Antonio Tricomi, “poeta controvoglia”. Di Sandro Abruzzese

Antonio Tricomi. Foto di Sandro Abruzzese

Poeta controvoglia
(Perché dire poeta a Antonio Tricomi)

Nota di Sandro Abruzzese

Sul numero 22 di «Ulisse», rivista appena pubblicata sul sito di Lietocolle, nella sezione le Letture, trova spazio il breve diario in versi di Antonio Tricomi. È il resoconto annuale di un insegnante precario, e di un autore che fin dai tempi de La polvere (Stamperia dell’arancio, 2006) ci ha abituato al suo sguardo gozzaniano, in cui la cifra dell’ironia, il tono disincantato, si alternano a brevi e austeri scatti intuitivi, oppure a prose stringate che portano alla mente i Minima moralia e i francofortesi.
Continua, nel percorso di questo autore e critico, pervaso da un dialogo costante con l’opera di Pasolini, quell’oscillante e provocatoria ricerca della parola ad opera di un miscredente. Si tratta di uno scetticismo di stampo cerebrale, lucido e, forse, nei confronti del ruolo attuale della poesia nella società, fin troppo consapevole; attutito però dall’istinto, dalla passione, che nuovamente si impone e lo riporta sui passi, costringendolo a uscire allo scoperto e tradire qualsiasi ragione.
Quello di Tricomi, come spesso accade, e come scrive egli stesso in una auto-recensione a La Polvere, è un corpo a corpo onesto, quasi rinunciatario e pudico, con i suoi maestri; in cui si fa largo la consapevolezza che lo spazio per l’inedito e per una rinnovata funzione sociale della poesia passa per maglie esili, per piccoli spiragli sfuggiti al frastuono e al rumore continuo prodotto dal mondo. E se la parola si infrange contro la velocità del presente, se il tempo della parola sembra non abitare più il nostro tempo, è questa stessa condizione a spingerlo nel suo impasse, verso la sua ridanciana drammaticità di poeta controvoglia.
Ecco perché dire “poeta” a Antonio Tricomi. Per l’anacronismo di una ricerca dettata dalla sua manifesta ambivalenza, che si innesta nella ormai stabile e altrettanto controversa ambiguità della modernità. Tricomi ne riconosce il dispositivo, le regole, i trucchi, tuttavia una parte di lui non lo trova un motivo valido per tacere. E questo non tacere rammemora ancora una volta il monito fortiniano a scrivere, farlo anche solo per ribadire la propria sconfitta, oppure per sentire il riflesso e il riverbero di una minuta rivolta infrangersi contro un’inarrestabile abdicazione collettiva.

© Sandro Abruzzese

 

Classe media
(settembre 2018 – agosto 2019)

 

Verso le tre del pomeriggio

«Credo di notare una leggera
flessione del senso sociale», sì,
mentre, stretto al letto, alla spalliera,
mi rilasso con queste note qui.

Senza Midcult non può darsi docente:
vero. Ma anche leggo, e m’appassiona,
Bernhard: ogni generazione nuova
a rovinarla è un insegnante

«che proviene dagli strati più bassi
del ceto medio», sempre e comunque.
Perché – dice Gazzè – interessarsi
realmente non può, uno qualunque

che, non risentito, creda al «futuro»,
a come ridurre a «morti di Stato» –
Antichi maestri giù ci va duro –
studenti resi, ognuno, un frustrato.

Pensieri profondi: la digestione
mal si concilia con tali mestizie.
Fine dell’ozio. Ho un pantalone
di là da stirare, poi tre camicie.

 

Tentazione, in ascensore

C’è una particolare verità di un particolare suicida. Non si può vivere se non si accetta, e non si difende ad oltranza, una quota, anche minima ma inalienabile, di falsa coscienza. Chi si uccide perché patisce ogni giorno, e però non sa più sopportare, di colpo, le conseguenze del meccanico sforzo, reale o presunto, di demistificazione tirannicamente ossessiva di sé, della propria identità emotiva, culturale, sociale, conferma che la possibilità stessa della vita, per non dire di qualsiasi suo significato, è la menzogna. L’uomo che fugge da tutti gli inganni non fa in tempo a trovare la verità che lo riguarda, la verità delle cose. Trova prima la morte. Che appunto diventa, ed egli la sceglie proprio perché se ne avvede, la sua verità capitale.

Moto d’orgoglio, appena sull’uscio

 

Non è ammesso si debba morire:
è solo questo, il senso d’una vita.
Non può darsi che nessuno ti pianga:
giusto questo pretende, la tua vita.
Né avanza mai nulla, d’una morte,
a una vita. Sì, alla tua vita.
Altro da dire non c’è. O non serve,
se c’è. Per vivere e basta, nasciamo.

 

Quattro testi da La polvere
Stamperia dell’Arancio, Grottammare 2006

 

Abito in via Sante Tani,
in fondo a una strada privata
senza altro sbocco che quello
di un albero, un muro.
Arrampicato sui rami
il giorno muore, poi nasce
come la polvere
raccolta e quindi scagliata
dalla paletta nel secchio
delle scorie di casa.

 

Non c’è l’ascensore
e lo spazio neppure,
tra un palazzo ed un altro,
per parcheggiare,
se un amico, un parente
mi viene a trovare.
Perciò mi difendo
dalle visite di cortesia,
dagli imbarazzi
o gli improvvisi silenzi
del conversare,
dai sentimenti
di circostanza,
dagli inviti a tornare,
dai complimenti:
“tieni bene la casa”,
dagli spargimenti
di calore e illusioni.

 

Non le parole, neppure gli affetti
e i difetti di un tenero amore,
non gli abbracci e lo scambio
di posizioni sul letto, il divano,
tutto ciò potrei chiederlo invano
a chi desidero avere al mio fianco:
un quadrupede, un semplice gatto,
di gran pelo, bei baffi e Montale,
cui sorridere e poi raccontare –
non al poeta, all’animale –
la fila alle casse all’ipermercato,
il volantino di un’offerta speciale.

 

Dal marmo, al mio passo,
un ciuffo di polvere
scivola piano,
balla più piano
sulla ceramica
grigia del bagno.
Lo specchio, il lavello,
il secchio, l’ombrello
nella doccia a scolare,
per terra un capello
incerto se stare.
C’era una donna,
ora non c’è,
coi guanti a pulire,
se non il mio cuore,
ciò che di me
ogni volta scompare.
Di là della finestra
soltanto il rumore
d’asfalto e di sole.

 

 

Quattro testi da Niente di che, solo atti mancati (scrivere, disamare, congedarsi)
in «Smerilliana», 20, 2017 (micro-raccolta di dieci poesie)

 

3 Gennaio 2016: trattenere il fiato

Un padre, quando l’ho visto, composto.
Bocca alle guance, sì, l’ho baciato.
Un chiodo, anche l’altro: è saldato
al raso, la bara, un fiore deposto.

Poi non mi sono più detto: “Non c’è”.
Se la presenza era già decaduta,
mi sfinisce la mancanza assoluta.
Ne sento spesso la voce, non è.

Il ricordo mi arriva di poco
importante davvero. Un dettaglio:
in faccia un cerotto su un taglio,
lo stesso nome storpiato per gioco.

E dovrebbe d’un tratto accadere,
che mi cedano i nervi, io pianga.
Invece no. Il dolore la sfanga
dall’idiozia. Si lascia tacere.

 

12 Gennaio 2016: cos’altro non sopravanzare

La notte ha spazzato il terrazzo.
Aperta, la busta non sa tenere
scheletri in latta soffiati dovunque
che cozzano ottusi con la ringhiera.

Spero anche in nessun giorno di più
dell’altra mezza famiglia nei pressi:
veder stipate al vento in un muro
la madre, la figlia non lo vorrei.

Trascinati sulla strada, i detriti
hanno fatto singhiozzare la guida.
L’aria è già ferma, a destinazione.
“Staran pulendo l’asfalto”, mi dico.

Desiderio inatteso di vita:
che mi opprime intorno svanisca;
che debba solo della mia morte
io farmi carico senza poterlo.

 

15 Gennaio 2016: non spostarsi d’un crine

“I capelli, guarda, è una cosa
che non ci si crede: non li distruggi.
Soda caustica? Ma lasciala stare!
Vengo, una sera, svito il pistone”.

L’idraulico m’ha in pratica detto,
scrutando il ristagno nel lavandino,
che tracce di te non solo dal bagno:
da tutta casa non se ne andranno.

Lo congedo pensando: “E così sia!
Pur a volerla dar via col mobilio,
e comunque oltre quanto credessi,
tu sosterai, in qualche tua forma”.

Vanno presi sul serio, gli umani.
Facilmente si raccontano: “Sempre”,
ma non lo sanno che quella parola
senza scelta rischia d’essere vera.

Curvi dietro consolle, che chi le sposta?
Stirati in un libro, che chi lo apre?
Bianchi sul fondo di una scarpiera.
Stretti agli angoli dentro un cassetto.

Foto di Sandro Abruzzese

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