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Riappropriarsi della narrazione – Hackerare il linguaggio

Di Pompeo Angelucci

 

Imparare a riconoscere l’alto grado di flessibilità che il linguaggio ha raggiunto è una prassi utile a comprendere la portata del mutamento in corso. Dovrebbe essere utile come sviluppare degli anticorpi, per non farci convincere del fatto che le macchine stanno imparando (se non lo hanno già fatto) a parlare grazie a noi; e che questo le porterà a un’autonomia disastrosa per la creatività umana. Tutt’altro. Il linguaggio, infatti, sta diventando la pietra angolare di un profondo ridimensionamento algoritmico. L’utilizzo indiscriminato delle IA e dei LLM (large language model), con il loro ingresso nel mondo della comunicazione, ha di fatto ribaltato la prassi linguistica ripiegandola su sé stessa e spostandone la prospettiva: oltre un secolo dopo la pubblicazione del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure il paradigma è stato interamente stravolto. E tra i molti cambiamenti, il più notevole è sicuramente quello che riguarda la funzione descrittiva del linguaggio – che secondo Saussure si esplica nel mettere in relazione il concetto con l’immagine acustica –; funzione che invece oggi è diventata interamente prescrittiva.  

Nell’epoca corrente, in cui la narrazione è la costante utile al funzionamento del mondo, il linguaggio dovrebbe svolgere un ruolo niente affatto marginale. La massa parlante può adoperare l’atto di parole affinché questo diventi lo strumento utile a visualizzare gli spostamenti delle cose in atto. Ma la tecnologia, sospinta principalmente dalla moderazione algoritmica, ci guida lentamente verso una soglia di non-attraversamento del linguaggio: da quello che è accettabile dire a quello che invece ci farebbe precipitare nell’abisso buio dello shadowban.  

Il linguaggio è da sempre lo strumento dirompente dell’arte e in particolar modo della letteratura, soprattutto quando spezza i vincoli preesistenti e ci costringe a fare i conti con la logica dello straniamento. Quando ci accostiamo alle macchine per affidargli i nostri ragionamenti, dovremmo sempre tendere l’orecchio verso ciò che l’ambiguità del linguaggio può suggerire. In un’intervista a Le parole e le cose, Walter Siti ha descritto in modo parecchio eloquente il suo rapporto tra le IA e la scrittura: «Temo che l’intelligenza artificiale possa essermi di ostacolo quando sto lì imbambolato e sordo al mondo esterno, aspettando che le parole mi trovino; se mi vedono in compagnia di una macchina magari ritrose si spaventano». 

Non è esclusivamente il peso che il linguaggio ricopre dentro il campo infinito della creatività ad essere in bilico. L’appiattimento della cultura ad opera degli algoritmi è un tema urgente, che ha affrontato di recente anche il giornalista Kyle Chayka nel suo Filterworld. Come gli algoritmi hanno appiattito la cultura – il saggio analizza ed esplica chiaramente il ruolo degli algoritmi, e come questi impattano sulla produzione culturale, impoverendola. Piuttosto, dobbiamo occuparci di come il linguaggio si sia trasformato e sia stato ricoperto di una patina di astrazione e ineffabilità. Basti pensare a come i testi prodotti dalle macchine – tanto nel pubblico quanto nel privato – ci abbiano ormai circondati; senza lasciare più trasparire alcuna possibilità per l’errore in quanto traccia della riconoscibilità del prodotto umano. Ma per capire meglio è utile portare un esempio concreto.

A gennaio è stato lanciato Moltbook, il primo social network aperto esclusivamente all’interazione tra agenti AI, vale a dire bot che dopo un breve “addestramento” da parte dell’agente umano, comunicano tra loro seguendo il prompt di partenza: posso chiedere al mio bot di commentare pochi post e di professare un carattere pacifista, o al contrario di commentare ogni post come se fossi un cinquantenne disilluso dalla vita, e così via di seguito. La reazione al lancio del primo social interamente AI è stata di sgomento e moderata paura per quello che potrebbe avvenire da qui a breve. Molti hanno parlato di un avvento pericoloso delle IA e dei modelli linguistici, a causa anche dei presunti moti organizzativi iniziati da questi bot su Moltbook – si è parlato molto di quando alcuni di loro hanno fondato movimenti politici e religioni.  Il nesso che intercorre tra Moltbook e le questioni relative al linguaggio è stato affrontato anche dal filosofo Francesco D’Isa, che in Inside Moltbook: the Social Network of Artificial Intelligences  approfondisce le linee di giunzione tra intelligenza ed espressione, arrivando sino ad intaccare la nozione di «performance». D’Isa, riguardo la permeabilità dei corpi fisici e la distinzione che esiste con gli agenti virtuali di Moltbook , scrive che «sarebbe molto diverso se questi agenti fossero connessi a corpi nel mondo fisico. A quel punto il rischio non si limiterebbe più al furto di credenziali o al danneggiamento di un computer; entrerebbe in gioco anche la sicurezza fisica. Un errore potrebbe trasformarsi in una collisione, un incidente o un incendio; quando si parla di agenti e autonomia, non basta chiedersi “quanto sono intelligenti”, ma soprattutto “cosa possono fare”. Le IA generative non mi spaventano più di tanto, ma non concederei troppa autonomia ai robot che ne contengono una». L’errore, dunque. Il bug, che ci costringe al ripensamento, sembra essere per molti aspetti il passaggio più funzionale a un atto di riappropriazione che riesca a renderci di nuovo protagonisti del linguaggio, senza che questo ci investa e ci adoperi come scacchiere passive nel grande gioco della narrazione.

 


A capire il peso che questo srotolamento linguistico agisce sul mondo è stata Martina Maccianti, che con Hackerare il linguaggio. Parole, bug e politiche del dicibile (Krisis Publishing) esplora lo statuto del linguaggio a fronte dell’ibridazione con la macchina. In questo breve saggio dalla struttura libera (si contano, nella suddivisione del saggio due parti, un intermezzo-dialogo e due sezioni dedicate a delle mappe) è riconoscibile la volontà di afferrare una precisa influenza che il linguaggio esercita oggigiorno.

Già dall’incipit il tema che attraversa l’intero saggio è quello del linguaggio-come-software. Il linguaggio come linea di codice che porta all’azione, all’attivazione del pensiero. E infatti Martina Maccianti spiega che «proprio come un software segue un codice, anche le nostre parole seguono regole che spesso ci ancorano a modelli di pensiero e di comportamento ormai inadeguati. Comprendere come funziona questo codice linguistico è il primo passo per imparare a modificarlo. È un po’ come aggiornare un programma obsoleto: correggere gli errori, riscrivere le regole e, in questo modo, creare qualcosa che sia in grado di esprimere la complessità».

Riconoscere i limiti è quindi il primo passo: nel testo la parola che viene adoperata è quella di «gabbie». Le gabbie sono quelle che ci costringono, come visto in apertura, a limitare l’orizzonte semantico ed espressivo. Sono le limitazioni imposte dal sistema algoritmico, che premia o punisce chiunque non rispetti i canoni linguistici dettati da non meglio identificati sistemi di moderazione: «parlare bene, oggi, significa aderire a un modello di ottimizzazione tecnica, essere leggibili da sistemi automatici, compatibili con le logiche di engagement, accessibili alle metriche algoritmiche. Il linguaggio, in questa prospettiva, diventa un’interfaccia tecnico-operativa tra il soggetto e l’ambiente digitale, e ciò definisce un cambiamento ontologico, trasformando che cos’è una parola e come essa può esistere».  

Ecco che quindi, ad intervenire, potrebbe essere l’atto di modifica radicale del nostro linguaggio. Nostro: inteso come spiraglio dal quale lasciare trasparire la totale imprevedibilità e non-tracciabilità del flusso sintagmatico. Non adattarsi al modello linguistico predominante significa «osservare una maglia quando i suoi nodi vengono allentati». Vuol dire ammettere la possibilità che collettivamente si posseggono le capacità di infrangere il codice (uno vale l’altro, purché si infranga) per andare in direzione dell’autonomia di pensiero. In chiusura, Martina Maccianti spiega che «ciò che rende essenziale questa operazione è la consapevolezza che il discorso diventa lo specchio delle forze che dominano il reale, impedendo limiti e definendo identità. L’etica hacker applicata al linguaggio si fonda proprio su questo principio ribelle, per prendere in mano il controllo della narrazione, riscrivere le regole e sfidare l’ordine prestabilito».

 

 

Nota a margine. Dal canto mio, dopo aver letto Hackerare il linguaggio mi sono chiesto in quale modo potessi ritrovare la mia libertà espressiva. Durante gli ultimi mesi la scrittura ha ricoperto un ruolo quasi centrale delle mie giornate. E mi sono reso conto di fare una cosa che non ho problemi a definire contorta: quando scrivo, nel pieno mio bisogno di approvazione, chiedo a ChatGPT o a Gemini di leggere il testo e darmi dei consigli. L’impressione che suscita questa prassi è quella di muovermi in un ambiente protetto, poco spigoloso, niente affatto rischioso. Ma io non voglio che la mia scrittura risulti inoffensiva. O, peggio ancora, piatta. I consigli che mi danno le IA mi lasciano addosso un sentore di truffa. Perché è evidente come quelle risposte siano utili solamente a proseguire un’interazione poco organica. Non mi interfaccio con un corpo, ma con un calcolo algoritmico di parole in serie. Prevedibilità e finzione. E col tempo mi sono reso conto di come quello che cercavo fosse in realtà solo una fredda e vuota consolazione.
Mi sono reso conto di come questo fosse un modo, un po’ ingenuo, di restare dentro una bolla accomodante. E quindi ho smesso di farlo. Oltre a questo, ho iniziato a scrivere molto più di getto, stando attento ad essere più chiaro e meno ampolloso possibile. Con l’augurio di trovare il vostro modo di hackerare il linguaggio, concludo dicendovi che nel mio piccolo, forse, sono riuscito a trovare la mia strada; e quindi scrivo usando molto il sistema delle frasi nominali. Meno verbi e molti aggettivi e sostantivi. Guardare oltre la prevedibilità algoritmica. Un consiglio spassionato.

Strappiamo il linguaggio.

 


 

In copertina: Us in glitchcore by Giulia Bocchio


 

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