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Veronica Raimo e ciò che resta dell’amore

Di Serena Votano

Che ne è stato di quell’amore che ha travolto la nostra vita per poi incrinarla senza rimedio? A volte è meglio non chiederselo, meglio provare ad andare avanti dentro un’esistenza che non somiglia più a quella immaginata. È quello che tenta di fare S., protagonista del romanzo Non scrivere di me (Einaudi) di Veronica Raimo.
È una giornata da copione, uguale a molte altre, quando nel locale in cui lavora come cameriera ascolta la conversazione di due clienti e scopre che Dennis May è morto. Si è suicidato. Fran, verrebbe da dire, come in Novecento di Alessandro Baricco. Nessun preavviso, nessuna preparazione possibile – come accade spesso con ciò che davvero conta. S. si obbliga a reagire. Ma in realtà è da anni che è bloccata nel suo impasse. 


Dovrebbero cedermi le gambe, le braccia, gli organi interni, dovrei tremare, sbarellare, quantomeno far cadere il vassoio, invece sento il corpo stranamente solido davanti a quell’informazione. Mi sembra una reazione incongrua, una disconnessione con la mente, con l’inconscio, con la mia parte traumatizzata e non so che altro, allora mi obbligo a mollare la presa e il vassoio si schianta a terra. Un tonfo da cartone animato.
Si girano tutti.
Far cadere un vassoio non è quasi mai un atto involontario, un incidente. È un momento premeditato di decompressione.


Così infrange una promessa fatta anni prima e comincia a tornare indietro, ricostruendo il filo della sua storia con Dennis, attore e regista americano nel circuito indipendente. Lo fa con una voce trattenuta, quasi cauta, che non nasconde l’imbarazzo degli inizi, quel bisogno di piacere che finisce per renderla goffa. All’epoca era una studentessa, piena di ambizioni e desideri confusi: lasciava Roma di nascosto per raggiungerlo a Milano, immaginava un futuro accanto a lui, sognava di essere il suo +1 al Festival di Venezia e di accompagnarlo sul tappeto rosso e si proiettava in scenari che, uno a uno, si sarebbero dissolti.
Nel racconto, il passato prende forma attraverso uno sguardo che sembra tenere il dolore a distanza, come se fosse possibile osservarlo senza esserne travolti. C’è una tenerezza ostinata nel ricordare l’innamoramento, ma anche un’ombra che non si lascia mettere a fuoco.

L’ultima volta che S. lo vede sono, di nuovo, in un albergo dove lei ha insistito per incontrarlo, ed è lì che si apre la crepa che spezza in due la vita della protagonista. In quella stanza, in pochi minuti e in un modo irrazionale e destabilizzante, la violenza emerge, non come elemento estraneo nella relazione ma come una sua deformazione. Questo rende tutto più difficile da nominare. S. tenta di spostare il senso altrove, di razionalizzare, di costruire una spiegazione che attenui l’impatto. Ma il corpo resta, muto e tradito, a testimoniare ciò che le parole cercano di aggirare.

 

 

È in questa zona ambigua che Raimo colloca il centro della narrazione. La violenza non è isolata né spettacolarizzata: si insinua, si mescola all’amore, al desiderio di essere riconosciute. E si lega, soprattutto, alla parola. A chiudere e definire quell’esperienza è infatti una richiesta: «Cos’è che facevi, tu? Scrivi poesie, no?», chiederà Dennis, e poi: «Be’, non scrivere di me». Un’ulteriore violenza, un divieto che pesa sui sogni, sulla libertà.  

In questo romanzo Veronica Raimo evita di costruire una figura esemplare di vittima, né offre consolazioni facili. S. resta un personaggio irregolare, contraddittorio, a tratti scomodo. L’autrice racconta uomini e donne con un’ironia spietata, cogliendo i controsensi e le convinzioni che ci rendono il gran groviglio che siamo. Accompagna il lettore dentro questo disorientamento senza fornire soluzioni, ma ponendo una domanda più radicale: esiste davvero un modo adeguato per raccontare la violenza? È possibile trovare una lingua che non tradisca, che non trasformi, che non renda sopportabile ciò che non lo è?

Eppure, proprio mentre solleva questo interrogativo, la scrittura rimane precisa, lucida, capace di mantenere una tensione costante senza mai indulgere.

«Non scrivere di me», si era raccomandato. Io scrivevo di lui, a lui. Non lanciavo accuse, provavo a scandagliare i miei sentimenti e intuire i suoi, azzardavo le ragioni dietro il suo gesto, cercavo un piano, uno sfondo, una possibilità in cui ricollocarci. Analitica e personale, anche in quel caso. Ma dentro di me sapevo di fare qualcosa di molto più osceno, cercavo ancora di sedurlo.

Non scrivere di me è un romanzo che interroga ciò che resta dell’amore quando si deforma, quando si intreccia alla sopraffazione, quando perde ogni possibilità di essere condiviso. Racconta anche il bisogno di dare un ordine al dolore, di costruire un senso che permetta di andare avanti – e la vertigine che si apre quando questo senso viene meno, quando la persona che potrebbe offrirlo non c’è più o si rivela per quello che è (e l’incantesimo si rompe). E, nelle sue ultime pagine, lascia spazio a una forma di alleanza inattesa: due donne che si incontrano, unite dalla stessa storia, si riconoscono a vicenda senza bisogno di verifiche o certezze. S. è di nuovo su un treno, ancora una volta Roma-Milano, ma stavolta per incontrare una donna – Valia.

Qual è la lingua per raccontare la violenza? Vorrei che ci fosse una lingua neutra, priva di sfumature, una lingua dove non esistono eufemismi e metafore. Una lingua dove ogni parte del corpo ha un suo nome specifico, ogni azione non ne indica un’altra. Una lingua priva di trasformazione. Priva di interpretazione. Priva di ricompense. Una lingua fredda, persino inespressiva. Ed è in questa lingua che vorrei parlare a Valia.

S. racconta tutto. Valia è con lei in quella stanza d’albergo, la accompagna di nuovo nella sua testa stringendole la mano. Fino a pochi minuti prima era una perfetta sconosciuta, diventa l’unica testimone della sua vita. Ciò che potrebbe sembrare una sorellanza è in realtà un’alchimia, un riconoscimento reciproco in cui ciò che è accaduto smette, anche solo per un istante, di essere indicibile.

 


In copertina: Jean Metzinger, Ora del tè, 1911, olio su cartone, cm 75×70, Philadelphia Museum of Art

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