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Musica e cosmologia – Appunti su Marius Schneider

Di Emanuele Macrì

 

Il mondo è anzitutto un fenomeno acustico. Ciò che chiamiamo universo, la sua origine, la sua essenza, il suo sviluppo: ogni cosa è, prima di tutto, suono, ritmo, vibrazione.  Intorno a quest’immagine musicale del mondo ruota il pensiero di Marius Schneider, musicologo tedesco formatosi tra Strasburgo, Parigi e Berlino. Prima il classicismo, tra conservatorio e pianoforte, culminante nella pubblicazione nel 1934 di un volume dedicato alla storia della polifonia; poi, lo sperimentalismo:  trasferitosi in Spagna, Schneider comincia a mettere insieme gli esiti della sua ricerca musicologica e le pratiche etnologiche, il simbolismo primitivo e la religiosità arcaica. Studiò i frammenti delle comunità megalitiche, le filosofie indiane e cinesi, le cosmogonie americane e australiane, i miti primordiali, persino i capitelli, le pietre. Ecco, le pietre. Pietre che cantano (SE, 2005) è il saggio che ci conduce tra i chiostri romanici della Catalogna: là, Schneider osserva le statue, i demoni e i santi, gli animali feroci, le figure emergenti dalla roccia e ce ne svela i misteri: non la pietra in sé, scolpita; né semplice scultura, architettura: i capitelli del chiostro, le figure, invero, cantano. 

Studiando i chiostri di San Cugat, di Gerona e di Ripoll, Schneider si accorge che ogni colonna, ogni capitello, ogni effigie, e finanche la loro disposizione, simboleggiano in realtà una o più note musicali. Scopre, insomma, celate nella pietra, antiche melodie. Canti dimenticati, inni gregoriani che abati e fedeli intonavano in quei giardini di creature fantastiche e diavoli. Così, una tigre ad esempio, alla luce del sole rappresenta il suono fa; ma alla sera, il felino stanco, si riposa: ecco allora che il fa diminuisce, diventa mi. Ma non è tutto. Ogni volto, ogni colonna rimanda ai ritmi dell’anno, ai movimenti degli astri, agli equinozi e ai solstizi, alle età della vita umana: presso San Cugat, ad esempio, la struttura e i dodici apostoli simboleggiano simultaneamente l’anno liturgico, i dodici mesi del calendario, i lavori previsti a seconda della stagione, e persino, alcuni cenni a riti di purificazione. Insomma, questi chiostri custodiscono essenzialmente gli archetipi primitivi, le categorie essenziali della realtà, i suoni e i ritmi fondativi della vita e del mondo. 

La pietra incarna a tutti gli effetti una musica: esprime cioè la relazione fra cielo e terra, fra gli dèi e l’umanità. È un rapporto canoro: l’inno, ossia l’elogio alle divinità, è letteralmente invocazione; – come dire, in-voco significa mettere dentro la voce il nome di dio in cambio della vita. E gli dèi, nutriti da questi canti, ricambiano donando la pioggia e la vegetazione. Così il suono è più prossimo alla verità rispetto al significato delle parole. Laddove la filosofia moderna, contemporanea diremmo, in certa misura concorda sulla preminenza della parola, del logos e del discorso nella lunga storia del pensiero occidentale, Schneider compie invece un’operazione genealogica e musicale: scavalca la parola – e così anche l’etichetta “occidentale” – e ci consente di gettare uno sguardo sopra un pensiero che è soltanto arcaico, primitivo, e che, in qualche modo, viene prima o appunto sta dietro la parola. 

Un esempio di questa operazione archeologica e musicale è nel prezioso La musica primitiva (Adelphi, 1992): ogni immagine o racconto di popoli e comunità primitive o megalitiche che descriva in maniera sufficiente o comprensibile la genesi del mondo – nota Schneider – accenna sempre a qualche elemento acustico che interviene nel momento decisivo e aurorale della genesi stessa del mondo. Così ritroviamo una fonte sonora dalla quale emana il cosmo nelle figure primordiali dell’abisso, della bocca spalancata, della caverna o della roccia che canta nelle Upanisad indiane o il Tao degli antichi cinesi; ancora, nei popoli Californiani, negli Aranda australiani, nei Coriaki e Samoiedi dell’Asia, o presso i Bashilange dell’Africa, e i Masai, il suono creatore è il canto del tuono o il rumore della pioggia, e il turbinio del vento la voce di dio. E ogni qualvolta un dio manifesta la volontà di generare sé stesso o il mondo, o l’uomo, la terra, egli emette un suono. Insomma, l’idea di un suono quale substrato di ogni cosa è assai remota e diffusa pressoché in tutte le comunità e i popoli più primitivi di cui oggi abbiamo notizia. 

 

 

Ora, tutte queste figure o simboli originari del suono rappresentano per così dire uno spazio vuoto e un silenzio assoluto dal quale giungono elementi di natura ondulatoria, ritmi che fanno vibrare il nulla e che, propagandosi, creano lo spazio e da qui, la materia: il corpo sonoro diventa così prima incarnazione di ciò che è invisibile, del nulla, di dio. Insomma, Schneider delinea una sorta di metafisica arcaica nella quale sparisce ogni rigida separazione tra fisica e misticismo: per il pensiero primitivo, la genesi dell’universo e la nascita umana sono il medesimo fenomeno. 

E come? Siamo circondati da un cosmo che canta, eppure noi nulla sentiamo? – Supponiamo allora una nascita: nascere e approdare in un mondo nel quale, in quel preciso momento, ma anche eternamente, risuoni sempre una stessa melodia; ecco allora che questa melodia diviene impercettibile. Perché, in altre parole, la melodia è la vita stessa, è quello che siamo. Non la sentiamo perché noi ci siamo dentro. Poiché da sempre siamo immersi nell’unità del mondo, l’unità del mondo ci sfugge, non la possediamo mai. Siamo mondo anche noi. 

Sarebbe qui impossibile anche solo dare conto d’ogni corrispondenza e di ogni analogia fra microcosmo e macrocosmo e, fors’anche, in generale, fra filosofia e scienze, scoperte nel corso della storia. Basteranno appunto questi elementi: il suono, la sua essenzialità tanto nelle metafisiche primitive quanto nella fase di gestazione umana (è sonora la prima esperienza del feto umano: il battito del cuore materno); il ritmo, la sua importanza nei riti delle culture megalitiche (il tamburo onnipresente) e nella lettura dei movimenti astronomici, delle stagioni; la vibrazione, così pregnante tanto per il pensiero arcaico che per quel fenomeno denominato radiazione cosmica di fondo. O ancora, en passant, gli studi della fito-acustica sulla coincidenza fra la progressione degli ipertoni – suoni ad alta frequenza, vibrazioni sonore – e i valori numerici che presiedono alla crescita delle piante. In questo senso il ritmo genera e guida l’universo. Insomma, in differenti modi è possibile vedere la vita e le cose, o almeno due: nella loro bruta e insensata finitezza; oppure, nella loro vaga e indeterminabile segretezza di fondo.

In conclusione, alla fin fine, la scelta sta sempre qua: credere che l’esistenza, il mondo, siano solo questo – questo scientifico scoppio casuale, quest’aggregato di energie, di corpi e di vite disperate, folli, misurabili, fisiche; oppure, forse di più, pensare in qualche modo all’adesione del mondo a un qualcosa che connetta il tutto a ogni cosa. Poiché infine, e anzitutto, il pensiero è vibrazione.   Oppure, detto altrimenti, attraverso le parole di Elémire Zolla lettore di Schneider: a che serve una filosofia se non la potete scolpire, cantare o danzare? A che serve scolpire, cantare o danzare, se così facendo non imparate a conoscere gli archetipi del reale? 

 


In copertina: Henri Matisse, La musica, 1910, olio su tela, cm 260×389, Museo dell’Hermitage


 

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