Autore: redazionepoetarum

Gianfranco Barcella, inediti da “La migrazione”

 

LA MIGRAZIONE

Devo rassegnarmi all’annegamento
anche se non mi par vero.
Sarà solo un tragico momento
con l’occhio che s’ostinerà a dire
che la vita in superficie è bella
ed ogni sogno mai avvizzirà nel naufragio.

Non ho responsabilità e così sono sereno
di fronte a quella morte che conosco appena.
Appena qualche anno addietro
ero bambino che annaspava in riva al mare,
ignaro delle sfide da assaporare
ed ora con un chiostro di capelli grigiastri in capo,
sono fermo nell’attesa del mistero.

Anche la schiuma ai piedi dell’onda
si dirada come una piccola nullità
che si dissolve nella notte
per ricongiungersi alla buia infinità.
L’unico dolore che mi avvince
è quello di non poter più vivere
nell’affioro della primitiva vastità.
Ho galleggiato a stento senza un certo sostegno
con l’affanno di mancare l’appiglio di quella verità
che appariva come ciambella d’alloro senza età.

.

SULLA PARETE DI GHIACCIO

……………………………………………….a Mauro Corona

Sospeso sul crepaccio
con il piede puntato nel ghiaccio
mi sono affidato
ad una corda di sicurezza
senza un saldo intreccio.

Aveva la trama di chi spera:
pareva invisibile
ma la salvezza c’era.

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Francesco Filia, L’ora stabilita

orastabilitacover ritaglio

 

Ci sono
promesse da mantenere
davanti
a questo specchio davanti
al cupo
orizzonte dei tuoi occhi
a questo
giorno che non ha più inizio.

 

 

Non so
se
ci incontreremo
in fondo
a questa fiaba senza lieto fine
se il dolore sarà
solo un ricordo
o la spina sotto pelle
che ci rende ancora vivi,
mortali.

 

 

C’è stato dato
il tempo
di un lampo negli occhi
il tempo di gioire in silenzio
di ricucire i labbri
di qualche ferita, l’attimo
per capire che nessuno
attraverserà la sua ombra.

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La serie e l’insieme. Nota sulla poetica di Maria Grazia Calandrone (di G. Martella)

Foto di Dino Ignani

La serie e l’insieme. Nota sulla poetica di Maria Grazia Calandrone
di Giuseppe Martella

  1. La cornice

Serie fossile di Maria Grazia Calandrone[1] ha goduto di una eco piuttosto vasta e di recensioni di ottimo livello che hanno messo in evidenza temi, strutture e implicazioni del testo, sicché la strada per il critico appare dissodata. Mi sembra però che tuttora manchi una adeguata valutazione di quello che chiamerei “il contributo della cornice” all’economia dell’opera, cioè l’esame del paziente lavoro di de-costruzione del mondo del testo dai suoi margini. Eppure qui certo non mancano i segni della presenza di un paratesto importante che affianca il testo verbale. Si tratta di segnali evidenti, che dovrebbero costituire dunque un punto di partenza obbligato per la valutazione di quella che mi pare una svolta decisiva della poetica di Maria Grazia Calandrone nella sua ultima fase, quella che comprende ad oggi Serie fossile e Il bene morale.

Mi soffermerò però in dettaglio solo sul primo testo in quanto del secondo ho già discusso di recente altrove.[2] La “serie fossile” di cui nel titolo è anzitutto essere costituita dagli oscuri geroglifici posti all’inizio di ciascuna lirica e dalle aride cifre appostevi alla fine, a segnare presumibilmente la data del componimento. Ci si deve dunque interrogare in partenza sulla funzione di questo ostinato contrappunto, fra il testo e i suoi margini, nell’economia generale della quest dell’io poetico, nonché nel tracciare l’orizzonte di attese del lettore e la sua formulazione di ipotesi interpretative. Per chi ha letto il testo, dovrebbe risultare d’altronde chiaro che biografia, biologia e paleontologia vi convergono in un unico scavo simbolico che va a dissodare i resti fossili della memoria, sia individuale che collettiva, per ricomporli e ravvivarli in nuove configurazioni di senso. Una ulteriore ricognizione potrà poi aiutarci a definire meglio lo spessore ontologico e il respiro cosmologico dell’opera.

La cornice di un testo letterario è però costituita anzitutto dal suo inizio e dalla sua fine, sicché nella tradizione letteraria di vari paesi possiamo distinguere testi con inizio piuttosto che con fine marcata, o viceversa, a segnare un certo tipo di orientamento culturale (Jury Lotman). Serie fossile presenta certamente un inizio marcato perché reca in esergo un componimento a sé stante sia per lo stile che per la datazione (che è di alcuni anni anteriore rispetto a quella di tutti gli altri) ma i cui temi del “salto nel buio” e del “desiderio di affetto materno”, risultano perfettamente consoni allo sviluppo della silloge. Questo incipit rinvia infatti a qualche sorta di evento inaugurale ed emblematico rispetto a cui si dispongono poi le tessere fossili da ordinare in serie. E si tratta in effetti di un incontro d’amore improvviso e travolgente che assume poi tutte le caratteristiche di una catastrofe naturale da cui origina un intero orizzonte di esperienza, da esplorare nei suoi diversi scorci e profili. L’amore di cui qui si parla possiede molti tratti dell’Eros degli antichi miti di creazione e però ora trasposti nel linguaggio e nei concetti della cosmologia evenemenziale del Novecento. Ecco perché, nel corso della lettura, piuttosto che con cose solide, ci pare di aver a che fare con eventi del passato che hanno lasciato tracce fossili tutt’intorno a noi. Si potrebbe allora pensare a una sorta di decostruzione dell’esperienza, umana e artistica, condotta nello stile del postmodernismo dominante alla fine del secolo scorso. Il caso però è diametralmente opposto e anzi l’approccio “paleontologico” di Calandrone appare anche filosoficamente interessante proprio in quanto ci mostra che la natura della traccia, con cui dobbiamo giocoforza misurarci in assenza della cosa stessa, non è necessariamente quella della iscrizione originaria di sé nel mondo attraverso atti intenzionali (come l’incisione sulle rocce o i dipinti sulle pareti delle caverne del neolitico) ma può essere piuttosto quella dell’ordine preterintenzionale della deiscenza organica o dell’improvviso sopravvenire della morte. La metafora del “fossile” mi sembra insomma poter aprire nuovi orizzonti, poetici e teoretici, alla indagine della traccia nell’attuale orizzonte della complessità.

Ma se tale metafora si dimostra feconda, non meno importante è il concetto della “serie” per l’operazione poetica di cui qui si tratta. Perché, se il fossile appartiene alla preistoria biopsichica del vivente, l’atto di serializzazione e di messa in sequenza dei reperti è il presupposto di ogni possibile storiografia e dunque costituisce il transito obbligato dalla preistoria alla storia. Esso appare perciò nella nostra opera al contempo come una esigenza intima e come una strategia deliberata di chiarimento della temporalità e della storicità dell’esserci, nell’attuale epoca del mondo tradotto in immagine. Il discorso poetico di Calandrone, il cui carattere dominante è la franchezza, palesa infatti una vocazione sostanzialmente umanistica e illuministica. La metafora della gioia luminosa, ampiamente diffusa nel testo, riguarda dunque non solo la natura e le conseguenze degli eventi evocati ma anche le strategie della loro evocazione. L’annuncio della “Sposa Alba” pervade infatti questa silloge nelle sue più intime fibre, mentre la gioia e il sorriso luminosi celebrati nella sua conclusione ricordano quelli attribuiti da Dante a Beatrice nella Vita Nova e poi ripresi nella Commedia in vista della rosa dei beati. Credo che Calandrone ne sia ben consapevole, dal momento che l’immagine della rosa viene più volte evocata, in particolare attraverso il duplice omaggio all’opera di Pier Paolo Pasolini (Poesia in forma di rosa e Il sogno di una cosa). La luce che invade la fine del poema segna d’altronde anche la conclusione dello sviluppo del tema del tempo, che è stato elaborato come in controcanto con certi capolavori della musica seriale (penso in particolare a Verklärte Nacht di Schönberg o a La fabbrica Illuminata di Luigi Nono) nonché ovviamente della grande poesia del Novecento, come i Quattro Quartetti di T.S. Eliot. (altro…)

Maria Grazia Calandrone, “Giardino della gioia”, Mondadori 2019 (rec. di Michele Paoletti)

Giardino della gioia, Maria Grazia Calandrone (Mondadori, 2019)
Nota di Michele Paoletti

Dopo Il bene morale – e ancor prima con Serie fossile – Maria Grazia Calandrone ci consegna un lavoro praticamente perfetto, dalla struttura solida e appassionata. Il Giardino della gioia costruito da Calandrone mi ha subito portato alla mente un altro giardino, la monumentale opera costruita da Niki de Saint-Phalle a Capalbio (GR) nel corso degli anni ’90: Il giardino dei tarocchi.
Nel 1985 andai a Barcellona e vidi per la prima volta il meraviglioso Parco Guell di Gaudì. Capii che mi ero imbattuta nel mio maestro e nel mio destino. tremavo in tutto il corpo. Sapevo che anche io, un giorno, avrei costruito il mio Giardino della Gioia.” scrive Niki. Nel parco, gli arcani maggiori dei tarocchi sono stati realizzati dall’artista sotto forma di sculture, talvolta gigantesche, rivestite da specchi e piastrelle, ogni figura carica del suo simbolismo primigenio arricchita dalla personale visione dell’artista. Nulla è più rivoluzionario della gioia dice Niki De Saint Phalle e Maria Grazia Calandrone sembra accordare la sua voce a quella dell’artista francese.
Giardino della gioia è dunque un’opera rivoluzionaria perché nasce dall’amore e all’amore torna incessantemente.
Il poemetto che apre la sezione omonima altro non è che uno struggente canto d’amore pieno di meraviglia:

canto il vento sottile che non sentiamo e spira
nella distanza tra le stelle

canto il nostro stendardo
che schioccava nel vivo della menta romana

canto il letto di foglie
e il guscio candido della ninfea

e canto l’oro crudo dei tuoi occhi
semplici e trasparenti come un sì

La voce percorre la materialità del corpo, la materialità dell’esserci, indugia sulle cose forti, sul corpo nudo esposto alla felicità e questo senso di esposizione rappresenta al tempo stesso abbandono ed energia, comunione con la terra e con l’altro. 

quando ti esponi sei la piena estate
con la sua gloria di alberi maturi

Accettare l’altro, sparire nell’altro, rinunciare all’io è la forma più pura di amore: perdendoci ci ritroviamo altro da noi, sparendo finalmente siamo anche se l’anima umana risulta un contenitore insufficiente per il sentimento amoroso. In tutto questo la poesia, profondamente anarchica, intona la sua voce/ al rombo delle stelle intergalattiche che compongono la materia di cui siamo fatti e di cui è fatto tutto l’esistente intorno a noi e intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa/ forza che «move il sole e l’altre stelle», la forza che Dante chiama amore.
“La mia poesia è dedica. Nient’altro. Anche quando è testimonianza, è dedica” raccontava Maria Grazia Calandrone in un’intervista di qualche tempo fa (qui) e sono dediche i testi che compongono la sezione Tempo reale, dove la parola poetica tocca vertici altissimi (basti leggere Fototessera di Lucia Galante scritta per la madre naturale dell’autrice o Interiore invernale, per la nonna Gaetana, ma anche Dell’utopia del volo, per Marcello Benvenuti, record italiano di salto in alto 1989). In ognuno di questi testi la vicinanza con l’altro è totale, la parola consente di rompere una distanza, riesce a farci sentire, a far vibrare all’unisono la nostra materia insieme alla materia di questo indescrivibile, inafferrabile (meraviglioso)/ mondo. (altro…)

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani. Convegno Internazionale a Ca’ Foscari

Convegno Internazionale di Studi
Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani
Università Ca’ Foscari di Venezia
17 e 18 ottobre 2019

Venezia e due autrici al centro di un Convegno Internazionale di Studi che si terrà il prossimo 17 e 18 ottobre all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Protagoniste Paola Masino e Milena Milani, la loro comune esperienza d’esilio imposto dal fascismo ma anche gli inediti legami all’interno di un’ampia comunità artistica isolana vissuti tra primo e secondo Novecento; questi sono solo alcuni dei temi che emergeranno da “Venezia Novecento”, organizzato dalla Professoressa Ilaria Crotti, docente ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Ca’ Foscari e dalla Professoressa Monica Giachino, ricercatrice in Letteratura Italiana presso l’Ateneo.
Paola Masino (1908-1989) visse un periodo di confino decennale nella città lagunare a fianco del compagno, lo scrittore Massimo Bontempelli. Qui trovarono inizio le sue riflessioni sulla relazione donna-società e fu concepito il romanzo “Nascita e morte della massaia“, a oggi la sua opera più celebre. Proprio a Venezia, inoltre, la scrittrice ebbe l’opportunità di incontrare e conoscere numerosi intellettuali, tra cui Anna Maria Ortese, misurando in pochi anni il proprio difficile senso d’appartenenza all’isola, frequentando alcune tra le manifestazioni artistiche più importanti che vi trovano ancora oggi spazio, tra cui La Biennale Cinema. Proprio nel 2019 ricorre il trentennale della sua scomparsa.
Anche per Milena Milani (1917-2013) Venezia fu un luogo di scambio con figure del panorama dell’arte, uno spazio di costruzione della propria poetica ma anche la sede privilegiata del mestiere di traduttrice per il Cavallino di Carlo Cardazzo. In città pubblicò le prime raccolte di poesia, tra cui “Ignoti furono i cieli” (1944), ambientò “La ragazza di nome Giulio” (1964) – romanzo che le costò la censura e un processo, in cui fu coinvolto anche Longanesi, il suo editore. In laguna la Milani fu operatrice culturale e costruì una rete di rapporti importanti, che valicavano i confini dell’acqua per arrivare in terraferma, soprattutto a Cortina e nel trevigiano. Un soggetto “geniale”, come l’ha definita Silvio Riolfo Marengo, che fece di Venezia, dopo Albisola, la propria casa.

Durante la due giorni saranno proiettate alcune immagini delle autrici provenienti dall’Archivio Paola Masino di Roma, dalla Fondazione Milani in memoria di Carlo Cardazzo di Savona grazie al Presidente Silvio Riolfo Marengo e dall’Archivio privato di Maria Ester Nichele, fotografa ed amica dell’autrice.

Il Convegno si terrà presso l’Aula Magna S. Trentin della sede di Ca’ Dolfin (17 ottobre, dalle 15.00) e presso l’Aula Morelli del Dipartimento di Studi Umanistici, a Malcanton Marcorà (18 ottobre, ore 9.00). Ingresso libero.

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Dipartimento di Studi Umanistici
Dottorato in Italianistica
MOD – Società italiana per lo studio della modernità letteraria

Comitato scientifico
Professoressa Ilaria Crotti
Professoressa Monica Giachino

Comitato organizzativo
Dottore di ricerca in Italianistica Arianna Ceschin
Dottoranda in Italianistica Alessandra Trevisan

17 ottobre 2019
Aula Magna Silvio Trentin, Ca’ Dolfin

ore 15.00
Saluti del Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici Giovannella Cresci
e del Coordinatore del Dottorato in Italianistica Daniele Baglioni

Presiede Ilaria Crotti

Sabina Ciminari, Université Paul-Valéry Montpellier 3
«Vorrei diventare una scrittrice importante», l’esordio narrativo di Milena Milani

Angela Fabris, Universität Klagenfurt
Seduzioni e scenari veneziani: la percezione del corpo e le categorie del maschile e del femminile in La ragazza di nome Giulio

Irena Prosenc, University of Ljubljana
Quando acqua e sole bastano a consolare: paesaggi urbani e paesaggi marini nella narrativa di Milena Milani

Marinella Mascia Galateria, Università “La Sapienza” di Roma
Dalla scrivania tutta per sé al confino della Massaia: la Venezia di Paola Masino

Cecilia Bello, Università “La Sapienza” di Roma
«Il festival rinascerà», Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia

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I poeti della domenica #400: Eugenio Montale, Siria

Siria

Dicevano gli antichi che la poesia
è scala a Dio. Forse non è così
se mi leggi. Ma il giorno io lo seppi
che ritrovai per te la voce, sciolto
in un gregge di nuvoli e di capre
dirompenti da un greppo a brucar bave
di pruno e di falasco, e i volti scarni
della luna e del sole si fondevano,
il motore era guasto ed una freccia
di sangue su un macigno segnalava
la via di Aleppo.

 

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

I poeti della domenica #399: Eugenio Montale, Gli orecchini

 

Gli orecchini

Non serba ombra di voli il nerofumo
della spera. (E del tuo non è più traccia).
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desiderî
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlite fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giù: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

*

ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.

Quando l’amore arde al condizionale: «La morte di Penelope» (nota di Paolo Steffan)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Venezia, Marsilio, 2019, 95 pp., 12 euro.

Racconto all’apparenza leggero ma subito penetrante, La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani (Marsilio 2019) gioca sulla superficialità di un velo per dare profondità al mistero dell’animo di una donna straordinaria: è Penelope, sposa di Odisseo e presidio incrollabile in quell’Itaca sprofondata nelle gozzoviglie dei Proci, perché rimasta da vent’anni senza Re. Tutti la ricordiamo infaticabile e insonne tessitrice, nel suo fare e disfare la tela grazie alla quale procrastinare la propria scelta e, così, pur assediata dai Pretendenti, mantenere la propria fedeltà a un uomo distante, forse morto. Nel nostro immaginario la conserviamo ferma nella sua immobilità, «pietrificata (…), prigioniera» di un «ruolo» (p. 27). Nessuno di noi ricorda una sua parola: solo il gesto della tessitura, per seguire semmai il filo di qualche lacrima rigarle la pelle non più fresca delle gote, ancora capaci d’altronde di affascinare chi sappia cogliere – dietro gli occhi maturi di Penelope – il suo cuore predisposto all’amore, la sua «bellezza senza tempo». Ma già questa è una soglia oltre cui la lettura di Omero ci impedisce di andare, se non con l’immaginazione.
Così Maria Grazia Ciani, dopo una vita da grecista, traduttrice raffinatissima di Omero (sue le belle edizioni Marsilio dell’Iliade e dell’Odissea), ci fa dono di ciò che da lei desideravamo: sapere come «potrebbe (…) o meglio: avrebbe potuto» (p. 95) tessere la propria tela Penelope, se per un momento si fosse tolta la «maschera austera di sposa fedelissima» (p. 9), quel velo che può renderla agli occhi di un gagliardo Antinoo «misteriosa e sfuggente» (p. 7) e perciò ancor più fascinosa. Così, tutta la prima metà del racconto è all’ottativo: lui e lei sono rapiti egualmente da un fatale desiderio. La felice soluzione narrativa – già impiegata in Mentre morivo da un Faulkner estremamente omerico – è di offrire brevissimi capitoli aventi per titolo il nome del narratore in prima persona, ora Penelope, ora Antinoo: in questo modo siamo facilitati nell’auscultazione di pulsioni che sono attimi, sguardi, che conosciamo all’origine, dalle viscere del sentimento che segretamente i protagonisti covano l’una per l’altro, da noi osservati pedissequamente attraverso un duplice punto di vista interno. Ecco che ci è svelato di pagina in pagina un «pensiero tormentoso» fatto di interrogativi («potrò mai vederla da solo a sola?», p. 19), un «pensiero dominante» (p. 48) che riconosciamo già leopardiano con la nostra sensibilità di posteri. E par proprio talvolta di star leggendo il canto omonimo, quando Antinoo, rapito dall’amore, si sente prigioniero di quel pensiero che non lascia requie:

Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
la tua sovrana imago
quante volte mancò? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell’alte vie dell’universo intero,
che chiedo io mai, che spero
altro che gli occhi tuoi veder più vago?
Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

(Giacomo Leopardi, Canti, XXVI, Il pensiero dominante, vv. 136-147) (altro…)

Luigi Bressan, Quetzal (nota di Renzo Favaron)

Quetzal o quando non ci sono più gli uccelli di una volta

Qualche anno fa scrissi una recensione per Luí (Einaudi editore, 2003) di Giancarlo Consonni, una raccolta di poesie in cui si percepiva acutamente lo stridore, l’urto della civiltà urbanizzata a detrimento della secolare e indifesa natura. Ricordo le immagini perturbanti (ad esempio, l’iguana venduta in un negozio della metropoli milanese) e la malinconia che portavano con sé e suscitavano proprio per le loro incongruenze, anche se erano lo specchio di un gusto ormai generalizzato e rispondente agli strumenti mediatici che ci fanno apparire vicino ciò che è lontano. Nella raccolta Quetzal (Il Ponte del Sale, 2019) di Luigi Bressan ad avvicinare il passato al presente, i luoghi di ieri a quelli che ora ci sono più prossimi, è invece la memoria e una vivida immaginazione. All’origine di ogni testo c’è un uccello o una schiera di uccelli (gabbiani, colombi, storni, eccetera) e va detto subito, anche se può apparire un accostamento un po’ arbitrario, che le immagini tratteggiate da Quetzal, per lo più riconducibili a un territorio circoscritto e delimitato, contengono in sé elementi plastici e rimandano a certe atmosfere che riportano all’occhio della mente alcune opere dell’artista americano Edward Hopper; Cape Code Evening (Sera a Cape Code), tanto per dire, opera in cui è ravvisabile una vegetazione che travalica i confini abituali e minaccia di usurpazione ogni altra cosa; oppure Early Sunday Morning (Domenica mattina presto), dove l’artista americano si sofferma a mostrare e dipinge l’avanzare dei palazzi moderni che minacciano le case più vecchie. Ecco, ci sembra che l’invasione sia una delle chiavi principali per interpretare la narrazione (in versi) sottesa a Quetzal. Di certo, è all’interno di un paesaggio in cui il rapporto tra uomo e natura non è più razionale e rispettoso, per quanto siano presenti toccanti eccezioni di segno opposto, quello in cui respirano, fischiano e volano gli uccelli di Luigi Bressan. Al tempo stesso, passeri, gabbiani, cornacchie si presentano come entità antropomorfe, animali in cui sono stati travasati sentimenti e tratti che appartengono a una specie umana ‒ se così si può dire – in cui è ancora vivo il dialogo orante fatto di gratuità e responsabilità. In fondo, gli uccelli di Luigi Bressan sono un’incarnazione dell’altro, cioè del prossimo come portatore di un’ordine e di un’obbligazione non solo nei confronti degli altri esseri umani, ma anche di tutte le cose create da Dio. In questo senso, il poeta ritesse i fili di una tradizione scomparsa e lontana, come quando un uomo ormai vedovo si ritrova faccia a faccia con la moglie defunta, una moglie che ora ha le sembianze di una civetta e che, dopo avere ripreso posto in lui, risveglia un’affettuosità che si era assopita da tempo immemorabile (Chiuse la porta e depose sul letto/ la cara bestiola con ali spante/ la vegliò per tutta la notte/ la vegliò con tutto il suo amore). (altro…)

Emiliano Ventura, Intervista a Sotirios Pastakas

Sotirios Pastakas, foto di ©Dino Ignani

La poesia è la più aristocratica delle arti».
Intervista a Sotirios Pastakas

di Emiliano Ventura

 

Sotirios Pastakas è uno dei maggiori poeti greci, la sua opera è tradotta in molte lingue (quindici) ed è apprezzata in varie nazioni e continenti; la sua raccolta Trilogia (Food Line) è stata tradotta negli USA nel 2015. Nello stesso anno gli è stato assegnato il premio Annibale Ruccello. La sua opera poetica viene edita in Italia dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzhaimer 2017. Per le prestigiose edizioni dei Quaderni del Bardo (Lecce, 2018), esce la raccolta Jorge; mentre Monte Egaleo, forse la più saccheggiata, è del 2009. Pastakas è anche psichiatra, attività che ha svolto per decenni e che inevitabilmente si riflette sulla sua opera. Nello svolgere un lavoro critico sulla sua poesia ha avuto la cortesia di farmi leggere alcuni suoi racconti editi e tradotti anche in italiano. Queste prose appartengono alla raccolta, Il Dott Ψ e I suoi pazienti, pubblicato nel 2015, da “Melani” editore, Atene. Più che racconti sarebbe meglio definirli “piccoli poemi in prosa” (come le prose di Baudelaire), è come se fosse rimasto fedele al dettame del poeta francese “sii sempre poeta anche in prosa”. Questa breve intervista è debitrice alla sua poesia ma anche ai piccoli poemi che ci ha donato.

1.D) Cosa si prova ad usare la stessa lingua di Omero, Esiodo, Eschilo, soprattutto ad essere capiti usando quella stessa lingua? (non è proprio così ma semplifico per rendere l’idea). Come se io potessi usare il latino, la nostalgia del latino, ed essere compreso da tutti senza sembrare nostalgico, elitario o pazzo. Il greco è una lingua senza nostalgia?

1.R) Il greco è una stratificazione di linguaggi molto ricca, di secoli, e mi sento fortunato ad usare le parole che creano assonanze, allitterazioni e doppi, se non quadrupli, sensi di interpretazioni a posteriori. Una lingua malleabile e ricca, capace di offrire nuove metafore. Omero, Esiodo ci hanno fornito le maggiori metafore… il mare pieno di vino, la notte che ha generato i figli dei sogni… Non parliamo più la stessa lingua ma ci è familiare per via delle metafore… essendo queste poche di numero, è una provocazione reale per noi Greci cercarne di nuove, anzi quell’unica che ci permetta di vedere il mondo di nuovo giovane e sano. La nostalgia si scaccia proprio con la ricerca della nuova metafora che darà la carica all’orologio fermo dell’epoca moderna… Eschilo aspetta di essere scritto daccapo…

2.D) Oltre ad essere poeta sei autore di alcune prose, tra queste volevo chiederti di tornare su Allen Ginsberg, il mio Babbo Natale. Qui racconti del tuo viaggio in autostop a Spoleto per ascoltare Allen Ginsberg, nel ‘75. Un evento che non ti piacque perché suonava un aerofono e non ti fecero fumare. Mentre lo avresti apprezzato, anni dopo, nel ’79 al festival di Castelporziano, quando calmò i tafferugli del pubblico con la recitazione delle sue poesie, l’Om e l’accompagnamento musicale. Volevo chiederti una testimonianza su quell’evento del ’79, il secondo momento traumatico per la poesia italiana, il primo è l’omicidio Pasolini. Dopo questi fatti la poesia italiana si chiude nell’autoreferenzialità, è divenuta ancor più elitaria perdendo la capacità, o volontà, di essere popolare.

2.R) «In our sleep, which cannot forget falls drop by drop upon the heart until, in our own despair, against our will, comes wisdom through the awful grace of god». [Nel nostro sonno, che non può dimenticare, goccia a goccia cadente sul cuore finché, nella nostra stessa disperazione, contro la nostra volontà, arriva la saggezza, come una terribile grazia di Dio]. Parole di Robert Kennedy per la morte di Martin Luther King, sono i versi 179/183 tratti dall’Agamennone di Eschilo, il poeta più amato da Kennedy. La cultura Italiana non ha potuto piangere Pasolini. Un processo di lutto necessario per andare avanti, ci sono state reazioni sentimentali vuote di senso, di fatto nulle. Se Pasolini fosse stato pianto veramente a suo tempo avremmo avuto un’altra cultura, un’altra poesia, forse, in Italia. La negazione del lutto ha creato tutta questa poesia da pettegolezzo condominiale, caro alla Commedia all’italiana, ma non alla poesia alta di Sereni, Saba, Penna. La rimozione poi del Festival di Castelporziano ha creato mostri di rappacificazione. Poeti italiani, anziché aprirsi al mondo si sono rintanati nella piccola Italia di Arbasino. Dimenticando il giorno dopo Yevtushenko, Tomas Gorpas, Gregory Corso, Amelia Rosselli, cito apposta nomi a caso dei partecipanti, per far capire che Castelporziano e stato un momento magico per il pianeta terra e non solo per l’Italietta di Fantozzi. Io partecipo a vari festival poetici in Italia e fuori, quello che non mi convince, nei poeti italiani, è il modo di recitare i propri versi: leggono tutti inspirando la voce, lì dove dovrebbero aspirare, mi fanno pena veramente, per dirne una… Come si fa, caro mio, a porsi di fronte a un pubblico popolare recitando da improvvisato Memè Perlini?

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I poeti della domenica #398: Antonino Caponnetto, Senza titolo

 

Senza titolo

La verità che tante volte inseguo
è quella inafferrabile
di un dormiveglia quando è quasi l’alba,
perturbante pensiero e desiderio
che il risveglio cancella in un istante.
La cerco sul tuo viso mentre dormi.
E tu ti sveli come un singhiozzo.
Un nodo in gola, un vuoto, una morte.

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Antonino Caponnetto, in Agonie della luce, prefazione di Beppe Costa, Pellicano 2015