Gli arcani maggiori #5: IL PAPA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Papa, carta del rapporto con gli altri.

Oggi Vanessa mi ha portato in un pezzo del suo mondo: la mensa della redazione. Entro con un pass di un suo collega assente, la lascio accanto al dispenser della frutta e mi avvio a prendere posto. Lei arriva dopo dieci minuti con un vassoio multicolore. Sono tutte verdure, una più dell’altra, ma una ha attorno della pasta e l’altra del formaggio. Devo stare attento, quando viene a casa, a togliere dal frigorifero perfino le fette di carne cruda. Non è vegetariana, ma non può soffrire l’idea che la carne esista.
«La gente che ti passa avanti in fila parlando dello scandalo delle discriminazioni degli indios in Perù è incredibile», dice mentre toglie il cappotto e lo appoggia sullo schienale della sedia. «Ora, io non credo di avere la stessa importanza di un indio discriminato, ma se fai un sopruso piccolo puoi fare anche un sopruso grande: oggi mi passi davanti in fila, domani vai in Perù e discrimini un indio perché si sono dimenticati di dirti che è socialmente ingiusto.»
Annuisco vigorosamente aprendo una busta di pane. Vanessa sistema i capelli a lei e a me.
«Dovrebbero fare una fila separata per gli stupidi», dice.
«E tu mi aspetteresti, mentre la faccio tutta?», le rispondo con gli occhioni più teneri che riesco a trovare. Mi sento proprio allegro, oggi.
Vanessa sorride con dolcezza.
«Sei proprio allegro, oggi.»
Mi consulto con il succo d’arancia. “È proprio bello che lei abbia scelto la tua stessa parola!”, mi dice il bicchiere.
Vanessa affronta il suo pranzo gironzolando tra primo, secondo e contorno senza una logica apparente. Io sono intimidito da tutti quei piatti, ma ho deciso per un approccio più sistematico. E voglio infilare uno yogurt in borsa per mangiarlo domani. Sfaterei il proverbio di mio padre – quando a grilli, quando a quaglie – sul mio modo di altalenare l’abbondanza e l’ascetismo.
«Sono contenta che sei venuto» mi dice Vanessa prendendomi la mano. «In genere, quando vengo qui mangio con la mano sinistra, per prendere appunti con la destra. Oggi posso rilassarmi.»
Perché Vanessa ha bisogno di qualcuno accanto per sentirsi rilassata?
Le siedo di fronte, lei mastica col sorriso sulle labbra, provocandomi il naso con la forchetta sporca. Muovo le narici a coniglio quando mi punge con i rebbi gocciolanti di salsa. Comincio una relazione sessuale con il pollo al forno. Più che altro stiamo zitti.
«La mia dottrina ha bisogno del fulmine e della demenza!», le dico a un tratto, solo per vedere che effetto fa.
«Io avrei bisogno del sale invece, se me lo passi», risponde lei tranquilla.
Dopo qualche minuto di giravolte tra le portate, Vanessa posa la forchetta e mi lancia uno sguardo obliquo, spingendomi con le pupille verso il suo capo, che pochi metri dietro di lei aggredisce la levetta del succo d’arancia con il bicchiere di plastica. Mi chiedo come abbia fatto a vederlo. Dalla precisione millimetrica con cui Vanessa poggia la forchetta capisco che lui emana un fastidioso fluido che riesce a intrufolarsi nelle sue cellule nervose, picconandole una a una.
Comincia a masticare con nervosismo, a scatti. Il pezzo di ricotta tra i suoi denti si sta chiedendo cosa possa mai aver fatto per meritare quei colpi secchi, rabbiosi, invece delle capriole morbide e impastate toccate in sorte ai suoi compagni. Mentre il suo capo si avvicina, minacciando pericolosamente di sedersi accanto a noi, Vanessa agguanta un gruppo di fagiolini con la forchetta, infilzandoli come se avessero appena confessato di averle investito il cane.
Il capo fa un passo, due, tre. Sempre più piano, mentre si avvicina a noi, come se il suo atterraggio al nostro tavolo fosse una manovra delicata, da gestire con mira ed equilibrio. Vanessa è sempre più pazza di fastidio; i suoi occhi si avvicinano pericolosamente a traboccare dalle orbite. Io capisco che ho pochi secondi per decidere quanto è un problema il mio essere lì con il pass di qualcun altro, così li impiego in modo diverso. Visualizzo l’ipotetico cane di Vanessa – immagino sia un whippet, sicuramente deve averlo scelto da una cucciolata di creaturine piccole e smargiasse, e niente deve averle fatto sospettare che anni dopo sarebbe diventato un affettuoso campioncino della caccia al tordo – e un fagiolino mascherato, di ritorno da una rapina, che sale su un’auto rubata e partendo a manetta glielo disintegra sotto le ruote.
Il risultato è che quando il capo arriva gli esplodo una risata in faccia.
Poi immagino la faccia di Vanessa mentre raccoglie quello che resta del suo whippet, e mi calmo.
Il capo mi indica a lei con la punta libera del mignolo, Vanessa indica se stessa a me e torna a mangiare. Io annego nel pollo arrosto. Lui si guarda attorno, gira sul suo piede, tutto attento a non far debordare niente dal vassoio, poi decide di sedersi altrove. È una strana scena, imbarazzante, specie perché Vanessa ha il collo piegato verso il piatto nel tentativo di passare il resto del pranzo in un rigatone pur di non vederlo, ma gli occhi sono leggermente sollevati, con una strana pena, una terribile voglia di essere altrove che nemmeno il riparo di un rigatone può soddisfare.
L’uomo se ne va, e le dice “mi raccomando, non passare ore col caffè e la sigaretta, mi servi di là”; parole che in Vanessa scatenano solo un’occhiataccia, ma a me si stampano come un tatuaggio sul torace. Sento di odiarlo. Detesto ogni singola sillaba di quel modo padronale e cafone di rivolgersi a Vanessa. Capisco ogni cosa: il suo fastidio e i suoi occhi, la volontà di nascondersi nel rigatone e perfino quella di chiedere la solidarietà di un fagiolino canicida.
Mi vedo alzarmi, corrergli addosso e spalmargli in faccia il mio rancore e il piatto di carote alla julienne che ha scelto per contorno. Non contento, nella mia mente allargo la bocca finché i miei denti riescono a prendergli il naso e strapparlo con un unico morso. I miei polsi diventano lame, con cui gli squarto il ventre in sala mensa.
Invece resto seduto e osservo Vanessa. La mia piccola compagna è in ansia, c’è qualcuno che la tratta male. La immaginavo sempre alta, bella e trionfatrice in ogni attimo della sua vita, sempre nell’atto di stringere uno stivaletto alla caviglia pronta a passare alla conquista successiva, con il sorriso vittorioso sulle labbra e il panneggio dei capelli neri a seguirla lungo le sue marce. Invece c’è qualcuno che la obbliga a chinare il collo, la cui presenza basta a farla imbufalire raccolta nelle sue stesse spalle. Penso che sarebbe il caso di dargliela vinta più del necessario, nei prossimi giorni. Voglio che si rifaccia su di me. Spero di essere quanto prima la causa scatenante del suo prossimo sorriso di tiranno.

© Giovanna Amato

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