Di Mauro Massari
Case basse, famiglie serrate come denti, la lingua che passa dallo yiddish all’inglese senza troppi complimenti. In mezzo, un ragazzo che osserva tutto con un’attenzione maniacale, quasi offensiva. Siamo a Newark, fine anni Quaranta. Philip Roth cresce lì, dentro una comunità che gli offre identità e allo stesso tempo lo soffoca. A casa, la madre domina la scena con una presenza totale, quasi teatrale: premura, controllo, devozione, tutto insieme. Il padre invece è più quieto, assicurativo, concreto. In mezzo, un ragazzo che capisce presto che l’amore può avere la forma di una pressione costante. Da quel doppio vincolo nasce una scrittura che somiglia più alla parola rivelata che al racconto. Quando nel 1969 esce Lamento di Portnoy, la letteratura americana cambia per sempre. Alexander Portnoy parla come se fosse su un lettino analitico, ma in realtà sta facendo saltare in aria tutto: famiglia, religione, desiderio. Il sesso diventa linguaggio, ossessione, confessione pubblica. Roth capisce una cosa prima degli altri: la vergogna è narrativa pura, perché costringe a dire tutto, anche quello che dovrebbe essere sepolto con noi.

Il teatro della colpa
Roth costruisce personaggi che si muovono dentro una tensione continua. Nathan Zuckerman, il suo doppio più celebre, attraversa libri e identità come un attore che cambia maschera senza mai uscire di scena. Scrivere diventa un modo per esporsi e proteggersi allo stesso tempo. Ogni pagina è una trattativa tra ciò che si può dire e ciò che resta intollerabile ma, dentro questa macchina narrativa, c’è sempre l’America. Non come sfondo, ma come organismo instabile. In Pastorale americana il sogno si incrina dall’interno: Seymour Levov, l’uomo perfetto, vede la propria vita sgretolarsi sotto il peso della storia.
Gli anni Sessanta non arrivano come un vento, ma come un’esplosione domestica. La figlia terrorista, la famiglia che si dissolve, l’identità che non regge. Roth racconta il punto esatto in cui la promessa americana diventa una enorme bugia.
L’America come febbre
Con Il complotto contro l’America la tensione diventa politica. L’ipotesi è semplice e terribile: Charles Lindbergh presidente, un’America che scivola verso l’autoritarismo. Roth prende la storia e la piega leggermente, quanto basta per mostrare quanto sia fragile. Il romanzo funziona senza alzare la voce: lascia che il terrore cresca nei dettagli, nelle abitudini che cambiano, nelle parole che iniziano a significare altro. Negli ultimi libri il campo si restringe. Il corpo entra in primo piano con precisione maniacale.
In Everyman la vita si misura in interventi chirurgici, ricordi, fallimenti. Il desiderio resta, ma perde potenza, si incrina, diventa memoria di sé stesso. Roth guarda negli occhi la vecchiaia: ogni consolazione viene scartata, ogni illusione disintegrata.
Negli ultimi anni, smette di scrivere. Lo decide con la stessa radicalità con cui ha messo tutto su carta, per tutta la vita. Rilegge i suoi libri, uno dopo l’altro, come se fossero stati scritti da un altro. Vive da solo, in un ordine quasi monastico. Il mondo resta fuori, la letteratura anche. Rimane il tempo, il corpo, la memoria che si accorcia. Rimane una voce nel buio. Roth scrive come se ogni pagina dovesse giustificare la propria esistenza. Dentro quella voce c’è una domanda che non si chiude: quanta verità può sopportare un essere umano prima di rompersi? E quanto serve raccontarla, quella verità, per restare interi anche solo per il tempo di una frase?
Operazione Shylock
Adesso torniamo al gennaio 1988. Philip Roth arriva a Gerusalemme con il corpo offeso e la mente rientrata da un disastro. Viene da cento giorni e cento notti di crollo. Da una depressione che ha la consistenza di una stanza chiusa, di un ginocchio operato male, di una pillola, l’Halcion, che gli sbriciola il cervello sillaba dopo sillaba, fino a fargli chiedere a voce alta: «dov’è Philip Roth?», è il battesimo del romanzo. Perché quando un uomo ha già perduto sé stesso, basta poco per convincerlo che qualcun altro glielo abbia rubato davvero. E poi accade. Un cugino da Gerusalemme, poi Aharon Appelfeld, poi un trafiletto, poi una telefonata al King David Hotel. Dall’altra parte della linea una voce risponde: sì sono Philip Roth. E lì il libro scatta, come quando qualcosa smette di essere racconto e diventa destino. Solo che qui il teatro è Gerusalemme, il palcoscenico è il King David stesso, e in gioco c’è la storia.

Il vero Roth si trova davanti un doppio che gli somiglia nel nome e gli è contrario in tutto il resto: il falso Roth, Pipik, predica il diasporismo cioè il ritorno degli ebrei ashkenaziti dall’Israele armato e assediato alla vecchia Europa, perfino alla Polonia. L’idea è delirante, comica, oscena, eppure ha la forza contagiosa delle idee che nascono da una ferita vera.
Operazione Shylock, fresco di stampa nell’edizione Adelphi (trad. di Ottavio Fatica), è una lotta a mani nude con l’identità. C’è dentro Genesi: Giacobbe che lotta tutta la notte con uno sconosciuto e all’alba esce vivo ma zoppicante. Questo libro è un combattimento contro qualcuno che ti assomiglia abbastanza da costringerti a confessare quanto gli devi.
Il doppio non arriva dal fantastico, arriva dal punto cieco del protagonista.
Pipik prende i fantasmi di Roth e li trasforma in programma politico, in caricatura filosofica, in truffa, in profezia. I ruoli si scambiano, si deformano, si contaminano: l’autentico contro il falso, il serio contro il fanatico, il costruttivo contro l’inutile. Solo che corso del libro la faccenda si complica, perché il vero Roth non è puro e il falso non è puro del tutto neppure lui.
Gerusalemme smette di essere soltanto lo scenario di una beffa letteraria. Diventa il luogo dove la questione ebraica, la paranoia, la memoria dello sterminio e la brutalità del presente si afferrano alla gola. Sullo sfondo cè il processo a John Demjanjuk, l’uomo accusato di essere Ivan il Terribile di Treblinka. Intorno, la prima Intifada. Nel mezzo, Roth che incontra George Ziad l’intellettuale palestinese malinconico e corrosivo.
Ziad parla da vinto, da uomo che lancia parole invece di pietre, e nel suo monologo c’è una cosa rarissima: c’è l’odio, ma c’è anche l’intelligenza dell’odio. Non una tesi. Una febbre. Ed è qui che Roth fa il numero più rischioso della sua carriera: porta tutti dentro la pagina, il sionista, l’antisionista, il palestinese, il soldato, il reduce, il paranoico, il comico e non ne assolve nessuno. Entra nei monologhi altrui, li spinge al limite, li lascia esplodere. E intanto racconta un’altra cosa ancora, più intima e più tremenda: un uomo può sopravvivere a una crisi, ritrovare la propria voce, e scoprire che quella voce nel frattempo ha generato un usurpatore. Pipik è questo, è il fratello cattivo, il parassita, il clown metafisico. È il prezzo da pagare quando hai scritto troppo bene di te stesso senza mai smettere di travestirti. Alla fine Operazione Shylock resta addosso come restano certi match finiti ai punti ma combattuti fino al sangue: nessun vincitore netto, soltanto un uomo che esce dalla notte zoppicando e capisce che il proprio nome non basta a garantire la propria identità. È il libro in cui Philip Roth si guarda allo specchio e trova, al posto del riflesso, la Storia.
In copertina: artwork by Hale Asaf

