Angelo Pellegrino, Ritratto di Goliarda Sapienza

Angelo Pellegrino, Ritratto di Goliarda Sapienza, Milano, La Vita Felice, 2019, pp. 97,€ 12

Chi abbia amato o ami l’opera di Goliarda Sapienza non può rinunciare alla lettura del Ritratto che Angelo Pellegrino pubblica in questi mesi per La Vita Felice, casa editrice presso la quale sono già uscite le poesie, il teatro e alcuni altri testi che riguardano la scrittrice siciliana. La “soggettiva” in un «omaggio per quanto possibile obbiettivo», come lo descrive l’autore, è un segno del racconto a memoria e, insieme, degli anni trascorsi insieme, intersecati in una narrazione esplorativa che segue la cronologia della vita di Sapienza (1924-1996). Chi è studioso della sua opera, allora, non può che restare in silenzio ed ascoltare: apprendere dalla testimonianza, cioè, quello che nutre la letteratura ma – come indica anche Pellegrino – cercare tra le pieghe di entrambe quella ‘giusta distanza’ interpretativa che occorre a mettere l’una (la vita) e l’altra (l’opera) in relazione. Fare ciò non significa mediare ma tentare, di volta in volta, di comprendere la dimensione autoriale staccandosi dalla propria, di lettori-critici osservanti il mondo con parametri soggettivi. L’intenzione non è affatto facile ma è ciò che emerge dall’invito di Angelo Pellegrino di accogliere la parola restando in un territorio in cui si rovesci una certa ‘immagine ferma’ di Sapienza e si apra il dialogo ad altre verità.
Il pubblico appassionato, così come chi è andato più in profondità negli anni, potrà ricavarne una fotografia lineare, nitida, atta a rovesciare anche quelli che sono – per chi scrive – i ‘luoghi comuni d’autore’, ossia la ripetizione dei tratti che paiono più peculiari secondo la biografia di Giovanna Providenti La porta è aperta (Villaggio Maori 2010) e, in generale, le narrazioni standardizzate su Sapienza. Per quanto il sopraccitato possa essere considerato un libro prezioso per la scoperta dell’autrice, andrà completato in una visione d’insieme che, a distanza di quasi dieci anni, porti all’attenzione altri materiali e altri punti di vista, anche più interni-esterni. Una visione incoraggiata in numerose occasioni da chi scrive. Uno tra quei movimenti da affrontare è la sfida alla comprensione delle peculiarità di Goliarda Sapienza, molte volte tratteggiata soltanto attraverso le sue depressioni, gli elettroshock che subì negli anni sessanta, i momenti più difficili – anche quello del carcere.
Lo spaccato che emerge dal Ritratto è l’adesione a un (anti-)sistema di intendimento, che attraversa gli anni catanesi, dell’apprendistato letterario-politico familiare, e romani, della Resistenza e gli anni cinquanta e sessanta – quelli della recitazione e della distanza dal PCI – con acutezza. Lì c’è la memoria viva del racconto che Goliarda fece all’autore, retrospettivo dunque; è una doppia memoria che riporta alle parole di lei attraverso lui, in un corpo unico narrativo.
Il legame di vita tra i due è consolidato letterariamente dal comune lavoro sul manoscritto del romanzo oramai famoso in tutto il mondo, L’arte della gioia; ecco che tra 1976 (data in cui poteva considerarsi concluso) e 1978 (momento in cui la versione per gli editori era pronta) fu Pellegrino ad occuparsi da vicino del libro che gli fu «affidato» da Goliarda stessa, come già si conosce dalla Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’arte della gioia (Edizioni Croce 2016).
Nel quadro complessivo del Ritratto Pellegrino si riappropria di una descrizione libera, prima di facili definizioni che Sapienza rifuggiva in ogni momento della propria vita. La narrazione ben aderisce al “personaggio” ma porta soprattutto fuori “dal personaggio”, cioè rientra nel messaggio vitale che non solo L’arte della gioia contiene in sé – ed è una delle ragioni del suo successo – ma che anche Sapienza come persona sperimentava di continuo. Nell’afflusso di temi si possono isolare alcune parti rilevanti:

Goliarda conosceva ancora la nozione di pudore, per lei la TV era la sua negazione. Certe volte però in casa di amici la vedevo rapita davanti alla televisione, ma come chi la vedesse per la prima volta, terrorizzata e affascinata dall’osceno – come le diceva – non credendo si potesse giungere a tanto. (p. 58)

Per lei era obbligo essere comunque e sempre resistenti perché il fascismo si poteva riciclare sotto varie forme. Salvare la salute e l’intelligenza, ecco il primo dovere, dai continui attentati di qualsiasi sistema […] per poter continuare a testimoniare una differente verità. (p. 65)

In questi passaggi si coniuga una reazione al progresso nell’indicazione delle sue derive, com’è ben trasmesso nei taccuini, ad esempio, presumibilmente dei primi anni novanta, in cui Sapienza parla del furto del televisore come via alla «disintossicazione» e dichiara di essere «stufa di avere per parenti Costanzo, Baudo, ecc. E sì, come Angelo ha notato quei visi finiscono per sostituire (in familiarità) persino i Penati» (in La mia parte di gioia, Einaudi 2013, p. 116).
Circa il carattere, Pellegrino fa notare come l’apertura agli altri fosse una costante vitale della sua ‘esperienza della conoscenza’, che caratterizza già l’opera:

La sera, se poteva, usciva sempre […] la sua socievolezza era leggendaria, il suo interesse per qualsiasi essere umano non aveva limiti. […] (p. 58)

Aveva una concezione positiva degli esseri umani. Diceva sempre che non avendo Dio aveva solo gli uomini […] Sapeva parlare con tutti senza cambiare mai il suo modo abituale. […] Molti rimanevano stupiti che lei sapesse cogliere in ognuno il lato migliore. (p. 60)

il grande interesse della sua vita furono le donne […] Tentava di avere con esse lo stesso rapporto non seduttivo che aveva con gli uomini, da amiche e compagne, ma ne era affascinata dalla bellezza come può esserlo un uomo, una bellezza che era però un’espressione di un ideale. Spesso rimaneva delusa e spiazzata quando approfondiva la visione che della vita avevano molte di esse, per forza assai lontana dalla sua, frutto di percorsi personali inimmaginabili per molte donne di allora.
Ho sempre pensato che lei fosse naturalmente bisessuale […] ma circostanze familiari e storiche la indussero ad amare le donne in modo sostanzialmente ideale e anche sororale, mentre gli uomini in maniera carnale. (pp. 90-91)

È questa la misura di una mancanza di conformismo che trova difficili dimensioni critiche e descrittive; al lettore puro i passi possono dare sempre l’indirizzo da prendere mentre pongono lo studioso dinnanzi ad alcune domande e alla necessità di mettere in gioco il proprio criterio analitico.
Forse, quella che il femminismo ha poi definito “sorellanza” si presenta in una forma del tutto ancestrale per Sapienza, non normata e dotata di quella doppia “coerenza” (o “coerenza doppia”) che le farà dire, nelle prime pagine de L’università di Rebibbia: «In tutti gli esseri viventi c’è coerenza e quindi beltà (che cos’è la bellezza se non coerenza?)» (ed. Rizzoli 1983, p. 18). È la stessa parola citata in una celebre formula di un taccuino di Gennaio 1990, in cui lei parla dell’Autobiografia delle contraddizioni: «Coerenza, parola utopica a tutto tondo che già negli anni Quaranta e Cinquanta rappresentava una delle tante bugie ideologiche o certezze dogmatiche in nome delle quali innumerevoli lutti, crimini e dolori hanno potuto essere perpetrati impunemente» (in La mia parte di gioia, cit., p. 25).
Lasciando il piacere della scoperta a chi leggerà, si può dire tuttavia che quella sia una parola-manifesto e probabilmente riassuntiva in un tracciato di relazioni di senso che il volume di Angelo Pellegrino fornisce per compiere un viaggio non a margine dell’opera e dei libri che Goliarda Sapienza ha lasciato.

 

© Alessandra Trevisan

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