa è rotto. Non riesco a mantenerlo più a lungo di quando, da piccola, tornavo a casa dopo aver fatto la comunione. Se una donna vive anni e anni, quaranta e più come lei, con un uomo, è impossibile ragionarci. A volte ho vagheggiato di ritrovarla dopo la morte di mio padre, ma è assurdo. Poi non sta mai ferma quando si parla: traffica in cucina, sposta delle cose, spolvera, fa il letto girandoci attorno velocemente, lava qualcosa in bagno. Così l’ho vista nel sogno detto di Lenin. Fa dei lunghi monologhi su cose che non la riguardano, anche un film o una notizia letta sul giornale, non annette particolare importanza a quello che ha a che vedere con i figli. Capisce che non c’è da aspettarsi niente da loro se non cose di riflesso, belle o brutte, e comunque non all’altezza dei suoi sogni di madre. Però è come se volesse nasconderci tutto questo, o farlo trapelare ogni tanto per punire un po’ chi avanza delle critiche o pretende qualcosa. Eppure il suo mondo sono stati i cinque figli, e il marito era piuttosto un essere da capire, da prendere per il suo verso che da intrattenercisi. Essendo tutta dedicata alla famiglia e così sottilmente e inesorabilmente delusa da essa, mia madre ha lasciato nelle figlie un desiderio molto forte di riscatto ai suoi occhi. Io, per fortuna, le sono sempre apparsa altezzosa e più incline verso il padre che verso di lei, forse perché, dice, avevo capito che era ”il capo della famiglia“. Avevo portato con me il diario dai tredici ai quindici anni, probabilmente per Simone ma una sera che eravamo nel discorso gliel’ho detto e ho immaginato che le sarebbe interessato, le ho citato qualche passo. Ma al momento di darglielo, si è schermita vivacemente: aveva da fare, per carità! E non me l’ha più chiesto. Per fortuna che è sempre stato così e non sono rimasta invischiata dal bisogno di farla contenta, per esempio, avendo più figli, tanto non è contenta lo stesso né con Lucia né con Nicola che he hanno tre per uno: si aspettava di meglio da loro, ma cosa? Forse una carriera brillante, un buon stipendio, un bel marito, studi e divertimenti… Ma, non so, non so immaginare, non l’ho mai immaginato. Comunque è così: non si può comunicare che fuori dalla famiglia e chi vuole la verità deve abbandonarla.

3 nov. Sono in campagna: mi sento così felice in mezzo alla natura, mi sembra che finalmente sono dove mi piace stare, tra l’erba, le foglie, gli alberi, con la terra morbida sotto i piedi. Mi viene un gran senso di pace e il pensiero che potrò fare quella corsa che ho sempre rimandato. Così Simone è così, che ci siamo accettati integralmente l’un l’altro, però lui è ancorato a me mentre io non sono ancorata a nessuno perché ho sperimentato la risonanza.
In principio era la risonanza di Sara in me di me in Sara. (altro…)

Inediti di Beppe Costa

© Dino Ignani

 

c’era il cambio di stagione
spostavo i pensieri fra panni pesanti
improvviso il tuo profumo riempie la stanza
ancora più improvviso accelera il battito
stringo al viso un foulard azzurro dimenticato
il cuore si ferma urla una sirena in corsa

 

 

inverno
posso solo pensarti
come si guarda il mare in inverno
quando l’onda non può bagnarmi
e tu non puoi più salvarmi
è questo il grigio del cielo che mi somiglia
in questo vuoto tanto lontano dalle tue braccia
le onde a breve torneranno calme
io, io mai più

 

 

fai di me ciò che io non posso più
cerca di me i pochi ricordi che offro
questo passante misero di tempo
quando il tempo è sprecato a un destino
che nulla impone: salva la vita che ci salva

(altro…)