Autore: redazionepoetarum

proSabato: Claudio Magris, A.E.I.O.U.

A.E.I.O.U

La sera è fredda e silenziosa, alcuni bambini che trascinano delle slitte non rompono la solitudine e il deserto delle strade, la loro greve malinconia continentale. Sul Friedrichstor di Linz campeggia la celebre sigla sibillina che l’imperatore Federico III, morto probabilmente poco lontano, al n. 10 della Città Vecchia adorna di muti palazzi e di stemmi severi, imprimeva sui suoi oggetti e sui suoi edifici: A.E.I.O.U., forse Austriae est imperare orbi universo oppure Austria erit in orbe ultima. Quest’impero proteso ai confini del mondo e del tempo appariva, allo stesso Federico, insidiato dal declino e piegato dalle sconfitte, tanto che egli lamentava, nel suo diario, come il vessillo d’Austria non fosse vittorioso e cercava di arginare le difficoltà con quella strategia dell’elusione e dell’immobilità che doveva diventare, nei secoli, la statica grandiosa absburgica celebrata da Grillparzer e da Werfel, la riluttanza all’azione, il pathos difensivo di chi punta non a vincere ma a sopravvivere e non ama le guerre perché sa, come Francesco Giuseppe, che le guerre si perdono.
Morto nel 1493, Federico III, osserva Adam Wandruszka, mostra già i tipici tratti canonizzati più tardi dal mito absburgico: la simbiosi di inettitudine e saggezza, l’incapacità di agire che trapassa in accorta prudenza e in avveduta strategia, l’esitazione e la contraddizione elevate a linea di condotta permanente, il desiderio di quiete misto alla forza di accettare conflitti interminabili e insolubili.
La sigla A.E.I.O.U., di cui esistono anche successive interpretazioni meno rispettose, è divenuta una cifra del post-moderno, l’emblema di un’inadeguatezza e di una difesa obliqua che contrassegnano il nostro io sbilenco e dimesso. Quella grande e struggente tattica di sopravvivenza, che tante volte mi è sembrata uno scudo inappariscente ma non meno protettore di quello di Aiace, stasera mi appare anche in una sua coriacea aridità; una saggezza piena di dignità e d’ironìa, cui è però negata, per un soffio, la rivelazione delle cose ultime, quell’amore che crea e che redime, di cui canta il Veni Creator Spiritus. (altro…)

Ostri ritmi #11: David Bandelj

.

Pred mejo

Zobam
. enovito
.        formulo
.   dobrobiti

.skozi
.        večerne
luči
.   jo je
.        videti

čutiti
.   v
.     mrzlem
.       zraku

tisoči
.    so
umrli

s telesom
.   in
brez
. njega

zato
.    da
z
.  vrha
.   Kapele

gledam
.        mejo

.     ki je ni

nad Novo Gorico, 29.11.2007

 

Davanti al confine

Pilucco
.un’armoniosa
.               formula
.  di benessere

attraverso
.              la luce
della sera
.           lo si
.               intravede

lo si sente
.      nella
.      fredda
.        aria

migliaia
.   sono
.   morti

col corpo
.   e
senza
. di esso

così
.   che
dalla
.      cima
.      della Cappella

guardo
.         un confine

.      che non c’è

a Nova Gorica, 29.11.2007

*

Gledanje čez polja

.Trikrat
se je
.    veliki
.   črni
.      bik

obrnil

preden je
.    stopil
.  v babilonski
.       rov

šival sem
.  hlače
in
.  gledal
njegove
.    poslednje
.   korake
.           v
.    temo

zarjovel
.           je

in se
.      izgubil
ne vem
.           ali je še
možno

.     mirno posedati
.          v senci

brez občutka

.   krivde

 

Guardare oltre il prato

Per tre volte
si è
.   il grande
. toro
.    nero

girato

prima di
.  entrare
.nel tunnel
di Babilonia

io cucivo
. calzoni
e
. guardavo
i suoi
.     ultimi
.   passi
.      nel
.    buio

lanciò
.        un urlo

e
. sparì

non so
.          se ancora
si può

.   sedere tranquilli
.        all’ombra

senza un senso

.     di colpa 

*

Obiskovalka

Ponavljala
.   je vedno
.       iste
.      besede

ko je
.  sedla
.        k
pregledu

niti
.  se
. mi ni
.  zdelo
potrebno
. da bi
.  jih
povzemal

.  na koncu
.    je
. s stola

padel prah

morda
.       del
.  nje

 

Una visitatrice

Ripeteva
. sempre
.le stesse
.  parole

quando
. sedeva
.      per
il controllo

non
.  mi
. pareva
.         poi
necessario
. che io
. le
riprendessi

. alla fine
.   dalla
. sedia

cadde della polvere

forse
.     parte
di lei

 

*

 

Stran iz dnevnika

Danes bi
.    lahko bil

navaden 4. december

pa ni

. ker je Umberto Eco
.    v Ljubljani

(prejema častni doktorat)

.lahko bi ga
.   šel poslušat

pa grem
.    raje
.      v stolnico

. in niti
.   tam

ni miru

.kanonik ki
.    obhaja

nosi debel
. prstan z
.    ametistom

ko odhajam neizpolnjen

.      je
.     Ljubljana
.  v lučkah
.in vrvežu

nič se
.  med sabo
.    ne sklada

morda je

. svet izbral
.    napačno
.       pot

 

Pagina di diario

Oggi potrebbe
.    forse essere

un normale 4 dicembre

ma non lo è

. perché Umberto Eco
.   è a Ljubljana

(ritira un dottorato honoris causa)

potrei andarlo
.    ad ascoltare

ma preferisco
.     andare
.       in cattedrale

e pure
.        lì

non c’è pace

. il canonico che
.da la comunione

porta un grosso
.       anello con
.          un’ametista

quando me ne vado incompleto

.  Ljubljana
.    è
.  tra luci
e trambusto

niente si
.    intona
.     col resto

forse il mondo

.        ha scelto
.             la via
.          sbagliata


Fonte: David Bandelj, Odhod [Partenza], Mladika, Ljubljana 2012

© Traduzione a cura di Amalia Stulin

DAVID BANDELJ

Classe 1978, David Bandelj nasce a Gorica-Gorizia, sul lato italiano del confine. Si laurea in Letterature comparate alla Filosofska fakulteta a Ljubljana, porta a termine un dottorato di ricerca e si dedica successivamente all’insegnamento alle scuole medie, lavorando sempre a cavallo di Gorizia e Nova Gorica. Ha lavorato come ricercatore universitario e si è dedicato all’ambito musicale, insegnando pianoforte e dirigendo diversi cori. Collabora come columnist e critico letterario a importanti testate, quali «Novi glas» e «Primorski dnevnik» (quotidiano in lingua slovena di Trieste), più altri periodici.
Inizia a pubblicare nel 2000 e da allora sono apparse quattro raccolte poetiche, l’ultima delle quali, Odhod (Partenza), risale al 2012.
Come sottolinea il commento di Meta Kušar in coda a questa raccolta, il linguaggio di Bandelj si allontana da quell’ermetismo diffuso nella poesia di sperimentazione slovena. Al contrario, egli sceglie una lingua semplice, fluida a tal punto da abbandonare la punteggiatura, ma opta per una comunicazione più strutturata sul piano visivo. Le liriche sono graficamente sgranate, come a rimandare ai grani di un rosario, elemento che ben rappresenta il contesto profondamente cristiano in cui il poeta nasce, viene educato e tutt’ora vive. Un altro importante aspetto della poesia di Bandelj, riflesso inevitabile dell’ambiente socio-culturale in cui è nato, è quello della riflessione sul confine, sugli sconfinamenti, le “partenze” appunto. Il poeta sa che sebbene i confini della politica non esistano, le partenze, siano esse fisiche o “spirituali”, sono necessarie perché portano a un movimento continuo, a quella dinamicità che è l’unica condizione per essere davvero vivi.

© Amalia Stulin

Notturni DiVERSI 2017. Tredicesima edizione

notturni di versi piccolo festival della poesia e delle arti notturne n.13
“COME COSTA CARO FAR POESIA!”? Dino Campana e Sibilla Aleramo

Sabato 24/06 ore 18.30
UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE Anteprima notturni di versi 2017
con il gruppo estemporaneo di attori Rotolacampo – regia Max Bazzana
Galleria d’Arte PAB Portogruaro

Mercoledì 28/06 ore 21.00
TELEPATIA di Gianmario Villalta
presentazione libro a cura di Francesco Tomada
Giardino Palazzo Altan Venanzio Portogruaro

Venerdì 30/06 ore 21.00
BINOMI
con Veronika Dintinjana e Alessandro Pancotti a cura di Guido Cupani
Vivai Bejaflor Portogruaro

Venerdì 30/06 ore 22.00
DIGITAL BROTHERS
performance musicale con Mauro Bon e Roberto Duse
Vivai Bejaflor Portogruaro

Sabato 01/07 ore 21.00
LETTERE DAL MONDO OFFESO di Christian Tito e Luigi Di Ruscio
presentazione libro a cura di Francesco Tomada
Chiesa Santa Cristina Gorgo di Fossalta di Portogruaro

Sabato 01/07 ore 21.30
Giancarlo Lombardi
performance musicale
Chiesa Santa Cristina Gorgo di Fossalta di Portogruaro

Mercoledì 05/07ore 21.00
“COME COSTA CARO FAR POESIA!”? inaugurazione esposizione di Ennio Malisan e CipArt
a cura di Renzo Cevro-Vukovic
Galleria d’Arte PAB Portogruaro (altro…)

Terrarossa edizioni

 

Libri:

“Né padri né figli” di Osvaldo Capraro
“Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio

Terrarossa edizioni

*

Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2017 una delle novità capaci di destare una particolare curiosità è stata Terrarossa Edizioni, piccola casa editrice pugliese, new entry nel panorama degli editori indipendenti. Intriga l’impostazione iniziale del catalogo, con due collane, entrambe di narrativa: una – “Fondanti” – dedicata al (benemerito!) recupero di romanzi recenti che però sono spariti troppo presto dalla distribuzione nonostante i loro meriti di rinnovamento del panorama letterario meridionale e l’altra – “Sperimentali” – al tentativo di individuare voci capaci di scavare nell’attualità con una identità stilistica originale. Un filo teso tra passato e futuro, e soprattutto una grande attenzione agli spazi lasciati vuoti dall’offerta editoriale nazionale. Entrambe le collane sono dirette da Giovanni Turi, editor con diverse esperienze alle spalle e molto noto in rete come acuto e attento lettore della contemporaneità sul suo blog Vita da editor. La casa editrice rivela la sua ambizione già nella cura grafica ed editoriale. Interessante inoltre la scelta di proporre nei risvolti di copertina (come anche sul sito dell’editore) l’identikit ipotetico del lettore ideale di ciascun libro: una carta di identità curiosa che può senz’altro invogliare a una prima conoscenza tra i lettori e gli autori di Terrarossa.

Le difficoltà del nostro tempo, e in particolar modo del meridione, la fanno dal padrone nelle prime uscite del catalogo, molto attento a evitare una letteratura troppo compiacente o addomesticata, sia da un punto di vista contenutistico sia dal punto di vista del linguaggio. Il tema del lavoro è un filo rosso che unisce entrambe le collane attraverso la presenza in entrambe di Francesco Dezio, con la riedizione a 13 anni di distanza di Nicola Rubino è entrato in fabbrica e con la prima pubblicazione di “Gente per bene”: quasi a voler proprio costituire uno sguardo lungo che in un prima e un dopo unisce i destini della condizione operaia con quelli dell’attuale precarietà diffusa.

L’altro tema dominante è quello del crimine, non in senso generico ma nelle declinazioni che esso può assumere in un dato momento storico e in un luogo specifico, come la Puglia. È sicuramente una scelta sensata, da questo punto di vista, quella di rimandare in stampa a dodici anni di distanza Né padri né figli di Osvaldo Capraro. Il romanzo ha il merito di essere stato uno dei primi a mettere su pagina le vicende legate alla criminalità organizzata pugliese, la Sacra Corona Unita, prima che il noir – come accade a ogni genere che diviene di moda – perdesse gran parte della sua carica di denuncia per divenire perlopiù un genere di intrattenimento. I protagonisti del libro sono Mino, adolescente con la passione del calcio, dato in affido per sfuggire agli abusi subiti dal padre, e il prelato don Paolo, prete anomalo dalla vocazione contrastata. Due personaggi che, nel loro mescolare luce e ombra, volo e gravità, sembrano distillare l’anima del noir, forse un poco meccanicamente ma attraverso le loro vicende si giunge a toccare con mano la bruciante realtà nascosta dietro le apparenze, nei rapporti che il mondo del crimine intrattiene e consolida a ogni livello sociale nella Puglia raccontata da Capraro, senza risparmiare – anzi – le forze di pubblica sicurezza e la Chiesa, avvelenando anche i legami amorosi, familiari e di amicizia; rendendo la vita un’impresa impossibile e le aspettative destinate a spegnersi tutte nella stessa cenere. Montaggio alternato, ritmo serrato, linguaggio spedito con inserti di intercalare dialettale, “Nè padri né figli” ha gli ingredienti adatti per una casa editrice che vuol presentarsi al proprio pubblico come garante di un equilibrio tra ambizione letteraria e leggibilità, adatto – per usare l’indicazione dell’editore – a “chi si fa prendere dalla narrazione e si affeziona ai personaggi; chi crede che il noir non sia un sottogenere e chi invece ne è convinto ma potrebbe ricredersi; chi non immagina quanto sia labile il confine tra criminalità e istituzioni.” Parola di Terrarossa.

*

© Martino Baldi

Anita Pallenberg, mille vite in una sola

Anita Pallenberg selezione foto su Pinterest

È una storia fatta di canzoni, di roulette russe, in cui Marlon Brando viene respinto e dove si accende la scintilla per la factory di Warhol e della Swinging London. È la storia di una candela che ha bruciato ardentemente per molti anni, molti di più di quanto molti suoi detrattori ne avrebbero predetti, è una storia imperfetta ma onesta, è la storia di Anita Pallenberg.

Era marzo. E in Spagna era l’inizio della primavera. In Inghilterra e in Francia faceva piuttosto freddo, era inverno. Valicati i Pirenei, nel giro di mezz’ora sbocciò la primavera, e quando arrivammo a Valencia Era estate. Ricordo ancora l’odore degli aranci, a Valencia. Quando vai a letto con Anita Pallenberg per la prima volta, certe cose le ricordi. (K.R.)

Roma a metà degli anni ’40 era una città che voleva rimettersi in piedi, il mondo attorno a lei stava facendo lo stesso. Erano anni fertili, tutto era nuovo e tutto era vecchio allo stesso tempo. Anita aveva un padre italiano e una madre tedesca, senza saperlo era al centro del mondo, prima che il centro del mondo diventasse lei.

Mario Schifano è stato il mio primo ragazzo, frequentavo artisti, intellettuali e il mondo del cinema. Ci vedevamo al Caffe Rosati: c’erano Furio Colombo, Giorgio Franchetti, Cy Twombly, Giulio Turcato. Ero* molto amica della cantante Gabriella Ferri, che mi ha insegnato il romanesco.

Vivere il proprio tempo non significa sempre subirlo, ma nel caso di Anita è stato come modellarlo. Cosmopolita ante litteram, oltre la diatriba tra politicamente corretto e non, oltre le dogane che insieme a lei sono scomparse e poi gradualmente riapparse. Anche oggi in cui pensiamo di essere in un mondo integrato e molto più piccolo una donna come Anita Pallenberg rappresenta un’idea di futuro remoto.

Donne che vanno dove vogliono, donne che sbagliano, senza dar peso a ciò che secondo tutti tranne che per gli interessati una donna dovrebbe fare. Anita Pallenberg ha vissuto la sua vita senza stare troppo a pensare a queste sovrastrutture, perché la vita è una e forse lei ne ha vissute molte di più di quelle che tutti noi ne vivremo mai. Ce ne rendiamo conto da come la descrive uno che di vite ne ha vissute parecchie e che di certo non è conosciuto per essere un perbenista, Keith Richards, suo compagno di vita per oltre 15 anni:

Anita proveniva da un mondo di artisti, e lei stessa aveva un discreto talento – era una appassionata d’arte, molto amica dei suoi interpreti contemporanei e invischiata nel giro della pop art. Il nonno e il bisnonno erano pittori, e la sua famiglia, a quanto pareva, era colata a picco in una vampata di sifilide e follia. Anita sapeva disegnare. Era cresciuta nella grande villa romana del nonno, ma gli anni dell’adolescenza li aveva passati a Monaco, in un decadente liceo frequentato dai rampolli dell’aristocrazia tedesca, dal quale era stata cacciata per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop. A sedici anni, aveva ottenuto la borsa di studio messa in palio da una scuola di disegno di Roma, vicino a piazza del Popolo, dove, a quella tenera età, aveva cominciato a bazzicare nei caffè della intellighenzia romana – “Fellini e i suoi amici,” come diceva lei. Aveva stile da vendere, Anita. E la sorprendente capacità di unire le cose, di legare con le persone. Quella era la stagione della Dolce vita, a Roma. I registi li conosceva tutti – Fellini, Visconti, Pasolini; a New York era entrata nell’entourage di Warhol, nel mondo della pop art e dei poeti beat. Grazie, per lo più, alle proprie doti, aveva stretto intensi rapporti con molti mondi e persone diverse. Era la forza catalizzatrice all’origine di tantissimi avvenimenti di quegli anni…

Roma ma non solo, perché già a vent’anni il mondo era un posto tutto alla sua portata, i poli di attrazione erano Roma, New York, dove oltre a Warhol era stata con Mario Schifano, e Londra, vero centro pulsante negli anni sessanta:

Se ci fosse un albero genealogico, un grafico relativo alla genesi della scena londinese di quel periodo – il movimento d’avanguardia per cui Londra era nota –, Anita e Robert Fraser, il mercante d’arte e proprietario di gallerie, sarebbero lassù in cima, accanto a Christopher Gibbs, antiquario e bibliofilo, e pochi altri cortigiani di prima grandezza. Anita aveva incontrato Robert Fraser parecchio tempo addietro, nel 1961, quando ancora era in contatto con gli ambienti della prima pop art tramite il suo compagno, Mario Schifano. Grazie a Fraser, aveva conosciuto Sir Mark Palmer, il magnate stravagante e girovago, Julian e JaneOrmbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles), perciò una base era già stata gettata per l’incontro tra la musica e l’aristocrazia, benché quelli non fossero i soliti aristocratici. Ormbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles).

 

(altro…)

I poeti della domenica #172: Neri Pozza, I cani

I CANI

Nella caverna della notte
il latrato fumante dei cani
e le catene che corrono sul ghiaccio,
il vento nero che scampana.

Tu chiami ancora vaneggiando
rosse, bianche bocche di cani,
denti come spettri di colonne,
fauci scarlatte dell’orco sulla neve.

Ninna nanna di cani per dormire
e le catene al vento che scampana.
In bocca ai cani taglienti colonne,
bave sul sangue come fiumi di melma;
il pianto tuo ululato,
il tuo fiato di morte.

.

© da Stagioni del carcere. Seconda (1944-1945), ora in Neri Pozza Opere complete, poesia a cura di Fernando Bandini, Vol. II, Vicenza, Neri Pozza, 2011.

I poeti della domenica #171: Peter Härtling, Tentativo di parlare con mio figlio

Peter Härtling in occasione di una lettura di poesie di Hölderlin a Nürtingen. Foto di Jüptner

 

Tentativo di parlare con mio figlio

Volevo raccontarti,
figlio mio,
nella rabbia
per la tua apparente
indifferenza,
per l‘estraneità
tra di noi,
di cui ti riempi la bocca,
volevo raccontarti,
ad esempio,
della mia guerra,
della mia fame,
della mia povertà,
di come sono stato strapazzato,
di come non sapessi più che fare,
volevo
rimproverarti
la tua ignoranza,
la tua pace,
la tua sazietà,
il tuo benessere,
che sono
anche i miei,
e mentre stavo
già lì
a parlare,
a tempestarti di colpi
di ricordo,
compresi che
null’altro ti stavo insegnando
se non odio e paura,
invidia e ottusità,
viltà e assassinio.
Il mio ricordo non è
Il tuo.
Come spiegarti
l‘incomprensibile?
Così parliamo
di cose
che conosciamo. (altro…)

prosabato: Elena Gianini Belotti, da ‘Indipendenza e creatività’

prosabato: Elena Gianini Belotti, da Indipendenza e creatività

La creatività della maggior parte delle bambine, a sei anni, all’ingresso nella scuola elementare, è definitivamente spenta. Solo poche ne conservano qualche traccia, ma anche quelle dovranno superare lo scoglio della pubertà e l’incontro affettivo con l’altro sesso con il conseguente dilemma tra la realizzazione di sé come individuo e il piegarsi alle esplicite richieste di “femminilità” da parte maschile che le costringeranno a comprimere ulteriormente la loro personalità creativa. Le molteplici ragioni dell’assenza di creatività nelle bambine si possono riassumere in una sola: la dipendenza, cui le bambine sono costrette molto più dei maschi, dal tipo di educazione che subiscono e che è incompatibile con la creatività, che presume, invece, per conservarsi e per produrre, un’ampia dose di libertà.

La creatività – scrive Torrance – nella sua vera natura, è caratterizzata sia da una eccezionale sensibilità che dall’indipendenza?
Ora, nella cultura americana, ma anche nella nostra, la sensibilità è una qualità squisitamente “femminile” e l’indipendenza, al contrario, è considerata un tratto “maschile”; questa tipizzazione crea uno dei “blocchi” sociali più forti per lo sviluppo della creatività. Infatti, il ragazzo creativo appare troppo “sensibile” rispetto ai suoi compagni (e quindi effeminato) mentre le ragazze hanno interessi considerati tradizionalmente “maschili” (la scienza, la politica, ecc.) per cui spesso i soggetti inibiscono i loro processi “creativi” per salvaguardare la loro “mascolinità” o “femminilità.” Questo spiega anche in parte perché le donne sembrano essere meno creative dei ragazzi: più pesante è su di loro la pressione dei pregiudizi sociali. Ad esempio, una ragazza che si interessa di argomenti “scientifici” o di problemi politici, perde spesso parte della sua attrattiva nei confronti dei compagni e viene considerata “strana” dalle compagne. D’altronde tale interazione di accentuata sensibilità e di indipendenza (che arriva talvolta alla ribellione) è una costante di questi individui non solo a livello pre-adolescente e adolescente, ma anche adulto.

Se sensibilità e indipendenza, come sostiene Torrance, sono indispensabili al manifestarsi e al realizzarsi della creatività, per la maggior parte delle bambine diventa impossibile conservarla proprio perché il loro spontaneo slancio verso l’indipendenza, pari a quello dei maschi, viene stroncato sul nascere da un tipo di educazione, che ha come obiettivo principale proprio la dipendenza. Si aggiunga la spinta continua a stornare la propria attenzione dai problemi politici, intellettuali, sociali, artistici, ecc. per occuparsi di piccoli, insignificanti problemi contingenti, operazione che restringe automaticamente l’orizzonte culturale delle bambine. Per dar libero corso alla creatività è necessario poter accedere in maniera sufficientemente ampia al patrimonio della nostra cultura, occorre possedere l’indipendenza intellettuale, la libertà rispetto ai valori dati che permetta di criticarli, rifiutarli e di staccarsene per considerarne di nuovi: occorre essere forti.

I soggetti creativi presentano una spiccata autonomia di giudizio, una tendenza all’anticonformismo, un accentuato senso dell’umorismo, una grande varietà di interessi in campo artistico e scientifico, mentre sono privi di motivazioni “standard” verso il successo scolastico e professionale che è appunto ciò che gli altri si aspettano da loro.”

La dipendenza, al contrario, stabilisce legami molto forti con i valori culturali dell’ambiente sociale in cui si vive, l’accettazione incondizionata e acritica di questi, il desiderio di possedere al massimo grado le caratteristiche approvate dall’ambiente, di uniformarsi alle richieste altrui. Se l’attitudine alle scienze esatte è caratteristica, come rileva la Fattori, dell’intelligenza “maschile” e viene considerata indesiderabile nelle femmine, queste si vieteranno simili interessi per uniformarsi alle qualità accettate delle
coetanee più “femminili,” per non sentirsi escluse e rifiutate dal loro gruppo. Adler dice: “C’è un pregiudizio molto forte contro le bambine. Ad esse viene detto spesso che il sesso femminile non e dotato per la matematica.” Se proprio la sua passione per le scienze esatte non è divorante, la bambina non solo non tenterà di uguagliare i maschi, ma si allineerà docilmente al livello di incapacità delle sue coetanee. Soltanto poche, trascinate quasi loro malgrado dalla forza della loro intelligenza e passione, persevereranno nei loro interessi di “tipo maschile,” ma verranno sempre guardate con diffidenza e sospetto e invece di accettarle per il valore che hanno ci sarà sempre qualcuno pronto a metterle in ridicolo nel caso non abbiano conservato in tutto e per tutto la loro “femminilità.” Non verrà tributato loro il rispetto che si ha per gli individui geniali, saranno considerate anomale, donne che “hanno il cervello di un uomo” oppure “hanno i testicoli,” e si dirà che intelligenza e desiderio di autoaffermazione sono espressione della loro competitività nei confronti del maschio, e se non saranno belle si dirà anche che hanno potenziato la loro intelligenza per compensare la difficoltà di mietere successi con gli uomini.
Saranno le “invidiose del pene,” le “castratrici,” colpevoli dell’anomalia di essere più intelligenti di molti uomini che le detesteranno e le eviteranno in quanto colpevoli di non essere “oggetti.” Per una donna, e ancora di più per una bambina o per una adolescente, è molto facile essere messa in crisi dalle stolide critiche altrui, perché, come osserva Simone de Beauvoir:

per la giovanetta esiste un conflitto tra la sua condizione propriamente umana e la sua vocazione di donna [e, al contrario], al giovane è relativamente facile avviarsi nella vita perché in lui la vocazione di essere umano e il sesso cui appartiene non sono in conflitto, già l’infanzia prefigurava questo destino fortunato … A partire dalla pubertà la fanciulla perde terreno nei campo intellettuale e artistico … L’adolescente non trova intorno a sé gli incoraggiamenti che vanno ai suoi fratelli; al contrario si vuole che lei sia anche una donna ed è quindi costretta a unire il peso del lavoro professionale a quello che implica la sua femminilità … Ogni autoaffermazione diminuisce la femminilità e la possibilità di seduzione … La donna non sale di valore agli occhi degli uomini accrescendo il proprio valore umano, ma modellandosi secondo i loro sogni … Essere femminili significa mostrarsi impotenti, frivole, passive, docili?

Le citazioni sono tratte da E. Torrance, Guiding creative talent (Creatività e educazione, trad. it. di Marta Fattori, Bari, Laterza, 1968); Marta Fattori op. cit.; M. Adler, Il bambino difficile (Firenze, Casini, 1968); S. De Beauvoir, Il secondo sesso, trad. it. di Roberto Cantini e Mario Andreose, Milano, Il Saggiatore, 1961.

© da Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 1973.

INRITIRO 2017 (Comunicato stampa)

COMUNICATO STAMPA

 

 

INRITIRO 2017- soggiorni di studio in Appennino

In attesa del Festival L’importanza di essere piccoli (dal primo al sei agosto sull’Appennino Tosco-Emiliano) l’associazione SassiScritti continua la sua attività proponendo la terza edizione di  InRitiro un ciclo di 5 laboratori intensivi tra luglio e novembre sulla scrittura, l’illustrazione, il canto e la recitazione.

Fine settimana “in ritiro” e lontani dalla confusione di tutti i giorni, momenti di approfondimento, condivisione ed esplorazione partendo da basi teoriche fino a vere e proprie esercitazioni sulla composizione di un romanzo o di una illustrazione.

Gli scrittori Luca Ricci e Giulio Mozzi, il regista e attore Oscar De Summa, la cantante e attrice Monica Demuru, l’illustratore Simone Rea, sono gli artisti e docenti che per questo terzo anno lavoreranno e staranno insieme ai partecipanti in un paesaggio che concilia la concentrazione e il raccoglimento. Ospitati in centri come Nabhi @ Centro della Terra (www.nabhi.it) un luogo recentemente inaugurato, semplice e accogliente, nato per ospitare corsi residenziali, ideale per chi ama camminare in natura, godere di pace e tranquillità.

InRitiro è inserito nel progetto ‘Polimero’ proposto da Arci Emilia Romagna in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, che porterà laboratori artistici in circoli delle principali province della regione.

Ogni laboratorio comprenderà nella quota di iscrizione, oltre al corso con l’artista scelto, anche l’alloggio, i trasporti in sede e i pasti.

PROGRAMMA

Si comincia il 7-8-9 luglio con lo scrittore Luca Ricci, che con il successo della sua ultima raccolta di racconti, I difetti fondamentali (edito da Rizzoli), ha rotto il pregiudizio che in Italia questa forma letteraria non abbia seguito. Ricci con il suo laboratorio dal titolo ‘Racconti sul fiume’ affronterà proprio la scrittura del racconto seguendo il parallelismo tra lo scorrere dei fiumi e la narrazione breve. Sempre in estate si passa poi al teatro per il secondo laboratorio proposto il 21-22-23 luglio, con Monica Demuru, attrice e cantante reduce da una lunga tourné in Francia con la compagnia premio Ubu Deflorian-Tagliarini. La Demuru proporrà il laboratorio di perfezionamento vocale “Corpo sonante e qualità del gesto acustico” nel quale attori e cantanti potranno lavorare sulla relazione tra corpo e voce, in un percorso indispensabile sia nel canto che nel teatro.

Il 15-16-17 settembre staremo “Nelle regole del quadrato”, workshop proposto dall’attore, autore e regista Oscar De Summa, recente premio ‘Mariangela Melato’ come migliore attore 2017, ricevuto dalla critica all’interno del Premio Hystrio. Con De Summa si lavorerà propriamente sull’arte dell’attore e sulla creazione teatrale.

L’autunno continuerà con un laboratorio di illustrazione condotto da Simone Rea, amato e seguitissimo illustratore di una lunga serie di albi, uno dei quali recentemente finalista al prestigioso Premio Andersen. Dal 29 settembre al 1 ottobre Rea propone il laboratorio “L’interpretazione del testo e la creazione del personaggio”, un percorso con l’acrilico su come creare a partire dalla collaborazione con gli autori.

Il 3-4-5 novembre si chiude il calendario 2017 con lo scrittore Giulio Mozzi, che propone il laboratorio “La natura della finzione”. Mozzi si occupa da decenni di scoprire buoni libri, e oltre che scrivere opere proprie si dedica professionalmente all’arte della narrativa sia tenendo corsi di scrittura che lavorando sui testi altrui. Il percorso di questi tre giorni sarà quindi un’immersione intensiva nella scrittura, anche con consigli pratici su come scrivere e proporre un buon romanzo.

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Dan Millman, La via del guerriero di pace

Dan Millman, La via del guerriero di pace, Il punto d’incontro, 2013; € 13,90

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Dan è un giovane ginnasta di successo; è al suo primo anno di università e ha tutto quello che si possa desiderare. Nel dicembre del 1966 incontra Socrate, in una stazione di servizio notturna. Un incontro casuale e misterioso che sarà per Dan lo spalancarsi di una finestra su una nuova vita.

Gli anni precedenti il 1966 mi avevano sorriso. Allevato da genitori amorevoli in un ambiente protetto, più tardi sarei diventato a Londra campione mondiale di tappeto elastico, avrei viaggiato per tutta l’Europa e ricevuto molti riconoscimenti. La vita mi premiava, ma non avevo ancora trovato la pace e una felicità durevoli. Oggi so che, in un certo senso, durante tutti quegli anni dormivo e stavo soltanto sognando di essere sveglio, finché incontrai Socrate, che diventò mio maestro e amico.

Attraverso le parole e l’esempio di Socrate, Dan inizia un lungo cammino di evoluzione spirituale che lo porterà a conoscere la bellezza della vita. Dan è un ragazzo pieno di preconcetti e nozioni inutili, intrappolato in una rete d’illusioni che il suo ego ha tessuto negli anni. La via del guerriero è molto sottile e invisibile ai non iniziati; fino a quel momento Socrate indica a Dan quello che un guerriero non è, facendogli vedere la sua stessa mente. Le illusioni sono le catene più pesanti che Dan trascina con sé in ogni momento e condizione della sua vita. Liberarsi dalle illusioni è il primo vento del cambiamento che Soc, soffia su di lui:

Divenni il vento, ma avevo occhi e orecchie. Vedevo e sentivo a qualunque distanza. (…) Tutte le condizioni umane erano spalancate davanti a me e sentendo tutto quello compresi: il mondo era popolato da menti che turbinavano più veloci del vento, in cerca di distrazione e di fuga dalle prove del cambiamento, dal dramma della vita e della morte, alla ricerca di significato, di sicurezza e di piacere, nel tentativo di trovare un senso al mistero. Tutti vivevano quella confusa e dolorosa ricerca. La realtà non soddisfaceva mai i loro sogni; la felicità era sempre dietro l’angolo, un angolo che non giravano mai. E la fonte di tutto era la mente umana.

 

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Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

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Le parole hanno un posto eminente in quella scienza medica che si occupa di curare la sofferenza mentale, ovvero la Psichiatria. Al contempo, le parole hanno un posto ancora più importante in quella branca della letteratura che si propone di deletteralizzare il senso comune nella prassi del linguaggio, ovvero la Poesia.

E poi c’è il vento. E c’è il pensiero. E le discipline che, rispettivamente, se ne occupano: meteorologia e filosofia. E quindi c’è la direzione. E il senso. Così come il vento, anche il pensiero può essere laterale, colpire di fianco, di traverso. E divenire folle. O, altrimenti, creativo. Il vento traverso ha grande importanza durante il volo e, soprattutto, l’atterraggio degli aerei. Richiede particolare perizia al pilota, continui aggiustamenti dell’assetto.

Cosiddetta “correzione della deriva”, da un lato, come quando si attraversa a nuoto un fiume e si punta più a monte per non finire a valle. E “il naufragar m’è dolce in questo mare”, dall’altro, la deriva, ovvero, del pensiero e del sentire poetico. E, quindi, il deragliare, ancora, del pensiero nel folle.

Vento traverso dunque, e già questo titolo del libro ci avverte che occorrono continui aggiustamenti dello sguardo nella lettura se si vuole atterrare sulla pagina aderendo alle righe che, volutamente, Anna Pavone non ha spezzato nel suo dire poetico che si fa prosa, piste di parole che consentono di toccare terra, di capire, di trovare un senso sopra cui poggiare, nonostante il vento traverso, il derapare di un linguaggio evocativo di deliri e concretezze estreme e infantilismi magici. Perché in fondo questo libro si assume il duro compito di asserire una cruda verità: che la follia non è altro che l’Ombra della Poesia, il suo lato oscuro, che solo trasformato da imprecisati, alchemici processi interiori è capace, a volte, di rendere verso il pensiero diverso. Perché il poeta possiede un coraggio che il folle smarrisce per strada, quello di affrontare i propri demoni interiori senza lasciarsi possedere da essi. Alterità, perdita del proprio Sé, estinzione dell’Io cosciente. Il poeta non è esente da tutto questo ma la sua anima l’ha dotato di un filo logico quel tanto che serve per uscire dal labirinto.

Una notte per sbaglio mi sono persa.

Come quando perdi un bottone e non te ne accorgi, E ti resta il filo che pende monco.

E allora gliene attacchi un altro,

Così mi sono attaccata un’altra me.

Quest’altra me è il falso Sé interiore, quell’immagine grandiosa o gravemente svilita del proprio essere che tanto posto occupa nella sofferenza della mente e dell’anima. E Anna Pavone lo sa, il poeta è limitrofo al folle. Troppo spesso è intollerabile il suo porsi narcisistico al mondo. Occorre davvero saper attingere a una antichissima profondità fossile, a una saggezza d’impronte lasciate da tanti secoli, a ciò che eravamo prima ancora che miliardi di nascite facessero progressivamente svanire l’Essere originario che eravamo e che è nascosto in noi sotto strati sovrapposti di futile superficialità. Essere che pone al poeta e al mondo questa instancabile domanda: “Ma come ho fatto a estinguermi così?”

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© Biagio Salmeri

 

I poeti della domenica #170: Giulio Casale, Ho imparato una cosa

Giulio Casale, foto di Monica Conserotti al Festival dei Matti 2017

HO IMPARATO UNA COSA

Io vengo dal Veneto
e ho imparato che nella vita
come nel radicchio
solo il cuore va mangiato.

Il resto è schermo
in balia del tempo che darà l’inverno.

Questa storia è un cuore ritrovato.

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© Giulio Casale, Ho imparato una cosa da Sullo zero, Papergraf edizioni (ultima ed. in ebook 2014)