“Un cervo! Ma dove? Ma che!” da “Suite Etnapolis” di Antonio Lanza (con nota di lettura)

Foto di Antonio Lanza

Per il modo di costruire la successione delle immagini, di spostare da una parte all’altra un ipotetico sguardo sul mondo, nel grande libro di Antonio Lanza Suite Etnapolis (Interlinea 2019, su Poetarum Silva qui) è possibile ravvisare qualcosa di simile a una logica, a una sintassi cinematografiche. Quando la variazione della luce ci dà il senso del trascorrere del tempo (“cucine/ domenicali in cui il cielo/ entra a allungarsi sul tavolo”, p. 10; “raggela in risposta la luce/ sui palazzi di via Etnea”, p. 14); o le descrizioni si agganciano a ricordi di pittura (“e il sole adopera il rosso/ delle divise per farne ondeggianti/ papaveri in una quadro impressionista”, p. 89); o ancora certe immagini si presentano alla stregua di piccoli inganni ottici (“per un diffuso/ black-out i negozi/ si oscurano come lastre”, p. 12; “coppie che passeggiano capovolte/ dentro i laghetti artificiali”, p. 16). C’è poi la visione dall’alto di un io lirico sopraelevato che intervalla e chiude ogni sezione, come qui: “Dalla terrazza da cui solo mi sporgo,/ il paesaggio sembra quasi bucolico:/ bimbi sull’altalena; altri con le manine/ sulle sponde di protezione/ che vengono giù dagli scivoli/ disponibili ai ricordi che di qui/ forse a struggerli/ per sempre torneranno” (p. 16), dove l’istante presente sembra già sfumare nella dissolvenza di un flashback. Nel finale dell’opera si fa poi cinema letteralmente, quando all’apparire di un cervo che sconvolge la vita dell’ipermercato, un videomaker prova a documentare l’evento straordinario, non senza qualche comprensibile svarione: “Al diciottesimo secondo qualcosa/ va storto, l’inquadratura salta, va/ per cieli, poi si ferma sul niente/ dell’erba, voci concitate, bestemmie:/ è fuggito di là, è scappato via,/ dice l’operatore prima/ che il video si chiuda” (p. 87). Questo cervo letterale e allegorico è la potentissima trovata con cui Lanza chiude o quasi il suo poema, dopo averne intelligentemente suggerito l’imminenza per via di indizi testuali più o meno secondari: in un logo commerciale (“Tanti hanno/ buste con la scritta HEVEL/ e vi campeggia fiero un cervo/ ferito”, p. 15), in una metafora (“Tornano forti le zampe cerbiatte che prima cedevano/ e sdrucciolavano”, p. 24), in un manifesto pubblicitario (“e un cervo dalle sei punte/ l’occhio pieno e selvaggio/ fiereggia più avanti/ dal cartellone di un circo”, p. 55). La scelta antologica che segue è tutta sul cervo, sullo stupore dei clienti e dipendenti di Etnapolis, sul non trovare le parole pur dicendone tantissime di fronte alla visione incongrua e selvatica. Se infatti fino a quel momento Etnapolis ci sembrava un universo chiuso di ritmi e costrizioni, ecco che il cervo capovolge la prospettiva, apre possibilità di senso inedite e vertiginose, ci dice insomma che nulla è dato una volta e per tutte. Sbaglieremmo a inchiodarlo a un solo significato precostituito, a una speranza univoca: ognuno in quel cervo può metterci ciò che vuole, macchina polisemica e inesauribile. Vale piuttosto la pena di chiedersi in che rapporto stiano l’imprigionamento e la libertà dentro e fuori questo poema, se può esserci cervo senza una qualche Etnapolis, se si dà Etnapolis senza un cervo che ce la renda vivibile, umana, perfino bella.

@andreaaccardi

 

DALLA SEZIONE “VENERDI’”

………………………………………….Ma nell’ultima
luce s’invola fra tutte una voce:
si aggira un cervo nei giardini!
Un cervo! Ma dove? Ma che! Un… cosa?
Ma, signori, scherziamo? Ma dove,
che dici? Sicuro, l’ho visto: di là
dal laghetto, dietro il cipresso:
brucava. Aveva una leggera
maculatura bianca sulle cosce…
… ma ti pare che uno può avere
allucinazioni così nitide?
… ma, io dico, se a quella distanza non…
Aveste visto come ha corso poi,
ma furbo, dietro la linea degli alberi,
in direzione del cinema, mobile,
caldo, muscoli, occhi. Altri hanno
visto, qualcuno col cellulare… L’ultima luce,
ve lo dico io, genera vapori,
incontrollabili visioni
collettive: a uno pare
di vedere, un altro supinamente
conferma, ed è fatta. Io non so
cosa c’entra un cervo a Etnapolis,
ma un cervo, giuro, è quello che ho visto.

 

DALLA SEZIONE “SABATO”

Si vede inequivocabile il cervo
fare un giro lento attorno al cipresso,
qualcuno che entra e poi rapido
esce dall’inquadratura mossa;
fuori campo, una voce femminile
che incita a avvicinarsi. Ancora
due passi, il corpo del cervo dietro
il tronco del cipresso, i palchi
brunastri a sei punte, la fierezza
del collo, la pienezza dell’esserci –
appena dietro, il traffico che scorre.
Al diciottesimo secondo qualcosa
va storto, l’inquadratura salta, va
per cieli, poi si ferma sul niente
dell’erba, voci concitate, bestemmie:
è fuggito di là, è scappato via,
dice l’operatore prima
che il video si chiuda.

Su youtube al mattino già centinaia
di visualizzazioni e nugoli
di commenti: gli increduli si alternano
agli scettici, i complottisti discutono
con gli esperti, gli insulti fanno ressa
col buon senso: chi non sopraffatto
dal fumo sospetta una trovata
pubblicitaria di bassa lega e chi il mito
del cervo e di Ciparisso rispolvera.

La verità è scomponibile, il dubbio
sempre si insinua tra gli smottamenti
dei pixel. Si propaga anche però
la curiosità: brevi articoli online
non firmati, continue
condivisioni del video sui social,
e in tarda mattinata a Etnapolis lo stupore
di una troupe televisiva cittadina.

Fuori i giardini sono un tappeto
tranquillo sotto gli spruzzi
dell’irrigazione, i viali di ghiaia
abbacinanti, i campetti set
inutilizzati, ferrose cascate
le scale, i laghetti acqua
stagnante verdastra con fogli
aperti di brochure e macchie
di schiuma. Squadre antincendio
perlustrano l’esterno, l’esteso
perimetro di Etnapolis, se mai
tracce scoprano del cervo,
dove è scomparso, se c’è.
Si sfottono sorridendo perplessi
alle ricetrasmittenti, contratti
gli sfinteri; e il sole adopera il rosso
delle divise per farne ondeggianti
papaveri in un quadro impressionista.

 

SAMUELE: Allora per il dolore chiede di poter piangere per sempre.
CINZIA: E Apollo lo accontenta?
SAMUELE: Apollo anche a sforzarsi non può capire tutto quel dolore per un cervo. È un dio, no?, non un uomo. E che ne sa un dio del dolore di un uomo?
CINZIA: E poi ama Ciparisso.
SAMUELE: E vuole salvarlo, e infatti ci prova, a calmarlo, a fargli cambiare idea.
CINZIA: E Ciparisso?
SAMUELE: Ostinato. E alla fine Apollo lo trasforma in un cipresso, la cui resina sul tronco forma gocce simili a lacrime. Con una promessa: che sempre Apollo lo piangerà, e sempre Ciparisso piangerà per tutti gli altri, insieme a chi soffre.
CINZIA: Piange anche per noi, allora.
SAMUELE: È lì, guardalo.

 

INTERVISTA I

UNA TESTIMONE: Cos’ho provato. Ho provato tipo un senso, un senso di stupore, inizialmente: non lo sapevo che un cervo poteva essere così enorme, e pensi che lo vedevo dalla terrazza, saranno almeno cinquanta metri da lì… poi, quando ha preso e si è messo a correre, dico una cosa stupida, ho sentito come se, i suoi zoccoli, come se mi battessero qui, sul petto. Me li sentivo qui. E poi, la grazia della corsa. Come se voleva mostrarci qualcosa. E in un attimo era dall’altra parte di Etnapolis. Questo.

 

INTERVISTA II

IL VIDEOMAKER: Ho sentito del resto che si chiamano palchi non corna. E che a giudicare appunto dai palchi, ma questo l’ho scoperto ora, grazie a uno che ha commentato il mio video e sembra saperla lunga sui cervi, a giudicare appunto dai palchi che hanno una dimensione più modesta e un piano di costruzione molto semplificato pare che si tratti di un cervo proveniente dalla Riserva della Mesola, a Ferrara. Quando ieri sono riuscito a riprenderlo non avevo mai visto un cervo in vita mia, come tutti, credo. Eravamo io, la mia fidanzata e due miei amici. Io e i miei amici passavamo il tempo giocando a calcio, dentro il campetto. La mia fidanzata leggeva un libro sotto l’ombra di quell’ulivo lì. A un certo punto sentiamo delle grida, gente che si allontana dal campo di basket e indica un punto verso il cipresso. All’inizio non capiamo il perché. Raccolgo la palla, poi lo vedo. È stato come se mi chiamasse. Non ci ho neanche pensato: ho mollato il pallone, ho preso l’iphone e piano piano ho iniziato ad avvicinarmi, ho acceso la videocamera, e mi sembrava di stare sognando. Era fermo vicino al cipresso. Avrei detto che non mi guardava neanche, nonostante la sua testa fosse rivolta dalla mia parte. Dopo aver attraversato diagonalmente il vialetto di ghiaia ed aver messo piede sull’erba, sento accanto a me la voce della mia fidanzata, che nel frattempo aveva mollato libro e tutto e mi era venuta vicino. Mi dice di avvicinarmi di più. E ci avviciniamo insieme. Il cervo fa questo lento giro attorno all’albero, e poi si ferma. Io mi avvicino ancora di qualche passo e penso, ora questo mi carica e sono fottuto. Le mani mi tremavano e anche questo nel video si vede bene perché l’inquadratura diventa instabile via via che mi avvicino. Sei, sette metri ci separavano, non di più. E sento questo odore di selvaggio. Lui sembrava un grosso ritaglio a grandezza naturale appiccicato in una cornice che con un cervo non c’entra niente. Voglio dire, che ci faceva un cervo a Etnapolis. Da dove poteva essere salto fuori. Come era arrivato fin lì. Io tenevo gli occhi sbarrati così. Niente, poi sarà stata la nostra presenza, che lo ha impaurito, o che altro, insomma, prende e con un movimento improvviso del collo si lancia in una corsa che lì per lì mi è sembrata diretta verso di me. Questo carica sul serio, ho pensato. Ma neanche l’ho pensato, non ho avuto il tempo per pensarlo. Mi sono buttato a terra. O sono scivolato. Addosso me la sono fatta, si può dire. E l’ho perso. E qui si chiude il video. Il suo modo di correre. L’ho visto mentre cercavo di rialzarmi: niente che avessi visto prima. Peccato che non sono riuscito a riprenderlo. Era quella corsa che dovevo riprendere. Come se non era di questo mondo, dico, e allo stesso tempo come se di questo mondo voleva che vedessimo qualcosa, qualcosa d’altro, attraverso di lui. E mentre si allontanava seguendo la linea degli ulivi ricordo di aver pensato, no, ma questa è una sciocchezza, non la dico.

 

Nessuno però lo pensa possibile.
Dalla terrazza panoramica,
dalla cima delle scale esterne,
su dai parcheggi, il dito
che netto ne indica l’immobile
presenza sotto un ulivo
stana dagli occhi alluciati di tutti
vertigine di fede; si agitano
in negozio nelle gabbie e gli acquari
d’istinto pesci e animali di varia
specie; a caso, per troppa o poca
tensione, pulsano nei corridoi
i neon, sfrigolano, a turno si arrendono;
la testa calva staccata scoppiata
di un manichino la tempia
a terra ad un palmo dalla vetrina
respira i passi frettolosi
oscuramente sente l’imminenza
di un assedio.
………………………La statale è straziata
adesso dagli spilli
blu delle sirene.
Pazienza e collaborazione,
richiede agli altoparlanti la voce,
ma le commesse abbandonano
le casse, si fanno alle porte,
si passano di mano le notizie;
e i clienti disertano le merci,
affollano le uscite – gazzarra
di divise, fuori, di lampeggianti,
sequenze di ordini e contrordini,
cicaleccio di ricetrasmittenti;
e poi il cervo si alza, lascia
l’ombra dell’ulivo, si affaccia
alla poderosa
luce siciliana, e a ciascuno
dietro il display acceso a registrare
osservandone sul prato improvvisa
la corsa il cuore si disserra.

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.