Bustine di zucchero #33: Giovanni Giudici

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Giudici

Quando fu pubblicato Salutz, una recensione di Giovanni Raboni parlava di un revival, una ripresa di interesse – che stava prendendo piede proprio negli anni Ottanta su territorio italiano – per la metrica e gli stilemi tipici della poesia trobadorica; vocazione tendente, come poi confermò Enrico Testa, a una «reviviscenza delle forme chiuse e dei metri tradizionali». Raboni distingueva però dalla situazione complessiva la “tempestività interna” in cui si situava la raccolta di Giovanni Giudici, vedendovi non un libro sotto l’influsso della moda del “riuso”, ma un’opera significativa di una tensione più interiore derivante da un’ispirazione di cui lo stesso Giudici ci informa nella Nota. Come definire nella sua finalità la raccolta? Esigenza che marca una svolta importante e, al tempo stesso, personale necessità del dire. Prescindendo dai vari riferimenti letterari e linguistici che fanno la gioia dei filologi romanzi, i versi registrano un’inquietudine in cui oralità e scrittura si dibattono come a voler ritrovare un equilibrio nelle forme e nelle cadenze nel loro tratto epigrammatico ma solenne, nel loro linguaggio alto e fluido ricco di tonalità colte e formule retoriche. Come Raimbaut de Vaqueiras, anche Giudici volle scrivere il suo salutz, il suo consuntivo poetico la cui quête è orientata al soggetto amato, alla Midons simbolo, molto probabilmente, della Poesia – questo raggio che, come un vento, spira e penetra le oscurità dell’uomo; raggio ma anche castigo, inganno, veleno, madre, amante tradita, tutte eteree sembianze di una dolcezza che morde di dolore e di una fedeltà lacerante ma tenace alla parola. Anche qui siamo davanti ad un esempio altissimo di metapoiesi, il poeta, con la sua durlindana di inchiostro, dialoga con la scrittura e, confidandosi al lettore, si parla. Senza dubbio si può affermare che Giudici era abitato dalla poesia, da un’attività fervida che tutto comprendeva, confermato pure dalle sue traduzioni non da professionista, ma da “poeta-traduttore”, per riprendere la felice formula di Pier Vincenzo Mengaldo, e per cui basti ricordare l’uscita, precedente a Salutz, delle traduzioni sotto il titolo Addio, proibito piangere (1982). In un articolo di Nico Orengo scopriamo un Giudici per il quale la poesia è «la trincea contro lo svuotamento della lingua in un universo ingombro di comunicazione-informazione», ponendosi come «una ricerca della fonte originale, ma anche come battaglia e atto cavalleresco» in quanto «arma inerme che ha la capacità e la nobiltà di nominare le cose». Nobiltà amore in cui dimora proprio il richiamo al poeta a farsi servitore leale e fervido amante della parola.

 

Bibliografia in bustina
G. Giudici, Salutz 1984-1986, Torino, Einaudi, 1986.
G. Raboni, Giudici, la poesia alla ricerca dell’ultima maschera, recensione a Salutz apparso sull’inserto Tuttolibri de La Stampa, anno XII n° 520, data sabato 27 settembre 1986.
N. Orengo, Giudici: la poesia ultima trincea in difesa della parola, articolo sull’inserto Tuttolibri de La Stampa, anno XIII n° 575, data sabato 10 ottobre 1987.
E. Testa, Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Torino, Einaudi, 2005.
P.V. Mengaldo, Prefazione a G. Caproni, Quaderno di traduzioni (a cura di E. Testa), Torino, Einaudi, 1998 (per il riferimento al poeta-traduttore in cui viene annoverato, fra gli altri, anche G. Giudici).

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