poesia tedesca

Bertolt Brecht, Il rogo dei libri/Die Bücherverbrennung

 

Il rogo dei libri

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
– uno di quelli al bando, uno dei meglio – l’elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d’ira, e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fermatelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l’ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi
mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:
bruciatemi!

(traduzione dal tedesco di Franco Fortini)

 

Die Bücherverbrennung

Als das Regime befahl, Bücher mit schädlichem Wissen
Öffentlich zu verbrennen, und allenthalben
Ochsen gezwungen wurden, Karren mit Büchern
Zu den Scheiterhaufen zu ziehen, entdeckte
Ein verjagter Dichter, einer der Besten, die Liste der
Verbrannten studierend, entsetzt, daß seine
Bücher vergessen waren. Er eilte zum Schreibtisch,
Zornbeflügelt, und schrieb einen Brief an die Machthaber.
Verbrennt mich, schrieb er mit fliegender Feder, Verbrennt mich!
Tut mir das nicht an! Laßt mich nicht übrig! Hab ich nicht
Immer die Wahrheit berichtet in meinen Büchern? Und jetzt
Werd ich von euch wie ein Lügner behandelt! Ich befehle euch:
Verbrennt mich!

 

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi 1992

Nino Muzzi: La sera del poeta (Trakl)

La sera del poeta

C’è un’ora, quella della sera, che contiene per Trakl il momento in cui il mondo appare più vero, pur nella sua crudezza e malinconia.
Trakl, al pari di Hölderlin e di Rilke, ha avuto la ventura di passare sotto l’analisi critica di Heidegger, il quale vi ha trovato quel che vi ha cercato: la lingua (die Sprache, intesa come “la parlata” di un popolo o di una etnia). Con questa impostazione filosofica e filologica ogni poeta incorso appunto nella ventura heideggeriana, si fa oggettivamente portavoce di qualcosa di più grande di lui, di cui lui diventa il tramite inconsapevole.

Una biografia non produce poesia

Rivelare al lettore che un poeta, nato da famiglia agiata e numerosa, si sia invaghito della sorella fino all’incesto, che abbia fatto uso di droghe e sia morto suicida di un’overdose, distendendo il tutto su un tratto di Storia civile (per esempio sul periodo che include la Grande Guerra), non riesce a spiegare quasi niente della sua produzione poetica. La biografia del Nostro purtroppo è stata chiamata troppo spesso in causa per spiegare i moti del suo animo e le sue scelte poetiche, come d’altronde le sue esperienze di guerra sono state prese per cause del suicidio che invece era stato da tempo maturato e annunciato.
D’altronde ogni strada intrapresa dai critici al fine di un’esegesi risolutiva della poesia di Trakl si è conclusa con le parole di Rilke: «Wer mag er gewesen sein?» (Chi mai potrà essere stato?).
Una disamina completa delle varie posizioni critiche su Trakl venne poi intrapresa per il centenario della nascita del poeta da Fausto Cercignani in un convegno organizzato nel 1987 alla Statale di Milano. Cercignani, comunque, dopo aver esposto tutte le posizioni altrui, tentava una sua propria interpretazione evocando la figura di Elis, il fanciullo cantato da Trakl. Sarebbe stata questa l’immagine che ci avrebbe permesso di penetrare nel mondo di Trakl, che era quasi programmaticamente precluso al lettore.
Noi pensiamo di penetrarvi evocando l’immagine della sera.

La sera senza simbologie

La sera ci richiama alla mente il famoso sonetto del Foscolo che ne esplicita – forse fin troppo – i significati simbolici. Noi non pensiamo però che la sera di Trakl si debba interpretare su quella falsariga. Pensiamo piuttosto che il poeta ci abbia regalato delle stupende atmosfere serali che non sono affatto scevre da un carattere naturalistico né da un’aura di reminiscenza personale:

Passeggiata attraverso un’estate morente
accanto a manne di grano ingiallito. Sotto la volta imbiancata,
dove la rondine entra ed esce sfrecciando, bevemmo vino generoso.

Forse non si è riflettuto abbastanza su quanto sia importante certo paesaggio per un occhio austriaco. Basta scorrere le pagine di Musil per capire in che modo quell’occhio legga il paesaggio, al di là della famosa frase dell’autore de L’uomo senza qualità per cui “La montagna d’inverno e il mare in piena estate sono le due grandi prove dell’anima”. Quella particolare lettura di quel certo paesaggio, che in fin dei conti va inteso come terra dei padri, sbocca sempre in una visione filosofica, mentre, al contrario, la visione del filosofo non saprà mai ripercorrere quella lettura partendo dalle sue categorie di pensiero. Per questo la visione heideggeriana rimane esterna alle ragioni poetiche di Trakl. Il poeta parte da un sentimento di esilio che gli nasce dalla visione di un determinato paesaggio urbano, e quindi si definisce “esule”, mentre Heidegger parte dal concetto di “esule” e lo applica a Trakl.
Sentiamo il poeta:

Voi grandi città
costruite di pietra
nella pianura! Così muto segue
il senza-patria
con fronte bassa il vento,
gli alberi spogli sulla collina.

Il poeta risale quindi sempre dall’immagine al concetto:

– Il bosco che disseccato si allarga –
con ombre intorno, come siepi di rovi.
La selvaggina esce tremante dai covi,
mentre un torrente silenzioso sgorga
e fra le vecchie pietre segue felci
e brilla argenteo fra intrecci di foglie.
Tosto il suono in buie gole si coglie –
forse già brillano in cielo le luci.

È chiaro che qui il percorso è quello di cui parlavamo sopra: le siepi, il torrente, le felci, le foglie e tutti gli altri elementi naturalistici -che fanno anche pensare ad un Trakl impressionista- nell’ora della sera vanno trasformandosi in qualcosa di astratto e concettuale, in qualcosa che perde fisicità e diventa sentimento e idea al contempo. Quindi niente di definitorio a priori che poi si vada sciogliendo in immagini poetiche: questo percorso non è di Trakl. (altro…)

Bustine di zucchero #13: Hermann Hesse

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Hesse

In epigrafe a Demian, uno dei più famosi romanzi di Hermann Hesse, è riportata la seguente citazione: «Eppure, non volevo tentare di vivere se non ciò che spontaneamente voleva erompere da me». È di Emil Sinclair, l’alter ego di Hesse, che narra la sua giovinezza e l’amicizia con Demian. L’asserzione manifesta una tensione, una brama di conoscenza della sua vocazione nel percorso della vita. Vocazione e autocoscienza. È quanto Hesse ha voluto per se stesso, in particolare da dopo il ricovero in un sanatorio a Lucerna nel 1916 a causa di un esaurimento nervoso (Demian è stato, infatti, scritto l’anno successivo al ricovero e pubblicato nel 1919). I versi di Per via appartengono invece a quel gruppo di poesie degli anni precedenti (1903-1910). Nonostante la distanza temporale fra le poesie e il romanzo, Hesse resta fedele al suo pensiero; la lirica coltiva un’aspirazione interiore e una volontà di rinnovamento non prive di tormento, si prefigge l’autoconoscenza, innervandosi sulla ricerca del Sé. Tale ricerca implica inevitabilmente una riflessione sulla natura del desiderio che può essere sintetizzata nella domanda di Lacan, nota negli ambienti della psicanalisi e contenuta nel suo Seminario: «avete agito conformemente al desiderio che vi abita?». (altro…)