Di Annachiara Mezzanini
La camera d’albergo è un tugurio, ma è rivestita di carta da parati floreale; fuori, nella capitale, il mese di febbraio sta per terminare tra gli scaffali di una libreria mai vista prima. La coperta è leggera, pizzica, e io mi ci sono gettata sopra senza nemmeno cenare. Il computer occupa il lato di letto accanto al mio: come due corpi che si conoscono, ci annulliamo l’un l’altra, inghiottendo assieme la notte che, piano, avanza.
Scelgo il film perché S. me ne aveva parlato tempo prima, quando ancora abitavamo l’isola e il nostro sgangherato ruolo di studentesse. Schiaccio play e le prime immagini cominciano a parlarmi in una lingua che non conosco, ma con gesti ed emozioni che mi appartengono da tempo. Per la prima volta dopo mesi, accolgo le scene senza distrazione alcuna, lascio il telefono oltre le mie spalle e spengo la luce.
Credo che più di ogni altra cosa, questo film parli della fine di un decennio, della fine dei vent’anni. La scelta del percorso universitario, la fascinazione per un qualcosa di distante e (forse) irraggiungibile, gli errori, le deviazioni, le prime responsabilità, la prima casa. Quell’età in cui ristagni sentendoti ancora un ragazzino, ma con gli oneri e i doveri di un adulto. Ancora ti confini in cameretta e ti confronti con tua madre, seduta a gambe incrociate sul letto, ma il giorno dopo cammini sicura per le strade di una città che non è la tua, siedi sola su un treno affollato che ti porta verso un lavoro, una famiglia costruita con il tempo e non con il sangue. Non sei carne, non sei pesce. Cosa sei? Cosa vorresti fare da grande quando non hai più il tempo per essere piccolo? Come un anfibio, cerchi di insinuarti nel mondo al di fuori del tuo stagno: chissà se le tue zampette palmate riusciranno a non scivolare sull’asfalto, a non inciampare nella polvere. La fine dei vent’anni, in sostanza, è una sorta di seconda preadolescenza, con l’aggravante che, ora, devi ricordarti di pagare il bollo dell’auto e di aggiornare il curriculum in base alla candidatura.
La persona peggiore del mondo è un film norvegese del 2021 invaso dalle inquietudini di una generazione, la mia, e per questo, anche se non parla della mia personale vicenda, mentre osservo quei corpi agitarsi sullo schermo, sento la bocca dello stomaco stringersi e le dita delle mani intorpidirsi, mentre la giovinezza di un’altra persona prende vita tra la finzione e la mia pupilla. Il senso di appartenenza alla vita che ci somiglia, anche se in minima parte, è disorientante. Poi, arrivano i libri e lì colgo l’ennesima sottile vibrazione che ci lega a questo mondo, in questo modo, nonostante la distanza fisica e la cultura d’origine.
I libri abitano lo spazio dell’infanzia, la casa di famiglia, l’appartamento universitario e quello dell’amore maturo, della prima convivenza. Durante il giorno dell’arrivo, con ancora gli scatoloni da disfare, la camera si è mossa sulle mani che riordinano i volumi nella loro nuova collocazione. Lo scaffale vuoto da riempire, condiviso con gli oggetti dell’altro. E, qui, la timida scoperta di Julie: due copie dello stesso libro! E dopo lo stupore iniziale, la prima scelta nella casa nuova, presa con leggerezza: una la butto. Questa sentenza non ha alcun valore sulla trama, non incide minimamente sulle vite dei personaggi, eppure io me la sono appuntata. Ho bloccato l’immagine, avvicinando la punta del mio naso fino a confonderla con i pixel dello schermo. Con gli occhi socchiusi e accecati dalla luce fissa, dopo qualche secondo è apparso un nome: Arv og miljø di Vigdis Hiorth, pubblicato in Italia con il titolo Eredità (Fazi Editore, 2020). Come mai proprio questo libro? Una famiglia separata da silenzi inconfessabili e conflitti generazionali che si insinua tra il mobilio di una giovane coppia agli albori della loro relazione. A posteriori, le loro storie potevano aderire tra di loro con una certa malinconia e amarezza. Quei due libri identici potevano essere il vettore della loro relazione, quella che non veniva frenata dallo schiocco metallico di un interruttore, che non veniva stroncata dall’arrivo inaspettato di un altro amore – palesatosi anche questo in mezzo ai libri, ma con un altro ruolo, un altro senso. Quelle due copie erano un dettaglio, lo sono tutt’ora, anche se la pellicola è finita e il computer è spento. La storia continua sotto la mia pelle e, come Julie, mi ritrovo a guardare fuori dalla finestra la luce che cambia il giorno e una leggera commozione mi vela gli occhi, non ancora stanchi di osservare, non ancora pronti per dimenticare il profilo della città visto dall’alto.
Ma, adesso, il film è cominciato da poco e noi siamo a febbraio. Compreso il dettaglio, mi segno il titolo italiano nella lista delle prossime letture.
Poi, il (mio) dubbio:
due persone possono vivere sotto lo stesso tetto,
ma due copie dello stesso libro no?
Qual è il peso specifico di quelle pagine che si ripetono nell’economia generale della casa? Come va interpretato il gesto di Julie? Ho sempre osservato le biblioteche dei miei genitori inghiottirsi a vicenda, in uno gioco di spasmi alimentato negli anni. Pochi, in realtà, i volumi uguali. Solo uno, al momento, mi ritorna in mente: Il nome della rosa sgualcito e sottolineato di mia madre, la copia intonsa e solo leggermente scolorita dal sole di mio padre. Due persone diverse, due libri consumati con altrettanta divergenza. Forse è un bene tenere due copie uguali dello stesso libro; forse è un marcatore sensibile che descrive nel profondo la personalità di una persona, il suo modo di vivere e toccare le cose. Quando anche io andrò a invadere lo spazio del mio altro, cercherò sicuramente tutte le copie uguali in libreria e le affiancherò con occhio curioso, trattandoli come simulacri di un’unione domestica e sentimentale. Perché, infondo, sono convinta che ogni cosa sia una questione di sguardo e, questo film, non è altro che l’ennesimo esempio che mi segno nel petto di quanto sia struggente e meraviglioso, allo stesso tempo, essere in grado di vedere il mondo dalla giusta distanza: vicinissimo.


