Il sabato tedesco #23: Marion Poschmann, Paesaggi in prestito

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

Le immagini si susseguono e si compongono, architetture fragili e solide, effimere e durevoli, armoniose e dissonanti nel volume di poesie Paesaggi in prestito, pubblicato in Germania nel 2016, con il titolo Geliehene Landschaften, con la casa editrice Suhrkamp, con la quale, l’anno successivo, uscirà Die Kieferninseln, Le isole dei pini. Il volume è stato pubblicato in italiano nel 2020 dalla casa editrice Del Vecchio, con la traduzione e la cura di Paola Del Zoppo (segnalazione speciale per la traduzione poetica al Premio Benno Geiger 2020), alla quale si deve anche la traduzione della Lectio Magistralis Animale araldico: Medusa, composta dall’autrice in occasione del conferimento del Premio Internazionale Il Ceppo 2020. Dalla Lectio Magistralis riporto un breve passaggio particolarmente significativo, sulla centralità del termine Bild, immagine:

“Bild” comprende anche tutto l’ambito delle immagini immateriali, quindi fantasie e visioni, pregiudizi e sogni, illusioni, ricordi e così via. È corrente la distinzione tra immagine interiore e esteriore. Le immagini esteriori sono afferrabili, sono ciò che sta davanti agli occhi, quelle interiori sono inafferrabili, e non si lasciano analizzare in modo convincente dal punto di vista scientifico. Gli ultimi tentativi sono stati intrapresi un secolo fa, quando ci si interessò all’ipnosi, all’interpretazione dei sogni, alle apparizioni dei fantasmi e altre fantasie. (trad. di Paola Del Zoppo, Del Vecchio 2020, pp.7-8)

Come spiega Poschmann tra le note poste in calce al volume, “paesaggi in prestito”, jie jing in cinese, è una tecnica nell’arte classica del giardino, esposta per la prima volta dall’architetto Ji Cheng nel suo trattato del 1631: «In principio, ogni elemento del paesaggio può essere preso in prestito, che sia uno scroscio di pioggia, il gioco di luce e ombra su una parete o il fruscio del vento tra le foglie di bambù. Si tratta di fare il giusto utilizzo di ciò che si ha a disposizione, evitando e schermando la banalità, nascondendo ciò che non si desidera mostrare al di là dei muri, mentre si accoglie ciò che è notevole all’interno del proprio progetto, come ad esempio montagne circostanti o pagode. Così anche nello spazio più ridotto è possibile evocare la grandiosità e la forza della natura».
Nel volume di poesia, come accade nel romanzo Le isole dei pini (tradotto in italiano da Dario Borso e pubblicato da Giunti/Bompiani nel 2019), immagini rimandano a immagini; il loro movimento viene colto fin dall’inizio, quando compaiono e si preparano a un itinerario che le porterà lontano, creando richiami. Questo avviene, per esempio, nella sezione  Matsushima. Parco del bagliore di luna perduto. In particolare, la chiusa della seconda poesia della sezione, Terra del corpo nero, sembra preludere agli sviluppi futuri di determinate immagini in Le isole dei pini: «Non cercare, si dice, di seguire le tracce degli antichi,/ cerca ciò che gli antichi cercavano./ Ho viaggiato veloce con il superespresso,/ miglia su miglia, solo un pensiero e già/ sono quasi arrivata. Così viaggiano gli spettri.».
I paesaggi possono essere, come avviene in una intera sezione della raccolta, Paesaggi artificiali, un incontro, non privo di spigoli e scabrosità, con le immagini del sé. Qui, come nei paesaggi artificiali dei giardini giapponesi, sono le rocce a dover essere scelte con cura, anche quando sono Rocce fantasma: «Per quanto mi riguarda a lungo fui gradevole/ d’aspetto, ovunque si trovavano angoli di divani/ sui quali sedevo casualmente, una roccia nuova di zecca» (la traduzione di Paola Del Zoppo è qui riportata con lievi modifiche).
Una tappa speciale è costituita dalla prima sezione del volume, dedicata al Parco dell’ambra di Kaliningrad, città che, con il nome di Königsberg, diede i natali non solo a Immanuel Kant, le cui riflessioni sulle immagini occupano un posto centrale nelle considerazioni di Marion Poschmann sulla poetica, ma anche a Johann Georg Hamann, la cui Aesthetica in nuce viene citata all’inizio: «La poesia è la lingua madre del genere umano, come l’arte dei giardini, più antica del campo: pittura, – come scrittura: canto, –  come declamazione: paragoni, – come soluzioni: scambio – come commercio».
Ogni poesia di questa sezione porta il nome di una delle varietà di ambra della Sambia, penisola a nord-ovest di Königsberg/Kaliningrad. Tra queste, l’ultima, Quasi trasparente, è un esempio dello straordinario viaggio delle immagini materiali e immateriali compiuto, tra giardini, parchi, brughiere, foreste, isole, strade di campagna, righe di gesso su selciati, solitudini, caseggiati, cemento, dalla poesia di Marion Poschmann: «Nostalgia dell’Eden. Stalin ci appella con questa formula:/ agghindiamo la madrepatria di giardini. Eliminiamo del tutto/ l’albero della conoscenza. L’incantevole desolazione della brughiera/ di Romincza ora è buona o cattiva? Bufere di luoghi in cui/ i sogni si fanno realtà ogni momento. Nell’Eden cade/ la neve.// […]// Diario di viaggio pragmatico. Un parco/ senza uscita, le vie terminano sui muri dei ricchi/ È questa l’arte che sembra anche natura?/ Ogni foresta piena di scacciati, nostalgia per l’Eden./ Il vuoto e il suo passare. E allora parla, vuoto,/ non ti vedo».
La poesia di Poschmann prende in considerazione, è bene ricordarlo, anche quella parte tutt’altro che irrilevante della posizione, già menzionata, di Hamann in Aesthetica in nuce. La poesia, lingua madre del genere umano, è giardino, sì, ma è anche canto e, aggiungo io, vero e proprio corpo sonoro. Un passaggio da Knochen/Ossa, per essere più precisi i primi tre versi della terza e ultima strofa del secondo componimento della sezione Parco dell’ambra a Kaliningrad, con la sua invocazione al parco perché parli, invocazione vibrante di allitterazioni e enjambement, viene incontro come vivissimo corpo sonoro: «Rede, Park, rede nur, daß ich dich sehe./ Besprich die Relikte, Reliquien, rede von deinen Raketen-/ reisen ins Jenseits, von Kriegerdenkmälern, die sich mit roten/ Tulpen umgeben» − «Parla, parco, parla così che ti veda./ Discuti relitti, reliquie, parla dei tuoi viaggi/ spaziali nell’aldilà, di monumenti di guerra, che si/ circondano di tulipani rossi».

© Anna Maria Curci

 

Knochen

Pop-up-Park: es waren Blumenrabatten,
bepflanzt mit Metallkombinaten, bepflanzt mit
Petunienlenin, mit Stalin aus Stiefmütterchen,
Chrysanthemenchruschtschow – blüht noch einmal
auf im Bewußtsein, sprecht Blumen- und Blutsprachen,
Sprachen der Macht.

Tonnen von Knochen liegen begraben unter dem Rasen.
Blüht auf und sprecht Sprachen! Wer harkt hier? Wer pflanzt?
Und wer mähte? Betonblumen werden im Mai
frisch gestrichen, die Plattenbauten erneuert, die Kanten
und Kästen gekälkt; denn die Großstadt gilt als die
Mutter von Gärten.

Rede, Park, rede nur, daß ich dich sehe.
Besprich die Relikte, Reliquien, rede von deinen Raketenreisen ins Jenseits, von Kriegerdenkmälern, die sich mit roten
Tulpen umgeben, mit Siegen und Seufzern und mit einer
brunnendurchflossenen Gegenwart. Hier wandeln jene,
die tot sein werden.

Ossa

Parco pop-up: con sconti sui fiori,
coltivato a composti metallici, coltivato a
Lenin di petunie, Stalin di mammole e
Krusciov di crisantemi – che fioriscono ancora
una volta nelle coscienze, parlano lingue di fiori
e di sangue, lingue del potere.

Bidoni di ossa sepolte sotto il prato.
Fiorite! parlate lingue! Chi è che rastrella qui? Chi pianta?
E chi ha falciato? Fiori d’asfalto dipinti di fresco
A maggio, prefabbricati rifatti, angoli
e cassette imbiancate; perché la citta si dice
sia la madre dei giardini.

Parla, parco, parla così che ti veda.
Discuti relitti, reliquie, parla dei tuoi viaggi
spaziali nell’aldilà, di monumenti di guerra, che si
circondano di tulipani rossi, di vittorie e ubriaconi e di
un presente irrigato da fontane. Qui girano quelli
che saranno morti.

 

Marion Poschmann ( a destra) con Marilena Votta e Anna Maria Curci in occasione della presentazione di Paesaggi in prestito, Roma, libreria “I trapezisti”, 13 febbraio 2020

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