Simone Consorti, La pioggia a Cracovia

Simone Consorti, La pioggia a Cracovia. Romanzo, Edizioni Ensemble 2019

Per ogni opera di Simone Consorti la triangolazione tra poesia, narrativa e fotografia è punto di partenza irrinunciabile se si vuole procedere a una ricognizione quanto più accurata possibile di strumenti, forza e leve, scatti e spunti.
Questa asserzione preliminare si rivela particolarmente feconda per La pioggia a Cracovia, romanzo pubblicato dalle Edizioni Ensemble nel gennaio 2019. Non solo: La pioggia a Cracovia si pone al centro di un intreccio di linee, traiettorie, prospettive, trame, filoni narrativi e temi ricorrenti in tutto il corpus delle opere di fin qui pubblicate da Simone Consorti.
Già prendendo le mosse dal titolo del romanzo, chi frequenta l’opera di Consorti riceve l’invito a riprendere il suo libro di poesie Nell’antro del misantropo, che riporta in copertina proprio lo scatto dell’autore intitolato La pioggia a Cracovia.
Quello scatto racchiude elementi centrali anche in questo romanzo e, allo stesso tempo, lancia in avanti direttrici che l’opera di narrativa poi sviluppa: l’acqua piovana raccolta nella pozzanghera si fa squarcio di luce, specchio e scenario, con un campanile sullo sfondo, di un’immagine catturata, una sagoma che serba una storia. Che cosa sappiamo di quella sagoma? Quell’immagine catturata potrà e vorrà influire – intervenire arrestando, fermando, cristallizzando o contemplare lasciando andare? – sulla inevitabile dissoluzione, sulla dissolvenza e sulla sparizione?
Come epigrafe al romanzo, quattro versi di Consorti, nel suo stile originalissimo che si pone, anch’esso, come modello di ironia in apparenza inguaribilmente scanzonata e di malinconia intimamente struggente: «Oggi mi faccio un dono/ oggi mi dimentico chi sono/ e anche se ho buttato la mia vita/ chiunque io sia mi perdono». L’accordo con le rime precedenti, “dono” e “sono”, non lascia dubbi su dove debba essere posto l’accento tonico di “perdono”, dunque “perdóno”. Eppure, i quattro versi che fanno da introduzione al romanzo ne anticipano anche i nodi tematici, e tra questi c’è il perdersi, il sottrarsi alla vita ordinaria, alla visibilità e, insieme, il perdere visibilità dinanzi agli altri, ai passanti che procedono di fretta (in un passaggio del romanzo, a sottolineare la triangolazione alla quale si è accennato in apertura, viene descritta una foto e ne viene sintetizzato il ‘messaggio’ tra urgenze e invisibilità dei senzatetto e dimenticanze dettate dai ritmi furiosi dei passanti nel titolo Ho fame ho sete ho freddo, ho fretta), persi e perduti anch’essi, cosicché l’ultima parola dei quattro versi può essere letta anche alla luce dell’omografo non omofono, dunque “pèrdono”.
Al centro della narrazione c’è una panchina in un parco a Cracovia. In quel parco si sono seduti un Nobel e un Santo (Quale premio Nobel, quale santo? Indizi e impliciti sono sparsi, appaiono e scompaiono come il sorriso del Cheshire Cat in Alice in Wonderland di Lewis Carroll). In quel parco sostano barboni e transitano turisti, si incrociano vicende, si raddoppiano, forse. In quel parco, sempre al centro della narrazione, e in un alternarsi di voci che rendono conto di ipotesi, di visioni, di flashback e, con un’espressione che arriva diretta da Le ore del terrore, di “preghiere e bestemmie sincere”, si incontrano il fotografo e il vagabondo.
Il romanzo si snoda per capitoli ‘recitati’, di volta in volta, da uno dei due, il fotografo e il vagabondo. Anche nel presentarsi, i due sono legati da un verbo coniugato in due modi, al gerundio per il fotografo, al participio passato per il vagabondo; il verbo è “svanire” e il suo significato è ampio, da “scomparire” a “disperdersi a poco a poco” (proprio come il sorriso dello “Stregatto” in Carroll o come un odore, un’essenza), al participio passato, “svanito” è chi ha perso lucidità, chiarezza, è “svitato”, “svaporato”.

Vedendolo così, ho pensato alla narcolessia e a cose del genere. Oggi, una volta in piedi, gli ho chiesto se stesse bene. […] Anche mentre gli parlavo del progetto, sembrava un po’ perso, ma quando gli ho accennato al titolo, Svanendo, mi ha risposto che è da un pezzo che è “svanito” e, dal tono che ha usato, credo che intendesse più il verbo che l’aggettivo. (p. 21)

Cracovia è crocevia: il bisticcio di parole al quale ricorro per definire il ruolo del luogo principale degli eventi narrati è intenzionale. La città porta con sé, come si è accennato in apertura, un fardello di vicende umane, di storie singole e di drammi collettivi. Di Cracovia restano, nel patrimonio collettivo, le immagini, ricostruite da Spielberg nel film Schindler’s List, del passaggio degli ebrei strappati alle loro case e stipati nel ghetto: uno “svanire” alla vita civile, che, tuttavia, si verifica con un evento traumatico, la cacciata dai propri luoghi e l’attraversamento della propria città in mezzo agli schiamazzi e agli insulti. Di Cracovia resta la fabbrica di Schindler, almeno temporanea sottrazione allo sterminio. Di Cracovia resta la prossimità ai campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau. Di Cracovia resta il seminario dove insegnò padre Massimiliano Kolbe, canonizzato da Karol Woityla, allora papa Giovanni Paolo II, che a Cracovia studiò all’università Jagellonica e che a sua volta fu canonizzato nel 2014. A Cracovia resta la statua di Wojtyla più volte menzionata come luogo di dissacrante innaffiamento nel romanzo. A Cracovia sono sparse in più luoghi le tracce della presenza e della poesia di Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996. E, si dice il vagabondo, menzionando alcuni versi da La morte senza esagerare, forse sarebbe stato preferibile mettere i suoi versi piuttosto che il suo nome sulla panchina sulla quale era solita sostare per ore. Da Cracovia, nel romanzo di Consorti, partono missive e messaggi per donne amate e perdute.
Di tutti questi elementi – vivi, sfruttati, dissipati, svaniti, rinvenuti – nell’immaginario collettivo, Simone Consorti lascia segni distribuiti con una regia sapiente che, in questo affollato crocevia, sono intrecciati con una vicenda narrata di destini, scelte, dissolvenze, sovraesposizioni e sottoesposizioni, che si imprimono profondamente in quella lastra complessa composta dalle memorie, dalle associazioni, dai collegamenti e dalle rappresentazioni di chi legge.

© Anna Maria Curci

 

IL FOTOGRAFO

Recapitato alle 22.12 del 27/9
Letto alle 22.49 del 27/9

Ciao Bianca, credo che tornerò presto. In questi giorni, in giro soprattutto per il ghetto, ho scattato parecchio. Inoltre, sto bruciando i tempi col progetto e anche il mio vagabondo posso dire di conoscerlo già meglio. Ormai, sia correndo che da fermo, mi capita d’incrociarlo spesso e quello dell’alba sulla sua panchina, è diventato un vero appuntamento. Anche se sono ormai diverse volte che lo trovo con gli occhi spalancati, faccio sempre fatica ad abituarmici. In questa posizione contro natura ci rimane per circa mezz’ora, poi lascia aperto giusto uno spiraglio e poco dopo è sveglio. Vedendolo così, ho pensato alla narcolessia e a cose del genere. Oggi, una volta in piedi, gli ho chiesto se stesse bene. Ma lui non mi ha risposto, quasi le tenesse aperte esclusivamente perché non esistono palpebre per le orecchie. Anche mentre gli parlavo del progetto, sembrava un po’ perso, ma quando gli ho accennato al titolo, Svanendo, mi ha risposto che è da un pezzo che è “svanito” e, dal tono che ha usato, credo che intendesse più il verbo che l’aggettivo. Poi ha iniziato a farmi domande a raffica: perché proprio lui, se mi aveva mandato qualcuno, se c’entravo con una certa Chiara, se di secondo mestiere facevo la guardia, se avevo parenti, vicini o lontani, in Campania, e dove vivevo precisamente in Italia. Non voleva più sapere niente di sua madre, né sentir pronunciare la parola “vulcano”, oltre che le località di Pompei ed Ercolano. «In Italia non ci tornerò nemmeno da morto» ha tagliato corto. Ha accettato, però, di vedere le mie foto. Gliele ho mostrate in pratica tutte, tranne la sua, perché voglio farmi conoscere anch’io meglio, prima di chiedergli una liberatoria per la mostra o comunque strappargli un permesso. Dopo averle studiate nei dettagli, facendo particolare attenzione ai contrasti, quelle le ha commentate come un professionista, usando termini tecnici, trovandole sottoesposte, con le persone che gli sembravano più che altro ombre. Anche lui è arrivato in questa città con una macchina fotografica, ma non ricorda più se l’ha perduta o cosa. Una notte, semplicemente non c’era più; c’erano stracci nuovi al posto di quella. Forse gli stessi che indossa adesso. Ha qualcosa di clownesco, il suo abbigliamento. A parte un maglione a collo alto, eppure largo, sopra la giacca porta una specie di lunghissima striscia di lana, una sorta di sciarpa molto scenografica che gli fa quattro giri all’altezza del mento, del collo, del petto e della pancia. Domani ci rivedremo al suo posto e gli chiederò se, sottoesposto e senza che si riconosca il volto, accetterà di tornare in Italia, almeno in foto. (pp. 21-22)

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