Tommaso Grandi, Inediti

 

Ora / tremo

Ora / è una mattina infranta, rotta
nell’atto autocosciente, come sparsa
d’ocra e bronzo tra le foglie d’autunno;
s’è persa nel rimbalzo sull’opaco
vetro della finestra ad ovest, già,
dico, s’è persa l’ingenita spinta
ad alzarsi contro questo vento blu,
di un blu cobalto che tutto ingoia
e trangugia: e corri, corri Giacomo!
la pluralità è qui l’unico scampo,
corri, ma attento all’inciampo: ho corso
anch’io una volta, ma sono incappato
in una mattina di vetro, infranta,
rotta, nell’atto autocosciente e / tremo:

 

Ieri / continuo

Ieri / è una mattina aperta, arida
nel disporsi dei frammenti al ricordo,
dispotico ictus d’intenti rifratti,
franti nel rimbalzo sulla lucida
parvenza d’una mano ora sfiorata
appena sul 32: e poi filtrava
una luce fioca, come di vita
violata dal ritardo reiterante,
ruvido d’un attimo autocosciente:
Giacomo m’afferrava fermo al beige
scadente d’un io scaduto nel ritmo
fratto di un impiccio: diffrazioni ieri
egoiche riverberano affilate,
sono tutto il mio presente e / continuo:

 

Sempre / lässt

Sempre / è una mattina roboante,
ritorto resiliente assourdissant rio
riversantesi nello scalpiccio ocra
e bronzo di scarpe dr. martens clarks
converse, nel rimbalzo dico, principio
di realtà prêt-à-porter per io informi,
fratti, ego putredinis per inconsci
timidi, timorosi atti timici
interrotti, da un urlo erto sul vuoto:
Giacomo diceva, gli occhi alle fronde,
«che la mia furia sia la tua furia», là
dove il C s’incastrava tra il grigio, il
rosa, il verde e io morivo, diceva
Lichtung fällt und dort das Seiende sein / lässt:

 

Eidetica dell’onda

L’onda s’impasta, ecco l’onda
tra trilli e percosse
giunge, mosse le file degli argini
– rosse sono le bave dei glicini –
giunge, aritmica a minare
le bare dei grilli, sepolcri metrici
per eco monotoni:
tra trilli e percosse
colpi di tosse in legato,
stretto crescendo strenuo
dalle pianure della Tessaglia
alle obituary del terracielo,
conati balbuzienti
d’io morbidi, (morti)
solubili in soluzione
ibrida di scroscianti
acque ocra, strisciante l’orma
giunge, scosso il cassonetto dell’amiu
giunge, ad aride gardenie
più sole e malate e garrule
e vive e vuote e vere e
quasi dimenticavo!
– rosse sono le bave dei glicini –

 

Logica del vortice

/

Ecco il vortice, varcata
la nube ancora mi prende
in frantumi, schiacciato
in un vertice – mio padre vicino,
di schiena – la testa piena
pesante, si piega
alla furia dorata, le ali
spiegate e ferme e bruciate,
nulla più posso:
affosso nel mare d’uguale
con un sorriso stupido
e lontano, è il gorgo del male
– la voce che m’assilla
m’assale – che giorni dispersi
sperpera nel nome del vero,
oh, lasciate che mi perda
nel mare d’uguale:
riecco il vertice, versato
l’annuale tributo di nuovo
mi lascia in frantumi, quel porco
del vortice.

 

//

La scienza era la logica,
l’uomo fermo nella lotta
tragica, nella trama
tradita pesante del tempo, degli anni
inani, umani, contati
in avvenire sul darsi metrico
del sole, sulla saturazione
triplice di azzurro in blu
in nero e ancora azzurro
d’ogni fine, sul sussurro, nuovo
della furia, sull’incuria
della verità, lasciata come
a morire, la spiaggia timida
di marzo, due arbusti,
la forma lontana di un pontile:
mio padre mi guardava
attraverso, gettava lo sguardo
nell’onda e giù, nel vortice
e sempre restava l’affetto
grande e quel senso di incompiuto,
di non detto, indefinito:
il freddo soffiava da nord-est,
l’arbusto si gettava
giù, per la rena,
ormai era quasi sera
e sulla sabbia due gabbiani
si apprestavano a morire.

 

///

La diffrazione ha un angolo
angusto, anzi ampio ora
dalla luce grigia, tonica
dal muovere furente
– come scie persone, cose
vento – in preda al vortice:
ferma, la mia mente trema
incerta, il vuoto lo sento,
lo soppeso, è figlio
della logica, del passo indietro:
mio padre c’è, ma non lo vedo
sono fermo e teso e netto
e per dispetto fisso l’asfalto
e gioco, al più alto
dei granelli sconnessi, mossi
come pinoli sulla sabbia
biava – sogno spesso angoli
colore del mare – ninnoli
ocra, da montare e montare
come ancora ci fosse
quel mare, mia madre, mio padre:
fuori dal gorgo del male
c’è il vero e c’è il tempo e c’è il mare,
non c’è il colore, del vortice eguale
il dolore preme, mi straccia,
è glaciale: e riprendo
il cammino, torno a nuotare.

 

Tommaso Grandi è dottorando in Culture Letterarie e Filologiche presso l’Università di Bologna. Collabora con la rivista Argo e con il FestivalFilosofia. Si occupa di letteratura italiana contemporanea e dell’età romantica, dei rapporti tra letteratura e filosofia e del legame tra letteratura e arti visive. Oggetto particolare della sua ricerca sono il pensiero e l’opera di Giacomo Leopardi e di Pier Paolo Pasolini. Alcuni suoi testi poetici sono stati pubblicati su blog e riviste online. Crede nella compenetrazione di filosofia e poesia quale mezzo privilegiato d’indagine, da volgere alla comprensione della totalità del reale.

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