Gli Arcani maggiori #9: L’EREMITA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Eremita, carta del raccoglimento.

Prima di trasferirsi definitivamente vuole vedere l’isola.
È una giornata di novembre, prende un traghetto quasi deserto sotto la pioggerellina, il mare è leggermente mosso da un vento costante e pieno, si vede che c’è un temporale, poco più in là, lui non è mai stato in grado di vedere la cortina di pioggia che tutti gli hanno sempre indicato all’orizzonte ma sa riconoscerne altri segni, come l’odore improvviso di funghi e la consistenza del vento che si muove prima di scomparire all’improvviso, e far piovere.
Ha il cappuccio e si appoggia alla battagliola di prua, perché non gli va di sedere all’interno del traghetto. Gli va di vedere arrivare l’isola da lontano. Le isole, in realtà, gli danno fastidio, perché non c’è modo di andare via, anche il traghetto che adesso lo sta portando ripartirà subito e non tornerà prima del pomeriggio, perché non è la stagione turistica e fa solo servizio viaggiatori per i residenti dell’isola. Risiedere su un’isola deve trasformare il pensiero, pensa. Definire con più incisività l’idea di perimetro. Costringere a uno stacco netto tra il proprio e l’altrui, tra il qui e l’altrove. E dipendere dal capriccio del mare, che in qualsiasi giorno può essere abbastanza grosso da obbligare a confinarsi o trovarsi esiliati dal proprio luogo.
Quando mette piede sull’isola la sensazione si fa ancora più estrema. Ha smesso di piovere, ma con lui è sceso solo un piccolo gruppo di turisti tedeschi, due o tre residenti e qualche singolo di cui non saprebbe dare definizione. L’isola è ancora più deserta del traghetto. È ora di pranzo, non ci sono turisti, e per il maltempo sono tutti chiusi in casa: il negoziante della bottega di ricordi che occhieggia immediatamente sulla banchina ha steso dei teli di plastica sulla sua chincaglieria e mangia della pasta al tonno da un contenitore di plastica.
L’isola è tutta in salita, e lui la percorre, in silenzio. Capisce che basterà un’oretta per arrivare in cima e dichiarare conclusa la sua esplorazione. Lungo le cordonate che portano alla punta svicolano solo pochi gatti che evitano le sue gambe e si arrampicano rapidi sui muretti. Le porte delle case sono tutte colorate di rosso o di azzurro, tradizione del paesino o omaggio agli occhi dei turisti che in estate lo devono affollare.
Arrivato in cima, mette una mano sulle mura grezze. La ginestra, la gramigna, il dente di leone. Sotto di lui il mare, fino a perderci gli occhi, e il piccolo istmo che dall’isola porta al carcere. Ha finito, ha visto quello che doveva vedere, e ora tutto quello che gli rimane è la sottile ansia dell’idea di un’isola e l’attesa di un traghetto che non arriverà fino al pomeriggio.
Scende di nuovo al paese, vicino alla banchina, e siede ai tavolini di un bar. Il barista gli asciuga una sedia, gli consiglia di mettersi sotto il tendone nel caso dovesse piovere ancora. Lui chiede un caffè e tira fuori dal tascapane il libro che sta studiando. È l’Eneide, deve scrivere un piccolo saggio sul concetto di pietas nella letteratura.
Apre dall’inizio, perché lo deve studiare e perché lo ama. Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas. Quanto c’è in questo semplice verso, quanto immenso è il mondo.
Posa il libro, perché qualcosa sempre lo commuove. Lo definisce, questo canto arrivato da tanto tempo fa. Guarda il mare che ancora non porta il traghetto, mezzo ubriaco della sigaretta e dell’odore potente di salsedine, e sente come un ronzio che lo inchioda più esattamente nel luogo in cui sta.
Chi è, lui stesso? Lo definisce il primo caffè del mattino. Il saper distinguere la viscosa al tatto ma non il cotone. Il non usare un segnalibro, perché sono troppi i libri che ha in piedi contemporaneamente, e quindi il poggiare tra le pagine un foglietto volante, un biglietto del tram, quella certa fotografia. Lo definiscono le sue scelte linguistiche, il tenere i piedi ben coperti di notte e il cuore che accelera per un brano di Vivaldi. E ovviamente lei, che lui ama, ma non come chi abbia spostato il proprio centro del cerchio, ma come chi abbia trovato il secondo fuoco dell’ellisse attorno a cui far ruotare la pienezza, la gioia, la coscienza che tutto va bene. Lo definisce il dimenticare di mettere gli occhiali. Il poco gusto per il pranzo, il troppo gusto per la cena. L’entusiasmo per le albe, il disinteresse per i tramonti. Lo stupore per la neve.
Non il lavoro che fa, non i ritmi quotidiani, tranne quelli che gli impone il suo corpo di animale quando il sabato dorme fino alle dieci o durante la settimana è felice di essere in piedi alle sei. Non c’è niente di lui sul passaporto, e il suo curriculum racconta quello che ha fatto, non importa con quanta passione, negli intervalli tra un pausa e l’altra in cui si organizzava per combattere la noia. Puro, se stesso, è lì sulla banchina di un traghetto che non viene, con lei accanto al pensiero come un gatto che dorme sul divano e il proprio corpo che sopravvive e che medita, che percepisce e che vuole.
Basterebbe solo questo per essere il fuoco di se stesso. E a lei, altro fuoco, basterebbe raccontare la dea che non è figlia di nessuno, ma che arriva sulle sponde e all’improvviso rende tutte le orecchie accese.
Ecco che di così poco, del confine di un’isola, è fatto il mondo.

© Giovanna Amato

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