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Il mare ricorda ciò che gli uomini cancellano – La ballata di Ibram il matto

Di Annachiara Mezzanini

 

Ma la vita non scorre in modo uniforme, 
e i giorni bui non rimangono bui per sempre.

Ci sono certe storie che appartengono al passato, a luoghi e terre che – per sentito dire – sono esiste realmente, al di là dell’orizzonte. Ci sono certi libri che restituiscono le sonorità e lo scintillio di quelle storie, i passi ovattati delle loro persone, le vicende che, altrimenti, rimarrebbero per sempre in sospeso, tra il reale e il fittizio, infrante sugli scogli di isole pensate ai margini della Terra. Queste narrazioni, spesso, confondo: arrivi alla fine, quando tutto è ormai saldo e preciso dentro la tua testa di lettore, e scopri con meraviglia che non esiste niente. Nessun luogo, nessuna schiena, nessuna mano, nessuna voce.
La ballata di Ibram il matto di Ahmet Büke (Astarte, 2026) è uno di questi libri. È la storia di un’isola sperduta nel Mar Egeo, Köstence, le cui rive sono popolate da miseria, tradizione, credenze rituali e cicli stagionali, ma anche da potere, corruzione, desiderio di rivalsa e sacrificio.

Grazie alla traduzione di Nicola Verderame, ogni pensiero e ogni dettaglio si palesano limpidi sulla pagina. Le nozioni e i termini nautici, le descrizioni puntuali della vita per mare sono attimi vividi, vicini a noi, che descrivono perfettamente cosa significava vivere – nella realtà così come in letteratura – tra i flutti mediterranei sul finire degli anni Cinquanta.


Quando Osman approda a Smirne, i suoi sentimenti sembrano reali.
Lo smarrimento in una terra straniera, la paura che un cane randagio possa morderlo, il vuoto nella casa del capitano fatta eccezione che per il calore dell’alito dolce di Leyla, la supplica sussurrata alla madre – Resta, ti prego – sono reali.
Non possono essere mera invenzione.


Quando l’odore acre del grasso di delfino cola dentro la casa e invade le superfici e riempie le narici; quando il terrore del padre pescatore si annienta dentro ai suoi occhi nello scoprire che Osman, suo figlio, ha ucciso un cucciolo di delfino; quando il matto del paese racconta della principessa Saruhan Hatun, tramandando l’origine e l’ordine dell’isola; quando la smania di guadagno attanaglia il paese e i suoi cittadini più illustri, minacciando il mare e la vita, tutto appare reale. Tutto deve per forza essere vero. Ma, oltre la pagina, nulla è davvero esistito.

Attraverso un occhio critico e meticoloso, attento a ogni singolo gesto e sensibile verso ogni più piccolo dettaglio, lo scrittore turco Ahmet Büke parla della peggiore delle malattie in grado di colpire l’animo umano: il desiderio smodato di guadagno, che va oltre il buonsenso, il bisogno, la coscienza e la morale. Immaginando un’isola e il suo popolo, legato a una cultura sacra e a una discendenza nomade – quella della principessa Saruhan che, sopravvissuta all’uccisione della sua famiglia, tiene unita e salva la sua gente, fino a incarnarsi in delfino – l’autore denuncia un male noto anche a noi, uomini contemporanei. L’avarizia di certe persone è qui messa in contrapposizione con la purezza di Osman, il senso di colpa del padre, la lucida follia di Ibram. Come un moderno eroe medio orientale, anche Osman avrà le sue peripezie e vivrà scisso tra il proprio futuro, sperato e cercato dai genitori altrove, e la volontà di poter tornare in patria, a casa, per poter lottare e fare la differenza. Il suo sguardo gentile, puntiglioso come quello di un sarto, si farà duro e vendicativo, scruterà ogni cosa, alla ricerca di una soluzione e, cosa più importante, di una giustizia.

 

In mezzo al rumore assordante delle operazioni di caccia al delfino, promosse e attuate da una gerarchia corrotta di politici e potenti e da una classe operaia ridotta alla fame, la storia di Büke diventa piena, si concretizza e non appare più solamente come un’eco indistinto di una fiaba persa nel tempo. La sua voce, che descrive i banchi di animali ammassati e trucidati nella baia e le lunghe e indifferenti boccate di sigaretta del farmacista, il fautore, che osserva il massacro dall’alto della sua finestra chiusa, è la telecronaca letteraria di una notizia che invade anche le nostre vite.  E, in tutto questo, la figura che sarà il vero eroe sarà quella lasciata ai margini, derisa e sbeffeggiata da entrambe le parti – quella che distrugge e quella che resiste – quasi temuta per la sua diversità. Sarà Ibram, il matto, colui che vaga per il paese con un campanaccio al collo come bestia da pascolo, a scrivere la parola giustizia sull’isola di Köstence e ad abbracciare, veramente, la propria libertà. Lui, che fingendo la propria morte e collaborando con il giovane Osman, studierà i passi giusti da seguire per sciogliere l’isola dal legame malato con il potere, alimentato da burocrati, religiosi e capitalisti. Seguendo le regole perfette del combattimento, simili a quelle del balletto, Ibram è la chiave della salvezza: aspettare il tempo, contare il ritmo giusto, colpire e, infine, resistere.


 

Nato a Manisa nel 1970, Ahmet Büke è un maestro del racconto breve, genere con cui ha esordito nel 2004 e vinto il Premio Sait Faik nel 2010.
Passato al romanzo, ha ottenuto il Premio Vedat Türkali con La ballata di Ibram il
matto (2021), poi adattato per il teatro. Nel 2025 ha pubblicato Il grano rosso. Vive a
Smirne, cuore geografico della sua narrativa.

 

Nicola Verderame è conosciuto e apprezzato traduttore dal turco di narrativa, poesia e saggistica. Ha ricevuto il Premio Benno Geiger nel 2017, il Premio Nazionale di Traduzione nel 2018, il Premio di traduzione Annibal Caro nel 2023 e il Premio Cultura Mediterranea – Sezione traduzione nel 2025.


 

In copertina: William Horne Lizars (dal disegno di James Hope Stewart), Delfino comune, 1837, incisione colorata a mano

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