Rubrica a cura
di Annachiara Atzei
“Ma davvero vivere e morire, assenza e presenza, sono totalmente distinti? E se lo scorrere del tempo – che tutto contiene, o forse no – perdesse la sua linearità, e passato, presente e ciò che ancora potrà accadere o essere si confondessero? E se quanto si conosce e si considera, per questo motivo, reale, e quanto non sappiamo e che, quindi, releghiamo all’irrealtà si mescolassero e si richiamassero a vicenda senza soluzione di continuità? Forse la perdita e il distacco possono trasformarsi in una ipotesi di vita? E come può essere scisso l’amore dal ricordo? E per ultimo: qual è il confine tra scomparire e restare?”

Andare via con gli zigomi freddi: è questa l’immagine che Jonida Prifti ci consegna come esito della sua riflessione sul distacco. L’autrice non teme di descrivere il dolore del corpo (fatto che spesso siamo incapaci di accettare), il delirio, gli urli che lo invadono. Ma gli zigomi, nella loro forma quadrangolare, appuntita e severa, nel freddo pungente della fine fisica, sono anche capaci di proiettarci benevolmente verso il tempo futuro facendosi portatori di una eredità reale: quello che resta al termine di un viaggio iniziato in un utero atono sono i sorrisi. E il fiorire di essi, in questo testo, è il verbo non solo del ricordo ma soprattutto della essenza vitale, del rimanere di qualcuno al nostro fianco. La coesistenza di vita e morte – il modo di stringersi l’una all’altra, di scivolarsi dentro reciprocamente, di abbracciarsi – accomuna il testo di Prifti a quello di Fabio Pusterla che nell’ellissi iniziale – “Tanto viventi così morenti” – riesce a racchiudere magistralmente presenza e assenza. Ma non solo. Anche Pusterla prova, dalla morte, a spingersi lontano e sollecita a non tradire sé stessi, a mantenere una integrità che scongiuri la dimenticanza. Tenta di ipotizzare “forme diverse splendidi futuri”, o, forse, vi spera. La morte ci disfa – a volte nella sofferenza – ma ci riconsegna a un tempo universale. Al vento, al nulla, al tutto.
Atonia uterina
Questo faro che rotola in bocca, ogni chicco tiene la memoria di quando il pentolone a cilindro
al fuoco per oltre dieci ore, bolle le rughe di mia nonna. La sua lentezza non ha pari, come le sue ginocchia, gonfie caviglie, voce gentile, sguardo maschile, passo lievitato nel tempo allargato, piano a lucchetto in bicchieri di rame. Quel secchio a lanciarsi in fondo al pozzo, la corda quasi si spezza a tener il suo peso, giù in fondo in viaggio l’utero dolente. Quanto dolore accoglie il corpo, le gambe tirate da mattoni in blocco, ai lati del letto come bilance, a sistemare le ossa decentrate. Al lato dell’occhio sinistro, l’icona nera tipica di madonna ortodossa, sorveglia la fede, in delirio imprechi sottovoce di urli veri. Sei il primo corpo colmo di urli che vedo da vicino, ormai chissà dove sta ubicando il tuo tormento, spostato il tempo da quando sei via, salutando i figli con gli zigomi freddi, questi ultimi unici a dire che negli urli dati fioriscono sorrisi.
JONIDA PRIFTI
Estratto dalla prosa poetica A squarciagola. L’inedito si è posizionato nella rosa dei tre al “Premio Pagliarani” (2024).
TANTO VIVENTI COSÌ MORENTI
Tanto viventi così morenti
i cari, i cari amici, i conoscenti,
gli sconosciuti sfiorati dietro un angolo
di strada o sopra l’autobus o sul treno
e tutti gli altri volti che non guardi
gli amanti gli odiatori i disperanti
e gli animali piccoli o più grandi
insetti alberi fiori iridescenti
l’alga la spora il pino la sequoia.
Tanto morente così vivente
il gatto grigiofumo sul vialetto
stecchito dentro gelo della notte o forse urtato
da un’auto e trascinatosi
fin qui per rattrappirsi.
Giano bifronte mese di sventura
chiuso dal sacco nero in cui si avvolge
una vita felina ormai conclusa. Però l’ultima
parola di una donna è stata «grazie».
Vivente che ci unisce in un abbraccio
morte che ci disfà e ci riconsegna
al tempo universale al vento al nulla
o al tutto che dal nulla può riprendere
forme diverse splendidi futuri.
Solo chi si tradisce tutto perde
tradisce sé tradisce tutto scorda
la vita che attraversa ogni vivente
e l’amore e il dolore e la gioia.
FABIO PUSTERLA
Jonida Prifti nasce a Berat, Albania, e arriva in Italia nel 2001, è poetessa e artista poliedrica la cui ricerca spazia dalla poesia sonora e musica alle arti visive, partecipando a diversi eventi internazionali di arti performative, da sola o nell’ambito di progetti innovativi, come Acchiappashpirt, assieme al musicista noise Stefano Di Trapani e il duo J A con la musicista Eva Geist. Si laurea in letteratura, con una tesi magistrale sulla poetessa italiana Patrizia Vicinelli all’Università La Sapienza di Roma. Fra le altre cose, ha pubblicato Ajenk (Transeuropa, 2011), Rivestrane (Selva, 2017), Stazione degli occhi (Kurumuny, 2021), Tola (Canti magnetici, Acchiappashpirt, 2017), Flutura (MDTS, UK, A., 2015), Liri SM (Canti Magnetici, A., 2019), Click remover (Misto Mame, A., 2019), Enter ja (Rubber, LP, J A., 2019), Carnica (My own private records, 2022) e Sorelle di confine (Marco Saya Editore, 2024).
Fabio Pusterla è nato a Mendrisio nel 1957, vive tra Italia e Svizzera e insegna letteratura italiana. Concessione all’inverno – Casagrande, 1985 – suscita il consenso immediato di critici e poeti. La sua poesia selvatica, luminosa, franca, conquista. Nel 1989 pubblica con noi la seconda raccolta, Bocksten, in seguito tutte le successive: Le cose senza storia, Pietra sangue, Folla sommersa, Corpo stellare, Argéman, Cenere, o terra, Requiem per una casa di riposo lombarda e Tremalume. Sempre con noi, pubblica Il nervo di Arnold – un itinerario tra le pieghe più feconde della letteratura contemporanea – e le splendide traduzioni di due raccolte di Philippe Jaccottet: Pensieri sotto le nuvole e E, tuttavia, nonché la traduzione di Sulla punta della lingua di Antoine Emaz. Per Marcos y Marcos, nel 2016 dà vita alla collana di poesia Le Ali, che attualmente dirige assieme a Massimo Gezzi. Le sue opere sono tradotte in molte lingue e gli sono valse premi prestigiosi, tra i quali il Montale nel 1986, lo Schiller nel 1986, 2000, 2011; il Gottfried Keller nel 2007, il Napoli nel 2013 per l’insieme dell’opera, l’N.C. Kaiser Preis e il Carducci nel 2022, infine il Betocchi, nel 2024. Alla sua figura e opera di poeta è dedicato il documentario Libellula gentile di Francesco Ferri.
In copertina: Vincent Van Gogh, Ramo di mandorlo in fiore

