Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (parte prima)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la prima parte de Il Mondo, carta del tutto.

L’albergo si sviluppava su tre piani, ed era un unico, triste rettangolo in cui i lunghissimi corridoi erano stati montati l’uno sopra l’altro, come tre cassetti di compensato scadente. Dieci camere per piano contenevano i bambini, a camerate di sette letti per volta. Due studenti avevano rinunciato all’ultimo momento e avevamo dovuto restituire la quota, ma quando noi insegnanti eravamo state scaricate davanti all’albergo, per lo squallore avevamo sussurrato che sarebbe stato meglio spendere quei soldi in topicida.
In tre giorni avevamo visto tutti i monumenti che era possibile vedere, avevamo dato da mangiare ai piccioni e imparato i nomi degli arbusti nella villa comunale. Per il resto, in albergo avevo il compito di bussare alle undici e staccare tutte le prese di corrente; poi potevo mettermi nella mia branda a leggere uno dei libri che avevo portato con me.
Nella mia stanza eravamo in tre. Io, P, che insegnava matematica e tendeva a ricordarmelo ogni volta che finivo un paragrafo lamentando il calo di rendimento dopo la spiegazione delle divisioni improprie, e M, che approfittava delle aperture di cuore serali per lamentarsi della spina che le si era infilata in un dito, del tallone che le si era graffiato contro i calzini, del piccione che l’aveva guardata male quando gli aveva lanciato le granaglie, del portico della chiesa che sembrava molto più bello in fotografia, del bambino che forse le aveva toccato le natiche sull’autobus, del ristoratore che si era volutamente dimenticato della sua comanda, del figlio che dopo due giorni ancora non l’aveva chiamata, del maglione che aveva visto in vetrina che aveva le righe delle maniche che non combaciavano con quelle del torso, del traffico per tornare in albergo e del pigiama che le pungeva il petto. Stavo cercando di leggere, ma P aveva deciso di mettersi in pigiama e commentò il ciuffo di peli che le usciva dalle ascelle, così uscii per la ronda serale.
Il corridoio era stranamente silenzioso. In molte stanze i bambini avevano già spento le luci; i pochi ancora svegli, seduti a gambe incrociate al centro dei loro letti, mi guardavano, quando aprivo all’improvviso le loro porte, come dei lemuri, con le pupille che si dilatavano per la sorpresa e i quaderni stretti al petto. Finii il giro e arrivai alla camera delle altre sorveglianti. Bussai e mi fu aperto. F, docente di sostegno, stava facendo yoga sul tappeto. S, che era stata attaccata da un grosso topo, quel pomeriggio, uscendo dal bagno di un bar, scoppiò immotivatamente a piangere prima che io potessi rivolgerle la parola. Pare che il marito l’avesse chiamata una mezz’ora prima, mi informò R, anche lei docente di sostegno; le aveva rinfacciato di nuovo di essersene andata a zonzo con i figli degli altri e aveva garantito che avrebbe chiesto all’avvocato la custodia del suo. Chiesi allora a R come stesse lei, e mi rispose che era il solito schifo, e che prima la morte la coglieva meglio era.Quando uscii forzai con la solita forcina la porta del magazzino delle scope, aprii la finestra e mi misi a fumare una sigaretta. Circa una mezz’ora dopo, dalle porte con le luci spente cominciarono a salire dei piccoli bisbigli. Restai in ascolto contro le pareti. Erano vocine troppo serie per dei bambini che avevano deciso di festeggiare l’ultima notte di vacanza. Non capivo una parola, ma ricordo di aver pensato che forse avevano deciso di raccontarsi storie di fantasmi. Pensai che, se qualche bambino avesse avuto un problema o si fosse fatto male, qualche suo compagno sarebbe uscito a dirmelo – a meno che il ragazzino di prima non si fosse pisciato di nuovo sotto e non avessero deciso di discuterne proprio quella sera.
Feci un altro paio di volte il giro del corridoio; a un certo punto mi imbattei in E, storia dell’arte, che scendeva le scale del mio piano. Era l’unica persona con cui si potesse scambiare una parola decente, anche se, povera, era brutta quanto un covone di sterpi, ed era difficile guardarla e saperla intelligente, o sensibile, senza stupirsi. Per tre giorni non si era separata dalla guida, ed era l’unica persona davvero interessata alle chiese che visitavamo. Aveva stampato, prima di partire, una lista di indirizzi dei bar che facevano il caffè più buono, e in qualsiasi strada sperduta ci trovassimo sapeva tornare al punto di partenza.
Ci salutammo e mi disse che stava facendo il giro dei piani per chiedere agli adulti di svegliarsi un’ora prima del previsto, il giorno dopo, per fare le valigie dei bambini prima di colazione, e riuscire a fare un ultimo giro del quartiere prima di partire. Mi chiese se ero d’accordo e se lo avrei detto io alle befane in stanza con me, poi continuò il giro. Tornai in camera a mezzanotte passata, riferii le novità e mi andai a cambiare in bagno mentre le altre caricavano la sveglia. Mi misi a dormire con le cuffie nelle orecchie, finché lo scarpone di M mi atterrò su un gomito chiedendomi di abbassare il volume.
Il mattino successivo ci svegliammo alle sei e un quarto. P era già sotto la doccia. M si avvicinò alla finestra, sporse il volto nel buio del mattino e si lamentò del freddo.
Cominciai a sistemare le mie cose. Misi nello zaino i vestiti sporchi e i libri. Approfittai dell’assenza di P per dare un’occhiata nel suo lato del comò, e vinsi un moschettone da scalatore d’acciaio, due sigarette e un foulard da regalare a mia madre al ritorno.
M prenotò il bagno, ma non fece in tempo a sedersi sulla tazza che P, che intanto era uscita a cominciare l’inventario dei bambini, tornò gridando che le tre stanze che aveva aperto fino a quel momento erano tutte in ordine e completamente vuote.
M uscì urlando. Commentai semplicemente che erano scesi a fare colazione prima per godersi l’ultima mattina di vacanza. M ribatté che a quell’ora si serviva la colazione solo alle prostitute e uscì dalla stanza. Io aprii distrattamente il suo cassetto.

L’albergo era completamente vuoto, ad eccezione di noi insegnanti.
Tutte le camere erano state trovate in perfetto ordine e completamente deserte. Alle sei e venticinque, B del terzo piano era scesa ad allarmare la reception e aveva trovato il vuoto più assoluto. Alle sei e ventisette, N aveva scoperto che le uscite principali e laterali erano sprangate. Alle sei e trenta fu chiaro che lo erano anche quelle di sicurezza, e che i telefoni erano staccati. Alle sei e quarantatre F tirò in mezzo gli alieni. Alle sette meno cinque T si affacciò a tutte le finestre e notò che le strade non si erano ancora svegliate. Alle sette e tre M svenne. Alle sette e un quarto S tentò di sfondare a spallate una porta del ripostiglio. Alle sette e ventisei mi fece pena e gliela aprii con la forcina. Alle sette e trentacinque P arrivò urlando e mi disse di aver trovato un pacchetto di sigarette vuoto nel cassetto di un ragazzino di prima. Alle sette e quaranta ci girammo i pollici in attesa di idee. Alle sette e quarantaquattro E propose di dividerci e rincontrarci alle otto in sala convegni per gli aggiornamenti. Alle sette e quarantasei eravamo in sala convegni. Alle sette e quarantotto P mi ricordò che quel ragazzino aveva undici anni. Alle otto meno tre R non era ancora arrivata. Alle otto cominciammo la riunione.
«E’ evidente» disse T «che i nostri bambini sono stati rapiti.»
M e S scoppiarono a piangere. P scosse la testa:
«E’ evidente che settanta bambini e un team di decine di albergatori non possono essere stati rapiti in una notte.»
F provò a mugugnare qualcosa, ma N glielo impedì. C disse:
«Sono scappati. Sono scappati da qualche parte e ci hanno chiuse dentro.»
B ebbe una crisi isterica.
«E da che cosa sono scappati? C’è un’inondazione? Una minaccia di tornado? C’è stato un attacco nucleare durante la notte e nessuno ci ha avvisate? E dove sono allora i tizi della reception? Le signore dei piani? Il proprietario dell’albergo, il barman, la ragazza del succo di frutta, la cuoca, il ragazzo delle valigie?»
«Forse ci stanno facendo tutti uno scherzo», sussurrò S.
T e E tentarono di trattenere B che urlava di lasciarla compiere la sua vendetta. C si illuminò e ci urlò di starla a sentire. Sollevò in aria il cellulare con aria estatica e sorpresa.
«Chiamiamo il direttore dell’albergo!»
Avvicinammo tutte la testa all’auricolare. F tirò fuori un pacchetto di crackers e diventò l’unico rumore udibile. P le strappò di mano i salatini e glieli maciullò sotto un piede.
Il telefono suonò a vuoto prima di staccarsi. Provammo con altri telefoni e con tutto il personale dell’albergo, ma la linea continuava a restare libera per minuti interi prima di staccarsi. Restammo tutte contro una parete, senza parlare e senza guardarci.
T ebbe un’idea ancora più geniale, e tutti cominciammo a chiamare a casa. S cominciò a urlare che non avrebbe telefonato a suo marito di prima mattina per dirgli che settanta bambini tra cui suo nipote erano spariti da un albergo sprangato e con i fili del telefono staccato. Noialtre telefonammo per più di mezz’ora, ma tutti i numeri che avevamo in rubrica erano staccati o suonavano a vuoto. S provò a telefonare tre volte a suo marito, poi posò il telefono sulle ginocchia e cominciò a piangere, a bocca aperta e senza lacrime, come un gattino. B le diede di gusto lo schiaffone che aveva conservato per lei, e S rimase sbigottita con le cinque dita rosse sulla faccia e la bocca aperta.
«Le teorie a questo punto sono due», disse E. «O i nostri bambini sono stati rapiti dai tizi dell’albergo e tutto il mondo è sulle loro tracce, oppure il mondo è finito stanotte e siamo gli unici sopravvissuti.»
Restammo per interi minuti immobili e silenziose come S; provammo ancora a telefonare all’impazzata e senza risultati, finché due terzi di noi non aveva il telefono scarico e la sala si riempì di batterie che tintinnavano agonizzanti. Quando provammo a metterli in carica ci accorgemmo che la luce mancava. N e T si raccolsero in un angolo a piangere.
«Qualcuno ha idea di che fine abbia fatto R?» chiese dopo un’eternità F, ma la domanda restò nel vuoto. Alle undici eravamo tutte sedute in fila contro le pareti della sala, in silenzio da oltre due ore.
A un tratto, al di là delle pareti si sentì chiaramente una serie di passi sordi e rapidissimi; S balzò in piedi per la prima volta dallo schiaffo, spalancò gli occhi e prese a gridare:
«E’ il topo che mi ha attaccato in quel bagno! E’ tornato per finirmi!»
«Per favore» pregò con voce rassegnata B senza alzarsi da terra. «Qualcuno la porti via prima che l’ammazzo con queste mani.»
P prese S per le spalle e la portò nelle cucine, dicendole che i topi non esistevano e che un sorso di alcool le avrebbe fatto bene.
Dopo pochi minuti i passi tornarono a farsi sentire. Era la corsa di un bambino. La ascoltammo venire dal soffitto sopra di noi, poi dalle pareti accanto, al di là delle nostre schiene; quando quel trotterellìo sordo si avvicinava ai nostri corpi, e la vista era l’unico senso a non entrarvi in contatto, smettevamo di respirare, come se una scossa ci percorresse la spina dorsale. Le più paurose di noi staccavano le schiene dalla parete e si abbracciavano alle ginocchia. Le orecchie prendevano vita, come gli animali da preda tiravano le tempie nel tentativo di raggiungere la fonte del rumore. Un oggetto di ceramica si infranse oltre il soffitto sulle nostre teste e ci fece sobbalzare, N soffocò un grido.
Dopo qualche ora ci scoprivamo più terrificate dal silenzio che dallo sfondo di quei passi cui ci stavamo abituando. Ci rassegnammo infine all’assenza di ogni rumore.
«Oltre a R» disse F dopo una mezz’ora «qualcuno sa che fine abbiano fatto S e P?»

© Giovanna Amato. Ci vediamo la prossima settimana con la seconda e ultima parte.

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