Riletti per voi #21: Francesca Del Moro, Gli obbedienti (nota di Maristella Diotaiuti)

Francesca Del Moro, Gli obbedienti
Nota di Maristella Diotaiuti

 

La raccolta di poesie di Francesca Del Moro edita da Cicorivolta edizioni ha per titolo Gli obbedienti, un titolo forte, immediatamente contundente nella sua perentorietà. È un participio presente che è un modo verbale non finito, ed è ambivalente, cioè ha una doppia natura perché partecipa alla categoria dei verbi ma è anche vicino all’aggettivo e al sostantivo, quindi indica un soggetto, nel titolo al plurale, che ha in sé l’autocoscienza del soggetto e, in quanto verbo, indica un’azione che però qui è negata a livello semantico, perché l’obbedienza indica una passività, una non-azione.
Già il titolo, quindi, ci dice la complessità e la profondità del modo di fare poesia di Francesca. Dico ‘fare’ non a caso, perché, ricordiamolo, la parola poesia deriva dal verbo greco poiein che vuol dire ‘fare’, ‘costruire’, ‘agire’, affermazione che riferita alla poesia di Francesca è estremamente calzante.
Perché Francesca, a differenza dei personaggi che abitano i suoi versi, non è ubbidiente, non contempla, non sta alla finestra a guardare impassibile, e non se ne sta in silenzio, ma sceglie di parlare, di indignarsi apertamente, di protestare, di ribellarsi, si fa carico di un fardello pesante, di dire le cose come stanno, del peso della denuncia.
Francesca Del Moro sceglie di agire e lo fa da poeta, lo fa con la poesia, con la parola brandita come un’arma, restituendo così alla poesia, e al poeta, uno dei suoi ruoli fondamentali che, purtroppo, nel nostro tempo, ha smarrito, o meglio le è stato sottratto, negato, quello di essere poesia civile, impegnata nella lettura e nella costruzione del mondo, della società, nella proposizione di altre realtà possibili.
Francesca, infatti, non risparmia una stoccata agli intellettuali, con una poesia, la XLII, vero e proprio atto di accusa al loro silenzio che li rende complici di questo sistema, denuncia del grave ripiegamento su se stessi, ad accarezzare il proprio dolore e la propria condizione di emarginazione e marginalità estetizzante.
Francesca restituisce alla poesia il suo statuto primigenio, la sua forza costitutiva. Nei suoi versi la poesia stessa raggiunge così il doppio obiettivo di urlare la miseria della condizione umana e di affrancare essa stessa dal torpore, da questa sorta di sonno in cui è precipitata. Per Francesca-poeta manifestare il disagio, il proprio personale, individuale disagio e quello di una collettività, è sostanzialmente un atto dovuto.
Per questo Francesca è una poeta politica, la sua è poesia politica, nel senso che parte dal conflitto, al tempo stesso momento fondante e materia del suo lavoro poetico. La sua è una poesia che non lascia indifferenti, che non accarezza, al contrario è una sorta di morsa che non dà tregua e scuote coscienza e mente. I suoi versi sono come scosse elettriche, colpi assestati con precisione chirurgica che mettono in allarme i sensi.
La stessa costruzione formale, l’intera tessitura della versificazione è subordinata a questo scopo, a cominciare dal ritmo dei versi, un ritmo veloce come una raffica di mitragliatrice, uno strale che raggiunge sempre l’obiettivo.
Le sue poesie sono tutte, o quasi, testi brevi, che si accampano in mezzo alla pagina e sembrano avere la necessità di espandersi, di non avere contorni; sono però intervallati da haiku precisi nella fattura, quasi in funzione antifrastica, antitetica, sicuramente spiazzanti con la loro rigidità metrica in cui le riflessioni, anche ironiche, sono fulminee e lapidarie.
La stessa scelta lessicale, le parole che predilige sono indicative di una volontà precisa, sono parole dal suono duro, aspro, anche a livello di fonazione,  molte sono lettere dentali, palatali, gutturali e insistono su ossimori, antitesi, ripetizioni, forti allitterazioni.
Già nella prima poesia, Alle sei del mattino, troviamo al primo verso «il suono rompe/ il sogno» dove la parola ‘rompe’ è seguita da una parola in posizione antitetica che è ‘sogno’, e un verso successivo, «il respiro è spurgo», ci restituisce un suono duro con quel nesso –sp ripetuto, insieme al suono gutturale, nero, della g; inoltre ‘spurgo’ è una parola che sembra essere una onomatopeia, riproduce cioè il suono di un gesto inelegante e antiestetico.
La parola ‘spurgo’ è seguita da un’altra parola, ‘rigovernatura’, che rimanda a una situazione domestica, quotidiana, familiare, e quindi anche qui con un effetto di contrasto, anche se analogamente rigovernatura è parola aspra.
L’altro verso «nella mattina scura» crea un’atmosfera cupa, quasi apocalittica incombente sui versi e su noi lettori, perché ci introduce, ci fa entrare ex abrupto, sensorialmente direi, prima ancora che semanticamente, nel registro di tutta la raccolta.
Analogamente, nella terza poesia, contraddistinta dal numero III, troviamo il verso «tu marci con gli altri», con quel ‘marciare’ che immediatamente ci riporta all’immagine di una massa informe, intruppata, un insieme di individui che ripetono all’unisono gesti non spontanei, movimenti manovrati, la massa dei lavoratori di fortiniana memoria, o del film Metropolis di Fritz Lang, o quelle pasoliniane che inseguono uno straccetto rosso portato via dal vento ne Le ceneri di Gramsci, a simbolo di ideologie o ideali non più consapevoli, vissute senza passione, come ne La terra desolata di Eliot, a sua volta citazione dell’immagine dantesca dei dannati che si muovono senza possibilità di redenzione. Il Dante della Commedia è molto presente in tutta la raccolta, c’è addirittura una poesia, la VII, che riproduce graficamente l’inferno dantesco. Ma tutta la raccolta è piena di citazioni dotte, di echi letterari importanti, e anche degli influssi di altri linguaggi artistici, a ulteriore testimonianza della cultura vasta e profonda di Francesca e della sua sensibilità di intellettuale e di donna.
Ritornando alla parola ‘marciare’, questa è vicina ad un’altra parola, ‘marcire’, condividono la radice etimologica, quel marciare allude così a una condizione di marcescenza, di degrado, di decadimento, che Francesca ravvisa come tratto distintivo delle masse contemporanee dei lavoratori, private della loro energia rigenerativa di pensiero e di azione.
Di forte pregnanza simbolica la frequenza in tutta la raccolta di certe immagini di sicuro impatto visivo, come quella della “schiena curva”, “schiena che si inarca”, “dorsi sempre proni ai bastoni” “testa china”, “denti stretti”, “occhi spenti”, “occhi torvi”, immagini corporee che si rincorrono in un’accumulazione che non lascia scampo.
Un’altra immagine molto frequente è il riferimento alla mutazione bestiale degli uomini volta per volta in cani, porci, pecore, come nella poesia Gli ovini di Adenauer, dove le pecore hanno subito una profonda mutazione genetica, tanto da diventare addirittura carnivore, animali pacifici trasformati in orribili esseri mostruosi, che nulla hanno a che vedere con il prodigioso del monstrum latino.
Sempre per rimanere nell’ambito della metafora animalista in funzione di deumanizzazione, nella poesia IV troviamo la parola ‘transumando’ che immediatamente trasforma in ‘mandria’ l’umanità dei pendolari che si sposta quotidianamente per lavoro e si accalca su treni che assomigliano sempre di più a treni merce, una mandria umana che riesce solo a produrre un suono sgradevole e metallico che non ha più la capacità di comunicare, e attraverso il linguaggio dare senso e rinominare il mondo.
Sono immagini forti queste che Francesca ci dispone davanti agli occhi, e tutte recano un messaggio preciso, inequivocabile, come la sequenza di specchi dove la persona non rivede più riflessa la propria immagine perché ormai priva di identità. E così via, potremmo continuare per molto su questa strada.
Tutto questo ci dice anche che dietro a queste poesie c’è tutto un laboratorio, un lavoro quasi artigianale di Francesca poeta che vuole dirci delle cose attraverso un linguaggio preciso e per mettere in poesia temi così impoetici ci vuole un linguaggio altrettanto impoetico, antilirico, realizzando una sorta di identità tra forma e contenuto.
In un presente in cui il linguaggio ha raggiunto una sciatteria fastidiosa e un colpevole uso distorto, Francesca ricerca il rigore della resa linguistica, mette così alla berlina il vaniloquio, l’esibizione ottusa e ignorante della parola, come fa ad esempio, nella poesia XXII.
Ci sono poi altre spie di questa sua attenzione alla costruzione del testo funzionale alla veicolazione del messaggio, a cominciare dalla frase in esergo ad apertura della raccolta: sono due versi di una poesia di Christian Tito, un poeta tarantino straordinario, morto prematuramente a quarantatré anni:

non importa se voi non leggete le poesie
perché sarà la poesia a leggervi tutti.

Sono dei versi straordinari, che sono al tempo stesso un’amara constatazione e un grido di battaglia. Lo stesso Tito ci dice la genesi di questi versi in una lettera all’amico Luigi Di Ruscio, il poeta operaio. Questi versi sono nati come antidoto contro quella che, in un meeting aziendale, veniva presentata come «la guerra necessaria del mercato», per cui i dipendenti della multinazionale farmaceutica (e Christian Tito era uno di loro, era farmacista a Milano) vengono incoraggiati a combattere la battaglia per spartirsi “fette di mercato”, ricorrendo a una massima (di Alvin Toeffer): «Potete anche non interessarvi alla guerra, tanto sarà la guerra che si interesserà a voi».
Trovo molto bello e significativo aver sostituito la parola ‘guerra’ con ‘poesia’, e quindi non è un caso che Francesca abbia fatto propri questi versi di Tito, bisogna avere una particolare sensibilità per accogliere certe vicinanze.
La raccolta, come dicevo, è molto costruita nei suoi elementi costitutivi, e questo denota una cura e una generosità da parte di Francesca.
Sono novantacinque componimenti, ognuno contrassegnato da un numero romano, solo poche poesie hanno il titolo. E questa assenza di titolo, insieme ad altri elementi, ci dice che questa raccolta è pensata come un unicum, come una narrazione, un racconto, il racconto di una giornata-tipo: dal risveglio, la colazione, il viaggio in treno verso il luogo di lavoro, gli uffici, o le fabbriche, i call center, o le scuole, non c’è nessuna differenza, fino a sera, al rientro a casa, e in mezzo frustrazioni, ansie, ipocrisie, cattiverie, delazioni, qualche sogno sdrucito, aspettative poche, pochi momenti di serenità e di svago, un panorama desolante, che si è portati a nascondere, a tacere a noi stessi, per non sprofondare completamente nell’angoscia.
Ma Francesca ce lo racconta, coraggiosamente, questo scenario, affronta tutti i temi di una umanità stravolta, impoverita, in un tempo deformante.
Ci racconta una storia che ci appartiene, senza scappatoie.
Come fa nella poesia XVII quando tocca, senza ipocrisie, un argomento scottante, la precarizzazione del lavoro che ha trasformato gli uomini in schiavi, in merce, privi anche della consapevolezza di essere tali, convinti di poter esercitare ancora il libero arbitrio. Schiavi ma anche potenziali assassini, disposti a tutto pur di avere una minima stabilità, disponibili ad essere acquistati al minimo prezzo, a chinare la testa, a incurvare la schiena, a lasciarsi deridere e derubare della propria dignità da imprenditori rampanti (un tempo si chiamavano ‘padroni’!), finti progressisti, ex sessantottini che hanno riciclato idee, ideali di un tempo di rivendicazioni e di sogni, intrufolandosi in moltissimi campi dall’industria alla televisione, ai giornali, o aprendo attività in proprio.
In un’altra poesia, la XXIII, ci mette di fronte a una strumentale e inaccettabile guerra tra poveri: la precarizzazione del lavoro, che ha instillato un costante senso di insicurezza, di percezione di un pericolo sempre incombente e costante, ha generato una sorta di guerra fra i poveri, fra i disperati, i quali invece di solidarizzare diventano diffidenti l’uno dell’altro, e sui luoghi di lavoro arrivano anche all’odiosa pratica della delazione come sola via per la sopravvivenza. Anziché riconoscere nell’imprenditore, quello che un tempo era il capo, il vero artefice della propria condizione, riversano la propria frustrazione su chi condivide la stessa sofferenza, allontanandolo come “altro da sé”, come essere inferiore, lo sguardo sempre più rivolto verso il basso, nessun volo verticale, nessuna altezza e spazialità, recinti che chiudono recinti.
Lavoratori sempre più miopi, incapaci di leggere fatti e circostanze, il divenire della storia. La poesia XXVI ci immette nel clima dei giorni dell’accordo del 2011, voluto da Marchionne, tra Fiat e sindacati e lavoratori, che portò al referendum di Mirafiori, quando, secondo Francesca, si sdoganò la possibilità di non anteporre sempre coscienza di classe e bene comune, ma piuttosto il proprio interesse. Si è diventati tanto schiavi e ubbidienti da accettare come verità quanto ci viene detto pur sapendo che è pura menzogna, da credere giusto quanto in realtà lede la correttezza dei rapporti tra gli individui all’interno della società civile. È tramontato così definitivamente il ‘noi’ che ragiona per il bene comune, prevale un ‘io’ che è capace di pensare solo a se stesso, alle proprie necessità. Oggi non si è mai in torto quando si difendono le proprie necessità.
Perché c’è sempre una crisi, uno stato di emergenza, da sbandierare con lo scopo sotterraneo di dividere i lavoratori, far assimilare loro il concetto che essa è inevitabile, e che non serve accampare diritti, come accadeva un tempo, ma occorre subirla.
Dentro questa generale condizione, che potremmo definire “disperazione calma”, ce n’è un’altra tutta peculiare delle donne, delle donne lavoratrici. Molte sono le poesie che Francesca dedica alle donne. Il suo sguardo si appunta sul corpo delle donne sul quale si è operata da sempre una feroce manipolazione, una espropriazione, una pratica di dominio e di violenza. La sensibilità poetica di Francesca si spinge fino a considerare violenza, subdola forma di espropriazione, quella che induce la donna alla mancata cura del proprio corpo, perché sentito come estraneo, un corpo che non identifica più la femminilità o perché lontano dai canoni estetici imposti dal mercato capitalistico e patriarcale, o perché invecchiato, che non è mai superfluo ribadire è un processo naturale e non una colpa, ma un corpo che comunque deve mantenersi efficiente, performante, pena l’esclusione.
Donne costrette a vivere in un sistema che strumentalizza proprio ciò che svaluta o denigra, la pratica della cura che le donne esprimono in una cultura della circolarità, della condivisione, mai dello sfruttamento e della prevaricazione
Le donne lavoratrici di Francesca sono quelle costrette a rinunciare a un figlio, per contratto o per salari iniqui, e quando maternità c’è stata, c’è anche la difficoltà di esercitare il ruolo di madre con orari di lavoro che riducono sempre di più la loro presenza in famiglia, costringendole quindi a delegare la funzione genitoriale.
Ma allora, in questo scenario desolato e desolante, scarnificato e scarnificante, violento e spietato, è possibile ritrovare un appiglio di salvezza? Interrogando ancora la poesia di Francesca, forse è proprio l’autrice a darci un’indicazione salvifica, perché in mezzo a questi sentieri che sono i versi di Francesca, sentieri impervi, sassosi, sconnessi, che ci feriscono la pelle e profondamente, ci imbattiamo verso la fine, inaspettatamente, nella poesia XCIII, in qualcosa di rosso, di caldo, di epifanico, «rosso di bandiere … rosso di guance accaldate … rosso di foulard … di tute blu … rosso sdegno … per il sangue che verrà sulle camicie bianche … rosso di alba ottobrina …».
Una risposta Francesca ce la dà anche in un’altra raccolta di poesia, La statura della palma, edizioni Cofine, nella quale sfilano e raccontano la propria storia tredici donne martiri, che non si sottraggono al proprio destino di morte violenta, per difendere la propria libertà e la propria integrità, la propria ‘statura’. Queste donne, delle quali è costellata purtroppo la storia, ma anche i miti, le religioni, sono proprio il contraltare degli obbedienti, sono disobbedienti, decidono di ribellarsi, di dire no, anche a costo di essere torturate e uccise.
Credere ancora negli ideali, quelli che nel nostro presente sono stati riposti come oggetti inutili, come «occhiali nella custodia», credere in una bandiera e per questa lottare. E allora insieme a Francesca, e alla sua straordinaria poesia, «proviamo ancora col rosso».

Maristella Diotaiuti
Caffè letterario Le Cicale Operose – Livorno

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