Bustine di zucchero #57: Giovanni Raboni

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza. Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Un diario d’inverno, un diario sepolto sotto la neve, che vediamo emergere non appena il nero delle parole riporta in superficie una chiarezza di pensiero e dichiara, con urgenza, la necessità di un’abituale grazia – che è la grazia dello sguardo. E questo nonostante il freddo, un freddo europeo diviso fra Mosca, Vienna, Praga e Milano. Raboni, con questa plaquette, cammina per terre straniere e le racconta non col piglio del realismo, anzi col senso poetico di un realismo che cerca coordinate precise entro cui definire e definirsi; leggiamo Raboni così impegnato a capire come la poesia deve darsi da fare con la vita, che dimessamente, ma non tanto, fruga fra i dettagli della lingua per scoprire l’abitudine alla morte quotidiana di essere. Addirittura, come scrive Sereni nella presentazione, Raboni, in tema di morte, quella che «ha sempre reso bene in moneta lirica» non guarda a lei dal punto di vista dei vivi, ma dei morti stessi. Esistere o far esistere nel verso non equivale a inventare una poetica tendente all’astrazione, significa far aderire la scrittura ai giorni e alla vita, uguale a se stessa, fatta di occasionale luminosità, poesia «a partire dal vissuto» (Vittorio Sereni). La poesia s’avventura «per una ricognizione rasoterra», diventa spazio di riflessione per cogliere segnali come i piccioni che si lamentano sui cornicioni. Ogni poesia de Il più freddo anno di grazia sembra farsi dichiarazione di poetica, mentre il poeta sta parlando d’altro, in un reiterato tentativo di mirare consapevolmente non al centro, bensì al lato del bersaglio, là vicino al vuoto dove rientra il margine dell’esistenza. Tuttavia la neve e il freddo ritornano simboli: è l’avvento di un gelo, quello dopo l’ermetismo in cui la parola doveva nuovamente misurarsi con la realtà, interiore e esteriore, e per cui doveva cercare l’espressione più idonea a descriverla. Raboni, che riconobbe in Pound e Eliot le principali ascendenze poetiche, ebbe come figura-mentore Carlo Betocchi, il poeta del «realismo metafisico», e come maestro Vittorio Sereni. Se appena ventenne Raboni aveva già avviato un serio discorso sulla poesia che, nel suo realismo di fondo, tracciava le direttive di un’indagine serrata e inquieta, a quarantasei anni la plaquette Il più freddo anno di grazia diede conferma di questa mai abbandonata tendenza. Un poeta, quando scrive, si pone sempre la stessa domanda, palese o sottaciuta, che ogni epoca si pone: cosa esprimere e come modulare il linguaggio tenendo conto della realtà. Motivo avvertito da Raboni come urgente, sensibile com’era a un discorso in cui la poesia interrogava se stessa.

 


Bibliografia in bustina
G. Raboni, Il più freddo anno di grazia (presentato da Vittorio Sereni e Enzo Siciliano), Genova, San Marco dei Giustiniani, senza data ma 1978.

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