Una domenica inedita #10: Davide Zizza, Felicia Buonomo

 

Aprile 1935, ricordando

Marina…
se ti scrivo è perché non ti vedo da anni
e stasera, dal mio esilio,
una violinista mi ha ricordato il tuo volto.

Qui a Voronež, i giorni sono folli
e anch’io
credevo da una finestra spartana un anno fa
di fare il salto
ma mi sbagliavo.

Se leggerai questa, ricorda
che il fiume è la migliore somiglianza
di quest’altro fiume
che ci attraversa.

Nelle notti insonni ripeto a voce
e conto le sillabe
che mi tengono vicino alla nera scia
che traccerà il mio cammino.

Lascerò il sangue scorrere in quel tratto
e così sarò libero.

Stai attenta, se puoi, non parlare
ai morti viventi
ma a chi, non più vivente,
ti parla da quel tempo antico.

Tuo, Osip.

Davide Zizza

 

Osip…
al ricordo mischio l’amore che la spalla
di una violinista ha riportato a me.
Ascolto il suono denso che ci porta
in questo tempo sospeso, aggrappati
al nostro nulla, fragile filo di salvezza.

I giorni passano con la presenza fissa
della mancanza. Ma io ho ancora le viscere
di questo stomaco che confonde le leggi
dell’anatomia e si fa pulsazione di cuore.
È grazie a loro che ricordo di essere viva,
anche nello strapiombo di un soccorso
inesaudito, nel sobbalzo che manca la decisione.

Non ho mai cercato altro che l’incanto e la
disperazione buona dell’amore. Parlerò di te
a questo mio fedele tavolo di scrittura.
Ti ricorderò come la cicatrice che segue
l’esperienza della venuta al mondo, come
il pianto che arriva alla vita e prova a divorarla.

Tua, Marina

Felicia Buonomo

 


Le lettere in versi qui sopra sono un’evidente finzione poetica. Siamo nel 1935; Osip Mandel’štam e Marina Cvetaeva si scambiano una lettera mai scritta. Lui si trova a Voronež a scontare una condanna di confino, lei si trova a Parigi, desiderosa di tornare a Mosca. Entrambi, sebbene in maniera diversa e in due parti distanti del mondo, isolati, Osip esule in patria, Marina in Francia; entrambi emarginati dal mondo letterario, ma accesi dal fuoco del verso. Due esili umanamente decretati dal regime nel tentativo di imbavagliare la poesia. Ma, come dice proprio una poesia di Mandel’štam tratta dai Quaderni di Voronež (Primo quaderno, a cura di Maurizia Calusio, p. 37), a un poeta si può togliere la casa, il mare, ma non «le labbra che si muovono». Mandel’štam – riporta M. Calusio nella sua curatela ai Quaderni – rimase legato alla Cvetaeva per un breve periodo nel 1916. Ma a distanza di anni, proprio a Voronež, il 5 aprile 1935 il poeta russo assiste, insieme al giovane poeta Sergej Rudakov, a un concerto della violinista Galina Barinova; allora Galina aveva venticinque anni e, a quanto pare, condivideva una «singolare somiglianza» con la Cvetaeva. Quella stessa sera Mandel’štam torna a scrivere, dopo un anno di silenzio, i versi che avrebbero formato i Quaderni di Voronež. Amiamo credere che Osip, per un breve attimo, abbia ripensato a Marina e, spinto dalla quella necessità di comunicare con un mondo – quello della poesia e dei poeti – da cui il regime voleva isolarlo, abbia scritto una lettera in versi per riannodare un rapporto sigillato dall’amore per le parole. Dicevamo finzione poetica, ma se tale operazione riesce a veicolare un messaggio sulla resistenza umana di questi due poeti verso il regime che ostacolava la poesia come libertà di espressione non solo artistica ma anche di verità, allora questa finzione spera di proporsi come umile, umilissimo omaggio a due grandi della poesia del XX secolo.

Davide Zizza, Felicia Buonomo

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