Gli Arcani Maggiori #13: LA MORTE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Morte, la carta della Nigredo.

La ragazza del libro si chiama come te, Lotte. Perfino adesso non so chi di voi due ho nominato.
Io ti detesto.
L’uomo in divisa chiede a quelli che sono in fila la cintura. Non perché possa diventare un’arma; solo perché pensa che la fibbia potrebbe fargli perdere tempo procurando un falso allarme. Esclude che possano usarla per strangolarmi, se anche volessero: la mia porta è blindata, i miei comandi sono inaccessibili. L’unica persona che potrebbe far cadere deliberatamente questo aereo sono io.
Solo questo ti avevo chiesto, Lotte: di avvisarmi. Ma tu sei stata zitta, perché sei gentile; e l’hai sposato. Hai lasciato che lo scoprissi da me e sei scoppiata in pianto, dopo, a migliaia di chilometri da me che urlavo, singhiozzando nel telefono che nessuno di voi due aveva avuto il cuore di farmi soffrire.
Da quanto sognavo di volare questa tratta.
Lascia che io mi precipiti a dimostrarti quanto mi è cara la vostra premura.

Si imbarcano. Li vedo arrivare tutti stipati nel loro pulmino, ognuno diverso da ogni altro. Riconosco chi viaggia per abitudine e chi viaggia per lavoro – la maggior parte è in piedi, sai, posso vederla da qui, legge un giornale stropicciato – e chi prepara una vacanza, o è di ritorno.
Ti scrivo due righe mentre aspetto che salgano e si fermino davanti a me per il saluto. Qualcuno accenna un sorrisetto militare.
Voglio solo che tu sappia quanto mi sembrerà felice, mentre quasi ignorerà il mio benvenuto, quella scolaresca.

Il decollo mi ha sempre reso ansioso. Non c’è nulla, Lotte, che possa andar male se ti incunei nelle leggi della fisica. È scientificamente ovvio che un aereo non cadrà. Eppure ci sembra così mostruosa la pretesa di volare che temiamo di essere puniti con un errore abbastanza grossolano da rigettarci a terra, in uno schianto. Ma ti scrivo, e puoi vedere da questo che anche stavolta tutto è andato bene. Quando questi fogli varranno più di una scatola nera, tu sarai tenuta a dire al mondo che è stato uno dei decolli più puliti che il pilota abbia mai compiuto nella sua carriera.

Ancora qualche rigo. Perdonami se scrivo a sprazzi, ma saprai che non posso lasciare ai miei compagni i comandi per troppo tempo. Siamo a tre ore di volo, e il copilota ha detto con una risatina di essere già stanco, prima è uscito e c’era un neonato che non smetteva un attimo di piangere.

Vorrei ti fosse chiaro. Mi fa tanta pena l’omino dentro il libro, nato per consegnarsi alla fossa e illuso che fosse stato un altro ad avergliela scavata. Ma io non sono Werther, e tu, Lotte, non sei lei: tu non sei stata il risultato del mio bisogno di distruggermi: tu mi hai sfasciato, e basta. Io ero tutt’altro, tu sei colpevole, voi due lo siete, ed è tutt’altro che un colpo alla testa quello che vi voglio portare. Ti porterò un sacrificio fumante, Lotte, fatto di lamiere d’acciaio, e di corpi che non hanno compreso le ragioni della loro picchiata. Tu penserai soltanto: veniva da me. Ti affideranno la cenere del poco che avranno trovato, mescolata a cenere degli altri, ma io sarò sospeso sulla tua testa, e così loro, che nell’altro mondo avranno capito e avendo troppa pietà di biasimare un morto odieranno, Lotte, il vivo più vicino.
Vorrei uscire. Amo raccogliere dettagli per te, qui fuori.

C’è una

Perdonami. Notte chiara, qui da te. Atterraggio tranquillo. Solo un po’ di turbolenza a metà del viaggio.
Non so perché continuo a scrivere inchiodato su questa panchina, ma non riesco a smettere.
Ti chiamerò. Verrete a prendermi. Siete gentili.
Avrei dovuto portarvi una pianta. Che imbarazzo sapermi a mani vuote.
Posso stare qui per la notte? Il ritorno è domani. Che impressione fanno gli alberghi di lavoro. L’asciugamano avvolto in una striscia di cartone a dimostrare di essere pulito. E si ballava, tanto, durante la discesa. Abbiamo avuto paura.
Devi essere felice, e anche lui.
Scrivo solo questo, ecco, poi ti chiamerò.
Siate felici. Siate felici. Siate felici.

© Giovanna Amato

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