Gianni Iasimone, La Quintessenza

Gianni Iasimone, La Quintessenza. Prefazione di Salvatore Ritrovato, Arcipelago itaca 2018

Quattro elementi, fuoco, acqua, terra, aria per le quattro sezioni che compongono il libro e, aleggiando come lo spirito sulle acque nella creazione, la Quintessenza, vita e affabulazione, amore e cura narrati e cantati in assenza della madre, di colei della quale un verso di semplice, sovrana bellezza recita in dialetto «spannivi pac’ purtàvi cuntentezza» (“spandevi pace portavi gioia”): con questi indizi mi accingo a introdurre la raccolta poetica di Gianni Iasimone.
La quintessenza – ciò che abbraccia e trascende i quattro elementi – è tutto e, insieme, tutto ciò che è legato alla madre, lingua, parola, terra, cuore, comunità.
Già il primo componimento ne fa chiara e ampia, dolorosa e rievocativa professione: «Tutto finì quel giorno / o ebbe inizio quando/ il nostro urlo primigenio/ incrociò il volo di una farfalla / mentre tu chiedevi aiuto».
La richiesta d’aiuto, l’urlo primigenio, il volo di una farfalla sono tutto e una cosa sola nell’estate che si rincorre dal 2007 al 2017 (il sottotitolo spiega tra parentesi che l’arco temporale è quello, estate 2007 – estate 2017).
Dell’estate appare nella prima sezione, intitolata FUOCO (una sola), il crepitare delle stoppie, l’ardere pervasivo di una stagione che si consuma, che consuma e prosciuga “la” sorgente, la fonte di vita. Della campagna, delle erbe che accolgono e propagano la nuova della morte e dell’incipiente notte si dice che sono «rassegnate ad affrontare / un nuovo giorno di fuoco». La stagione con l’afa e l’arsura pare perfino superare l’inferno per la violenza dei dardi brucianti, ora che manca colei che già con il solo sorriso recava sollievo: «Solleone – quest’anno / già bruci più / dell’inferno. // Non c’è più / il fresco venticello / del suo sorriso.».
Eppure la fine e il principio sono accostati, si sporgono l’una verso l’altro. La prossimità si palesa nelle rime ricorrenti, anche interne, in questa prima sezione (apparsa, come avverte l’autore, in Chiavi storte, Mobydick 2012): assenza, essenza, distanza, speranza. L’io poetico osserva, rievoca, richiama, ritorna allora «con alterno sentimento» (Terra mia).
Climi e paesaggi autunnali e invernali dominano, invece, nella sezione successiva, ACQUA (sangue diluito): «Fuori fa freddo da cani / e da un po’ nevica così fitto / che il cuore ne risente. / Fisso davanti alla finestra / per un infinito istante / resto senza respiro / mentre osservo i fiocchi / che vanno giù dritti / o danzano improvvisi» (Memoricidio?).
Anche nella prigionia urbana, dinanzi al «computer / – freddo compagno di sventura –» (Buongiorno!), i ritmi e gli avvicendamenti, a riproporre il soffio vitale, anche sotto la coltre fredda e desolata, sono quelli rurali. Il pensiero corre immediatamente a Demetra e a Persefone – Cerere e Kore – tanto da anticipare quello che Gianni Iasimone scrive in Respiro: «come l’ira di Cerere / quando le si spezza il cuore / dentro il petto di terra bruciata / e fischia l’aria va a tempo il vento / per il mondo sordo che tanto amava / a seminar mele granate more frumento / per Kore la figlia rubata».
Ciò che avevamo intravisto percorrendo le prime due sezioni si fa evidente, fin dal titolo, nella terza, TERRA (léngua madre): parola-poesia e terra-madre sono binomi che procedono appaiati, fin quasi a sovrapporsi. E la lingua madre non può che essere che quella della madre e dei compaesani dell’autore, la «lingua napoletana nella variante locale di Pietravairano».
È impressionante vedere, o meglio, ascoltare come il verso, per lo più breve e sempre denso, tipico della poesia di Gianni Iasimone in lingua italiana, diventi ancora più sapido e sonoro nell’idioma di Pietravairano, nella lingua di sua madre, donna di poche parole, che tuttavia, quando “cuntava” storie, si trasformava: «’o veré ch’ ’a janara ch’è venùta / a circà ‘u sal’ stammatìna / c’ ha fatt’ ‘na fattura / o è n’atu rispiéttu fatt’ ‘e stramacchiu / ra’ chigl’ sfaccìmm ‘e Mazzamauriegl’*» (vuoi vedere che quella strega che è venuta / a chiedere il sale stamattina / ci ha fatto una fattura / o un altro dispetto fatto di soppiatto / da quell’impertinente di Mazzamauriello).
Nella quarta e ultima sezione, ARIA (haiku o vento), la misura si riduce ulteriormente, si avvicina a quella degli haiku, che nella loro brevità e significatività condensano il dolore dell’assenza (non solo della madre, ma anche di ogni oggetto. anche il più piccolo, collegato alla sua permanenza su questa terra, e l’immagine dalla natura: «inverno bigio / non crepita il forno / senza il tuo pane». La forma breve esalta e chiarisce, al di là di ogni dubbio, il “tutto” di cui ho scritto in apertura; esalta e chiarisce, dunque, dove risieda e in che cosa consista la quintessenza: «tu grande madre / piccolo verso umile / vento onda poesia // radice anima / della tua passione / inganno l’arte mia». Con uno spirito che, come viatico, così « ti riconsola», vale allora la pena di continuare a cercare.

© Anna Maria Curci

*Così viene chiamato al mio paese e in area campana una figura fantastica,
una sorta di spiritello popolare o folletto domestico dotato di poteri magici che compariva soprattutto alle bambine con un’iniziazione cristiana incompleta. (n.d.A.)

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Gianni Iasimone, classe 1958, poeta, performer, attore, regista, fotografo, autore di video e testi teatrali, studioso di tradizioni popolari, è nato a Pietravairano, un piccolo centro dell’Alto Casertano. Laureato in DAMS con Giuliano Scabia all’Università di Bologna, ha conseguito un Master in Poesia Contemporanea presso l’Università di Urbino. Sue poesie e interventi sono apparsi su numerose riviste, in rete e in alcune antologie tra le quali Bologna e i suoi poeti, curata da G. Centi e C. Castelli, Bologna 1991.
Ha pubblicato la raccolta di versi La memoria facile (con disegni di Carmelo Sciascia, Piacenza 1991), nel 2005 il “poema metà-fisico” Il mondo che credevo, Mobydick, nel 2012 il libro di poesie Chiavi storte, Mobydick, e il “canzoniere” La Quintessenza, Arcipelago itaca Edizioni, 2018.
Suo anche il saggio critico Conta nu cuntu! Il racconto orale come strumento creativo e comunicativo, Caramanica editore, 2002.
A partire dagli anni Ottanta ha dato vita a svariate performance poetiche itineranti e ha letto i suoi versi in diverse piazze e teatri.
Ha partecipato, come attore, a numerosi spettacoli teatrali, realizzandone molti come regista e autore.
Attivo come operatore culturale, collabora con alcune riviste e portali on-line, ed è tra i fondatori dell’associazione “Microcosmus” di Rimini, dove attualmente vive.

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