proSabato: Grazia Deledda, Il mago

Vivevano in fondo al villaggio, uno dei più forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l’ultima, e guardava giù per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie. Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, confuso col cielo di platino in estate, nebbioso in inverno: cucendo presso la finestra scorgeva una immensità di vallate stendentisi ai piedi delle sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle messi d’oro ondeggianti al sole, e il sussulto del torrente che scorreva fra le rocce e i roveti montani. In quella casa piccina e nera, col tetto coperto di musco giallo e rossastro, ombreggiata da un vecchio pergolato, fra tanta festa di cieli azzurri e di immensi orizzonti silenziosi, da due anni, Saveria scorreva la vita più felice che si possa immaginare, accanto al suo giovane sposo dai grandi occhi ardenti e le labbra rosse come i frutti delle eriche fra cui conduceva i suoi armenti, la sola sua ricchezza. Si chiamava Antonio. Anch’esso dacché aveva sposato la piccola signora dei suoi sogni da pastore, viveva felicissimo; però una leggera nuvola era apparsa dopo due anni di completa felicità sul cielo sereno della sua esistenza. Saveria non lo aveva reso né ancora accennava a renderlo padre! Era una cosa ben triste! Egli l’aveva tanto sognato un bel marmocchio bruno come lui che appena in gambe l’avrebbe seguito su e giù, fra i boschi e le valli, aiutandolo nelle dure fatiche di pastore; un marmocchio che poi, fatto forte giovanotto, la gioia e la speranza dei suoi vecchi, ammogliandosi avrebbe a sua volta tramandato il loro nome e la discendenza dei loro armenti in un altro, e così via pei secoli dei secoli! Tutti gli avi di Antonio erano stati pastori: e questa gloria egli sognava di continuarla ma come fare se non veniva l’erede? Tutto fu messo in opera; promesse, novene, pellegrinaggi. Antonio andò, scalzo e a testa nuda, a piedi, sino al celebre santuario della Madonna dei Miracoli, a Bitti, fece fare una processione, una messa solenne, e promise di dare tante libbre di cera lavorata alla Madonna quante ne avrebbe pesate il futuro figliuolino, ma tutto fu inutile. Saveria restava sottile, sottile, elegante nel suo costume dal corsetto giallo e la camicia ricamata, e la casa non veniva ancora rallegrata dagli strilli del sognato bambino né dalla nenia della mamma accompagnata dal cigolio della culla.
Era una ben triste, triste cosa! Se ne aveva già deposta l’ultima speranza allorché un giorno un’amica di Saveria venne a trovarla e le disse con profondo mistero, dopo i primi complimenti alla francese: – Non sapete dunque, comare Sabé? Peppe Longu mi ha detto che voi non fate figli perché…
– Perché?… – chiese attenta Saveria con gli occhi spalancati.
– Perché? – seguitò l’altra abbassando la voce. – Ci scampi Iddio, ma voi lo sapete, Peppe è un mago di prima qualità, così almeno dicono tutti… e lui stesso mi ha detto che è per opera di una sua magia che voi non avete figli.
– Liberanosdomine! – esclamò Saveria ridendo e facendosi il segno della croce. Come tutte le donnicciuole del villaggio essa era superstiziosa e credeva alle magie, anzi una volta aveva visto coi suoi propri occhi un fantasma bianco vagare pei monti, ma che poi Peppe Longu, per quanto fosse mago, arrivasse a quel punto, ah, questo era troppo! Ma l’altra proseguì, offesa dell’incredulità di Saveria, e tanto disse che finì per convincerla.
Dopo un’ora di chiacchiere accanto al focolare, sulle cui braci Saveria aveva posto a bollire il caffè, ell’era così convinta della magia di Peppe che chiese pensosa alla comare:
– E… ditemi, non la potrebbe disfare questa opera infernale?
– Questo poi no, mi ha detto, questo no! Pare che abbia dell’astio contro vostro marito!…
All’imbrunire Antonio comparve in fondo alla strada rocciosa sul suo cavallino nero e la bisaccia gonfia di formaggio fresco e di ricotta. Mentre scaricava la sua entrata sotto il pergolato, Saveria lo informò di tutto: egli non rise punto, ma aggrottando le folte sopracciglia si contentò di scuotere la testa. E quando tutto fu rimesso in ordine, cavallo, bisaccia ed entrata, Antonio si sedette a piedi in croce accanto al focolare e si fece ripetere la strana novità.
– Ma che diavolo avete con Peppe? Perché si vendica così orribilmente? – domandò alla fine Saveria con grande serietà.
– Nulla!… – rispose Antonio. – A meno che non sia perché mi rido sempre delle sue magie!
– È male! Non hai visto come ha disperso le cavallette che rovinavano la vigna di Don Giovanni? E quelle di Jolgi Luppeddu?…
– È vero… è vero… ma! Vedremo! Domani gli parlerò.
– Ah, se sciogliesse la magia!… – esclamò Saveria.
Quella notte i due sposi sognarono nuovamente un bel bambino bruno; ma l’indomani, per quante preghiere Antonio gli facesse, il mago del villaggio ricusò assolutamente di disfare l’incantesimo. Era un tipo alquanto misterioso quel mago: viveva come tutti gli altri uomini del mondo, però non lavorava mai.
È vero che oltre le magie pubbliche di cui menava vanto, come l’uccidere le cavallette e il sanare le pecore malate con semplici parole misteriose, per cui non accettava compenso alcuno egli riceveva molte visite notturne; però nessuno ci badava e generalmente si credeva che i genî che egli aveva al suo comando gli dessero il denaro e le provviste che abbondavano nella sua catapecchia. Ma forse Antonio la pensava diversamente perché, viste mal riuscite tutte le sue preghiere e anche le sue minaccie, si recò una notte da Peppe e gli promise un bel luigi d’oro purché sciogliesse finalmente la fatale magia.
Sulle prime Peppe fece il sordo, si mostrò anzi scandalizzato, come un artista a cui si proponga un affare che spoetizzi i suoi ideali; ma poi, visto realmente lo splendore del luigi, chissà donde il pastore lo aveva tratto! cedé a poco a poco e gridò:
– Ebbene, sì! Lo faccio però per amicizia e pietà di Saveria; ma tu non lo meriti, tu che mi hai sempre deriso!…
Antonio protestò; Peppe allora l’avvertì di trovarsi l’indomani notte in un sito deserto della montagna, col fucile scarico, una tovaglia bianca e due ceri. Antonio lasciò la moneta al mago e promise tutto; però, allorché trovossi nella strada oscura, minacciò col pugno la casa rovinata da cui era uscito e sogghignò: – Vedremo!
L’indomani notte fu il primo ad arrivare al convegno: era un sito orrido e dirupato reso fantastico dal chiarore croceo della luna al tramonto. Nella notte serena non spirava un alito di brezza, e i rovi fioriti, le liane nere e il musco olezzavano nel silenzio misterioso delle rocce illuminate dalla luna.

Il pastore depose il fucile che, secondo la raccomandazione di Peppe, non aveva caricato, la tovaglia, e i ceri su un masso e attese… Peppe non tardò. Le sue prime parole furono: – È giusta l’ora! Mezzanotte -. Stese la tovaglia su una larga pietra nuda e isolata dalle altre, fissò i ceri in terra e fece stendere bocconi, per un secondo, il pastore. Quando si rialzò Antonio vide i ceri accesi e il fucile posto sulla tovaglia. – Cominciamo! – disse Peppe.
E infatti cominciò a fare mille pantomime che Antonio seguiva con occhio torvo e con un sorriso di sdegno sulle labbra. Più che mai si sentiva in vena di deridere il mago; ma qual non fu il suo spavento quando Peppe rivoltosi alla pietra coperta dalla tovaglia, la interrogò in un linguaggio strano che probabilmente doveva passare per latino, e la pietra rispose, con voce flebile, lugubre, uscente di sotterra, nel medesimo linguaggio?… In pari tempo i ceri si spensero da sé senza che tirasse vento o che Peppe si chinasse su di essi. Si rivolse invece verso il pastore che tremava verga a verga e gli disse: – La pietra mi risponde che… il fucile risponderà se la magia è sì o no sciolta!…
– Come? – chiese Antonio richiamato in sé dalla voce del mago.
– Era scarico il tuo fucile?…
– Sì perdio! – esclamò il pastore.
– Ebbene, piglialo e spara in aria: se fa fuoco è segno che l’incantesimo è sciolto! Antonio, oramai preparato ad assistere a tutte le meraviglie del mondo ma non a quest’ultima, si accostò alla pietra parlante, prese il fucile e sparò… Peppe cadde al suolo, senza emettere un solo gemito, col cuore trapassato da una palla.
Invece di sparare in aria, Antonio lo aveva preso di mira…
Dopo il suo involontario delitto, perché, nonostante tutto, credeva che il fucile non facesse fuoco, il pastore pensò di darsela a gambe ma poi rifletté che nessuno sapeva nulla di tutta questa faccenda, e… ripiegò la tovaglia, riprese i ceri e il fucile e ritornò al villaggio camminando sulle rupi in modo da non lasciare alcuna traccia dietro di sé, e passò tranquillamente il resto della notte con la sua adorata Saveria.
Sempre incredulo in fatto di magie, il forte pastore dai grandi occhi ardenti non seppe mai spiegarsi come la pietra avesse parlato, come i ceri eransi spenti e come il fucile aveva fatto fuoco; però nove mesi dopo ebbe la gioia di pigliare fra le sue braccia robuste un bel marmocchio di cui Saveria lo rese padre. Allora si pentì amaramente di non aver sparato in aria; ma non potendo far rivivere il mago, si contentò di fargli dire una messa di suffragio nella vecchia chiesetta della montagna.

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© Grazia Deledda, Racconti sardi, Sassari, Giuseppe Dessi, 1894.

One comment

  1. La Sardegna arcaica di Grazia Deledda emerge da questo racconto come un luogo che ha alimentato civiltà protostoriche, abitato da spiriti, animato da entità ed energie non sondate che determinano, senza alcuna parvenza credibile, il destino dell’uomo.
    I ritmi della vita e della morte assumono cadenze sottratte alla regola, alla ragione, alla fisiologa naturale. Sono invischiati di ritualità, di assonanze, di convergenze, di corrispondenti atti da compiere o da evitare. La religio superstiziosa e macabra, il rito sulla montagna con le candele che si spengono senza vento e il fucile scarico che spara e uccide, perdono, grazie a un conclusivo rivolgimento di sorte e di climax, la drammaticità iniziale per essere incanalate inspiegabilmente nell’alveo della normalità. Dopo nove mesi Antonio e Saveria diventano genitori e le considerazioni del pastore si limitano a riconoscere che sarebbe stato meglio mirare in aria invece che contro Peppe. Ma ormai non si può più rimediare all’accaduto e l’unico viatico per una vita ordinaria è far celebrare una messa di suffragio per l’anima del morto.
    Levità e ostinata rassegnazione di fronte allo stato dei fatti si contendono il ruolo di comprimari narrativi. Ovvio, scontato, integrato in cute con il contesto sembra affermarsi l’ordine degli eventi e in questo senso l’eccezionalità della leggenda diventa quotidiana convivenza con ciò che di fatto si può spiegare solo attraverso la sua incomprensibilità.
    Una proposta intelligente e non allineata con letture convenevoli.

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