Autore: redazionepoetarum

Riassunto di Ottobre (seconda edizione)

Bologna, sabato 21 ottobre 2017
seconda edizione di
RIASSUNTO DI OTTOBRE
(a cura di Sergio Rotino, da
un’idea di Marco Giovenale)

@ CostArena, via Azzo Gardino 48
dalle 11:00 alle 21:00
testi editi e inediti di
12 autori contemporanei

(Leonardo ​​Canella, Anna ​​Franceschini,
Marco ​​Giovenale, Alessandra ​​Greco,
Luciano ​​Mazziotta, Simona ​​Menicocci,
Renata ​​Morresi, Lidia ​​Riviello,
Giorgia ​​Romagnoli, Claudio ​​Salvi,
Michele ​​Zaffarano, Luca ​​Zanini)

*

PROGRAMMA

Apertura (salone primo piano): ore 10:30

Letture testi INEDITI: ore 11:00

Pausa: 13:30-15.30 ca.

Letture testi EDITI: ore 16:00-20:30

Conclusione: 20:30 – 21:00

I poeti della domenica #206: Jorge Boccanera, da ‘Sordomuta’

 

Non è la musa cantora né l’uccello strillone
né il pupazzo parlante né la signora che detta.
È una Sordomuta
che ti mostra la lingua per una moneta soltanto.

La lingua è vuota.
La moneta dev’essere d’oro.

.
© Jorge Boccanera, in Sordomuta, trad. it. di Alessio Brandolini, Milano, Lietocolle, 2008

.

Poesia scelta dalla poeta Roberta Sireno.

I poeti della domenica #205: Jan Twardowski, da ‘Affrettiamoci ad amare’

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l’inessenziale come una mucca si trascina
l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio normale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza è malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppia come il pathos e l’humor
come due passioni sempre più deboli di una sola
e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio

come un suono un po’ goffo oppure come un inchino secco
per vedere davvero chiudono gli occhi,
benché sia più rischioso nascere che morire
amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre
e sarai come un delfino mite e forte

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano
e parlando dell’amore non si sa mai
se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo. (altro…)

Audre Lorde, da ‘La poesia non è un lusso’

Io qui parlo di poesia intesa come un distillato rivelatore d’esperienza, non dello sterile gioco di parole a cui troppo spesso i padri bianchi hanno ridotto, distorcendone il senso, il termine poesia – allo scopo di mascherare un disperato desiderio di immaginazione senza visione. Per le donne, quindi, la poesia non è un lusso. È una necessità vitale della nostra esistenza. Essa forma la qualità della luce all’interno della quale noi affermiamo le nostre speranze e i nostri sogni per la sopravvivenza e il cambiamento, dapprima sotto forma di linguaggio, poi di idea, infine di più tangibile azione. La poesia è il modo con cui noi contribuiamo a dar nome a ciò che non ha nome, così che possa essere pensato. I più lontani orizzonti delle nostre speranze e paure sono lastricati dalle nostre poesie, scolpite nella roccia delle nostre esperienze quotidiane. Quando vengono da noi accettati e riconosciuti, il nostro sentire e l’onesta esplorazione che ne facciamo diventano luogo d’accoglienza e terreno di coltura delle idee più radicali e audaci. Diventano una roccaforte per quella differenza così necessaria al cambiamento e alla concettualizzazione di ogni azione significativa.

© Audre Lorde, SORELLA OUTSIDER. Gli scritti politici di Audre Lorde, Milano, Il Dito e La Luna, 2014

Questa prosa è stata scelta per noi dalla poeta Roberta Sireno, che ringraziamo.

proSabato: Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Rincasato tardi, schiacciai uno scarafaggio che in corridoio mi fuggiva tra i piedi (resta là nero sulla piastrella) poi entrai nella camera. Lei dormiva. Accanto mi coricai, spensi la luce, dalla finestra aperta vedevo un pezzo di muro e di cielo. Era caldo, non riuscivo a dormire, vecchie storie rinascevano dentro di me, dubbi anche, generica sfiducia nel domani. Lei diede un piccolo lamento. «Che cos’hai?» chiesi. Lei aprì un occhio grande che non mi vedeva, mormorò: «Ho paura.» «Paura di che cosa?» chiesi. «Ho paura di morire.» «Paura di morire? E perché?»
….Disse: «Ho sognato…» Si strinse un poco vicino. «Ma che cosa hai sognato?» «Ho sognato ch’ero in campagna, ero seduta sul bordo di un fiume e ho sentito delle grida lontane… e io dovevo morire.» «Sulla riva di un fiume?» «Sì» disse «sentivo le rane… era era facevano.» «E che ora era?» «Era sera, e ho sentito gridare.» «Be’, dormi, adesso sono quasi le due.» «Le due?» ma non riusciva a capire, il sonno l’aveva già ripresa.
…..Spensi la luce e udii che qualcuno rimestava giù in cortile. Poi salì la voce di un cane, acuta e lunga; sembrava che si lamentasse. Salì in alto, passando dinanzi alla finestra, si perse nella notte calda. Poi si aprì una persiana (o si chiuse?). Lontano, lontanissimo, ma forse mi sbagliavo, un bambino si mise a piangere. Poi ancora l’ululato del cane, lungo più di prima. Io non riuscivo a dormire.
…..Delle voci d’uomo vennero da qualche altra finestra.
…..Erano sommesse, come borbottate in dormiveglia. Cip, cip, zitevitt, udii da un balcone sotto, e qualche sbattimento d’ali. “Florio!” si udì chiamare all’improvviso, doveva essere due o tre case più in là. “Florio!” pareva una donna, donna angosciata, che avesse smarrito il figlio.
…..Ma perché il canarino di sotto si era svegliato? Che cosa c’era? Con un cigolio lamentoso, quasi la spingesse adagio adagio uno che non voleva farsi sentire, una porta si aprì in qualche parte della casa. Quanta gente sveglia a quest’ora, pensai. Strano, a quest’ora.
…..«Ho paura, ho paura» si lamentò lei cercandomi con un braccio. «Oh, Maria» le chiesi «che cos’hai?» Rispose con una voce sottile: «Ho paura di morire.» «Hai sognato ancora?» Lei fece un piccolo sì con la testa. «Ancora quelle grida?» Fece cenno di sì. «E tu dovevi morire?» Sì sì, faceva, cercando di guardarmi, le palpebre appiccicate dal sonno.
…..C’è qualcosa, pensai: lei sogna, il cane urla, il canarino si è svegliato, gente è alzata e parla, lei sogna la morte, come se tutti avessero sentito una cosa, una presenza. Oh, il sonno che non mi veniva, e le stelle passavano. Udii distintamente in cortile il rumore di un fiammifero acceso. Perché uno si metteva a fumare alle tre di notte? Allora per sete mi alzai e uscii di camera a prendere acqua. Accesa la triste lampadina del corridoio, intravidi la macchia nera sulla piastrella e mi fermai, impaurito. Guardai: la macchia nera si muoveva. O meglio se ne muoveva un pezzetto (lei sogna di morire, ulula il cane, il canarino si sveglia, gente si è alzata, una mamma chiama il figlio, le porte cigolano, uno si mette a fumare, e, forse, il pianto di un bambino).
…..Vidi sul pavimento la bestiola nera spiaccicata muovere una zampina. Era quella destra di mezzo. Tutto il resto era immobile, una macchia di inchiostro lasciata cadere dalla morte. Ma la gambina remava flebilmente come per risalire qualche cosa, il fiume delle tenebre forse. Sperava ancora?
…..Per due ore e mezzo della notte – mi venne un brivido – l’immondo insetto appiccicato alla piastrella dalle sue stesse mucillagini viscerali, per due ore e mezzo aveva continuato a morire, e non era finita ancora. Meravigliosamente continuava a morire, trasmettendo con l’ultima zampina un suo messaggio. Ma chi lo poteva raccogliere alle tre di notte nel buio del corridoio di una pensione sconosciuta? Due ore e mezzo, pensai, continuamente su e giù, l’ultima porzione di vita spinta dentro alla superstite gambina per invocare giustizia. Il pianto di un bambino – avevo letto un giorno – basta ad avvelenare il mondo. In cuor suo Dio onnipotente vorrebbe che certe cose non succedessero, ma impedirlo non può perché è stato da lui stesso deciso. Però un’ombra giace allora su di noi. Schiacciai con la pantofola l’insetto e fregando sul pavimento lo spappolai in una lunga striscia grigia.
…..Allora finalmente il cane tacque, lei nel sonno si quietò e quasi sembrava sorridesse, le voci si spensero, tacque la madre, nessun sintomo più di irrequietezza del canarino, la notte ricominciava a passare sulla casa stanca, in altri punti del mondo la morte si era spostata a gonfiare la sua inquietudine.

© Dino Buzzati, in La boutique del mistero, Mondadori, 1968.

Questa prosa è stata scelta dal poeta Carlo Tosetti.

Monica Dini, Fuori dal mondo

Monica Dini, Fuori dal mondo

Racconto contenuto nella raccolta Angoli acuti , Tra le righe 2017; € 14,00

 

C’è un noce secolare nel campo davanti alla casa sulla collina. Ha un grande ombrello di foglie meno verdi ai primi di settembre. È sera. Sotto il noce la ciccia di un vecchio straripa dai fili di plastica rossa di una sdraio. Ha la canottiera arrotolata macchiata di sugo. Ha i piedi gonfi e sporchi, si vedono i segni scuri lasciati dalle ciabatte. Lo chiamano Sante. C’è anche sua moglie su una sedia a dondolo. Indossa una tunica chiara. Si chiama Ancilla. Li vedete? Lei prende il tabacco da una scatola di metallo che ha in grembo, carica con sapienza la pipa. Lui si toglie di bocca il sigaro lo gira per vedere se è ben acceso, ci soffia su per ravvivarne la brace. Scorreggia a lungo alzando un po’ la gamba.
«Ah… Bene!» – esclama girandosi verso la vecchia signora.
Lei agita un attimo un ventaglio di carta gialla. Poi senza guardarlo accende la pipa con un fiammifero di legno.

«Ti sono sempre sfuggiti i piccoli piaceri della vita. – dice lui sputando fumo a singhiozzi – Questo è il tuo problema. Non avremmo tutto quello che abbiamo se io fossi stato tanto schizzinoso. Se tu avessi levato merda tutto il giorno, per tutta la vita, avresti meno seghe. È certo.» Lui aveva avuto una piccola impresa di levatura pozzi neri. Lei aveva lavorato alle Poste.
Adesso sono in pensione. Ancilla ha accanto a sé un cesto di fogli colorati. Il ventaglio è un origami. Lei è brava a creare forme con la carta. Fiori, uccelli, giochi. Le ha insegnato una signora cinese che faceva le pulizie alla posta. E anche a tenere accesa la pipa è brava. Non è banale saper fare queste cose. Il canto dei grilli è un muro buio. Sante si alza a fatica dalla sdraio, si stira, si gratta il solco tra le natiche.
«Vado a pisciare e prendo il vino – dice rivolto alla moglie – Ne vuoi? No vero?»
«Sì … grazie …»
Ancilla guarda il cielo e fuma. È una sera diversa. Aspetta di vedere la Stazione Spaziale orbitante. Ne hanno segnalato il passaggio al telegiornale. Lei l’ha vista altre volte ma questa è speciale. Dovrebbe essere molto più luminosa del solito. Una rapida stella che incide la notte. Sante torna portando la carriola della legna. Dentro ha messo la bottiglia del vino e dei
bicchieri.
«Mi sembrava comodo – dice guardando la moglie – Così abbiamo un piano d’appoggio.»
«Come mai tanti bicchieri? – chiede lei versando il vino – Aspettiamo qualcuno?»
Il vecchio si lascia cadere sulla sdraio che cigola e oscilla.
«Vengono Lino e Mario. L’ho visti in piazza stamani.»

Ex colleghi di lavoro.
La pipa diffonde un aroma di pasticcini. È un tabacco da donne. La vecchia signora sorseggia il vino. Sa di ruggine. Rovina anche il tabacco.
«Potremmo provare a prendere il vino a quella cantina che ci ha segnalato mia sorella. Per cambiare.»
«Perché? Senti che vinello. Bello leggero. Non c’è verso che tu ci capisca nulla. Tutte le volte che ti decidi a berlo c’è qualcosa. Non ti piace la bevanda in sé è inutile … rassegnati io non cambio fornitore. C’è tanta acqua …»
Si sente vociare. Arrivano gli ospiti. Bisogna riceverli.
«Benvenuti – dice Ancilla – Tutto bene? Accomodatevi. » Non le rispondono.
«Sedete, prendete un bicchiere – dice Sante – Non c’è nulla da mangiare moglie? Salatini, patatine. Qualcosa.»
«Buono Sante! Abbiamo cenato ora – risponde uno dei compari.»
La vecchia signora è preoccupata. Sa che la stazione attraverserà il cielo in un istante. Non l’aspetterà se non sarà pronta. Porta agli ospiti dei salatini. Poi trascina la sedia al centro del campo. Da lì può vedere tutto il suo cielo. La pipa fuma ancora.
«Allora cosa mi raccontate di bello?» – incalza il vecchio.
«Sempre le solite storie di merda …» E giù tutti a ridere. Sono le loro battute. Ogni volta uguali.

(altro…)

I poeti della domenica #204: Piero Jahier, Silenzio

Silenzio

Tutto il giorno questo scansarsi reverente
tutto il giorno questi lunghi saluti:
tre passi prima la mano alla visiera,
quattro passi lungo lo sguardo fitto in cuore.
E chi sono io, superiore?
Questi saluti chi li ha meritati?
Ma la sera, giornata finita,
traversando i cortili annerati
son io che sull’attenti, rigido,
la mano alla tesa,
tutti e ciascuno
per questa notte e questa vita
vi saluto, miei soldati.

© in Con me e con gli alpini, Roma Edizioni de «La Voce», 1920

I poeti della domenica #203: Mario Tobino, Davo noia a tutti

 

Ero fiero, ero cupo, davo noia a tutti,
il mio pensiero strozzava
calando giudizi,
e nominavo invano il nome di Dio.
E ora guardo con malinconia
la bellezza che fugge.

 

© in Due epigrammi in «La Fiera Letteraria», Anno IV, n. 14, 3 aprile 1949.

proSabato: Pier Paolo Pasolini, ‘Siamo belli, dunque deturpiamoci’

«ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece»

Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e per primi, «coloro che erano destinati a morire» − cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti» − quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano col semplice loro essere e comportarsi?
La loro caratteristica prima − ti ho detto − è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere «a carico» e «in più». Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che − come vedremo − ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei «obbedienti». E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. È vero che come dice un mio amico di Chia − un ragazzetto che ricorda i proverbi dei vecchi − «il mondo è dei bravi, e i cojoni se lo godono». È una delle più grandi verità che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Tuttavia, io, vecchio borghese razionalista e idealista, cioè «bravo», continuo sempre a detestare con tutte le mie forze lo spirito di rinuncia. Che è poi ansia di integrazione e qualunquismo. Non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente. Lascia che i cojoni si godano il mondo, e invidia pure come me, struggentemente, per tutta la vita, la loro felicità.
La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi − tuoi coetanei − hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia. Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato): bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore). Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa; mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità.
Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà felicità.
Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.
La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comportamento. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.
Ho imperversato un po’ contro questi «destinati a esser morti», col rischio di apparire un po’ vile e razzista: di creare cioè una categoria di persone da proporre alla condanna. No. Tra i «destinati a esser morti» ci sono esseri adorabili per lo meno come te, cosí vistosamente destinato alla vita. Se ho polemizzato con particolare violenza contro gli insegnamenti che ti impartiscono i «destinati a esser morti», è perché ho preso questa categoria a simbolo della media: media che ti insegna, appunto, queste stesse cose, e senza quel tanto di disperato che le corregge, le giustifica, le rende umane.

© Pier Paolo Pasolini, Siamo belli, dunque deturpiamoci, in Lettere Luterane. Il progresso come falso progresso, introduzione di Alfonso Berardinelli, Torino Einaudi 2003Prima edizione: collana «Supercoralli», Einaudi, 1976.

Francesco Guazzo, 13 (di I. Grasso)

Francesco Guazzo
13
Edizioni Corte Micina
Premio Città di Fiumicino
2016

Recensione di Ilaria Grasso

 

Alla raccolta 13 di Francesco Guazzo ci sono arrivata casualmente come spesso capita “in rete”. Chi la scrive, vincendo il Premio Poesia Città di Fiumicino, è pressoché un ragazzo. Vi confesso di aver letto più volte la data di nascita dell’autore perché mi sembrava incredibile che un ragazzo così giovane po­tesse produrre versi di questa portata. Dovetti convincermi sull’età e iniziai a pensare di aver di fronte un enfant prodige. La sua raccolta ha il grande pregio della semplicità e al contempo dell’eleganza. Per me questi due elementi sono sinonimi, ma giudicate voi. La prima poesia che avevo letto on line era la se­conda della raccolta. Mi colpì molto il senso del movimento dei suoi versi e mi richiamò subito l’arte cinetica di Bruno Munari per alcuni aspetti, e l’arte astratta di Bonalumi per la modalità di trattare le luci e le ombre.
Il richiamo all’arte cinetica, nella sua compagine non strettamente legata alla scultura, mi balza agli occhi perché leggere i versi di Guazzo è come assistere ad una proiezione commentata di diapositive. In tutta la raccolta le immagini si susseguono in slow motion raccontandoci il dettaglio delle scene che hanno fatto nascere l’ispirazione e la contemplazione filosofica che ne consegue.
Qui ad esempio è palpabilissimo il movimento dalle cose grandi e lontane (l’orizzonte da invertire) alle cose piccole e vicine (il bambino con la bicicletta) Le immagini mi passano di fronte agli occhi e il mio pensiero anche come costretto a riflettere su quanto rappresentato.

A cadenza regolare, si è fatto
più urgente il desiderio
di invertire gli orizzonti,
e non è soltanto un sentimento
di esitazione per la monotonia
del giorno, stando almeno
alla spiegazione senza congetture
del ciliegio in fiore o al moto
perfetto del bambino dietro
la siepe, che gira su se stesso
con la bicicletta in mano.

(altro…)

Luce a Sud Est. Concorso di scrittura sociale

luceasudest_logo

LUCE A SUD EST

Concorso di scrittura sociale

V edizione

Pietre Vive Editore, in collaborazione con le associazioni Pietre Vive e il Tre Ruote Ebbro, bandisce la quinta edizione del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.

Duplice lo scopo del concorso: promuovere l’editoria etica, di denuncia o di promozione, per diffondere una nuova lettura attenta e trasversale del Paese; favorire l’accesso alla pubblicazione di giovani scrittori impegnati su tematiche sociali.

Il concorso è aperto a tutti, senza limiti geografici o di età. È ammesso al concorso qualsiasi genere letterario (romanzo, racconti, poesie, reportage giornalistico, testo teatrale, ecc.) purché attinente al tema. Il vincitore sarà premiato con la pubblicazione della propria opera. La partecipazione al concorso è gratuita.

I manoscritti dovranno essere invitai entro il 7 gennaio 2018 all’indirizzo

info@pietreviveeditore.it

mettendo in oggetto: LUCE A SUD EST, e accompagnando il testo con la scheda di adesione scaricabile, insieme al bando, dal sito di Pietre Vive.

Al vincitore sarà offerta la pubblicazione dell’opera proposta con Pietre Vive Editore.

In via sperimentale quest’anno, la giuria sarà composta da un comitato di cinque persone, tre delle quali selezionate fra i lettori di Pietre Vive, e due fra i collaboratori interni della casa editrice.

Nelle ultime edizioni sono stati premiati con la pubblicazione il romanzo breve Il sindaco del calabrese Claudio Metallo, incentrato sulla carriera politica di un uomo di potere; il romanzo allegorico Isola del pugliese Domenico Maggipinto e il poemetto L’adatto vocabolario di ogni specie dell’emiliano Alessandro Silva, entrambi ispirati al disastro di Taranto e dell’Ilva; e la raccolta di poesie Il mondo come un clamoroso errore di Paolo Polvani delicata serie di ritratti degli ultimi.

È possibile scaricare il BANDO e la scheda di adesione dal sito di Pietre Vive: http://www.pietreviveeditore.it

Fabrizio Cavallaro, Di seconda virtù

Fabrizio Cavallaro, Di seconda virtù, Internopoesia 2017; € 10,00

 

Il paese delle cose amate
tenue, che non traballa
ai colpi di vento
o di tosse. È un futuro
di mese in mese,
giorno che discopre
ciò che la notte solleva.

*

A quale parte del cuore
appartiene il tuo disegno,
la pellicola del disonore
che metti alle cose
che tocchi, alle fasi
del pensiero, al tuo gioco
rischioso, ai gesti
col doppio fondo
che s’attacca al fuoco.

*
La mia casa è la strada.
Con gente che va e
viene senza domandarsi
se potranno restare,
magari per la notte
o un mese intero.
Qui ognuno passa,
qualche volta un saluto,
lascia un biglietto
di ritorno scaduto.

*

Ora sei vecchio e lontano,
anche se hai solo vent’anni.
Hai perduto la mia mano
in un cesto d’affanni
per averne troppo piagnucolato.
Fai la vita tua senza onore
le mie sono un gelato al sole.

*
Riesco a scrivere meglio di notte
col televisore acceso che sibila
senza contentezza, rimedio
i miei casi normali disperati
pensando ai poeti di un tempo
rimasti incollati nelle fronde
dei loro libri come insetti
nella carta moschicida.

© Fabrizio Cavallaro