Francesca Santucci, La casa e fuori (nota di Roberto Lamantea)

Francesca Santucci, La casa e fuori
Lietocolle/pordenonelegge.it, 2019

 

Viene in mente Beckett leggendo le poesie di Francesca Santucci de La casa e fuori (LietoColle/pordenonelegge.it, 2019); il teatro dello straniamento: è lo sguardo sulle cose, il quotidiano sradicato dall’abitudine, nei fotogrammi di un ralenti, sono le geometrie, è lo spazio che occupa il nostro corpo, fermo o in movimento, rispetto ai corpi degli altri, su un letto o davanti ai binari di una stazione, nel box doccia o in un corridoio, per strada tra finestre, portoni, tetti, muri. L’autrice traccia linee con lo sguardo misurando non il nostro abitare ma la nostra estraneità allo spazio (p. 22):

[…] Mi sconvolge la geometria con cui mi infilo
tra la sedia e il tavolo, tra il materasso e il lenzuolo,
tra una persona e una persona in fila alla cassa – la prepotenza con cui
occupa lo spazio nel mondo il mio corpo.

Francesca Santucci scrive del quotidiano ma è molto lontana da quella poetica del quotidiano che in parte della poesia italiana degli anni ‘70/’80 era diventata una bandiera critica ed estetica. È lo sguardo sullo/nello spazio ad essere diverso: non è estetica, è coscienza del limite. Niente di angoscioso (proprio come in Godot o Giorni felici l’assurdo appare comico): Francesca Santucci abita la realtà leggermente, anche l’ironia è sottovoce, non è un tono, tantomeno una bandiera, è un delicato passeggiare nella scrittura.
Le citazioni da Tolstoj e il Giudici dell’Autobiologia sono nelle epigrafi a dirci che la libertà è un’illusione, o è impossibile, come è impossibile muovere il braccio in forme e spazi che la natura non consente. “Separare lo spazio” è la prima delle cinque sezioni del libro. Vivere nello spazio – la città, la casa – è illudersi di essere liberi; è lo spazio che decide come farci vivere e decide i limiti della nostra libertà (p. 16):

Quando esco da una stanza per entrare in un’altra
spengo la luce e il corridoio scompare e ogni cosa
è in attesa ed è una cosa è per sempre è una cosa.
È vero anche al buio questo intonaco scrostato
e la scarpiera e la mattonella che si muove, fa tac
sotto il mio piede, vuole ribadire l’arroganza
di chi porta un nome e si è mosso tra due buchi
nel muro, nell’intervallo che è tra la luce e la luce
e la mia mano che preme. La stanza in cui entro non esiste
finché sono io a deciderlo, e cosa devo dire ancora
che chiunque non sappia, io –
quando apro le finestre, mi stupisco
di trovarvi tutti ancora sotto il cielo.

(Dico che mi fate così male
che non posso più guardare).

Oppure (p. 19):

L’aria calda sale sul soffitto
e da lì ci ripara come una coperta
e sotto di lei dormiamo, cuciniamo,
laviamo i corpi, dormiamo. Alcuni giorni sei più felice
e ti va di suonare, mi metto alle tue spalle
e canto e l’aria calda ci viene a sentire.
Questa è un’idea precisa che ho del bene. […]

Il tono è stralunato, una lettura ad alta voce di questi testi richiederebbe timbri sospesi, da felliniana “voce della luna”, come se il banale delle cose diventasse meraviglioso, surreale. Eppure sono poesie saldamente ancorate al quotidiano, alla “realtà” (ma da sempre mi chiedo che cos’è la realtà in poesia). Il libro è un’alchimia, ha un tono magico, il quotidiano è una quinta come a teatro. Ecco Beckett: nel teatro del grande irlandese un asciugacapelli, la buca di Winnie, una giacca, una panchina, le voci e i corpi dei personaggi sembrano strappati al nostro banale quotidiano ma hanno luci sinistre: il nostro assurdo ci viene servito davanti agli occhi vestito dell’apparenza e invece ci fa vedere che cosa abbiamo sotto la pelle. A dire qui sono le voci di Winnie e Willie o di Vladimiro ed Estragone.
In Francesca Santucci questo è tanto più forte che coabitano versi e prosa, si innestano (proprio in senso botanico) come se l’autrice scrivesse una pagina di diario, raccontasse un ricordo, una confidenza. Si legga la fiaba di gattogrigio e gattonero a p. 23, o la partita a scacchi con una sedia vuota (p. 30), due piccoli gioielli.
L’autrice ha un dominio stilistico assoluto, non ci sono smagliature, non c’è un solo filo strappato in queste pagine.

Lo sguardo nello spazio (p. 20):

Attraversare la strada significa mettere i piedi a terra e muoverli finché non raggiungono il marciapiede. Guardare intorno, la strada le colonne le rette immaginarie che la riempiono di nodi, segnali, archi tracciati con le braccia, parcheggi a pagamento e una busta di plastica nel vento.

O si legga (p. 21) la diatriba sull’ordine delle pentole in cucina («…mi pregano di considerare una pentola come parte costitutiva di un mobile, legata a un luogo preciso che le è destinato e in cui riposa, riposa, riposa»).
O, ancora, il magnifico gioco “parlato”, quindi teatrale, della poesia Il punto (p. 31):

Misuro sul tuo diaframma ogni decisione
perché ogni decisione mi spaventa:
se ti gonfi è no, se ti riduci è sì, se ti svegli
sono felice ma mi fingo dispiaciuta
che tu mentre io, tu, che sei qui e dormi
mentre io ti guardo e tu dormi, sono dispiaciuta che tu
mentre tu dormi e io ti guardo e tu dormi tu
sono molto dispiaciuta. […]

Gioco-divertimento che Santucci ripete in Mia sorella, per esempio (p. 48):

[…]
Questa è l’estate: la camera e mia sorella
e sua sorella che dormono e dormono. Mia sorella, per esempio,
lei è un lungo sonno – fare questo ogni giorno, d’estate,
ogni estate

dove il divertimento è anche in quel «mia sorella» «sua sorella»: sono io sua sorella se lei è mia sorella? È un’altra sorella? È lo spettro di un’altra persona? Sono io lo spettro di un’altra persona?
C’è un testo in cui Francesca Santucci ha un tono lirico, disilluso, un po’ montaliano («Non chiederci la parola che squadri da ogni lato», ma viene in mente anche Sereni), ed è la bellissima Nel sonno di p. 47:

Non vi ho chiesto la superficie liscia,
la levigatura precisa, la disposizione delle pareti verticali,
non i mobili i cassetti: non ho chiesto di loro,
non sono qui per me – attraversiamo i fatti di fianco
(poso sul comodino due fermagli,
lo vernicio, ne altero la dignità,
la minima statura di comodino. […]

Verso la fine del libro traluce la malinconia (come il sole attraverso una foglia): in un mondo dove «I palazzi sono alti e silenziosi, come le montagne» (p. 51), forse non c’è un luogo in cui tornare (p. 34):

Un filo magico mi tiene legata a questo treno. Per lui
rimango qui, in piedi, tra voi che non mi amate,
come un palloncino battuto dal vento.

 

© Roberto Lamantea
(febbraio 2020)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: