, , ,

Anne Carson e la filosofia dell’urlo femminile

Di Giammarco di Biase

 

Il suono forse ci ricorda i nostri morti, è una presenza immateriale di coniugazione remota, imperfetta. Qualcuno dirà (e l’ha provato sulla sua pelle) che ha paura di non memorizzare più la voce di, adesso uno spettro, un demente della terra, suo padre. Demente perché quel suono non può sostituirlo con nessun altro se non con il chiacchiericcio dei cimiteri, perché la terra prima di tutto è silenzio. Si ha l’ossessione, quasi il feticcio della voce, qualora la si perdesse nei ricordi, cadrebbe nel labirinto della dimenticanza anche il soggetto anarchico del nostro fantasma che si avvelena per farci – farsi – ricordare da chi è ancora vivo. Ecco la voce, ecco il suono della voce. Sembra averlo capito Anne Carson, che per parlare del suono bisogna guardare tutti i morti intellettuali, padri della nostra filosofia, della nostra locuzione, della nostra filologia. Anne Carson che tanto amava far parlare nella stessa stanza Monica Vitti, Antonioni e Kant, di spettri ne sa qualcosa perché sa riunire nella sua poesia – col suo fare eclettico – tutte le citazioni, tutti gli intellettualismi di uomini che sono vissuti presentandoceli al purgatorio, come se potessero eludere per l’ultima volta la propria morte.

 

 

Fanno questo gli spettri in un Poltergeist, si radunano per strillare la loro appartenenza a questo mondo. Ne Il genere del suono, Un’esplorazione del suono secondo la prospettiva di genere (Crocetti, 2026), Anne Carson, gli spettri sembra richiamarli tutti, in merito ad un suo trattatello che racconta la voce delle donne nella Storia. È per lo più in base ai suoni che le persone emettono che noi le giudichiamo come sane o folli, maschi e femmine, buone o cattive, affidabili, deprimenti, maritabili, moribonde, più o meno inclini a dichiararci guerra, di poco superiori agli animali, ispirate da Dio. Questi giudizi si formano velocemente e possono essere brutali. Aristotele ci dice che la voce acuta della donna è una prova della sua indole malvagia, perché le creature coraggiose o giuste (come i leoni, i galli e il maschio degli esseri umani) hanno una gran voce profonda. Se si sente un uomo parlare con voce gentile o acuta, sappiamo che si tratta di un catamita: deriva dal latino catamitus, a sua volta adattamento del nome proprio greco Ganimede, il mitico coppiere e amante di Zeus. Non solo, il catamita in origine indica un ragazzo o uno schiavo mantenuto per scopi sessuali che nel corso del tempo si rivolge a definire un uomo adulto che assume un ruolo passivo nei rapporti omosessuali. Aristotele poi, è disposto a esporsi per spiegare fisiognomicamente il genere del suono; il filosofo finisce per attribuire il tono più basso della voce maschile alla tensione esercitata sulle corde vocali da parte dei testicoli, funzionanti come pesi di un telaio. Margaret Thatcher si è allenata per anni con un vocal coach per far suonare la propria voce più simile a quella degli altri onorevoli parlamentari, e si è comunque guadagnata il soprannome di La Gallina Attila. Questa analogia con la gallina risale alla notorietà di Nancy Astor, la prima donna a diventare membro della Camera dei comuni nel 1919, descritta dal collega sir Henry Channon come “una strana combinazione di cordialità, originalità e maleducazione. Si scaglia come una gallina decapitata tessendo intrighi e godendosi l’odore del sangue. Una gallina pazza”.


La pazzia e la stregoneria, così come una natura bestiale,
sono condizioni comunemente associate all’uso della voce femminile in pubblico,
in contesti sia antichi che moderni.


C’è il gemito raggelante della Gorgone, il cui nome deriva da una parola sanscrita *garg, che significa “un gutturale ululato animale, emesso come un grande vento dal fondo della gola attraverso una bocca enormemente dilatata”. Ci sono le Furie, le cui voci acute e orrende sono paragonate da Eschilo a cani ululanti o ai suoni emessi da persone torturate all’inferno (Le Eumenidi). C’è la voce fatale delle Sirene e il pericoloso ventriloquo di Elena (Odissea), l’incredibile balbettio di Cassandra in Eschilo, Agamennone e il temibile chiasso di Artemide mentre va alla carica attraverso i boschi (Inno omerico ad Afrodite). C’è il discorso seducente ed erotico di Afrodite, un aspetto così concreto del suo potere come il sesso che può portarlo alla cintura come un oggetto vero e proprio oppure prestarlo ad altre donne (Iliade). C’è ancora, la vecchia della leggenda eleusiana, Iambe, che urla oscenità e si alza la gonna sopra la testa per esibire i suoi organi genitali. C’è l’ossessionante garrulità della ninfa Eco (figlia di Iambe secondo la leggenda ateniese), descritta da Sofocle come “la ragazza senza uscio sulla bocca” (Filottete). Mettere un uscio sulla bocca delle donne, dice la Carson, è stato un compito fondamentale della cultura patriarcale dall’antichità ai giorni nostri. Vi è, poi, un grido rituale peculiare delle donne. Si tratta di un urlo acuto e penetrante, emesso in determinati momenti chiave delle pratiche rituali (per esempio nel momento in cui la gola di una vittima viene tagliata durante il sacrificio) o in momenti chiave della vita quotidiana (per esempio alla nascita di un bambino), ed è anche una pratica comune delle feste femminili. Ha una derivazione onomatopeica, parole che non significano nulla tranne il loro stesso suono. Quando Alceo si trova circondato da questa onomatopea, sostiene di essere completamente e genuinamente oltre i limiti. Nesson uomo avrebbe emesso un simile suono. Nessuno spazio civico vero e proprio lo avrebbe contenuto, se non regolamentandolo. Le feste femminili in cui si sentivano tali grida rituali non erano in genere consentite entro i confini della città, ma erano relegate in zone suburbane come le montagne, la spiaggia o i tetti delle case (i tetti delle case?) dove le donne potevano sfogarsi senza contaminare le orecchie o lo spazio civico maschile (davvero!). L’essere esposto a un simile suono è per Alceo una condizione di nudità politica (attenzione – importantissimo) sconvolgente, paragonabile a quella del suo archetipo Ulisse che si risveglia senza vestiti in un boschetto dell’isola dei Feuci nel libro IV dell’Odissea omerica, circondato da urla femminile e si chiede che razza di selvaggi facciano questo baccano, in maniera del tutto “soprannaturale”. Ma chi erano quelle “selvagge”? Erano semplicemente Nausicaa e le sue amiche che giocavano a palla sulla riva del fiume! Dice Euripide che è sempre un piacere innato della donna far risalire le emozioni del momento fino alla bocca e farle fuoriuscire attraverso la lingua. Quando un uomo lascia che le sue emozioni del momento risalgono fino alla bocca per uscirne attraverso la lingua, si femminizza, al modo in cui Eracle alla fine delle Trachinie si ritrova a “singhiozzare come una fanciulla” e del tutto traumatizzato dice: “Prima ero solito seguire il mio difficile destino senza gemere ma ora, sofferente, mi sono scoperto donna”.

Consideriamo un esempio antico di cacofonia femminile, il più disorientante e imbarazzante. Esiste un gruppo di statue in terracotta rivenuto in Asia Minore e datato al IV secolo a.C. in cui si raffigura il corpo femminile in una sorta di allarmante cortocircuito. Ognuna di queste statue è una donna che consiste quasi esclusivamente delle sue due bocche. Le due bocche sono fuse insieme in una massa corporea inarticolata che esclude altre funzioni anatomiche. Inoltre, la loro posizione è invertita. La bocca superiore per parlare è posta in fondo al ventre della statua. Quella inferiore o genitale si spalanca in cima alla testa. Gli esperti di iconografia identificano questo mostro con la vecchia chiamata Baubo, che figura nella leggenda greca come allomorfo della vecchia Iambe (nel mito di Demetra). Il nome di Baubo denota sia l’utero femminile come sostantivo che l’abbaiare dei cani come elemento sonoro. Proprio come Iambe, è accreditata nella leggenda per il duplice gesto di sollevarsi le vesti per rilevare i genitali e di gridare battute oscene in una lingua oscena. Il gesto di esporre genitali potrebbe anche essere entrato nel culto come un’azione divenuta rituale, se è così possiamo intendere tale azione come una sorta di rumore visivo o gestuale, proiettata all’esterno verso una determinata situazione per cambiarla o scongiurarla, alla maniera di un’espressione apotropaica. Ma la presenta tendenza femminile a riversare l’interno all’esterno potrebbe provocare anche una reazione di segno opposto. La Carson lo sa e noi lo sappiamo, le statue di Baubo sono un’icastica prova di quel tipo di reazione. Questa Baumbo, dice, ci presenta un semplice diagramma caotico di un’identità femminile scandalosamente manipolabile. Il raddoppiamento e l’intercambiabile della bocca genera una creatura in cui il sesso è cancellato dal suono e il suono è cancellato dal sesso.
E qui si parla di assassinio, e non di spettri.

 


 

In copertina: Neptune and Amphitrite, by Cornelis van Haarlem

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.