Poesia e struttura – A proposito di un pregiudizio crociano

C’è un’idea famosa di Benedetto Croce a proposito della Commedia dantesca (cioè la convinzione che si tratti in gran parte di struttura inerte alternata a momenti di altissima e non meglio definita poesia) che ha prodotto non solo una comoda diffidenza verso una lettura completa e orizzontale del poema (e contribuendo quindi alla sua parcellizzazione a scuola e quel che è peggio all’università), ma anche la reazione uguale e contraria dello scagliarsi contro quel pregiudizio ereditato senza far però davvero i conti direttamente con le parole e le pagine di Croce. Provo a farlo in questo intervento, chiarendo subito che per me la lettura ideale di Dante dovrebbe essere quella lineare, e non per completezza di erudizione, ma perché l’unica in grado di trattare il libro per quello che è: il racconto in versi di un incredibile viaggio. Va da sé che alcune parti risultino più riuscite e memorabili di altre, ma questo è da imputare alla fisiologia di qualunque opera letteraria, soprattutto se vasta come la Commedia. Al contrario, proprio la forza e la coesione di una cornice sono in grado di dare luce e risalto a zone del poema apparentemente marginali (e luce e risalto ulteriori a quei frangenti di poesia che tutti ammirano indipendentemente dal resto). Prima ancora della struttura, Croce sembrerebbe poi mal sopportare le sovrastrutture accumulatesi successivamente, perlomeno quelle che oltrepassano la soglia di esegesi da lui consentita: i discorsi di quei dantisti, insomma, che si attardano a “discorrere del «domicilio coatto» di Virgilio, e dell’«alpinismo» di Dante, e simili”, mentre potrebbero “leggere Dante proprio come tutti i lettori ingenui lo leggono e hanno ragione di leggerlo, poco badando all’altro mondo, pochissimo alle partizioni morali, nient’affatto alle allegorie, e molto godendo delle rappresentazioni poetiche, in cui tutta la sua multiforme passione si condensa, si purifica e si esprime” (Benedetto Croce, La poesia di Dante, Laterza, 1921, seconda edizione, pp. 69-70; d’ora in avanti soltanto: LpdD). Il filosofo qui semplifica, non è affatto inutile porsi delle domande, approfondire, interpretare (e uno studioso, pur partendo preferibilmente da un approccio spontaneo, dopo dovrà pur fare qualcosa in più del lettore ingenuo). Al tempo stesso, però, evidenzia in effetti un eccesso di funzionamento della macchina esegetica, che ha prodotto talvolta il paradosso di una critica dantesca più esoterica del poema stesso. Ma allora come spiegarsi il suo sottovalutare il primo canto, che per Croce darebbe “qualche impressione di stento: con quel «mezzo del cammin» della vita, in cui ci si ritrova in una selva che non è selva, e si vede un colle che non è un colle, e si mira un sole che non è il sole, e s’incontrano tre fiere, che sono e non sono fiere” (LpdD, p. 73)? Sembra sfuggirgli che la selva e le fiere ci appaiono terribili anche per le loro risonanze fisiche e letterali, prima ancora che morali e allegoriche, e che l’inizio del poema non risulta quindi affatto stentato, ma potentemente affascinante. Insomma, Croce contesta ai dantisti di restare impelagati nell’allegoria, e poi lui stesso come lettore vede solo allegoria, e non l’altra faccia. Vedremo come incorra in un equivoco simile anche rispetto alla struttura dell’opera.

Nel capitolo intitolato La struttura della «Commedia» e la poesia, Croce esordisce svalutando l’organizzazione stratificata alla luce del “sentimento delle cose mondane” che Dante manifesta per tutto il poema, laddove a suo dire una rappresentazione dei regni ultraterreni “avrebbe richiesto un assoluto predominio del sentire del trascendente su quello dell’immanente, una disposizione qual’è propria dei mistici ed asceti, aborrente dal mondo, aspra e feroce, o estasiata e beata” (LpdD, p. 53). È curioso come un’opera venga commentata evocando ciò che poteva essere e non è stata, e quindi in definitiva tutt’altra cosa, e che al più grande poeta cristiano di ogni tempo si contesti di non essere stato precisamente un mistico, ma qualcuno per cui “l’altro mondo non si sovrapponeva nella sua commossa fantasia al mondo, sì invece apparteneva con esso a un sol mondo, al mondo del suo interessamento spirituale”, mentre avrebbe dovuto proporci, chissà come e con quali risultati, “lo scolorarsi di tutte le cose umane, il disinteresse che si stabilisce verso di esse, l’indifferenza per la particolarità degli affetti e delle azioni” (LpdD, p. 54). Insomma, Croce non ha dubbi: Dante per lui ci racconta “proprio come non si può (almeno poeticamente) andare nell’altro mondo, il quale esige che si svestano tutte le passioni umane e si guardino le cose con altr’occhio, con l’occhio di chi si è risvegliato da un affannoso e brutto sogno e si ritrova nella vera e radiosa realtà” (LpdD, p. 55). E invece come sappiamo il poeta indugia a raccontare tutta la passione umana delle anime, il loro rimpianto del mondo, la loro incomprensione della morte, ed è lì la sua forza, non certo la sua debolezza. Manca allora del tutto e incredibilmente in Croce il sentimento dell’ambivalenza: la poesia di Dante non risuona infatti attaccata alla vita terrena nonostante parli dei regni ultraterreni, ma proprio per quello, e il pathos dell’aldilà non è separabile da un’accorata compassione per il nostro aldiquà. Ignorare questo significa in definitiva non capire il gioco serissimo a cui la Commedia ci invita a giocare.

D’altronde, il filosofo a caccia di aporie e contraddizioni non perdona quelle ravvisabili nel poema, che valgono per lui a ulteriore discapito della struttura; e non perdona quindi al capolavoro dantesco di essere profondamente quello che è, un’opera di coltissima immaginazione poetica, e non un lavoro “d’indole filosofica e critica”, per il quale “si potrebbe riempirne le lacune e risolverne le contradizioni, come si usa nello studiare i filosofi” (LpdD, p. 62). Ma io direi che sia invece il contrario, che cioè proprio sul tavolo della letteratura le più o meno visibili incongruenze (per dirne una insieme a Croce, prima dell’invenzione del Purgatorio Catone alloggiava nel Limbo? E se così, come mai lui e Virgilio non si riconoscono? e via dicendo…) passano davvero inosservate rispetto alla mole di coinvolgimento e domande che il testo nella sua presenza, e non le sue eventuali e invisibili implicazioni, ci mobilita incontro. Con queste premesse non si fa allora un grande favore alla Commedia definendola un “«romanzo teologico» o «etico-politico-teologico»” (LpdD, p. 60), la si dà anzi in pasto a esegeti piuttosto agguerriti, quegli stessi che Croce deprezzava tanto; mentre giudicare il percorso morale di Dante personaggio, segnalare la “nessuna compunzione verso le proprie colpe” all’Inferno o che nel Purgatorio “assai più pensa alle cose terrene” (LpdD, p. 58) vuol dire ancora una volta rifiutare tutta la mondana emotività che pervade i regni ultraterreni. E viceversa considerare questi ultimi “mere costruzioni immaginative, di scarsissima importanza, soprattutto per noi che abbiamo altre immaginazioni pel capo” (LpdD, p. 62), significa misconoscere che Dante ha pensato l’impensabile unendo al suo genio buona parte della razionalità e cultura bassomedievale a disposizione (e che la letteratura insegna d’altronde anche ad avere “altre immaginazioni pel capo”), ed è da lì che è nata la struttura della sua opera. Proprio quella struttura che Croce non fa che sminuire, negando che possa nascere “da motivo poetico, sibbene da un intento didascalico e pratico”, per cui “essa non vale né a segnare il particolare carattere poetico, posto che vi sia (sic!), di ciascuna cantica, né i passaggi da una situazione poetica all’altra, e può dare solamente ciò che è nella sua natura, connessioni estrinseche alla poesia e determinate da ragioni strutturali”, e dunque “[la] poesia delle tre cantiche non si deduce dal concetto del viaggio pei tre regni” (LpdD, p. 64). Pur riconoscendo nonostante tutto al poema una sostanziale unità (LpdD, p. 67), riconducibile però a metafore un po’ pretenziose come ad esempio “una fabbrica robusta e massiccia, sulla quale una rigogliosa vegetazione si arrampichi e stenda e s’orni di penduli rami e di festoni e di fiori” (LpdD, p. 65), per dire come la poesia interrompa di quando in quando lo schema, Croce conclude infine che un orecchio avvertito “distinguerà ciò che è strutturale e ciò che è poetico” (compito che sarebbe invece non necessario rispetto a uno Shakespeare, “dove lo schema o struttura nasce dal motivo poetico”, LpdD, p. 68) e le tre cantiche potranno quindi essere serenamente considerate come “tre libri in cui uno stesso poeta abbia raccolto, raggruppandole secondo talune affinità, le proprie liriche” (LpdD, p. 71). Provo adesso a dimostrare testualmente il contrario, e cioè il fatto che esista un’attrazione e un rapporto fecondo tra singole parti e potenza di cornice (anche in altre opere di gran lunga meno geniali della Commedia), e che avrebbe effetti pratici di lettura veramente frustranti aggirarsi per il poema con il puntaspilli distinguendo poesia da non poesia: Croce lo dice anche in termini, appunto, idealistici, e forse da lì non bisognerebbe discostarsi troppo, né tantomeno ricorrere a una concezione verticale e moderna di lirica. Pur ammettendo il valore dissimile delle parti, nella loro relazione si compie il poema: questo in Dante risulta particolarmente lampante e commovente.

Partiamo allora dall’ennesima protesta crociana, cercando di rovesciarla: “[u]na certa compressione non si può negare che il romanzo teologico eserciti talora sulla vena poetica” (LpdD, p. 65). In Croce l’accezione è naturalmente negativa, sta a significare che anche i momenti di vero slancio lirico vengono poi come stoppati e soffocati per esigenze di struttura. E se invece queste regole strutturali non fossero che il principio ordinatore dell’ispirazione dantesca, coincidendo con una serrata suddivisione dello spazio soprattutto nelle prime due cantiche, dove al disordine morale dei peccatori viene opposta un’infallibile topografia fisica e morale (Francesco Orlando, Il soprannaturale letterario, Einaudi, 2017, pp. 8-9)? Proprio l’attraversamento degli spazi e delle regole corrispondenti costituisce il viaggio e il racconto, che avrà spesso momenti di visuale privilegiata e di stupore rispetto alla perfezione della razionalità divina. Dopo aver superato misteriosamente l’Acheronte, Dante percepisce subito la profondità “de la valle d’abisso dolorosa” (Inf., canto IV, v. 8) di cui occupa l’orlo, senza poter però distinguere ancora nulla. Già nel canto successivo, la coda di Minosse che giudica e spedisce le anime dei peccatori “secondo ch’avvinghia” (Inf., canto V, v. 6) è anche mostruosa prefigurazione della struttura concentrica del primo regno. Da quel punto in poi e sempre di più lo spazio si fa concrezione di un inevitabile sprofondare nel Male (mentre per Purgatorio e Paradiso varrà naturalmente la vertigine inversa): “venimmo al punto dove si digrada” (Inf., canto VI, v. 114); “Così scendemmo ne la quarta lacca,/ pigliando più de la dolente ripa/ che ‘l mal de l’universo tutto insacca” (Inf., canto VII, vv. 16-18); “Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse/ che vallan quella terra sconsolata” (Inf., canto VIII, vv. 76-77, dentro la città di Dite, che inaugura il basso inferno). Arrivati quindi sul ciglio del baratro (Inf., canto XI), per abituarsi al fetore che sale da sotto Virgilio propone a Dante una pausa, durante la quale gli espone con piglio giuridico l’organizzazione dell’Inferno, la diversa gravità dei peccati e la logica del castigo. Può sembrare un accorgimento e un artificio, e in parte lo è senz’altro, che Dante autore escogita per fare chiarezza e spiegare un po’ di come e perché; ma in questa sosta prima dello sprofondamento nel giro di vite dei dolori infernali, i peggiori dei quali sono di là da venire, noi lettori proviamo un sentimento di sospensione e ansia sottile che per altre tipologie testuali non esiteremmo a definire in una parola: suspense. Che poi l’attesa paziente (che diventa comica indolenza con Belacqua, rannicchiato nell’Antipurgatorio, Purg., canto IV) si combini e alterni con il suo contrario, cioè la fretta di Virgilio (“Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace”, Inf., canto XI, v. 112; “Sì mi parlava, e andavamo introcque.”, Inf., canto XX, v. 130; “lo tempo è poco omai che n’è concesso”, Inf., canto XXIX, v. 11) e poi quella brusca di Catone (“Che è ciò, spiriti lenti?/ qual negligenza, quale stare è questo?”, Purg., canto II, vv. 120-121) e quella preoccupata delle stesse anime (“Tu ti rimani omai: ché ‘l tempo è caro/ in questo regno, sì ch’io perdo troppo/ venendo teco sì paro a paro”, lo dice Forese, Purg., canto XXIV, vv. 91-93), ciò testimonia l’insistenza di un tempo ancora umano dentro il mondo ultraterreno, che proprio sul nostro tempo sembra avere ritagliato alcune delle sue regole.

Finisce l’attesa e riparte la discesa. Appare ormai chiaro che nell’imbuto dell’Inferno ogni elemento cinge il successivo (“La dolorosa selva l’è ghirlanda/ intorno, come ‘l fosso tristo ad essa”, Inf., canto XIV, vv. 10-11), ma è con il volo in groppa a Gerione, per superare il baratro tra settimo e ottavo cerchio, che il pellegrino avrà la visione aerea delle profondità, con le spirali disegnate dalla bestia allegorica che sono poi le stesse del paesaggio dannato: “E vidi poi, ché nol vedea davanti,/ lo scendere e ‘l girar per li gran mali/ che s’appressavan da diversi canti” (Inf., canto XVII, vv. 124-126). Attraversate quindi le Malebolge, simili ai fossati concentrici che “cingon li castelli” (Inf., canto XVIII, v. 11) e collegate da ponticelli di roccia, e le quattro zone di ghiaccio del Cocito, prima di scalare Lucifero per rivedere infine le stelle Virgilio non può che registrare la pienezza della visione e del viaggio sotterraneo: “Ma la notte risurge, e oramai/ è da partir, ché tutto avem veduto” (Inf., canto XXXIV, vv. 68-69). Nel Purgatorio cambia il senso di marcia e cambiano le voci delle anime, non più dolenti e perdute ma ansiose dell’ascesa: “Ahi quanto son diverse quelle foci/ da l’infernali! ché quivi per canti/ s’entra, e la giù per lamenti feroci” (Purg., canto XII, vv. 112-114). E lo stesso Dante sembra di colpo sentire meno la fatica, ora che sa per certo che in cima alla montagna e prima del Paradiso ritroverà Beatrice: “tu la vedrai di sopra, in su la vetta/ di questo monte, ridere e felice” (Purg., canto VI, vv. 47-48). L’ultimo regno, man mano che si sale, sarà spesso un voltarsi indietro e stupire, per la distanza percorsa (“rimira in giù, e vedi quanto mondo/ sotto li piedi già esser ti fei”, Par., canto XXII, vv. 128-129) e per l’insignificanza del nostro pianeta, ma soprattutto delle passioni che ci rendono infelici (“L’aiuola che ci fa tanto feroci, / volgendom’io con li etterni Gemelli,/ tutta m’apparve da’ colli a le foci”, Par., canto XXII, vv. 151-153). È infine nella preghiera di San Bernardo che possiamo ammirare “la suprema poesia dello sguardo retrospettivo dall’alto, nell’ultimo canto, all’immensità del viaggio e alla progressione puntuale delle sue tappe” (F. Orlando, Il soprannaturale letterario, pp. 11-12), in tre soli versi prodigiosi: “Or questi, che da l’infima lacuna/ de l’universo infin qui ha vedute/ le vite spiritali ad una ad una” (Par., canto XXXIII, vv. 22-24). Schema o struttura che sia, è insomma da questa impalcatura immaginaria che Dante contempla la sua stessa opera, riuscendo perfino ad anticipare e prefigurare esperienze della contemporaneità (il volo notturno con Gerione, la vista spaziale dal Paradiso).

Concludo tornando alle parole di Croce, che in fondo nella sua argomentazione cerca di togliere, e qui uso Dante contro sé stesso, “il troppo e ‘l vano” dal poema. Come quando la pece bollente in cui sono immersi i barattieri nella quinta bolgia viene paragonata a quella utilizzata a Venezia per riparare le navi (Inf., canto XXI): per Croce “[l]a bellissima rappresentazione dell’arsenale dei Veneziani non ritrova il suo ufficio e la sua giustificazione poetica nell’asserita intenzione che, com’è stato sottilizzato, Dante avrebbe avuto di contrapporre uno spettacolo di fervida operosità economica al malvagio affaccendarsi dei barattieri, che dà materia a quel canto” (LpdD, p. 64). Ma l’apparente superfluo della comparazione trova la sua ragion d’essere proprio nel quadro generale, come le dighe fiamminghe e quelle padovane per dire gli argini di pietra che contengono bestemmiatori, sodomiti e usurai (Inf., canto XV); o la torre della Garisenda per il gigante Anteo (Inf., canto XXXI): sono tutti modi per ricondurre al noto e al familiare l’inaudito del viaggio. E non è gratuito neanche “l’escurso di Virgilio sull’origine di Mantova, nell’idea di dar saggio di storia veritiera tra le fandonie delle streghe e dei maghi” (LpdD, p. 64): non solo per la rettifica che fa rispetto alla stessa Eneide (V. Sermonti, Inferno, Mondadori, 1996, p. 272), ma per pochi versi di passaggio (“Manto fu, che cercò per terre molte;/ poscia si puose là dove nacqu’io;/ onde un poco mi piace che m’ascolte”, Inf., canto XX, vv. 55-57), grazie ai quali Dante innesta sulla divagazione erudita l’umanissima vanità del suo maestro nel parlar di sé e delle proprie origini. E ancora di meno dovrebbe sembrarci fuori luogo il personaggio di Ulisse, “che narra il suo ultimo eroico viaggio da esploratore”, e “ha nulla che vedere coi fraudolenti, tra i quali è condannato” (LpdD, p. 64): è vero che la frode del cavallo non viene tematizzata, ma proprio per mettere in risalto il fascino terribile dell’erranza (come viaggio e peccato), in un poema nel quale fin dall’inizio risulta così decisivo il fatto di non sbagliare strada. Croce si mostra poi insofferente alle ripetizioni, ad esempio “la meraviglia delle anime del Purgatorio all’avvedersi che la persona di Dante gitta ombra, e gli schiarimenti che Virgilio deve di volta in volta somministrare”, e per spiegare questo fastidio ricorre a una storiella: “[a] un certo punto, par che esso stesso [Virgilio] sia preso da impazienza e faccia come nell’antica novellina quel buon uomo che aveva una macchia d’olio sul vestito e tutti quelli che incontrava ne lo facevano accorto, sicché, egli, incontrando di nuovo alcuno, annunziava senz’altro: «Sta’ saldo, ho una macchia d’olio»” (LpdD, p. 66). Il che è senz’altro divertente, ma è appunto giusto una battuta: se pensiamo infatti all’episodio di Stazio, al suo voler trattare “l’ombre come cosa salda” (Purg., canto XXI, v. 136), sentiremo anche tutto il patetico del voler prevenire un abbraccio impossibile. E prendiamo infine quei versi meravigliosi che chiudono il canto XVIII del Purgatorio, con Dante tra le anime degli accidiosi: “Poi quando fuor da noi tanto divise/ quell’ombre, che veder più non potiersi,/ novo pensiero dentro a me si mise,/ del qual più altri nacquero e diversi;/ e tanto d’uno in altro vaneggiai,/ che li occhi per vaghezza ricopersi,/ e ‘l pensamento in sogno trasmutai” (vv. 139-145). Il canto purgatoriale dell’Accidia svanisce nella dolcezza un po’ torbida di un sogno: non è forse poesia che emana direttamente dalla struttura?

@Andrea Accardi

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