Riletti per voi #19: Clery Celeste, La traccia delle vene (Nota di Luca Cenacchi)

Clery Celeste, La traccia delle vene, LietoColle

 

La struttura del libro è piuttosto semplice, come del resto diretto è lo stile di Celeste: una progressione di episodi senza una struttura narrativa, organizzati per micro-temi. Questo libro non è tuttavia piano. Ciò è in parte dovuto al suo statuto di opera prima, la quale, in molti casi, tende a saldare fra sé momenti cronologici molto distanti; non è piano perché la Celeste compie un gioco di sguardi che parte dall’interno, dall’esperienza personale, dunque, per andare progressivamente all’esterno come se oscillasse, innestando gradualmente nella compagine linguistica tecnicismi che culminano nelle poesie dedicate alla natura, che viene declinata nelle sue varie forme.
Seppur molti abbiano messo l’enfasi sull’esperienza dell’ospedale, io credo che quello che in realtà unisce più saldamente i vari momenti di La traccia delle vene sia la sofferenza del soggetto, dell’autrice, che si misura con la contingenza della natura: è questo il reale canovaccio che lega e significa l’ampio spettro preso in esame dalla stessa, mettendo in scena il teatro dell’esistenza sua (amore e affetti), d’altri (l’ospedale e pazienti), e infine d’altro (la natura); e i due estremi di questo spettro sono rappresentati dalle poesia: «il mio è il panico della chiusura», che apre la raccolta, e «sono legata dal batterio che mi abita».
Qualche anima coraggiosa potrebbe dire di vedere l’ombra di certi grandi degli anni ’60 (penserà alla generazione di Sereni), filtrata magari dall’esperienza di Simoncelli e della generazione anni ’70. Ma ciò che rimane di questi più che marcatori d’identità sono i moduli tecnici utilizzati, senza che possano definire una “parentela”; come ad esempio può essere l’autobiografismo, con la centralità del soggetto e della esperienza personale, e la compagine linguistica, in certi casi appianata, che ne deriva, prescindendo così in modo sostanziale da quella che era l’anima della cultura di quegli autori e che successivamente è stata tale anche per quanti hanno voluto ereditarla (Sissa, Bertoni, Dàvoli, solo per citarne alcuni nostrani). Questo perché, forse per influenza dello stesso Simoncelli e delle esperienze della generazione immediatamente precedente, con cui ha avuto fitti contatti da sempre, l’autrice ha sentito la necessità non solo di accentrare la dimensione soggettiva ma pure di spogliarsi di una cultura, di luoghi e immagini letterari, e dunque del modus operandi della variatio. Prescindendo da ciò, tuttavia Clery Celeste non mostra di cadere nella trappola dell’autoreferenzialità degli scrittori anni ‘70 e ancor più degli anni ‘80, bensì dimostra di possedere l’accortezza di riconoscere l’impasse che una tale scissione comporta (anche se sarebbe avventato parlare di «lirica rifunzionalizzata»). Così come molti poeti della generazione degli anni ‘90, come si evince dal saggio di Maria Borio, hanno cercato di aggirare, con l’iniezione di elementi extra-letterari, la deriva egotica.
Tuttavia – e concludo – rimane uno specchio di domande su cui credo pare opportuno soffermarsi, domande che implicano una riflessione sull’operato di una generazione attiva in questi anni più che su questo caso specifico: questo espediente avrà la forza di realizzarsi come si sono realizzati i precedenti motivi letterari? Cosa fa sì che uno stile e un’esperienza si facciano interpreti di una generazione? Non sono forse i motivi condivisi flessi dalla variatio in cui si innesta la propria esperienza?

© Luca Cenacchi

 

I

Riesamino i segmenti
rigidi di noi come shanghai sul tavolino
e butto via ogni anno
come strappo i petali della margherita
“eri vero, eri falso” è un gioco
poco felice
ti faccio a pezzi dentro
prima la mano che teneva la mia
poi il petto e parto seguendo
la traccia delle vene
risalgo alla radice
il cuore non lo trovo.

 

II

Ci studiamo come animali
all’imbocco della caverna
in procinto di attaccarsi.
E quella frazione che ci riconosce
uomini si perde nel diluvio della caccia,
I rantoli della corsa tesa
e i muscoli nel loro soffrire
scie di impulsi neuronali antichissimi.

 

III

Il mio è il panico della chiusura
dell’ipermercato, quando le cose
stabiliscono un urlo morboso
e la carne in scatola si apre
le ferite. Dormono tutti col cappio
appeso, è solo questione
di tempo.

 

IV

Sono legata al batterio che mi abita
dalla nascita un fagocitare di vita
-cellula dentro un’altra-
sono una centrale di energia
contengo i genomi
in stravolgimenti infiniti
del destino.

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