Mandato a memoria, di Stefano Pini

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Stefano Pini, Mandato a memoria, Interlinea, 2019, € 12,00

«Una pianura, quanta fatica per tornare qui»: è un verso cruciale del nuovo libro di Stefano Pini (Mandato a memoria, Interlinea, 2019), un verso che verrebbe quasi voglia di cambiare e con una piccola variazione scrivere: “quanta fatica per dire: qui”.
Perché “dire” è l’impegno centrale di questo lavoro poetico; o meglio, “dire” e “tornare”, cioè i verbi cardine che conducono al rammemorare dell’autore come dentro a un meccanismo particolarissimo e affascinante, perché si tratta di una costruzione corale, frutto della convocazione di figure e luoghi disegnati qui con arte, e fitta al punto da diventare una mappa di luoghi sì, ma anche di stagioni, ore, nomi.
Milo De Angelis, presentando Sentimentale Jugend, la prima parte di questo libro già apparsa nel Quaderno di Marcos y Marcos del 2017, scriveva: «Poesie invernali, nebbiose, vestite di brina e galaverna. La luce è velata, ferita, mai piena».
Certo, la memoria è essa stessa un mandato, e dentro la nebbia che ci avvolge è un impegno assoluto e chiaro: «questa memoria che preme / mentre ovunque si muore»: sono stanze di ospedale incontrate negli anni, amici perduti (tra i quali uno comune anche a chi qui scrive), lacerazioni, strappi. E poi “mandato a memoria” è riferibile anche a qualcosa d’imparato e calcato nella mente tanto da ripeterlo senza più difficoltà.
È un libro prezioso dunque, di rammendo e riepilogo, bilancio e gittata di sé in avanti. Di sé e del proprio immaginario.
Stupisce soprattutto quanto siano efficaci le chiusure delle poesie. È una costante: sono quasi sempre gli ultimi due versi ad avere una loro speciale forza perentoria, solo alcune volte è l’ultimo verso, perché volutamente isolato.
C’è tutto un nominare preciso e senz’altro faticoso («la forma impronunciabile, chiamare / le cose con il loro nome») che si snoda tra le pagine. Persone e vie, e di nuovo “altre vie”, riprese solo in seguito, sulla trequarti del libro.
“Nomi, diserzioni” recita in particolare il titolo di una sezione. Che parola importante, disertare. Mentre siamo in compagnia dell’autore nell’attraversare i molti luoghi e le figure del “coro”, capiamo che quella parola ha a che fare con l’abbandono, un termine che appartiene più alle categorie dell’animo che a quelle dell’intelligenza. E la diserzione, poi, significa rinuncia, quella di chi come Stefano a lungo ha proiettato se stesso in luoghi diversi dalla propria terra d’origine; luoghi metropolitani per eccellenza, Londra, New York, Berlino, prima di tornare appunto alle radici. Ora la città, quella dimensione urbana che l’autore ha fortemente voluto per sé in passato, resta scolpita nello sguardo e guardata a distanza, dalla Bassa Bergamasca che è casa, la casa in pianura dove questa scrittura si è offerta. Non è più una promessa quindi, la grande città, forse ha smesso di essere il suo riferimento, il centro del suo desiderio. Qualcosa, evidentemente, è intervenuto nell’arco degli anni. Diventare padre, costruire una famiglia («Terminano nei figli queste ossa, e nient’altro. / Un mistero la gioia, come si fa strada»; o ancora: «la vita nel ventre di cui abbiamo / immaginato il nome»): questo pare essere l’approdo cui l’autore è giunto, arrivando anche a terminare il sommario del libro. Vale la pena allora percorrerlo, il sommario, nominandone le sezioni: Sentimentale Jugend; I giorni dell’incontro; Le ore di mezzo; Nomi, diserzioni, altre vie; La ripetizione guidata.
Sono stati gli anni, questi ultimi, anche di un incontro fondamentale per Stefano Pini, quello con Mario Benedetti e la sua poesia. Ve ne sono lasciti in tutto il libro, ma basta una traccia qui, il verso finale di pagina 14, a dichiararlo: «per non avere mai sempre vent’anni». È il ricalco, modificato e amorevole, di un passaggio di Benedetti da Tersa morte, dove troviamo questi splendidi versi: «Arido sapere, arido sentire. / E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni».
Era il 25 maggio 2014 quando Stefano presentò Mario Benedetti a Trevigliopoesia e utilizzò, ricordo, queste parole: «restano le assenze dei corpi e dei paesaggi, che non sono più. E la poesia, così chiara da fare di ogni morte la nostra morte».
Un ultimo cenno va fatto a proposito dell’ultima sezione di Mandato a memoria, dove troviamo le poesie racchiuse sotto i titoli Pitture e Polaroid. Sembra aprire la strada a qualcosa di nuovo: troviamo i nomi di Richter, Schiele, Kiefer, e sembra annunciare una piega ecfrastica. Vedremo, a partire da questi segni.

Cristiano Poletti

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