proSabato: Lucia Drudi Demby, Il lungo solco

Era blu. Un bel blu brillante. Blu notte. Morbido feltro blu notte, vellutato. Col nastro di gros-grain un po’ più chiaro, o forse un po’ più scuro, questo non lo ricordo, ma luccicante. E se fosse stato d’oro, d’oro zecchino, non mi avrebbe dato un piacere più acuto, e in qualche modo più onesto. Sì, amavo le cose oneste, allora, e i grandi gesti di gentilezza. Era blu, dicevo. Era il mio cappello. Il primo cappello della mia vita, e il mio cuore era pieno di gioia, una gioia forse senza senso, una gioia che inaugurava il giorno col mio bel gesto di togliermelo. Lo amavo forsennatamente e teneramente, con malcelata impetuosità di paladino. Proprio così, mi sentivo allo stesso tempo una principessa e un paladino, Clorinda e Tancredi, Pelle d’Asino e Rolando a Roncisvalle, mentre mi scappellavo con gaiezza varcando il grande arco delle mura dietro a cui si apriva il vuoto celestiale del mattino.
Ero perennemente innamorata, innamorata senza modestia, e non mi chiedevo di chi. Ma soprattutto ero felice, perché avevo appena vissuto una decisione, e ogni decisione contiene una felicità, è allo stesso tempo un modo di arrendersi e di trionfare. Persino morire, dicevo a Veronica, può essere così, felicità di arrendersi e di trionfare. Avevo diciotto anni, capisce, e immagino che a diciotto anni sia più o meno comune a tutti, questo sentimento del varcare, del valicare: di poter vivere ogni momento come il gesto di valicare una barriera caduta davanti a noi d’improvviso e senza rumore.

Questo forse significava quel gusto benedetto di mettermi il cappello solo per il piacere di togliermelo, con ampiezza, con festosità, generosamente, mentre il mio cuore poneva a terra il ginocchio davanti al Graal lucente del giorno. Veronica non era così. Anche se il padre faceva l’assicuratore, Veronica era una contessa. Possedeva un castello ricamato d’edera, al di là delle crete, e teneva il suo cappello grigio argento come un elmo, il bavero del pellicciotto come una visiera. Guardava le cose attraverso le verdi fessure dei suoi occhi mongoli, e nascondeva il volto e se stessa come una inferma preghiera. Perché Veronica era innamorata. Innamorata davvero. Di una persona precisa, voglio dire, e questo la poneva a guerreggiare silenziosamente col mondo. Anche lei aveva diciotto anni, ed era bella e triste, e felice di essere triste. La tristezza, a diciotto anni, è tanto amata perché è un modo di conoscenza: è l’ostacolo che santamente ci fingiamo per impedire alla fantasia di correre troppo, di estenuarci, straripando.
La finzione immacolata della tristezza guidava Veronica come un timone. Un senso di oltraggio mi raggiungeva attraverso la sua voce, quando mi parlava di lui. del suo innamorato. Diceva che era come un bambino, ma non era un bambino, che era bello e cattivo, e la faceva soffrire, e si chiamava Ulrico. Parlavamo di quest’Ulrico per ore, e io avevo voglia di prendere una pistola e di andare ad ucciderlo. Oppure di farlo innamorare pazzamente di me, e poi di deriderlo, di cacciarlo, di torturarlo al punto da spingerlo ad uccidersi con le mani sue. Immaginavo appuntamenti notturni sotto i bastioni, e raggiungevo cento volte Ulrico velata solo per strapparmi il velo e mostrargli come ero bella e come ero spietata, e come non mi importava assolutamente nulla di lui.
C’era la guerra, allora, c’era già la guerra, ma io e Veronica non ne eravamo toccate. Guerra per noi era lo strappo di cose che amavamo o il tradimento nella speranza di un ritorno, e la bellezza concava della piazza che germinava improvvisamente di piccioni ci immetteva in una dimensione fatata e ignara: la nostra, non la loro, della loro guerra.
Studiavamo medicina. Questa era stata, per me, la decisione. E alla prima lezione di anatomia avevo incontrato Veronica.
Da allora stavamo sempre insieme. Insieme percorrevamo la lunga strada stretta che saliva fino al crocicchio ventoso, io sempre un po’ più avanti, portata dal mio stesso desiderio di proteggerla, come una staffetta o un giocoliere che ne annunciava festosamente l’arrivo. In cima, mi rimettevo il cappello; ma solo per scappellarmi ancora una volta sottolineando la mia vittoriosa presa di potere e la mia amorosa abdicazione. Angeli, arcangeli e troni giocavano nel mio cuore sereno. Insieme tracciavamo col bisturi il lungo solco nel braccio livido e senza palpiti del vecchio pazzo morto, sul marmo delle stanze anatomiche, e tiravamo i nastri lucidi dei nervi per veder muovere i pacchetti di grasso delle dita parlando dell’anima, che io reclamavo immortale, e della mente, ugualmente affermata immortale, perché l’energia che essa risucchia e sprigiona non poteva risiedere in tanta poca corporeità.
Ma Veronica non era d’accordo. Lei era certa che tutto finisce con l’ultimo respiro, e che lo scopo del vivere nasce proprio da questo, dall’usare noi stessi per rappresentare un disegno finché siamo consci di esistere. Insieme, a turno, incollavamo l’orecchio al microscopio, e perlustravamo le galassie dei microbi dai moti leggeri. Veronica rideva pensando che sarebbe bastato leccare uno di quei pallidi vetrini per ottenere la più rapida e la più incongrua delle morti assolute, e diceva che dal punto di vista dei microbi noi eravamo solo dei grandi continenti da conquistare.
Poi, di colpo, si rimetteva a pensare a Ulrico. Allora tutto spariva, tutti i giochi e le bravate e i discorsi sull’anima si flettevano come salici e diventavano una cosa sola: l’amore infelice di Veronica per Ulrico. Eppure anche in questo c’era immortalità. Di nuovo, attraverso l’infelicità di Veronica, mi sentivo immortale. Sì, me ne rendo conto adesso ma lo sapevo segretamente anche allora, parlare ininterrottamente d’amore era come un’evocazione di deità che risiedevano dentro di noi da sempre, e la sola frase “amor mio”, ci rendeva intangibili, velari celesti.
Ulrico era il centro di tutto questo, e il suo motore.
Tuttavia non riuscivo ad immaginarmelo, e ora me lo figuravo come un ragazzo, forte e agile, alto — ma non più alto né più agile di me che mentalmente lo sterminavo solo guardandolo — ora invece un uomo pienamente adulto, pallido e coraggioso, molto bello, di una bellezza intellettuale e paterna, con una voce da predicatore sommesso, da pescatore d’anime, per intendersi, qualcuno alle cui reti mi ribellavo con un solo gesto di impazienza, tirando un sasso e gridando: “Cristo!” perché era ebreo. Questo Ulrico che mi rappresentavo paterno era ebreo, non so perché. Doveva essere ebreo. E certo si lavava le mani spesso, e si volgeva con la faccia al muro al moto d’arrogante cristianesimo con cui mi scoperchiavo il capo e la gola. Oppure era un vecchio dai capelli bianchi e la voce acuta, che mi fronteggiava coi pugni serrati — un fabbro, mi pareva, o un marinaio — attizzando la mia rivolta e facendola fiammeggiare. Allora prendevo un’accetta e lo colpivo direttamente sul collo, finché zampillava e traboccava di sangue.
Ma perché, poi. Veronica non mi diceva chi era, com’era? Magari era solo un giovanotto gentile, un modesto impiegato di banca, un poeta dilettante o un pittore della domenica, uno studentello di agraria devoto alla propria madre e al proprio uliveto, un professorino miope, o un sagrestano zoppo. Così correva la fantasia, che gli dei mi avevano dato: luogo, io. per farla correre. Poi un giorno Veronica arrivò tutta vestita di bianco. Doveva essere un vestito di sua madre, ora che ci penso: non le avevo mai visto un abito così, di lana bianca, drappeggiato come una tunica e chiuso fino al collo. Al centro portava un medaglione d’oro di quelli che si usavano nell’ottocento per i ritratti delle persone amate; ma senza ritratto. Era pallidissima, gli occhi cerchiati come per una notte insonne. Disse:
“È morto”. Disse “Ulrico è morto”. Disse:
“Non verrò più a lezione e non farò più nulla. Mai più nulla. Non uscirò mai più, non vedrò più nessuno, nemmeno te. Andrò nel mio castello e non toccherò più cibo finché non sarò morta anch’io. Oppure salirò sulla torretta e mi butterò giù, verranno i cani a mangiarmi, non lasceranno nemmeno una briciola, nemmeno i miei denti, e nessuno saprà mai cosa è successo di me”.
Aveva i capelli biondi sparsi sulle spalle, e palpitava e piangeva, lo sguardo perduto nelle sue lacrime sommesse, mentre ripeteva che si sarebbe uccisa subito, presto, appena possibile, in qualche modo. Era bellissima, in quel momento, le giuro, così bella che provavo uno strano, cavalleresco piacere. Sai com’è, a diciott’anni. Ci tagliamo le vene e vogliamo morire per amore, solo e sempre per amore, e il mondo cade e noi giustamente non ce ne accorgiamo. Veronica lo disse, disse proprio così:
“Il mondo cade, e lo so, e non m’importa”.
Forse è tutto un trucco della specie, che non ci permette di vivere se non siamo innamorati, e anch’io, a cent’anni, sarò innamorata del monatto che mi chiuderà gli occhi con le monete per farmi accogliere dai miei antenati.
“Veronica,” dissi, “perché non sei innamorata di me?” e lei non rispose. Allora ripetei: “Potremmo stare ancora insieme, sempre insieme, andare insieme al cimitero ogni giorno, e mettere fiori sulla tomba di Ulrico. Io ti terrò per mano, e non sarà una cosa facile, non mi piacciono le cose facili, non hanno abbastanza significato. Non sarà facile perché ci andremo all’alba, quando è ancora chiuso, così dovremo scavalcare il muro, troverò un punto adatto, ma sempre abbastanza alto, in modo che ci graffieremo le ginocchia e ci sbucceremo il palmo delle mani, è un bruciore terribile, io l’ho provato, però è bello, sarà molto bello, perché saremo noi sole, io e te, a onorare la sepoltura di Ulrico,” dissi proprio così, sepoltura, “e a parlare con la parte immortale della sua anima. Per questo deve essere l’alba, per questo dobbiamo essere sole, perché le voci dei nostri silenziosi colloqui non si incrocino coi colloqui dei morti altrui”.
Parlavo di morti e di cimitero, ma in realtà non avevo mai messo piede in un cimitero, né avevo mai visto un morto, un vero morto, voglio dire, cioè una creatura umana che da viva diventa morta, in un letto umano. Vedevo i cadaveri alle stanze anatomiche, e li facevo a pezzi con grande disinvoltura, come le ho detto, però erano un’altra cosa, mi parevano soltanto una prova che l’essere umano era un’altra cosa.
Dissi a Veronica:
“Gli porteremo dei fiori, sempre molti fiori bellissimi, li avvolgerò in uno scialle umido e me li metterò sulle spalle per poter scavalcare liberamente il nostro muro. Saranno fiori bellissimi, rossi e celesti, sempre terribilmente profumati, e nel momento in cui cominceranno ad appassire profumeranno ancora di più, un profumo intensissimo, io lo so, i fiori che si chinano per appassire emettono un profumo che è come un grido, o un richiamo. Ti permetterò anche di appoggiare la testa sulla mia spalla, se vorrai, però devi dirmelo, devi dirmi chi era, Ulrico, chi è, com’è, com’è fatto, com’è la sua voce e quali sono i suoi pensieri. perché non posso parlare con uno sconosciuto, non posso onorare uno sconosciuto, che non so nemmeno che viso ha, né come vorrebbe che fosse il mondo”.
Allora Veronica smise di piangere e si mise a ridere, e disse che ero solo una stupida, una piccola stupida fanfarona e piena di retorica. Disse:
“Ulrico non è morto, e non può nemmeno morire, perché non c’è e non e c‘è mai stato, e tu ti fai tirare come un somaro da qualunque cavezza, e guarda un po’ che razza di medico sarai, che spedirai tutti i malati nell’al di là, con la scusa che sono immortali”. Disse:
“Volevo vedere fin dove arrivavi”. Disse:
“Non solo non c’è mai stato, ma è molto meglio che non ci sia, perché tutto finisce e quindi è meglio che non cominci nemmeno”.
Era febbraio, ma le giornate erano tiepide e piene di sole. Si sentiva acutamente che stavano allungando, e ai giardini l’erba tenera offriva già le piccole margherite e i fiori a forma di stella, gialli e lucenti, d’oro. Mi lavai i capelli con la camomilla, per schiarirli, ma tornò improvvisamente il freddo, e mi ammalai. Andavo a casa tossendo come un tamburo, e mio padre e mia madre mi guardavano preoccupati chiedendo:
“Che hai?”.
Il mio cappello blu notte era rimasto sulla libreria, accanto al volume illustrato dell’Odissea aperto alla pagina dove un Ulisse con una chiazza d’acquerello rosa si nasconde il volto e piange, nell’isola dei Feaci. Lì era rimasto e lì rimase, non so per quanto, perché in seguito non lo rividi mai più. Il freddo finì. La primavera mi addentò il cuore con le sue zanne: ed ero guarita. Tutto ricominciò come prima. Solo non sopportavo più di passare le mie ore nelle aule senza fiato, i cadaveri alle stanze anatomiche non erano più grandi giocattoli inodori ma esalavano un fetore che nauseava. Il sorriso lambiccato di Veronica avanzava verso di me come una crisalide, e la sua voce emanava un sapore di stantio. Finché glielo dissi:
“Se non abbiamo nessuno da adorare insieme, nessuno da inventare insieme, non ci siamo più”.
Decisi di andarmene, di cambiare facoltà, e fui di nuovo felice. Io credo che sia così, che sia per tutti sempre così. La felicità è prendere una decisione, non importa quale, e andare incontro ad essa.
Però ieri l’ho rivisto. Sì, ho rivisto il mio cappello blu notte indosso a qualcuno. Una ragazza. Più o meno com’ero io. Anche lei bruna, con la frangetta un po’ sghemba, e gli occhi arguti.
Anche lei. impetuosamente, varcando l’arco oltre il quale si imprimeva il gran vuoto celestiale del mattino, se lo è tolto con gesto di innegabile, innamorata cavalleria. Né io le ho consigliato di rimetterselo.

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Apparso in «EFFE. Mensile femminile autogestito», n. 3, marzo 1982.

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