Di Giammarco di Biase
C’è del silenzio nella nuova opera di Roberto Masi. Il titolo lo rimanda, Tutto è dire una parola (Marco Saya Edizioni). Quasi una sfida tra uomo e donna, vissuti insieme per anni a chi rimonta per primo la sua rabbia, il suo dissenso. Il silenzio nei testi di Masi c’è sempre stato, il silenzio che dovrebbe fare un poeta prima di scrivere o proprio mentre sta scrivendo, un poeta o un uomo tradito (che forse sono la stessa identica cosa). In una prosodia consequenziale il nesso sta alla base di quella che è la storia di una rottura così come lo scrittore stesso prende la “narrazione” fino a poematizzarla, strascicandola sulla pagina per restituirci il verso di una storia esemplare, quella dell’allontanamento dove in mezzo, a conti ancora non del tutto fatti, c’è addirittura la preoccupazione di una prole, di un figlio. Storia di un amore finito quindi storia di un amore che c’è stato. Già ai tempi, nei precedenti lavori lirici come nelle esperienze saggistico-filosofiche Masi sentiva innatamente un forte risarcimento per tutto ciò che è al culmine o addirittura al capolinea, insomma al limitare di un evento. In Specie domestica, sua precedente silloge, raccontava come un cenobita il riflettersi attento del mattino sul mondo, questa soglia tra la notte e il giorno, l’aurora così cara al romanticismo invero quanto il tramonto. L’autore si muove sempre su queste “fasi” romantiche ma più specificatamente di romanticismo filosofico, su questa intercapedine che nel frattempo lascia passare, lascia passare tanta energia. Il Masi parla di una coppia con tale energia, prima ancora dell’accaduto, dell’accadere. Sulla soglia, sulla soglia energizzata, come se fosse interessato alle luci che un corpo irradia prima ancora di spronarsi, di gettarsi nella realtà dell’azione. L’atto, teoricamente fondamentale nel teatro di Carmelo Bene, sembra qui risiedere più nella promessa dei rimandi che nell’azione stessa. L’uomo all’alba, oppure l’alba all’uomo, fondano nella sua poetica un sistema univoco e mai arbitrario. Cosa succede se una donna non ama più un uomo e viceversa? Gli oggetti, i corvi nel vetro cosa fanno? La poesia di Roberto Masi è la poesia prima di tutto dell’attenzione. Ma penso anche ad altro per compiere un nuovo tragitto di lettura ispessiva, se mi è possibile, dato che sulla pagina sono molto meno indulgente di quanto si creda.

Penso proprio a Ieri di Ágota Kristóf (libro dai più dimenticato perché impossibile – si capirà bene dopo il perché), Marco Lodoli dice nella bellissima e attenta nota alla sua traduzione che il lungo racconto “è una lezione di stile, un grido assoluto che ci solleva fin dove l’aria è fredda e trasparente e tutto si vede più chiaramente”. Il protagonista, Tobias Horvath è una creatura del niente, del passato non gli è rimasto neppure il nome. Ossessionato dalla monotonia e da un amore impossibile che non ci si può lasciare alle spalle attende qualcosa, attende soprattutto prestando il suo tempo al mestiere della scrittura. Non è infatti Ágota a parlarci in prima persona ma con “l’accadere letterario” (come direbbe Blanchot) proprio lui – il narratore fittizio e inventato, il narrante del narrato con la pretesa di narrare il vuoto. Dice di queste frasi: “Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato”. Sembra parlare con la poesia più che con la prosa. Oppure, dice ancora: “In quel momento ho sentito una viva inquietudine e mi sono affacciato alla finestra per vedere se il vento era sempre là”. Un presunto scrittore affezionato al vento, un uomo cioè “che vuole scrivere del vento”. Ha, diciamo, questa “disponibilità” con questa Parola tanto che nei suoi sonni parassitari, di chi vive la noia come addomesticata, un sogno gli è ricorrente di una tigre, tigre che gli si presenta nella stanza e gli dice di suonare, suonare tanto più forte che può. Tanto che fuori (sempre nel vento) gli uccelli muoiono per il suono violento e cadono dagli alberi. Il protagonista delle poesie di Tutto è dire una parola di Roberto Masi mi ha ricordato questo sogno, mi ha ricordato Tobias.
Tobias è un uomo autentico, autentico perché vive la sua vita provando a “suonare”, cioè provando a scrivere la pagina mentre è nelle grinfie di un sogno tigrato, mentre gli uccelli vengono divorati dalle troppe note, dal troppo rumore perché, come direbbe Anne Carson nel suo ultimo trattato per Crocetti, “ogni suono che emettiamo è un’autobiografia”. La musica di Tobias nella scrittura di Kristóf è l’Emblema. Non tanto la musica anzi, ma il saper utilizzare la musica, il musicare, il farsi musici, musicanti. Ancor di più in Agota “suonare”, per Tobias, significa scrivere a noi per noi la sua vita del nulla. Ecco allora che siamo autentici quando non siamo dei mestieranti, quando non siamo artigiani ma quando proviamo, quando osiamo. Ieri di Ágota Kristóf come Tutto è dire una parola di Masi, filosofo, saggista, sono variazioni di un tema, quello della poesia in entrambi, in entrambi quello della Parola.
Roberto Masi è testimone prima di tutto della vita, la vede da spettatore, più tardi la imbastisce in terza persona per affidarla al suo protagonista: uomo dolente, attraversato dall’ira della fine di una convivenza, di un amore. Ad un certo punto dopo aver dirottato la sua penna ad un uomo qualunque che si sta separando dalla donna che ha tanto amato, mira a dare una certa impressione. L’impressione che quest’uomo utilizzi la parola come linguaggio per dire le cose importanti del suo andarsene per sempre da un ecosistema, da un rapporto. Mi spiego bene, perché pensare alla Kristóf? Perché Masi, come la Kristóf, scrive di una necessità, quella di “far parlare al proprio posto la finzione per immetterla nelle cose del mondo, nel luogo però delle verità”. La penna, cioè l’ampiezza che noi diamo alla nostra immaginazione, diventa caparbia e soprattutto di sincera necessarietà. La maggior parte dei “poeti” di oggi son vittime della parola, che li fagocita piena com’è di uccellini defunti e stramorti. Masi non scrive poesie, il Roberto (che conosco anche molto bene) prova a scrivere poesie come atti mancati freudianamente, parlando attraverso i personaggi dentro di lui con l’amletismo di una scienza, di una “norma”, di una “prassi”. Da qui nasce la vera creazione: quando non c’è una prepotenza di “musica” ma quando si ha la “disponibilità a parlare del vento”, cioè raccontare l’altro da sé con eterna umiltà. “Attendevo qualcosa”. Che cosa? Non ne sapevo niente. Ma pensavo che la vita non poteva essere se non quello che era, vale a dire niente. La vita doveva essere qualcosa e aspettavo che questo qualcosa arrivasse, lo cercavo.”
In Tutto è dire una parola Roberto Masi attende qualcosa come Tobias della Kristóf, che cosa? Non ne sa niente. Ma aspetta che (traslitterato di senso) la parola che doveva essere qualcosa e aspettava che questo qualcosa (la parola) arrivasse, “la cercavo”. L’operazione dell’ultima opera del Masi diventa così ardita per gli altri ma facile per lui, che è povero di mani, che scrive cioè con le mani piene di povertà come direbbe Benedetti, come direbbe Metz. Un poeta che fa il poeta, finalmente e per fortuna, senza volerlo, senza saperlo.
Un poeta sì: un uomo alla ricerca.
Poesie scelte
Su fogli curvi di un quaderno senza destino
i nostri sguardi hanno atteso un segno:
dove andremo con questa parola?
****
Oggi una croce è crollata sul pavimento,
oggi
è crollata la casa.
Le mura hanno franto gli oggetti
e mentre un uomo annunciava bel tempo,
sul grido una gazza è passata oltre il vetro.
Nei tuoi occhi un riflesso
come un lampo di metallo ha detto il dubbio.
****
Questa prassi è una menzogna:
lo sai tu,
lo so io che mi scalfisco le unghie fino al sangue –
fino all’orrore della carne.
Ho scritto parole ogni sera,
per anni la vergogna
come una mela gonfia del nostro verme
ci ha tradotti disumani.
Eppure,
abbiamo avuto un tempo,
rapidi sulle cose che ci feriscono,
prima che i nostri successori ci dicano al passato.
In copertina: Correggio, Giove e Io, 1530, olio su tela, cm 162 x 63

