Autore: redazionepoetarum

I poeti della domenica #350: Umberto Saba, Nella sera della domenica di Pasqua

Nella sera della domenica di Pasqua

Solo e pensoso dalla spiaggia i lenti
passi rivolgo alla casa lontana.
È la sera di Pasqua. Una campana
piange dal borgo sui passati eventi.

L’aure son miti, son tranquilli i venti
crepuscolari; una dolcezza arcana
piove dal ciel sulla progenie umana,
le passioni sue fa meno ardenti.

Obliando, io penso alle leggende
di Fausto, che a quest’ora era inseguito
dall’avversario in forma di barbone.

E mi par di vederlo, sbigottito
fra i campi, dove ombrosa umida scende
la notte, e lungi muore una canzone.

 

da Poesie dell’adolescenza e giovanili, Il Canzoniere, Mondadori, “I Meridiani”

I poeti della domenica #349: Mario Luzi, “Pasqua, ora, nuovamente”

Pasqua, ora, nuovamente

Pasqua, ora, nuovamente,
festosa pigolante
negli alberi del mondo,
fredda,
ruvido-erbata

qui, ma erompe
in chiarità,
tempra in azzurro
ed ametista
la lontananza delle sue colline.
Non è fuga quella
laggiù all’orizzonte
e neppure inseguimento. S’apre
a sé risorta
la terra dopo il gelo
e dopo il travaglio,
si corre incontro, da sé
a sé, si estende in un abbraccio
avido alla sua infinità
o corre in quelle linee
l’onda
leggera e travolgente
della resurrezione, si propaga,
trabocca la sua vinta angoscia,
e la riconsacrata sua potenza?

 

da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Garzanti, 1994

proSabato: Giovanni Comisso, Frammenti – seconda parte (1953)

 

Viaggio nella sera attraverso l’antica terra del Norico. Dense foreste di pini isolate sui declivi dei monti, disseminate. Vi sono bianchi filoni di neve nell’ombra delle valli. Penso profondamente a questi alberi immobili che vivono chiusi nel freddo sopra questa terra senza luce. Come sono lontani da essi gli uomini che ho visto cibarsi di carne, guardarsi con occhi smorti e poi sedersi tranquilli attorno al fuoco. Nulla di più delle piante domanderebbero i popoli della terra.

*

Dentro la chiesa vi era un’area tiepida, odorosa di gigli. I giovinetti cristiani vi erano convenuti dietro alle loro bandiere di seta bianca, crociate in rosso.
Avevano test dolci e occhi miti come se si fossero destati allora. Tra essi bene Era uno che aveva un vero volto d’angelo tanto era inespressivo. Aveva poi il corpo fatto d’un esile busto su forti cosce, le sue gambe scendevano ignude illuminate da raggi di sole riflessi dal pavimento. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Frammenti – prima parte (1953)

 

L’aria chiara, con tutta una luce di perla che indifferenza acqua e cielo, tiene in incanto. Da sotto al ponte escono le barche a colpi di remi, poi, appena un po’ fuori, gli uomini lasciano i remi e si precipitano con l’estro di acrobati a sollevare gli alberi fissandoli con le sartie. Allora issano le vele. Vele oscure all’ombra delle case. Gialle, bianche, pigliano lentamente l’aria. Un’altra vela si stende. Un’altra si distacca da dietro alla prima. L’ultimo sole ne illumina un pezzo, poi tutte. A poco a poco si moltiplicano. Poi si raccolgono ancora in gruppo, e pare si fondino tutte per comporsi in un solo grande veliero. Altre diventano piccole, lontane nell’aria che di luce come l’acqua e scompaiono dietro al Forte verso il mare. Giuocano davanti al nostro occhio come frammenti di vetri colorati nel caleidoscopio.

*

Sono queste feste stagionali una sintesi della vita, entusiaste, avide di attesa di conquista al dischiudersi delle foglie, piene, solenni e generose al divampare del sole estivo, dolci e malinconiche al declinare dei raccolti e al cadere delle foglie. E vi sono sempre ad accompagnare queste moltitudini anelanti, uomini e Donne esperti della cucina, come vivandieri di un esercito che accanto a quadrati focolari convivo fuoco e brace saggiamente distribuita, vigilano grandi spiedate di capretto, di polli e di uccelli, dosando il sale, regolando le durature, ribattezzando le carni con loro sugo raccolto.

*

La festa già tumultuava di musiche, di spari e di richiami. Tre giovanette attraversavano la folla vociante, rosee, accuratamente pettinate, vestito di verde, di giallo e di rosso, prese a braccio: la più timida era in mezzo, la più audace stava a destra come gli attacchi dei cavalli da tiro. Al loro passaggio gruppi di giovani prendevano una formazione d’assalto e si spingevano contro di esse, provocando le reazioni della più audace, mentre la timida sorrideva estatica. Era per queste ragazze, la festa, come il collaudo di una nave sui fluidi sconvolti da un fortunale. E scomparvero in una nuova nube di polvere sollevata dal vento che scendeva dalle colline. (altro…)

Carmelo Cutolo: quattro poesie

Suono incauto s’insinua
simile a ostili rumori d’acciaio.

Innocente si aggira
tra i timori di antichi adolescenti,
nei fumi intorno a boccali rossastri
e profumate sete
rigonfie e verdeggianti.

Un alto strepito odo
ed il frusciar di carte,
innocuo gioco di vecchi felici.

E balena rimbomba
brucia. Come una lama
trafigge e mi smarrisce.

 

Il chiostro di San Marcellino

Svettano nell’alba, ci difendono
dal tempo, le colonne, e da sguardi
indiscreti. Le celle sussurrano
ancora le mistiche preghiere,
ricordano l’ascesi. Le mani
bruciano ansano frugano senza
peccato.

Mi sfiora e come un respiro pulsa
il verde fruscio fra le fronde.

 

Il bosco di Capodimonte

Porti l’aroma lieve ed inebriante
di onde sfiorate dal sole e dal vento.
Sei l’erba soffice bagnata
dalla brina di labbra
tumide ed infuocate.
Sei il cotone che fruscia e accende gli occhi
d’inesauribile folle lussuria:
giaci riversa, su un’ara di mirto,
tra i rami consacrati
alla bella Afrodite.

Dov’è il mondo? Il sangue
è qui, nelle cortecce,
batte qui, nella carne.
E che fanno le dita
che tra le labbra indugiano?
Non bastano gli ininterrotti baci
che fanno invidia persino ad Amore?

Mi chiedo dove siano
la terra e il cielo. Ovunque sia,
piú non esiste il mondo.

 

Quasi si ode l’eclissi
che batte lieve l’antro luminoso
e sbircia ombre affettuose e curiose
verso la notte nuova e misteriosa.

Scorgo una luce che sporge e scintilla
e già si spinge nei sogni piú arditi,
e lungo affilate falci
si figge e si nasconde,
e traccia, infine, un cerchio.

 

© Carmelo Cutolo

 

Carmelo Cutolo vive a Napoli, dove è nato nel 1985. Si è addottorato in filologia classica presso l’Università di Messina e insegna discipline letterarie. La spuma del tempo (Oèdipus 2019) è la sua prima raccolta di poesie (in corso di stampa).

Guido Fauro, poesie da “è il Tramonto il mio Oriente”

Guido Fauro, da: è il Tramonto il mio Oriente (Roma, 2013)

 

è solo il cielo un fazzoletto
che azzurro dalla finestra vedo

ma lo ricama
————–– se ho fortuna –
la flessa riga nera d’un uccello

 

e un mattino
ci destammo sconosciuti
– le stanze le abitudini:
—————passeggeri

che parlano:
del tempo o nel silenzio:
—-attraversano gallerie.

Uscivo se potevo
– come per una sigaretta
che non rechi disturbo –

———-mi interrogavo:
su quando saresti scesa.

 

se finestre Primavera

(piumata da farfalle
e da ghirlande d’edera
con strascico di sole
– come fu bianco, Inverno –
con ali di fiori,
che in alto lanciano i profumi
e di cristallo ancor più in alto,
ma poi sul marmo infranti,
————vessilli, le fontane;
mentre una dama pallida
nubi frangiate, per un brivido,
a sé annoda
———-e lenta in cielo vaga)

se almeno una finestra
– a invadere il tuo silenzio:
—————————–eterno –
in questa stanza,
——————aprisse Primavera

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Angelo Vannini. Tre inediti

 

Una volta

In fondo eravamo
fortunati, da noi si vedevano
le case sopra le colline, i fiumi
non ancora in secca. E l’acqua
che nel mare era ancora
calma, come una volta,
gradita, l’altra voce.

 

Oggi

Oggi vedo passare i pini. Sono
tanti, come una fila
sempreverde di scalzi, nudisti
magri nei giorni
dell’apocalisse. In fondo li credo
senza sonno, un po’ come me
e te, in qualche raggio di sole,
atterrati senza il mondo.

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Sandro Abruzzese, La letteratura come bene comune

La foto ritrae un particolare della mostra “Ciò che ci rende umani”, organizzata dal Teatro Valdoca dal 7 ottobre al 7 novembre 2016 a Cesena. Nel particolare da sinistra i ritratti di C. Bene, V. Majakovskij, A. Merini

La letteratura come bene comune

Se dovessi usare una sola frase per definire il mio rapporto con la letteratura, direi che mette ordine nel mio cuore. E credo nel cuore di ognuno. Poi, di conseguenza, se così fosse, credo metta ordine nel mondo. Della poesia Zanzotto diceva che tesse le trame invisibili del creato fino a ricostituirlo nelle sue infinite varianti. Anche quando crediamo che crei scompiglio, quando scuote le nostre certezze, la letteratura, per usare una definizione cara a Carlo Levi, inventa la verità. Lo fa dando i nomi alle cose e all’esistenza che abbiamo sotto gli occhi ma non sappiamo pronunciare. Per inventare la verità e darle un nome, aggiungo, occorrono almeno due condizioni: la prima è essere liberi; la seconda è avere molto coraggio. Dire la verità, ce lo insegnano le dittature, può essere molto rischioso. Darle forma attraverso simboli, attraverso frammenti, trame, è un passo verso la giustizia. Verità e giustizia spesso necessitano di uno sprovveduto coraggio.
Come per la scienza, sapere o conoscere è sempre positivo. Quindi la letteratura, con la verità, ponendo agli esseri umani il problema della giustizia, diventa morale. E la morale, intesa come insieme di valori che regolano la comunità, finisce per farsi politica. Mi viene in mente Orwell quando sostiene che «non esiste letteratura genuinamente apolitica e meno che mai in un’epoca come la nostra, in cui paure, odi e convinzioni strettamente politiche sono nella coscienza di tutti.»
Orwell è un socialista democratico che scrive soprattutto contro il totalitarismo. Anche lui come Céline e Marx è sicuro che il mondo sia una storia di ricchi e poveri, di deboli e oppressori. Inoltre, lo scrittore inglese è convinto che quando la scrittura porta alla luce l’ineffabile, il recondito dell’uomo, con l’ausilio di audacia e tecnica, «l’effetto è l’abolizione, anche se momentanea, della solitudine […].» Ed è proprio vero che leggere letteratura fa sentire meno soli. Sappiamo che Orwell, per sua stessa ammissione, quando si accinge a scrivere un libro, lo fa per combattere qualche menzogna, o per denunciare quelle che ai suoi occhi risultano palesi ingiustizie.

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Fabio Maria Serpilli, poesie da “Mal’Anconia”

Setanta verzi

 

Cucàle (gabbiano)

Vivémo fra dô blu
de aqua e d’aria
e su sta tera stamo
come su na nave
o ‘n arioplano
Cucàle
in mezo al celo
cun dô lale                         (ali)

E slalo alto
fin’al sol lucóre
sopro de ogni
silenzio e rimore
Sempre più ‘n zu
d’un sagrilegio
movendo l’ale
movendo el celo

 

Angonia (agonia d’Ancona)

   Sota ‘n celo tramonto
mal’anconia conoscio           (malinconia e male di Ancona)
un bel balo de vele
int’un intorno roscio
Sopr’al sacro Còtano          (Sasso, Colle Guasco)
incendia bianco el Dòmo
el Porto giù a baso
abisa pog’a pogo
Cità de l’angonia
quanto meno t’aspeti
alza tut’i canpanili
viè’ su cun tut’i teti

 

Dì’-nun-dì’ (Dire non dire)

Quanta pace c’è ntel tuto
quanta ancó ntel gnente
In quanti fòi cercavo
de méte sti dô verzi
a incastro propio
indove ce diceva
Chisà si ho fato bè
a nun li scancelà?

Si è fadiga a dì
nun dì è più fadiga
Quando
imparo el silenzio

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Ugo Magnanti, Il nome che ti manca (nota di Letizia Leone)

 

Ugo Magnanti, Il nome che ti manca, peQuod, Ancona, 2019

Nota di lettura di Letizia Leone

I testi selezionati da Ugo Magnanti dal «corpus virtuosamente esiguo» del proprio repertorio poetico, strutturano questo recentissimo libro uscito per i tipi della peQuod e coprono un arco di tempo che va dal 2005 al 2015. Eppure, a parte l’inserimento di poche poesie inedite, ci troviamo di fronte ad un progetto innovativo là dove i testi, ricollocati in altre potenzialità di senso e narrazione, spezzano la rigidità semantica di scritture già edite e aprono alla metodologia del work in progress. Magnanti da autore/artista contemporaneo vede nel tracciato della propria scrittura una «grande riserva di virtualità» e riafferma l’importanza della testualità quale sistema fluttuante. La struttura di un libro esige la consapevolezza della partizione dell’insieme e dunque anche la sua composizione architettonica gode di certe possibilità ignorate. Scrive Guy Scarpetta: «la struttura gioca su forme e funzioni, la composizione può giocare perfettamente (come accadeva in Joyce) su microsignificazioni: ritmi, accenti, timbri, tonalità, condensazioni, allusioni. Si può anche immaginare una struttura apparente (formale o «tematica») doppiata da una composizione segreta, ramificata, microscopica.»
Condensazioni, allusioni: sarà interessante allora studiare i nuovi interscambi, le nuove rimodulazioni formali o la porosità semantica di questa progettualità aperta e in divenire.
In occasione della pubblicazione de L’edificio fermo nel 2015, ora incluso nelle sette sezioni del libro Il nome che ti manca, sottolineavo il grande equilibrio formale e stilistico rivelativo di un lavoro di scavo sulla parola. Peculiarità questa che informa l’intera silloge: dal nitore delle quartine di 20 risacche, ai distici in rime concatenate dei Cantati distici, fino alle stanze di venticinque versi de L’edificio fermo.
Riproponendo qui alcune notazioni critiche relative alla silloge de L’edificio fermo (scritte in occasione dell’uscita del libro) si evidenziano certe specificità della scrittura di Magnanti.
Cos’è questo straniante edificio fermo, iperbole che crea una ridondanza e invita a riflettere sulla valenza allegorica della visione? palazzo fra tanti,/ un prodigio sollevato dal/ deserto… annunciano i primi versi della protasi Entrata che introducono alla galleria delle stanze viventi di questo strano palazzo.
Epifania di un Edificio-Io, disfunzionale e eccedente: È affiorato col vento, come/ un nervo smisurato…, costruzione in fieri che sembra crescere stanza su stanza nell’incedere. E questo incedere è una deriva in una realtà che si dà per apparizioni. Le strofe sono esposte all’apogeo della luce, luce da «glorioso mezzogiorno» montaliano, luce metafisica della rivelazione.
Inevitabilmente mura e ambienti sono affollati di lemuri e di ombre che portano sulle spalle il carico di questa feroce luminosità.
Si sa, la poesia vive di più livelli interpretativi e qui il verso calibrato assolve magistralmente questa funzione: siamo dentro un ariostesco Palazzo di Atlante dove ogni passo destabilizza il soggetto slitta nell’allucinazione di vane apparenze e simulacri che già una volta hanno disorientato Orlando.
Il dettato infittito di richiami svela come l’impianto di questo libro-organismo affondi le radici nei giacimenti letterari della nostra tradizione; già il termine-chiave «stanza» risuona nella doppia accezione di camera, cella privata e coblas, strofa della canzone antica.
Per Dante la stanza è sì camera capace di contenere tutta la tecnica, ma anche secretissima camera de lo cuore dove dimora lo spirito della vita.
E queste sono camere che si aprono su paesaggi e stagioni della vita, su un sentire privatissimo e labile dove l’interrogazione di senso corre allusivamente sottotraccia insieme al male di vivere.
Il poeta diventa un antico padre del deserto orfano ormai di ogni divinità, e il suo peregrinare si snoda per quaranta stazioni meditative, se come afferma Tranströmer, ogni poesia è una «meditazione attiva». Qui ogni stanza o strofa rappresenta la tappa di un’ascesi umana, troppo umana…
«Trascendere, ma verso dove?», «Ascendere, ma a che altitudine?» aleggiano nel vuoto le domande di Nietzsche nella «svalutazione dei valori supremi» del suo nichilismo.
I richiami biblici rilevati da Cristina Annino nella postfazione, dal digiuno di quaranta giorni al diluvio universale, ai quali possiamo aggiungere i ritiri mistici della tradizione islamica, ci fanno capire come questa indigenza dell’io sia una sorta di veglia di espiazione-purificazione. Il numero quaranta è legato al periodo della purificazione, la quarantena.
Opachi riflessi, parvenze, fantasmi, demitizzazione del soggetto, caducità e impermanenza… tema rilkiano per eccellenza.
Allora L’edificio fermo, in questa doppia affermazione di immobilità, è un ancoraggio che dovrebbe resistere alla furia entropica degli eventi:

Come possa ogni
mattone anche oggi
stare in piedi è il solito
prodigio che si logora
addosso a un edificio fermo.

(…)

…oggi
tremano le crepe del muretto
e le erbacce saziano l’aria… (altro…)

I poeti della domenica #348: Roberto Lamantea, I quaderni sono in riga

 

I quaderni sono in riga
come soldati.
A leggerli spalancano
i mille cieli e dove non c’è il cielo
bevono le nuvole
a sorsate golose
ma lì, sul piano odoroso
d’acero e mughetto,
sono silenziosi,
la carta è rugosa
come un paesaggio.
La slitta della lettura
si è fermata sui ciòttoli,
c’è già l’erba sulle pagine.
Il dito di una foglia
si sbriciola sul legno.
Io conosco la loro musica.
Tornerò, dico,
prima ascolto la notte.

 

3 luglio 2007 ore 12.50

.

 

© Roberto Lamantea, in Dalle vocali l’azzurrità, Manni, 2013.

I poeti della domenica #347: Sarah Stefanutti

 

Nelle città domestiche (Berlino)

Le cime son state tagliate
è giunto
il grande freddo
s’acquatta l’uomo nella tana
come neve sull’erba

E il lavorio dei muscoli
si esercita in circuiti brevi,
nelle cave domestiche,
scatole elettriche sempre accese

S’abbrevia la luce,
guizza e s’estingue
col serrarsi del cielo,
e il silenzio trattiene la steppa
in una bolla di vetro.

 

Orizzonte

Scala
ferraglia
che scomponi il nostro spazio
aperto

Mi vesto
dal verde della fila di cipressi
all’orizzonte

Di nuvole basse
mi si rigano gli occhi,
in lontananza.

 

In Confini, Giuliano Ladolfi editore, 2017