Autore: redazionepoetarum

I poeti della domenica #345: Giulio Alessi, Battere del sangue

 

Battere del sangue

Passa la notte, canna nell’onda,
un’onda che noi pure abbiamo
nelle vene. Dolce onda del sangue
calda, rossa e lunga.
……………………..Persuade
al vivere quest’animale bava
sempre in fuga che fa godere
il canto delle allodole,
il volo di libellule,
il brulichio ilare d’insetti.
…………………..Ho sonno.
Se dormo la memoria resta
proprio perché il nascosto sangue
prosegue a sillabare vita.

 

In E si prosegue in silenzio (Padova, Il sentiero dell’arte, 1953) ora in Le poesie, Mursia, 1986

proSabato: Luigi Cecchi, Teeming

©Luigi Cecchi

 

TEEMING

Non si presentarono subito. Quando l’invito fu rivolto all’intero pianeta, in ogni lingua comprensibile da ogni essere vivente, la risposta fu immediata per quasi ogni creatura sopportabile allo sguardo dell’uomo. Poi ci fu un lungo periodo di attesa. Per ore, sembrò quasi di essere già nell’occhio dell’immenso e catastrofico ciclone che stava per abbattersi su quelle terre. Furono accesi dei fuochi, per segnalare la via, nel dubbio che i ritardatari non riuscissero a trovare la strada. Nelle ore successive, tuttavia, si sollevò d’ogni dove un tumulto distante, schiocchi e brusii che si confondevano con il tuonare remoto del cielo plumbeo, mentre una foschia grigia lentamente cancellava i profili delle montagne all’orizzonte. Ancora qualche ora, e una nuvola nera e densa che si spostava controvento fu scorsa sopra le distese di tronchi tagliati a ovest. Successivamente ci si avvide anche del fiume strisciante, che avanzava brulicando sotto di essa. Il brusio divenne un ronzio sempre più forte, mentre tra i sassi e gli sterpi centinaia di migliaia di piccole zampe si muovevano freneticamente. Da quella distanza, sembrava di osservare una macchia di olio nero e bollente che scivolava compatta sul terreno e si faceva sempre più vicina. (altro…)

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2019)

 

È arrivato in redazione il Quattordicesimo quaderno italiano della serie Poesia contemporanea di Marcos y Marcos, con la regia di Franco Buffoni. Nei prossimi giorni ce ne occuperemo con la dovuta attenzione. Oggi di ognuno dei sette poeti raccolti nel Quaderno proproniamo la lettura di un componimento. Buona lettura. (La redazione)

 

Pietro Cardelli

Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi al quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
.                               Il prezzo c’era,
questo è i punto; accettarlo era un nuovo
gesto, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma
sfioro la nevrosi.

Anche perché le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si pare il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

 

Andrea Donaera

Il padre. Un’ustione.

I.

Ti immagino, ormai: e basta.
Un fumetto, colori,
cartapesta, nel presepio spento,
i miei anni, che non vengono,
tutti noi. Sei la norma,
l’amico, questi mesi.
La mia pazienza di blatta sul tuo cuscino,
che così ci immagino, ormai: e basta:
nei terrori, nei colori. (altro…)

Paolo Speranza, Il poeta ritrovato. Il Sud universale di Pasquale Stiso

Paolo Speranza, Il poeta ritrovato, Il Sud universale di Pasquale Stiso tra impegno politico e letteratura. Con un saggio introduttivo di Pasquale Verdicchio. Postfazione di Sandro Abruzzese, Edizioni Mephite 2019

Il poeta ritrovato, la prima monografia su Paquale Stiso, pubblicata a 50 anni dalla sua morte, è firmata da Paolo Speranza, l’autore che dal 1998 ne ha curato e promosso la riscoperta e la pubblicazione degli scritti letterari e giornalistici in Italia e all’estero e ricostruito, con testimonianze e collaborazioni, il profilo umano e politico. Pubblichiamo qui alcune poesie di Stiso e l’ampia prefazione di Sandro Abruzzese, che mette in risalto lo spessore culturale e politico del poeta-sindaco di Andretta.  (la redazione)

 

L’antico volto

Sono tornato
nella mia terra
d’alta Irpinia
e niente v’è cambiato.
La mia terra
ha ancora
l’antico volto.
È aprile
il sole
è pallido nel cielo
ed il grano novello
è sottile
nei campi
come i fili d’erba.
Anche la gente
della mia terra
conserva
l’antico volto
segnato d’amarezza.
È ancora senza speranza
la mia gente
d’alta Irpinia.

 

La terza rima

Amai
Saba ha scritto
del mondo
la più antica rima
di fiore
e amore;
e l’altra
non ha aggiunta:
e di dolore.

 

Mio padre

Un’ondata di vento
e di neve
ci avvolse sull’uscio;
mio padre si strinse
nell’antico mantello
nero
e s’incamminò nella notte.
Per la via
fianco a fianco
tacemmo
una pena silente
ci opprimeva il cuore
e ci spegneva sulle labbra
il respiro.
Andammo avanti
così
nella notte
turbinosa di neve
solo a tratti le nostre figure
ondeggiavano
nei cerchi di luce
dei sospesi lampioni.
Quando dovetti partire
nemmeno allora mio padre
parlò
solo mi strinse la mano
e nella stretta
io sentii
tutte le sue mute parole.
Poi l’auto slittò sulla neve
e mio padre rimase solo
solo
come un punto nero
che a un tratto i miei occhi
non videro più
perché come un’onda rovente
tutte le lacrime
mi salirono agli occhi
dal fondo chiuso
del cuore.

 

Io sono nato ragazzo

Ora non ricordo
proprio non ricordo
chi ha detto
queste parole:
“io sono nato ragazzo
in vita mia
non ho provato
la sicurezza dell’uomo maturo”.
Io sono restato ragazzo
anche se fili bianchi
compaiono alle tempie
e l’ombra della morte
s’insinua sottile
nel cuore.
Io non sento il fremito
delle lotte
che ogni giorno combatto
non m’appassiona la vittoria
non m’inorgoglisce
il successo.
Nei miei occhi
ogn’ora più stanchi
più tristi
balenano soltanto visioni
di tempi remoti
di vissute infantili
felicità.
Io sono nato ragazzo
e quando l’ultima ora verrà
se un’immagine
un ricordo
mi è dato di stringere
nell’ultimo palpito
mi vedrò correre
nell’erba verde
della mia primavera
all’arrivo delle prime rondini
— un fervido atomo vivo —
nella luce
dell’immenso cielo.

 

Le donne del mio paese

Le donne del mio paese
voi non le conoscete
a trent’anni sono già vecchie
e il loro volto è duro
come la terra che lavorano.
Non c’è sorriso
sulla bocca amara
delle donne del mio paese.
Di domenica quando vanno in chiesa
non vanno per incontrarsi con Dio
ma per godere di un’ora di riposo.
E non c’è sorriso
nel loro cuore
nemmeno quando nasce un bambino
allora suona la campana a morte
perché non c’è pane
per un’altra bocca.
Ma c’è pure un giorno
in cui sorridono
le donne del mio paese.
Dì luglio
quando tutto è mietuto il grano
e gli uomini
cantano
la sera
sotto gli olmi
a margini del campo.

 

Postfazione di Sandro Abruzzese
Il mestiere di vivere di Pasquale Stiso

Nella poesia Avrò un domani, Pasquale Stiso scrive Mio padre segue il lento carro / rotolante nel brecciame. / Vado verso una nuova vita / verso il sapere. / Una voce insiste nel cuore di mio padre / “io avrò un domani / un domani”.
Ebbene, Stiso riuscì effettivamente ad andare verso il sapere, divenne avvocato e poi sindaco del suo paese, Andretta. Ebbe inoltre, grazie allo studio, il suo domani, e tuttavia questo non volle mai dire dimenticare i problemi della sua gente. Non accade all’intellettuale Stiso quello che Gramsci nei Quaderni aveva rimproverato a Croce, ovvero di allontanare gli intellettuali di campagna dalle questioni dei loro borghi per urbanizzarli, proiettandoli lontano dalle loro origini.
Stiso, invece, utilizza il sapere della città, insieme alla militanza nel partito comunista, per vedere ancor più nitidamente, attraverso gli occhi del paese e della campagna, il mondo intero, e con esso la sua stessa terra.
Se non poteva essere che un mondo poverissimo, quello gramo e ventoso della pur bella terra dell’osso, in cui essere povero / è qualcosa di più / è un freddo / che ti agghiaccia le ossa /, tuttavia il dolore e il lamento di quella povertà conservano sentimenti che nell’Italia di oggi sembrano del tutto smarriti: quando si è poveri / la dignità / si gonfia in chiuso orgoglio.
Già, erano dignitosi e orgogliosi i contadini dell’Alta Irpinia, e dopo aver occupato le terre, dopo aver lottato con coraggio, nella sconfitta e nell’assenza dello Stato seppero riannodare i propri fili, partendo per andare altrove, alla ricerca di nuovi posti da costruire, fatti degli stessi laboriosi sacrifici, della medesima pazienza e rassegnazione.
Forse non li dimentica questi poveri, Stiso, proprio perché come egli stesso dice, è restato ragazzo / anche se i fili bianchi / compaiono alle tempie / e l’ombra della morte / s’insinua sottile / nel mio cuore. E i ragazzi ricordano sempre i luoghi dove sono cresciuti, ne portano dentro le vie con i volti, le fontane e i tratturi, per non dire delle violenze e degli amori. (altro…)

Paolo Ottaviani, Gli infiniti (inedito)

di Nicolas Roerich

 

GLI INFINITI

“A che tante facelle?”
(Nel primo anniversario della morte di Stephen
Hawking e nel duecentesimo della nascita
de L’Infinito di Giacomo Leopardi)

Sempre care mi furono le valli
Che scendono e risalgono ondulate
Le inquiete schiene dei monti, cristalli
Svettanti all’orizzonte tra velate,

Pulviscolari raggiere, coralli
Nei tramonti di fuoco, irradiate
Nuvole assorte nei vari intervalli
Del cielo dove sono appena nate

Remotissime stelle. Qui, tra case
E ulivi, quelle ignote eppur emerse
Lampe non brilleranno, persuase,

Come le ambigue valli ora immerse
In una nebbia di luci inevase,
D’andar per gli infiniti vaghe e terse.

 

© Paolo Ottaviani

Festival della Letteratura Verde 2019. Programma

FESTIVAL DELLA LETTERATURA VERDE 2019
IIa Edizione

7 aprile, 10-19 – Villa Correr Dolfin, Porcia (Pn)
a cura di Alessandro Canzian e Maria Milena Priviero

Per il secondo anno all’interno della manifestazione Orti in Villa la Pro Porcia e Samuele Editore propongono il Festival della Letteratura Verde. Un’intera giornata di incontri con autori, incontri con editori, letture, discussioni tra poesia, narrativa, racconti e laboratori per ragazzi, con 29 autori e artisti tra cui (tra gli altri): Gian Mario Villalta, Giacomo Vit, Maura Picinich, Alessandra Cimatoribus, Piero Guglielmino, Roberto Cescon, Monica Guerra, Fabio Franzin, Giovanni Fierro, Roberta D’Aquino, Yuleisy Cruz Lezcano, Gianpietro Barbieri, Francesco Sassetto, Silvio Ornella, Alejandra Craules Breton, Kristina Jan Valleri, Baret Magarian, Matteo Melchiorre. Un’edizione speciale dedicata a Livio Sossi, ospite eccellente della prima edizione venuto a mancare nei primi mesi del 2019. Il tutto nello stupendo sfondo del parco di Villa Correr Dolfin di Porcia sotto tre grandi alberi per ritrovare il gusto del verde, del paesaggio, dello stare assieme all’insegna del dialogo. E al termine della giornata una lettura conclusiva sulla scalinata della Storica Villa.

A PRANZO CON L’AUTORE

A mezzogiorno quattro isole per quattro grandi autori con i quali poter continuare a discutere, a confrontarsi, bevendo e mangiando al Pranzo con l’Autore (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it).

INCONTRO CON L’EDITORE

Durante tutta la giornata, a orari predefiniti, gli autori potranno incontrare un Editore a scelta e proporre la propria opera. 15 minuti di incontro per parlare direttamente con chi leggerà e forse curerà il vostro prossimo libro (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it).

OPEN MIC

Dalle dieci di mattina alle sette di sera appuntamenti ogni mezz’ora con open mic al termine di ogni incontro (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it). Per ascoltare e farsi ascoltare dall’autore più amato.

FIERA DEL LIBRO

All’interno del Festival Editori e Librerie proporranno in esposizione e vendita le loro migliori novità. Per scoprire un nuovo libro e leggerlo subito, tra un incontro e l’altro, nel verde del Parco della Villa.

LE TUE POESIE AL PARCO

Durante tutta la manifestazione saranno regalate le più belle poesie e riflessioni pubblicate nell’evento facebook del Festival (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it) nella forma di fogliettini stampati. Per scoprire e leggere anche gli autori che non potranno essere fisicamente presenti.

 

PROGRAMMA
7 aprile

(altro…)

Maria Borio, Trasparenza (rec. di Giorgio Galli)

Maria Borio, Trasparenza, Interlinea 2019

Cos’è la trasparenza per Maria Borio? La quarta di copertina del libro recita: «È la sintesi tra ciò che è puro e ciò che è impuro nel mondo. È una sintesi creata dal mondo digitale in cui viviamo, liquido e trasparente: un grande vetro attraverso cui traspaiono, mescolati, il puro e l’impuro, l’uomo con la sua natura da una parte e la tecnologia senza ruoli dall’altra. E se nella dimensione digitale tutto è interscambiabile, resta la scrittura a trovare le differenze tra noi e il mondo». In questa breve definizione troviamo alcune delle parole-chiave che ricorrono nella raccolta: puro e impuro, ma soprattutto attraverso e tra. Ho ascoltato dalla voce di Maria Borio un vivido esempio: la trasparenza nasce da un lavoro simile a quello del vetraio, che ricava il vetro da due materiali violenti come la terra e il fuoco, e li armonizza. L’armonia a sua volta non è pace, ma equilibrio ottenuto da un potenziale conflitto: il verbo greco armòzo in Omero significa raccolgo, unisco, e solo in senso lato “armonizzo”.
Dunque la trasparenza si genera da contrasto e lotta: lotta, prima di tutto, per esistere. L’opposizione primaria tra essere e non essere è il crinale che attraversa come un’ombra perturbatrice la raccolta. Da una parte l’esaltazione di un’esperienza sovrapersonale, la bellezza limpida della ricerca del puro; dall’altra il rischio dell’indistinto, della notte in cui tutte le vacche sono nere (entrambe forse simboleggiate dalla figura di Alejandra Pizarnik, citata in una poesia della prima sezione). Sia la parola che l’uomo lottano per non sprofondare nell’indistinto. La parola è vivissima, e non è opposta al silenzio, ma al nulla. La parola e il silenzio definiscono, al limite feriscono.

«Silenzio: con quale altra parola vuoi raggiungermi?
[…]
Con quale altra parola vuoi toccarmi?
[…]
Con quale altra parola cerchiamo di vivere per sempre?»

Basta poco perché, anziché elevarsi nella trasparenza, si sprofondi nel nero e nella notte. L’acqua, sostanza trasparente per eccellenza, ma anche pericolosa e scivolosa, affiora come da un incubo nella poesia della Borio:

«Il mare è davanti a noi, noi siamo davanti al mare.
Nell’acqua trasparente immaginiamo pesci-ago,
tutto è una notte che galleggia nell’alba -nel fondo
cadono foglie e ferri, si incontrano l’alba e la notte.» (altro…)

I poeti della domenica #344: Aldo Palazzeschi, Rimini

VELE bianche, vele rosa, vele azzurre
filano verso il porto dell’amore
gonfie d’ebbrezza.
E una nera, pesa e lenta nel fondo,
sgorata di rosso
s’avanza insensibilmente.
In oro perle e ciliegie
Isotta ride:
«Si! Si! Si! Si!
Sigismondo, stringimi!
Voglio sentirmi stretta
più stretta che avvinghiata non m’hai:
per tutto il cielo,
per tutto il tempo,
per tutto il mondo:
Si! Si! Si! Si!»
Dall’alcova di porpora
Francesca guarda il mare:
«Paolo,
per tutto il sangue:
Si».

 

In «Mercurio», Anno III, n. 18, febbraio 1946.

Anna Frank, 31 marzo 1944

Venerdì, 31 marzo 1944.

Cara Kitty,

figurati, fa ancora abbastanza freddo, ma quasi da un mese la gente è già quasi tutta senza carbone. Piacevole, vero? È tornato un po’ di ottimismo per quello che si sa del fronte russo. Notizie formidabili! Io non scrivo molto di politica, però ti so dire dove sono adesso i russi: vicinissimi al confine polacco, e in Romania al Pruth. Hanno quasi raggiunto Odessa. Aspettiamo di sera in sera un comunicato straordinario di Stalin.
A Mosca sparano tanti colpi a salve, che tutta la città ne rintrona; chissà che piacere provano a fare finta che la guerra sia di nuovo vicina! Non conoscono altri modi per manifestare la loro gioia?
L’Ungheria è occupata da truppe tedesche. C’è ancora un milione di ebrei, laggiù, e adesso cominceranno i guai anche per loro!
I pettegolezzi su Peter e me si sono un po’ chetati. Siamo ottimi amici, stiamo molto assieme e discorriamo di ogni argomento. È così fine, che non ho mai bisogno di trattenermi, come dovrei fare con altri giovanotti, quando il discorso cade su di un soggetto delicato.
La mia vita qui è molto migliorata. Dio non mi ha lasciata sola e non mi lascerà sola.

La tua Anna.

 

[Anna Frank morirà il 31 marzo 1945, un anno esatto dopo questa pagina del Diario, nel campo di concentramento di Bergen Belsen]
[edizione di riferimento: Diario di Anna Frank. Traduzione di Arrigo Vita, Arnoldo Mondadori, 1959]

I poeti della domenica #343: Annamaria Ferramosca, Capitano son capitano

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943
immagine tratta dal libro Trittici dotcomPress 2016
riprodotta su concessione Alinari

 

capitano son capitano
in bianca livrea    una dea
e la ciurma è
ipnotizzata invaghita
mi assorbe mi brancica
occhi carbone all’unisono persi
sul mio profilo irriducibile

non si replica un visoabisso
labbra serrate sul non detto
nell’umore di foresta nel
fogliame largo che mi sfolgora
la bella carne e l’effimero
che tormenta      vela
di lontananza le pupille

negra corona sul capo intrecciata
in forma d’infinito schiavo amore
negro tetto di ciglia sovrappensiero
occhiuragano impenetrabili

 

© Annamaria Ferramosca, da Trittici, dotcomPress 2016

proSabato: Etty Hillesum, Lunedì 4 agosto 1941

Lunedì 4 agosto 1941, le due e mezzo di pomeriggio

S. dice che l’amore per tutti gli uomini è superiore all’amore per un uomo solo: perché l’amore per il singolo è una forma di amore di sé.
S. è un uomo maturo di 55 anni, che ha raggiunto questo stadio di amore per tutti gli uomini dopo aver amato molte persone singole, nel corso della sua lunga vita. Io sono una donnetta di 27 anni: anch’io mi porto dentro questo grande amore per tutta l’umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercare il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto cioè si tratti di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure di una qualità talmente essenziale che una donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l’umanità invece che a un unico uomo (non sono ancora in grado di concepire una sintesi). Forse, la mancanza di donne importanti nel campo della scienza e dell’arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmette poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa. La donna cerca l’uomo e non l’umanità.
Non è proprio così semplice, questa questione femminile. A volte, quando vedo per strada una donna bella e ben curata, assolutamente femminile e magari un po’ stupida, sono capace di perdere la testa: allora il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida, una specie di giocattolo desiderato da un uomo. È tipico che io voglia essere sempre desiderata dall’uomo, che la nostra femminilità sia sempre la suprema conferma del nostro essere, mentre si tratta di una dinamica oltremodo primitiva. I sentimenti di amicizia, stima, amore per noi donne in quanto persone sono tutte belle cose – ma in fin dei conti, non vogliamo forse che l’uomo ci desideri come donne? Non riesco quasi a esprimermi, è una questione infinitamente complicata ma è essenziale che ne venga a capo.
Forse la vera, la sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone, siamo donnicciole. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé.

Come stanno in realtà le cose tra S. e me? Se, alla lunga, riuscirò a fare chiarezza in questa relazione, avrò anche fatto chiarezza nel mio rapporto con tutti gli uomini e con l’intera umanità, per usare parole grosse. In nome del cielo, lasciatemi essere patetica, annotare ogni cosa proprio com’è nel mio animo, e quando avrò riversato nella scrittura tutto il patetico e l’esagerato, forse tornerò anche a lavorare su me stessa.
Voglio bene a S.? Sì, follemente.
Come uomo? No, non come uomo, ma come essere umano. O forse amo di più il calore e l’amore e un tendere alla bontà che irradiano da lui. No, non riesco a venirne a capo, non riesco davvero a venirne a capo. Questo è una sorta di taccuino: di volta in volta farò dei tentativi, vi scriverò qualcosa, nella speranza che alla fine tutti i pezzi formino un tutto, ma non devo fuggire di fronte a me stessa, o alla gravità dei problemi, cosa che del resto non faccio. Ciò da cui fuggo, a onor del vero, è la difficoltà di mettere ogni cosa nero su bianco. Tutto viene fuori in maniera così infelice.

Ma tu scrivi su questi fogli non per produrre capolavori, ma solo per fare un po’ di chiarezza in te stessa. Provi ancora vergogna, non osi lasciarti andare o lasciare che le cose sgorghino dal tuo animo; continui a essere terribilmente inibita, e questo accade perché non hai ancora imparato ad accettarti così come sei.

È difficile avere al contempo un buon rapporto con Dio e con il ventre. Tale pensiero mi ha tormentata durante una serata musicale di qualche tempo fa, quando S. e Bach erano entrambi con me. Nell’intervallo tra due esecuzioni musicali lui mi aveva raccontato che Wiep gli aveva fatto un test di Rorschach sulla base del quale lui aveva visto poche «cavità»; secondo Wiep, il risultato indicava che il problema sessuale per lui era totalmente risolto, che era stato «subordinato» al complesso della sua personalità e che ora aveva un ruolo secondario nella sua vita. Credo di essere stata davvero gelosa di quella situazione, e devo aver pensato qualcosa del genere: Sì, è facile per te. C’è qualcosa di complicato nel rapporto con S. Lui se ne sta lì pieno di calore e cordialità umana, sicché tu ti lasci andare senza riserve. Ma al tempo stesso, c’è un uomo possente con una faccia espressiva, con grandi, sensibili mani, che ogni tanto ti cercano, e con occhi la cui carezza può davvero essere commovente. Ma la carezza è impersonale, ovviamente: lui accarezza l’essere umano, non la donna; l’artiglio si protende verso la persona, ma non verso la donna. La donna, però, vuole essere accarezzata come una donna, e non come un essere umano. Almeno così mi sento io, a volte. Ma lui ti mette di fronte a un compito difficile, per il quale bisogna lottare duramente. Io sono un compito per lui, me lo ha detto una delle prime volte, ma anche lui lo è per me. Devo smetterla adesso: mi sento sempre più povera mentre scrivo tutto questo, segno che non sto esprimendo ciò che realmente accade dentro di me. (altro…)

Ostri Ritmi #21: Primož Čučnik

***Consigliamo la lettura da smartphone con rotazione del dispositivo.

Merjenje noči

Zdelo se je preprosto. Vzameš december,
narediš kepo in ga vržeš v steklo januarja,
ki se raztrese po tleh, kristalčki odsevajo
eden v drugem, odsevajo vsi v vseh,
pred sabo imaš tepih univerzuma
– lunarno, sublunarno smer –
sam moraš posesati metafizični pepel.

In vse, kar si, je odvisno od vsega, kar nisi.
Kadar ubiješ, je v tebi sled žrtev in dobrega.
Kadar si preprost, je v tebi zapleten pečat.
In kadar najbolj ljubiš, sovraštvo guba čelo.

Tam, kjer narediš posodo, je vredno vstaviti mesec
in ga pregovoriti: Za en dan, bodi daljši za en dan.
Ker ko vzameš december, vzameš zadnjo kepo tega leta,
ko razbiješ januar, urediš prvo stvar nadalnjega štetja.

In če imaš v dobrem dan, je to ena noč in ena svetloba.
A potem, ko enkrat vržeš december, si zalučal svoj lastni konec.
Ko enkrat raniš januar, zadnje odseva v tvojem začetku.
Zdaj si december tega januarja nadene črno masko dneva

in zabija hrastovino krste.
Mrzli žeblji.
Luknje proti nebu..

Misurare la notte

Sembrava facile. Prendi dicembre,
ne fai una palla e la lanci contro il vetro di gennaio,
che si frantuma per terra, i cristalli si riflettono
l’uno nell’altro, si riflettono tutti in tutti,
davanti a te hai il tappeto dell’universo
– direzione lunare, sublunare –
devi inalare da solo le ceneri metafisiche.

E tutto ciò che sei dipende da ciò che non sei.
Quando uccidi, c’è in te la traccia delle vittime e del bene.
Quando sei semplice, c’è in te un complicato disegno.
E quando ami di più, l’odio corruga la fronte.
Là, dove fai i piatti, è il caso di fermare il mese
e persuaderlo: Un giorno, sii più lungo di un giorno.
Perché quando prendi dicembre, prendi l’ultima palla di quest’anno,
quando rompi gennaio, sistemi la prima cosa del nuovo conteggio.

E se è una buona giornata, è questa una notte e una luce.
Ma poi, una volta che hai buttato dicembre, ti sei disfatto della tua stessa fine.
Una volta che ferisci gennaio, all’ultimo si riverbera nel tuo inizio.
Ora dicembre si mette la nera maschera del giorno di questo gennaio

e inchioda il legno della bara.
Chiodi freddi.
Buchi contro il cielo.

(altro…)