Di Gabriele Doria
Il corpo è una metafora
William Kentridge
Nel 1978 Michel Foucault pesca negli archivi del Ministero dell’Igiene Pubblica parigino le memorie di Herculine Barbin, ermafrodito francese dell’Ottocento, e le fa pubblicare con una sua introduzione. Herculine, detta Alexina, racconta della tenera amicizia sentimentale vissuta con “Sara”, figlia della direttrice del collegio femminile dove lavora. Un rapporto bruscamente interrotto da quello che un esame medico rivelerà essere uno “pseudo ermafroditismo maschile”.
A ventun anni, una decisione legale le assegna l’identità di uomo, vissuta come “castrazione sessuale, oltre che sociale”. Alexina viene privata infatti di quel ‘femminile dominante che si è psicologicamente (e culturalmente) costruito, sottomettendola solo al suo maschio dominante” 1.
Nell’introduzione, Foucault parla del “limbo felice di una non-identità”. Questa espressione sarà avversata successivamente da Judith Butler, che considera il filosofo francese colpevole di estetizzazione: l’ambiguità non precede il potere ne è, semmai, un effetto.
“La soggettività androgina o intersessuale non esiste mai al di fuori di un sistema
che la chiama in causa e la produce proprio nel momento in cui cerca di reprimerla[…].
La figura di Herculine Barbin non testimonia un’alternativa pre-discorsiva al binarismo sessuale, bensì il suo fallimento interno” 2
Non esiste quindi nessun “fuori”, nessuna innocenza originaria.
Questa contestata espressione di Foucault mi è tornata in mente assistendo a Suspended, la performance site-specific concepita dall’artista Malin Bulow nel programma dell’ultimo Festival dei Due Mondi di Spoleto.
L’opera è allestita all’interno del bosco sacro di Monteluco, già noto in epoca romana e diventato nel corso del Medioevo rifugio di eremiti transfughi dalla Siria. In epoca contemporanea, sarà caro all’artista americano Sol LeWitt, che lo attraverserà in un libro fotografico d’artista di rara bellezza, From Monteluco to Spoleto.
Entrati nel bosco, si impongono alla vista due grandi sacche elastiche appese ai lecci sempreverdi secolari. All’interno di ciascuna membrana, una performer si muove lentamente seguendo una coreografia segreta, composta di tensione e tregua, rilascio e chiusura. Grandi casse descrivono scenari sonori che facilmente riconducono a una presenza liquida, acquatica, amniotica. Gli spettatori, alcuni semisdraiati su teli, altri in piedi, altri ancora seduti su un tronco spezzato, circondano la scena in silenzio; il fumo contribuisce all’idea di stare assistendo a un rito laico. Dopo circa un’ora, il sistema di corde che tiene in sospensione i teli si allenta e così i “bozzoli” toccano terra. Lentamente, e parallelamente in una sorta di muto dialogo, le performer iniziano i movimenti che porteranno alla venuta alla luce, uscendo dalla membrana. L’impressione immediata è quella della messa in scena di una nascita. Parlando con Malin Bulow, (norvegese, proveniente da studi di biologia molecolare e neuroscienze) questa impressione è ulteriormente confermata: le membrane elastiche sospese tra gli alberi possono – secondo lei – incarnare opachi feti in tensione. Nel corso della conversazione, arriviamo a definirle “architetture umane della tensione e della resistenza”. Suspended /sospeso allora non è soltanto, fisicamente, il germinale grumo, ma anche tempo e identità: nel limbo (felice?) della non-identità, i volti non sono definibili attraverso le membrane.

Jacques Derrida, nella sua prefazione a Il teatro e il suo doppio, descrive il teatro come una sorta di “pupazzo disarticolato […] L’uomo è a mal partito in Eschilo, ma ancora si crede un po’ dio e non vuole entrare in una membrana, e in Euripide finalmente diguazza nelle membrane, dimenticando dove e quando egli fu dio”.
Nel lavoro di Bulow non c’è il richiamo esplicito a una teogonia, e nemmeno la nostalgia di essa, tutt’al più l’in-tensione di un’apertura cosmica ad una più ampia armonia di corrispondenze, di sussulti e di risposte. Forse è ingenuo chiedersi se quei corpi siano “felici”. L’incipit dell’Enuma Elis, l’antico poema babilonese della creazione, recita nella traduzione di Emilio Villa: «Allorché lassù il cielo non aveva nome / e quaggiù la forma non era pronunciata con parola».
Anche Nunzia Picciallo si muove attraverso un luogo investito dal sacro, la ex-chiesa di Sant’Agata, eretta nell’XI secolo su parte della scena dell’antico Teatro Romano. Si tratta di un edificio nudo, di cui si è persa ogni decorazione pittorica dopo l’uso profano dell’edificio. In Lemmy B., titolo-nome glitchato, il corpo dell’artista descrive battiti di intensità sonore e danze forsennate sul pavimento nudo. Altri corpi sonori, le casse, delimitano la scena nel suo fascio di luce fredda. La danza si muove in precise “partiture di consapevolezza”, in una tensione inevitabile fra il corpo che agisce, nella flagranza di una presenza cieca, e un’identità forse soltanto intuibile. Si tratta di creare le condizioni per la nascita di una soggettività imprevista, desiderante, generante. Agire nell’opacità è necessario per lo stravolgimento. Parlando con lei, l’artista sottolinea come non ci sia solo il corpo che si agita sulla scena, ma anche quelli muti, fantasmatici degli spettatori, con cui innesca una forma di relazionalità sempre ambigua e irrisolta.

L’artista non si illude di arrivare a un utopico incontro con sé stessa nello spazio di una performance di cui, mi confessa, non ricorda nulla dopo la sua conclusione. Ha bisogno di rivedersi registrata. E’ solo così che da una azione può seguirne un’altra, da gesto può seguire gesto, per continuare ad abitare la propria domanda. Ed è fondamentale l’imprevisto nella memoria del corpo, per avvicinare continuamente le coreografie del proprio ricordo.
Il grande regista polacco Jerzy Grotowski, nell’ultima parte della sua attività, insiste sul principio di rammemorazione. «L’attore – spiega Grotowski – fisserà la sua “partitura degli impulsi vivi” non con il lapis, ma con il corpo». Si attraverserà da parte a parte esistenza e carne del singolo.
Se c’è un filo sottile a collegare le performance di Bulow e Picciallo è quello della prossimità a una nascita, il tema della vigilia. C’è l’ansia della luce e la penombra, la volontà di riconoscimento e la tentazione di chiusura, il regressus ad uterum e la volontà di potenza, la resistenza a qualsiasi descrizione di descrizioni. Se l’ansia di farla finita col giudizio dei padri ha sgombrato il campo dal celebre “sguardo di dio” evocato da Donna Haraway (“The ‘God trick’ of seeing everything from nowhere must be refused” 3) e dalla sua implicita violenza, ci si può interrogare invece sulla violenza delle madri. Nascere è anche e soprattutto mettere in questione il corpo della madre. In Aracoeli, romanzo di Elsa Morante pubblicato nel 1982, il giovane omosessuale Manuele in un certo senso non nasce mai a sé stesso come identità “risolta”, colpito per sempre dalla maledizione materna – anche dall’oltretomba. Il corpo per la Morante è il luogo di un dramma insopprimibile: c’è un potere anteriore a quello storico, psico-antropologico, ed è quello del corpo materno, che “osservato in tutta la sua bellezza, costituisce un ostacolo alla pratica con cui la società imprime marchi identitari sul corpo” 4.
Nella mitologia greca,Tersicore è una delle nove muse.
La danza, che protegge, è già contenuta nel suo nome. La sua radice è la stessa della tensione. Già Platone parlava di una sapienza del tutto perduta, più antica di ogni filosofia, il cui messaggio è il corpo in azione: i gesti, le parole vissute, per essere scambiati devono essere tradotti in danza.
Tersicore si muove tra le sorelle Clio, la musa della storia, del racconto, e Urania, la musa dello spazio cosmico, del silenzio.
Il lavoro su di sé, come sa bene Grotowski, è sempre un rammemorarsi. Ma rammemorarsi di cosa? Proprio come Tersicore, rammemorarsi è danzare tra la storia e il vuoto, tra le parole e lo spazio cosmico, nell’impossibile tentativo di non restarne dilaniati. Essere se stessi è riscoprirsi sempre “tra”, è ricordarsi di essere “ponte”. La madre delle nove muse è Mnemosyne, la memoria.
Note
1 Claude Burgelin, “Herculine B.“, Libres cahiers pour la psychanalyse, n° 20, 2009, p. 123-129
2 Judith Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, 1990, cap.1
3 Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective (1988)
4 Marco Antonio Bazzocchi, Il codice del corpo, Pendragon, Bologna (2016), Introduzione, p.14
In copertina e lungo il testo : Le due performance del Fuori Festival – programma laterale del Festival dei Due Mondi di Spoleto – immortalate da Marlene Bialas

