Autore: redazionepoetarum

Ostri ritmi #8: Uroš Zupan

Detajl

V rdeči svetlobi,
sedeča za mizo
sama, se neznanka pripravlja,
da si bo prižgala cigareto.

Odpre tobačnico,
z vajenim gibom vzame
iz nje cigareto,
si jo vtakne v usta.

Z levo roko si
umakne lase z obraza,
z desnico vzame vžigalnik,
ga s palcem odpre
in zavrti kolešček.

Iz vžigalnika skoči plamen
v njene oci,
na njene lase,
s cigareto se mu počasi približa
in poželjivo,
v nekem brezčasnem predahu
med svojim neopaznim staranjem

potegne v pljuča
prvi dim.

*

Dettaglio

Nella luce rossastra,
seduta al tavolo
sola, una sconosciuta si prepara
ad accendere una sigaretta.

Apre il porta-sigarette,
con gesto esperto
ne estrae una,
se la infila in bocca.

Con la mano sinistra si
scosta i capelli dal viso,
con la destra prende l’accendino,
lo apre col pollice
e fa girare la rotella.

Dall’accendino schizza la fiamma
nei suoi occhi,
sui suoi capelli,
con la sigaretta le si avvicina con lentezza
e avidamente,
in una pausa senza tempo
del suo impercettibile invecchiamento,

aspira nei polmoni
il primo fumo.

*** (altro…)

Elisabetta Meccariello, False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

*

La Donna che viveva nei muri non aveva una bella cera. Un incarnato smorto, smunto, sparuto. Eppure Lei si sentiva benissimo. – Mai stata meglio, diceva. – Eppure dovresti fare un controllo, almeno un paio di analisi del sangue, adesso puoi prenotarle on-line senza fare la fila all’ospedale, c’è solo un modulo da compilare, è facile, è veloce, le rispondevano. La Donna che viveva nei muri non sentiva ragioni. Lei si sentiva benissimo. – Il problema non è l’incarnato, è più una questione di spazi. Qui è tutto così angusto. Dovrei rinnovare almeno l’intonaco. Qui è tutto così sciupato. Qui tutto cade a pezzi. – Potresti almeno fare un minimo di attività fisica. Una passeggiata, una camminata a passo sostenuto. L’aria fresca è sempre salutare.

La Donna che viveva nei muri sorrideva. Sorrideva sempre all’idea di uscire dai muri. Aveva un sorriso quasi beffardo, ti guardava dritto negli occhi, ti indagava, ti penetrava, indovinava tutto di te e tu potevi solo abbassare lo sguardo, vergognandoti per qualcosa che forse avevi fatto o che un giorno forse avresti fatto. Lei lo sapeva già. – È il potere della malta, diceva, ci lega, inevitabilmente. E poi c’è l’acqua, quella si sa, penetra ovunque. Sorrideva e ti guardava fisso. E sapeva tutto. Ma non sarebbe mai uscita dai suoi muri. Un giorno, forse, (diceva), ma non saresti vissuto abbastanza per vederlo con i tuoi occhi. La Donna che viveva nei muri però era una persona su cui potevi sempre contare. Di quelle presenti, inamovibili. Di quelle che ti sostengono, che ti proteggono dalle intemperie. Non si tirava mai indietro. Resisteva a qualsiasi sollecitazione. Potevi chiederle qualsiasi cosa perché Lei aveva sempre una risposta. Perché Lei aveva una struttura, un peso, quello spessore che ti faceva interrogare sul tuo posto nel mondo, sul contributo che tu, nel tuo piccolo, avresti potuto dare agli altri. Eppure anche Lei aveva un punto debole, una fragilità. Una crepa invisibile, nascosta, camuffata da toppe di intonaco. Occultava perfettamente le sue mancanze, le sue insicurezze. Si armava di travi e tramezzi. Poi la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Ma la mattina, al risveglio, tutto era quieto, silenzioso. E quel rigagnolo cos’è, ti interrogavi, sarà solo un po’ di umidità. Succede nelle case vecchie. Tu non riuscivi a capirla. Mai.

Non intuivi che il suo rendersi impermeabile era soltanto una finzione. E ti faceva incazzare, eccome se ti faceva incazzare. Ti avvicinavi a Lei urlando di rabbia e angoscia. Lei ti guardava, immobile, implacabile, senza risponderti. Sembrava che nulla riuscisse a scalfirla. E con il suo sguardo ti immobilizzava, ti guardavi e il cemento era già arrivato alle ginocchia. Allora il sangue ti saliva al cervello, la bile ti iniettava gli occhi offuscandoti la vista e in quel momento, un istante, forse due, affondavi il coltello con qualche bestialità che si era rintanata sotto la vena della tempia e che adesso era esplosa sporcando tutto di amarezza. E le macchie di amarezza non se ne vanno. Puoi usare qualsiasi detersivo, qualsiasi additivo miracoloso ma restano lì per ricordarti quanto misera può essere la natura umana. Volevi solo finirla, distruggerla, rinfacciarle la sua sordità, la sua cecità, la sua mancanza di empatia. Volevi portarla via con la forza da quei muri, levarle i laterizi dai capelli, l’argilla dalla gola. E guardarla, finalmente, per quella che era. E quando credevi di avercela fatta, di averla annientata, di aver dimostrato la tua superiorità Lei prendeva i tuoi tizzoni ardenti e ci soffiava sopra, come se fossero le candeline del suo undicesimo compleanno. Tu non riuscivi a capirla. Mai. Eppure non potevi fare a meno di Lei.

La Donna che viveva nei muri era la tua fortezza. E Lei. Lei la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Una disperazione che la mattina si sarebbe rappresa, condensata, nascondendo tutte le crepe, camuffando tutti i dissapori. Ma tu non saresti vissuto abbastanza per comprenderlo.

*

© Elisabetta Meccariello

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 1: Asino

fonte: nonpsrecare.it

Bestiario n. 1: Asino

*

Mentre pigro osserva lo sciame di mosche attorno al capo, i moscerini anarchici nelle orecchie suonano una serenata antica; con la coda spazza la poetica polvere del cortile.

L’asino è un animale lavoratore, un operaio dalla schiena curva, i pesi e le battute sono le sue lacrime; si crocifigge da solo, novello figlio di dio nel regno animale.

Solo gli occhi, pozzi profondi di ricchezza genuina, sovvertono lo stato delle cose, umidi di sudore e dolore; qualche volta preferisce il bastone alla carota (se l’ortaggio proviene da mani traditrici), è umile e ha dignità da vendere.

Un asino conosce la strada accidentata della vita, è uomo e macchina, santo e anacoreta, le sue lacrime – ancora dico – sono fatte di pesi e battute. I suoi occhi… hanno la luce delle stelle.

*

© Giuseppe Ceddia

*

Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

Per Derek Walcott

Oddjob, un bull terrier

Ti prepari a un dolore
ma ne arriva un altro.
Non è come il clima,
non puoi fronteggiarlo,
essere impreparati è tutto.
Il tuo compagno, la tua donna,
l’amico che ti è accanto,
il bambino al tuo fianco,
e il cane,
tremiamo per loro,
guardiamo il mare e pensiamo
pioverà.
Dobbiamo prepararci alla pioggia;
non colleghiamo
il sole che àltera
gli oleandri oscurati
nel giardino in riva al mare,
l’oro che si spegne sulle palme.
Non colleghiamo questo:
il puntino di pioviggine
sulla pelle,
col mugolio del cane,
il tuono non spaventa,
essere pronti è tutto;
ciò che ti segue ai tuoi piedi
sta cercando di dirti
che il silenzio è tutto:
è più profondo della prontezza,
è profondo come il mare,
profondo come la terra,
profondo come l’amore.
Il silenzio
è più potente del tuono
siamo colpiti nel profondo, ammutoliti,
come gli animali che non dicono mai l’amore
come noi, sennonché
diventa inesprimibile
e dev’essere detto,
con un mugolio,
con le lacrime,
con la pioviggine che ti sale agli occhi,
senza dire il nome della cosa amata,
il silenzio dei morti,
il silenzio dell’amore sepolto più in fondo
è il vero silenzio,
e sia che lo proviamo per una bestia,
un bambino, una donna, o un amico,
è il vero amore, è identico,
ed è benedetto
nel modo più profondo della perdita
è benedetto, è benedetto.

(trad. M. Campagnoli)


Approdo, Grenada

                                  per Robert Head, marinaio

Dove sei ancorato saldamente,
l’onda morta delle colline azzurre, le canne smosse
che si gonfiano in cumuli non si possono sentire;
come l’oceano lento e ininterrotto,
un moto ripiega l’erba dove sei sepolto,
e il mare in andane,
la cui magnificenza detestavi,
s’innalza senza suono.

I suoi umori non contenevano mitologie
per te, era un luogo di lavoro,
di tonnellaggio e stelle ordinate;
hai scelto il tuo approdo con la certezza
disinvolta di un marinaio,
calmo come quella razza
nel cui cuore trovasti un porto;
la tua morte è stata un’annotazione
sul giornale di bordo,
la tua sofferenza conteneva la strenua
reticenza di coloro
che non ostentano mai i propri riti,
perché odiano imporsi, offendere.
Amico profondo, insegnami come imparare
tanta serenità, tanta facilità di approdo,
la tolleranza derisoria di quelle
terse elegie tombali
che rimano la nostra fine.

(trad. M. Campagnoli)


Blues

Quei cinque o sei ragazzi
acquattati sulla veranda
in quella arroventata notte estiva
mi fischiarono addosso. Cordialmente.
Così mi fermo.
MacDougal o Christopher
Street in catene di luce.

Una festa d’estate. O qualche
santo. Non ero troppo lontano
da casa, ma non troppo chiaro
per un negro, e nemmeno troppo scuro.
M’immaginavo che fossimo tutti
una cosa sola, latino, negro, ebreo,
e poi non eravamo in Central Park.
Ho il passo un po’ pesante? Indovinato!
E questo negro giallo lo picchiarono
fino a farlo blu e nero.

Già. Durante tutto questo, per paura
che uno usasse un coltello,
appesi a un idrante la mia giacca sportiva,
appena comperata, verde oliva.
Non feci niente. Quelli si battevano
l’uno con l’altro, in fondo. Perché la vita
concede loro poche emozioni,
ecco tutto. Ai negri, agli ispani.

La faccia fracassata, sanguinante
il mio lurido muso, la mia giacca – ramoscello
d’olivo – messa in salvo da tagli e da lacrime,
mi trascinai su per quattro rampe.
Riverso nello scolo, mi ricordo
di alcuni che guardavano e gestivano
a gran voce, e una madre che gridava
più o meno “Jackie” o “Terry”
“adesso basta!”.
In fondo non è niente.
Ragazzi a cui manca un po’ d’amore.

Tu sai che non volevano ammazzarti.
Solo gioco pesante,
come vuole la giovane America.
Eppure, mi ha insegnato qualche cosa
sull’amore. Se è così brutale,
non parliamone.

(trad. G. Forti) (altro…)

#StefanoBortolussi #ILabiliConfini

Stefano Bortolussi, I labili confini, Interno Poesia, 2016

recensione di Carlo Tosetti

.

Stefano Bortolussi, I labili confiniStefano Bortolussi, scrittore, poeta e traduttore, dopo Califia (Jaca Book 2014), ritorna nell’amata terra di California (Califia è il nome dato alla California da Cortés) con I labili confini (Interno Poesia Editore, 2016).
Il libro è diviso in due sezioni: la prima, La scelta del plantigrado (un noir in versi) è un atipico poema in ottave, nel quale il protagonista – detective – accetta l’incarico di ritrovare una ragazza scomparsa, tale Gazelle.
La seconda sezione, Di altri spiriti guida, è composta da sei poesie, che trattano di sei animali “in odor di sciamanesimo” (la Velella Velella è una colonia di idrozoi della famiglia Porpitidae), mantenendo l’intero libro immerso nell’atmosfera del culto dei nativi, scintilla e linfa anche al susseguirsi degli eventi narrati nella prima parte.

Lungi da me smentire lo stesso autore, ma la sottotitolazione della prima sezione, come “Un noir in versi” potrebbe disorientare un neofita lettore di Bortolussi: quanto proposto è molto di più. La poesia, a verso libero, narrativa, è una sovrapposizione, una commistione, di diversi mondi (natura, metropoli, mitologia, sciamanesimo), in un unicum fascinoso e fluidamente allucinato.
In alcuni passaggi, per la coloritura del testo, gli ambienti e i ritmi, sorge in me il ricordo del sax impazzito di Ornette Coleman, che musicò con Howard Shore il film Naked lunch di David Cronenberg (1991), trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di William S. Burroughs (1959), a dimostrazione della varietà di riferimenti e spunti condensati e risonanti da e con Bortolussi.
Qui si riversa la profonda conoscenza e passione dell’autore per questa terra, la California, che trova ragione anche nella sua affermata attività di traduttore di grandi scrittori americani (Bill Bryson, Don Carpenter, James Ellroy, Stephen King, per citarne alcuni). Vi sono echi poundiani mediati dal continuo e martellante tema della metamorfosi e, come già nel precedente lavoro, aleggia fra le pagine il nume di Walt Whitman.

Nell’approcciarsi alla lettura, sia la prefazione – a firma Roberto Mussapi (fra i due è vivo un sodalizio artistico) – che la poesia/introduzione dell’autore, ci avvertono che il libro è una germogliazione del precedente Califia:

Le sventurate imprese che di seguito si cantano
hanno un inizio che non è di queste pagine:
affonda le radici in terra di Califia
e nel libro che le è proprio, e narra
l’innato autolesionismo del plantigrado
che da detective e spione d’albergo
negli spenti corridoi del Marmont,
irretito da una rossa di miele d’acacia, 

prese troppo sul serio il proprio incarico […] (I Labili confini, p. 15)

È pacifico: il lettore, se già introdotto nel complesso labirinto intellettuale di Bortolussi, potrebbe avere delle chiavi di lettura utili a gettare luce su alcuni interrogativi, inevitabilmente stimolati dal nuovo lavoro, quando affrontato da digiuni. (altro…)

I poeti della domenica #146: Lorenzo Calogero, Dai quaderni del 1957

26 marzo

XI

Bianchi passi e la marina
attigua. Un’insolita quiete di vivere
fra i bianchi sassi. Poteva spegnersi
un ricordo di un’altra vita.

Io sapevo i nastri sognanti
e un silenzio glabro.
Ma un turbine scuote
e tu a ritroso lentamente vedevi

Q ‘57 60

.

XII

Odi l’acqua gelida
che si avvicina né io potevo sapere
altro di te che questa coltre di cenere
sopra i vulcani spenti. Il corpo
è spettro del nostro pane non più colore o donna
o celeste alito. Questo sapore,
questa scaltrita innocenza s’avvicina
coll’alito del tuo domani. Ma non qui
su questa rude scorza, su la sopita essenza
quando il tuo corpo appare vaporoso
o è di donna.
Io ti avevo tanto attesa a metà dell’aria
come una stella lungo una riva.

Q ‘57 60

 

Frammenti tratti dai quaderni manoscritti inediti risalenti al 1957 trascritti e curati dalla nipote del poeta Lucia Calogero in Lorenzo Calogero, Dai quaderni del ’57, stampati in 500 copie numerate dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze.

http://www.lorenzocalogero.it/inediti/1957/

I poeti della domenica #145: Lorenzo Calogero, Dai quaderni del 1957

6 marzo 1957

III
Era una grande mattina china
e fuori del tuo silenzio la legge.
Poi ponevano giuochi o erano
grandi corolle d’albero,
perché uno si sentiva più povero

Poi fu vero uno sguardo
ed uno meditabondo alla fine in due.
Io non sapevo ciò che si intersecava su questa ringhiera
o era uno ed invisibile che come acqua geme
sempre alla tempia.

Io guardavo sul tuo glabro lato.

Q ‘57 54

 

VI

Ora è rosso sangue e come vino
acceso si asciuga. Ma non ti adirare!
Così sordo il soffio di un vapore
di un mondo dove una luna
arde o è gemente. Tu dentro un velo
di cristallo o farsi udivo un canto
e sulla limpida riva dello stagno
il tuo passo è breve.
Forse non furono mai vizi
i giorni come oggi avviene
per nozze e un cristallo
violetto ora dorme. Ma era presso un’isola
una fontana e tu stanca
nel tuo cuore distrutta.

Q ‘57 55

 

VII

Ma da qui a lei sono sospesi
i tempi. Ancora solevi udire

Ti nascondevi a me per gioco
nei modi dell’imitazione dell’amore
solevi dire: questa disperata vicenda
e un’altra fu in un giorno di grano.

Non seguivi il richiamo
non udivi alla gola l’umore odore umile
che resta. E poi senza parere più quella
fu un’enigma di sole.

Il fantastico lume si spegne
ti guarda una luce titubando
in frantumi

Ma bene e perché nell’aria
vaga – non era forse modesta
intirizzita l’aria di legno; ma questo ghirigoro
di seta della vita sulle tue dita
che passa; ma mobile molle di acqua
ti lasciò in frantumi; una giacca di seta
era – un paio di scarpe – guarda –
sopra una vasca gialla
e un foro era intirizzito di seta;
l’amarulenza del fiume –
una fanciulla dalla cintura in rosso –
Ma vedi, non stava bene, non era mobile
sulla via – ; e si seppe; altri ti guardavano
dalle siepi gialle

e silente era il regno della tua pelle
e tu eri acuminata in rosso
come la tua febbre che splendeva
mentre camminavi un po’ indietro

ma non più di un rosso era,
un colore di seta doppio e giallo;
forse era la fortuna che si leggeva alle tempie
sui tuoi capelli, sulla città desiderata.
Una regione navigava in basso
(come fetido era l’odore dei piedi sempre)
e un fanciullo si asciugava a mezza strada
i capelli. Tu eri pazzo e nessuno ti bada
sovranamente tra quelli
che una volta ti guardavano, ti mordevi
un dito in mezzo alla tua casa, quando morte era
o era un desiderato nulla;
per cui tu una sera, sulle tue labbra,
a una stella mentisti.

Ma forse ti cerco e il silenzio era sbagliato
da quel profumo che ti veniva a stormo.
Forse fu un’insolita vicenda.
Una ti stava a lato e un tonfo secco
un soffio seguì in gola.

Ma tu dritta e a perdifiato
e poi un turbine si avvicenda
nello spazio.

Q ‘57 55

 

Frammenti tratti dai quaderni manoscritti inediti risalenti al 1957 trascritti e curati dalla nipote del poeta Lucia Calogero in Lorenzo Calogero, Dai quaderni del ’57, stampati in 500 copie numerate dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze.

http://www.lorenzocalogero.it/inediti/1957/

proSabato: Antonio Delfini

RITORNO IN CITTÀ

Il giorno in cui son tornato in città era tutto grigio.
Dopo aver ammirato dal treno quell’immensa distesa che è la pianura padana, dopo aver passato paesi illuminati nel primo oscurar del giorno, tra il fischio delle locomotive e il tornar dei ricordi in un turbine di pensieri senza freno, ho udito il tintinnio regolare della stazione, le solite voci dei facchini, ho visto il berretto rosso del capostazione tutto filettato d’oro, e l’ingresso fiocamente illuminato del ristorante.
Mi sentivo come quando ero bambino. Di ritorno dal mare. Le valigie da caricare e la bolletta dei bagagli da consegnare. A questo ci pensava sempre un uomo, che mi pare dovesse trovarsi lì tutti gli anni d’ottobre soltanto per noi. E poi c’era la carrozza che io volevo fosse sempre chiusa e con i vetri alzati. Poi si andava chi sa dove, lontano lontano, tra il rumore delle ruote in movimento sull’acciottolato. Invece dopo pochi minuti si arrivava a casa.
La gente delle due botteghe veniva fuori a vedere, davan la buona sera e rientravano. Qualcuno di loro rimaneva: la luce  a gas che illuminava la bottega, portata fuori a metter tristezza nel portico buio. La vecchia portinaia veniva su con noi per aprirci la porta,. Un odor di chiuso e la realtà di ricordi recenti.
Così mi sentivo e avrei voluto, in quel momento, dire agli uomini tutto il mio tormento, avrei voluto udire trombe e tamburi al mio passaggio: avrei voluto qualcosa di cambiato.
Perché riandando il tempo trascorso sento un nodo alla gola e vorrei che qualcosa mi distraesse. Come è poco mutevole il nostro tempo! Sempre quello.
Almeno per che appena uscito dalla stazione, ho guardato in estasi la mia città piena di nebbie e son tornato a dei ricordi senza pensiero e senza perché. Infatti ho preso una carrozza chiusa con i vetri alzati, e vi sono salito con una nostalgia nel cuore di fatti luci e cose passate, che proprio non sono quelle consistenti e piene di pensiero di cui, si dice, si debba parlare nel mondo.
Anche quest’anno la carrozza scorreva rumorosamente sull’acciottolato. Le botteghe del corso, il rumore dei tram, l’orologio del palazzo ducale, la gente che rincasava per l’ora di cena, eran sempre così: illuminavano ad un modo, andavan come sempre, batteva la sua continuità, pensavano alla stessa cena!
Io mi rannicchiavo in un angolo, guardavo il vecchio cuoio della carrozzeria sulla quale incominciava a battere una lieve pioggia, ammiravo la bombetta del vetturini. Di tanto in tanto m’attaccavo col naso al vetro ritmico del finestrino, cercando di riconoscere le facce note della gente che s’affrettava sul lontano marciapiede. Pensavo di una vecchia stampa, mai veduta, ma elaborata nella mia mente. Una vecchia stampa raffigurante dei passanti curiosi, i quali guardando la vecchia carrozza si chiedessero meravigliati: Chi è quel giovane signore? Donde viene?

Pensavo al mondo così sempre eguale.                                                       Chi lo sa se è sempre lo stesso mondo?                                                   Passò accanto un’automobile e chiazzò di fango il finestrino

 

ATTESA

Vieni.
Non penso più come allora alle nuvole bianche a quelle grigie a quelle nere,quelle dei temporali che ci facevano sorridere perchè ci davano l’attesa dell’imprevisto.
No, penso che un giorno avrei potuto avvicinarmi a te.
Ma tutto si allontana.
Sono sempre alla finestra, e le nuovole passano sopra la mia casa.
Guardo giù nella strada la gente che passa, e aspetto che in mezzo al silenzio compaia un ricordo
un ricordo per unirmi a te

È passata una carrozza con dentro un signore ben vestito
un venditore di frutta
una vecchiua che sembrava una bambina
un giovinotto che strascicava i piedi come un vecchio
un teatrino con le scene rosse e i burattini dentro.
Poi sono passati tutti i desideri della mia anima.

Più tardi, a sera, han suonato l’Ave Maria.
Ma io aspettavo che passasse un reggimento con la fanteria per udire una vecchia canzone.
Non lo sai che in questo tempo ho sempre pensato che sarei venuto un giorno sotto le tue finestre, con la fanfara a suonare quella vecchia canzone?

Non lo sai che mi si gonfiava il petto pensandoci?
E ti avrei visto sorridermi come ti ho sognata.
Con un gran mantello scuro
un fazzoletto al collo
un bel cappello largo in testa
mi sarei presentato  a te mentre le note della fanfara avrebbero allietato i nostri cuori.

Non ci hai mai pensato?
Vieni e ci penseremo.
Non voglio più stare alla finestra e, se non vieni tu, mi toccherà di rivedere ogni sera la vecchia, il giovanotto, il venditore di frutta, e quel teatrino rosso.
Ma quando torneremo a cantare – perchè quel giorno prima o dopo verrà – allora verrai.
e potrò chiamarti per nome senza arrossire ché adesso perfino l’aria mi ride dietro quando il tuo nome compare dappertutto perché le mie labbra l’hanno mormorato.

 

 

© Antonio Delfini, Autore ignoto presenta. Racconti scelti e introdotti da Gianni Celati, Einaudi, 2008

Giancarlo Sissa, Persona minore

Giancarlo Sissa, Persona minore, Qudulibri, 2015, € 9,00

*

Porto Corsini
(a Emanuela)

Fai conto che io sia sempre più lontano dal fischio delle navi e dalla
tempesta d’inverno che sbatte nel porto – la nave russa di chiglia
rossa e nera non ci rappresenta – e che quanto si poteva insultare e
scordare stia come veleno nella metà dell’angelo esposta. È questo
che intendevi dire maledicendo sotto di me il sudore nella bocca?
che fiumi si sono aperti nel tuo corpo? Ho visto cani uscire da noi
nel silenzio dell’ombra, non la cicatrice sulla scapola, non il fulgore di
una vera maledizione ma il tè del mattino, i tassì di un altro pianeta,
il cielo abbassarsi fino alla tua impronta sul letto. Nella carne cruda
della tua ferita spossavo le penombre dello sguardo. La bambina che
ci sorride per strada è il riflesso dei passi – la figlia crocifissa – .

*

Luna-park

1

Le stagioni del nulla moltiplicano i pezzi di mondo nel vento, pani
e pesci del circo e il preludio di nebbia e risveglio – così deviammo la
voce a quel limitare dove qualcuno mentiva, cantava, si piegava a un
silenzio di foglie aspettando la cena. Fra sogno e sogno restammo
come appena scesi da una giostra di pioggia – e baciarsi fu l’ultimo
vino.

2

La volpe non verrà, fugge gli sguardi, chi la incontra a perdifiato la
racconta ai bambini.

Ma i circhi che ti tormentano da quale viaggio li fuggi?
è un sogno anche essere bambini, ruzzolare nella neve,
rossi di freddo saltare d’amore.

*
Cerese

Il sentiero che va dall’infanzia ha fossi pieni di rane e viole fra l’erba,
ha sole d’acqua e pescatori senza volto, ha gesti di mani, passi brevi
e saltellanti, ha pietà di chi scorda la pietà, il prurito alle ginocchia, lo
sputo del rospo, la vera sete.

*

Padre

Padre senza memoria, dietro il sentiero rompe la diga il suo orrore
verticale, il buio d’acqua senza cielo, ma più alto è il camminamento
della distanza e assopite le sentinelle. Una festa muta senza suoni
accoglie il ritorno nel ricordo d’un sogno. Padre d’alte illusioni segnate
in un quaderno, gli esercizi di grammatica sono la nostra voce.

*

© Giancarlo Sissa

Sedici marzo 1978

rapimento Moro – fonte Corriere della Sera

Quattro lettere il nome
e quattro il cognome.
Anche la città,
teatro della vicenda,
sempre e solo quattro lettere.
Solo il destino non più
da pace a inferno.

Nella strada cinque corpi
quattro avieri, una donna
e quattro falchi.
Nove i comunicati
e tante le verità
nascosta la più vera.
E fra tanti segreti
ancora il destino
a cambiare
quelle quattro lettere
da vita, a morte.

(a Aldo Moro)

*

© Marco Annicchiarico, da “E poco più lontano”, Lietocolle, 2009

«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

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Milo De Angelis, La parola data

LA PAROLA DATA

(interviste a Milo De Angelis 2008-2016)

Mimesis Edizioni

 

Proiezione del film

SULLA PUNTA DI UNA MATITA

di Viviana Nicodemo

 

Intervengono

 

Corrado Benigni

Gabriela Fantato

Stefano Raimondi

 

Lunedì 20 marzo 2017, ore 18 e 30

SPAZIO OBERDAN

Viale Vittorio Veneto 2 – Milano