Michela Zanarella, “Le parole accanto” (rec. di G. Albi)

Parole dense, che diradano la nebbia interiore, accompagnano accanto la poetessa nel più significativo dei viaggi: il nòstos a Itaca. Si tratta infatti di un commosso, ma contenuto, tributo alle sue origini padovane, a quel grembo di cielo che vide i suoi natali, quando suggèva, infante, il latte materno, cominciando a tessere la rete affettiva che in modo indissolubile la lega alla madre, fonte di vita pullulante di energie sempre rinnovantesi, ragione di esistenza e giustificazione di un senso su questa terra. Eterno femminino incarnato da Zanarella, che fa parte di un catena umana che accoglie con vigile sentimento l’eredità che le proviene dalla madre, la quale si staglia nei versi immensamente materna, capace di raccogliere il grido di dolore di essere nel mondo della bimba che muove i suoi incerti passi. Una madre, con cui simbolicamente ha intessuto un rapporto atavico, ma tardivamente riconosciuta come il tòpos dell’affettività più intensa:

Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.

In questo viaggio à rebours la poetessa ritorna all’Uno da cui siamo generati e, respirando il respiro della madre, ritrova l’Amore che sfugge a ogni categoria interpretativa, in quella terra padovana immersa nella nebbia e in competizione col reo tempo che trascina via le vestigia lasciate a fatica dall’uomo.
L’essere oggi poeta e donna di grandi soddisfazioni, con ambiti riconoscimenti e fama internazionale, non esime Zanarella da questo bisogno umano, troppo umano, di cercare nel passato le radici della sua esistenza. Sappiamo che ragionare all’indietro è un azzardo e che, mediamente, l’uomo si acconcia a vivere un quotidiano, che anche se non soddisfa, certo consola; ma Michela, al pari di una poetessa greca, tutto osa e sopporta, con incedere netto e schietto, lontana da manierismi e sentimentalismi. Dicevo all’inizio che il suo è un tributo commosso, ma contenuto, alle sue origini; niente di più vero. Rigore etico e chiarezza del verso accompagnano la poetessa nel più nobile viaggio interiore, il ritorno alla fonte. Parole ornate, ma che non cedono mai agli eccessi, alle seduzioni, lì pronte a trascinare il lettore fino alle lacrime. Nessuna caduta nel terreno scivoloso del trito e consunto; verso che tuona, ma non suona. Parole sonore, direi, che rimbombano nell’etere e arrivano dritte a colpire il sentimento del lettore sensibile che si sente portato per mano dal nitore del verso. Dico, per inciso, che oggi l’essere poeti si confonde con la cripticità delle parole o con versi eccessivamente brevi con a capo continui che spezzano la comprensione; in Michela questo è totalmente assente. Leggo un in medio stat virtus con strofe ben costruite, versi bilanciati e parole misurate che consentono la comprensione del ragionamento sotteso e dei sentimenti emersi o emergenti.
Questa misura classica è quanto apprezzo di lei, che si flette ma non si spezza sotto l’ondata dei ricordi:

Ci pensi a quel tempo che abbiamo stretto
mano nella mano
senza stupirci se io inciampavo
dietro ai tuoi passi grandi di padre.
Sono passati gli anni
e di allora ricordo
che mi spaventava la tua assenza.
Ti cercavo come si cerca l’aria
quando la luna scompare
e non rimane che un margine di luce
addosso alla notte.
Lo so, la vita ti insegna presto
a capire le distanze
e a sfiorare l’ombra di un volto di spalle
confondendo il tono del cielo
con un silenzio che prega il ritorno.
Ho scelto di andare
senza lasciare incompiuti i miei sogni
senza pensare che mi saresti mancato
come quando da bambina t’inseguivo
per le scale
e oggi ti parlo da donna
che conosce a memoria le tue rughe
e che ti chiama con la mente
a respirarmi in lontananza.

La stessa essenzialità, permeata da sentire profondo che ho ravveduto nella poesia alla madre, l’ho trovata in questa rivolta al padre, riportata qui integralmente, per far respirare al lettore il piglio del verso che si dilata ad esprimere sentimenti di profondità meridiana senza cedere sotto l’ascia del sentimentalismo più a portata di mano.
Dalla lettura si evince uno scaltrito tirocinio di formazione che passa attraverso i poeti più amati cui sono rivolti canti nella seconda sezione della silloge: tra questi, Leopardi, Merini, Pasolini, per citare i più famosi.
Ma prima di passare alla seconda sezione, vorrei qui riflettere sulla portata che l’Amore riveste nella silloge nel canto dedicato al suo uomo, di cui questo è l’abbrivio:

Riconosci questa pelle
sopravvissuta al tempo
che ha scelto di amarti senza misura
con gli stessi occhi del mondo?

In cui, rivolgendosi all’amato, si sente addirittura “pelle” che aderisce a quella del suo uomo con un amore fuori misura, contenuto da versi di classica armonia. Direi che la perizia di Michela sta anche nel contenere l’esuberanza del sentimento in chi è ancora giovane come lei in una struttura neoclassica, con un verseggiare che non conosce sbavature di tono. Niente di eccesso, avrebbero detto i Greci, e io, grecofila, confermo!
Per quanto attiene poi alla seconda sezione, scelgo di rivolgere lo sguardo al canto dedicato al recanatese Leopardi, in cui, attraverso l’arte allusiva, si declina l’assimilazione profonda del pensiero del filosofo/poeta. La poesia sa di dilatazione dell’Infinito, di dialogo con la luna, di vita dei pastori e dei poeti, di ricerca del senso esistenziale:

Avresti chiesto adesso alla luna
il perché di un silenzio sospeso
e nella sua vaghezza
avresti riconosciuto
il senso delle cose […]

da cui si legge che la poetica del vago del poeta di Recanati si è fatta carne e sangue in quella di Michela, che tocca il senso delle cose nella loro impermanenza in quel silenzio sospeso che tante volte ho apprezzato nei suoi versi.

© Giovanna Albi

 

Michela Zanarella, Le parole accanto, Interno poesia 2017

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