Gli Arcani Maggiori #3: L’imperatrice

 

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’imperatrice, carta della cura e del nutrimento.

Con la mezzanotte in arrivo la festa di Capodanno era fortunatamente agli sgoccioli e al momento mio marito sedeva a pochi metri da me. Aveva un nipotino, credo, sulle ginocchia, e una bambina in piedi accanto a lui gli balbettava in faccia una poesia. Spesso dimenticava qualche sillaba, e lui gliela suggeriva con piccoli movimenti della bocca. Era così sereno da avere una fossetta sulle guance e l’attaccatura delle palpebre gli si avvizziva a furia di sorridere. Una scena perfetta per una di quelle orribili porcellane bucoliche di cui si circondava nel Settecento Amalia di Sassonia.
Tu scendi dalle stelle, canticchiava in ritardo coi tempi qualche zia poco lontano. Eravamo tutti concordi che i bambini avrebbero dovuto al più presto andare a dormire, ma nessuno di noi aveva il coraggio di ammettere che erano gli adulti a non vedere l’ora di accomiatarsi. Avrei aperto volentieri le danze di questa confessione, se solo mio marito non mi avesse implorato prima di arrivare di dimostrarmi onorevole e garbata fino al termine delle celebrazioni.
Ragione ulteriore per aspettare la mezzanotte in gaia compostezza, e in compagnia dei nostri rispettivi pargoli, era il compleanno incombente della figlia della nostra padrona di casa, che avrebbe compiuto sette anni al passaggio del calendario. La festicciola di compleanno che sarebbe seguita era la ragion per cui non avevamo potuto sottrarci dal portare il Furetto con noi. Al momento, il Furetto si faceva ordinatamente battere a sasso carta forbice dal fratello della futura festeggiata, in un angolo della stanza. Mi chiedevo dove avessi sbagliato come madre.
Ma non mi sfuggivano questioni private per restare. Il punto è che mio marito aveva poco più di sessant’anni e da qualche mese aveva preso la piega di quegli uomini che migliorano col tempo come i tappeti persiani e l’Armagnac. Non potevo lasciare la mia sedia finché il circostante consesso femminile non fosse stato sufficientemente incenerito: divoravano con gli occhi il tendine che scattava dietro il suo orecchio, aggredivano di sguardi l’attaccatura dei suoi polsi, gli seguivano le vene sulle mani. Qualcuna si spingeva a osservare il modo in cui le cosce gli riempivano i pantaloni. Lui aveva i jeans, quel giorno, in segno di rispetto per l’ambiente informale circostante. (Non potevo lasciare la mia sedia anche per una ragione più pressante: essendo una savonarola, non ero certa di essere poi in grado di farvi ritorno.)
E dunque, le femmine del branco lo studiavano. E io, femmina alfa, osservavo la scena piegando la testa sul collo. Incrociavo i loro occhi e mi assicuravo che si abbassassero sulla fascetta d’oro che gli cascava morbida sull’anulare.
Il Furetto mi chiese il permesso di allontanarsi con un amico per una razzia di profiteroles freschi di frigo. Una donna si sedette accanto a me, posandomi tra le mani un tovagliolo con dei pretzel, e accarezzò la schiena di mio figlio che sgattaiolava via.
«Il ragazzo sta davvero bene con il caschetto.»
Caschetto. Strinsi forte il tovagliolo tra le mani e sorrisi. Il page-cut che veniva quotidianamente controllato perché non scendesse troppo oltre la spalla era diventato un caschetto. Mi chiesi come dovesse sentirsi un pittore ancora impolverato di terra di Siena sentendo magnificare il suo giallo. In questo mondo di pressapochismo tecnico e linguistico, una ballerina che si stia staccando le calze dagli alluci incrostati di sangue sorriderà con un leggero inchino quando le direte che i suoi movimenti erano così leggeri, così soavi, così naturali.
Il Furetto passò, reo di cioccolata, e seguì i suoi amichetti verso una panca piena di giocattoli. Gli feci un cenno per aggiustargli il colletto. La donna con il carrè sfrangiato approfittò del movimento per avvicinarsi al mio orecchio.
«E tuo marito è splendido», sussurrò. Lo era. E mentre pensavo che la sua autodenuncia era l’unica cosa che la serbava in vita, un lamento mi distrasse. Un lamento conosciuto, desolato, allarmante. Un piccolo lamento ingoiato, come il mugolio di un roditore dietro un paravento, quasi impercettibile nel pianto disperato che la festeggiata aveva scatenato, zittendo l’intera stanza.
La bambina piangeva tenendo i pugni stretti contro gli occhi. E mentre l’interesse tutti si accalcava su di lei, allungandosi al suo pianto, io tesi l’orecchio per capire da dove fosse venuto quel lamento e incrociai lo sguardo del Furetto, spaventato e colpevole. Ancorò gli occhi ai miei e con quegli occhi mi chiese soccorso. E quello che distinse mio marito da me, in quel momento, fu che lui si alzò per offrire il suo aiuto alla sala mentre io posai il pretzel pronta, al primo segnale, a portare il Furetto via da quella stanza, che avesse rotto un giocattolo alla ragazzina o l’avesse resa orfana di entrambi i genitori.
«I profiteroles!», uggiolò lei. «Qualcuno ha mangiato i profiteroles della torta!»
Il Furetto indietreggiò impercettibilmente contro la parete. Frugai nella stanza in cerca del suo compagno di marachella, che si era evidentemente defilato. Cominciai a spostare lentamente il corpo verso mio figlio.
«Adesso la torta non si può più fare!» urlò la piccola stronza mentre la folla tentava di arginare il suo dolore.
Mio marito, attraversato da un ricordo registrato dalla coda dell’occhio, mi cercò con lo sguardo. Io avevo già la mano nella mano del Furetto. Lui ci diede allora la schiena, si inginocchiò accanto alla bimba e ci coprì. Ma non funzionò: la perfida sgusciò come un’anguilla, indicò il Furetto con un dito e scoppiò di nuovo in lacrime. Mentre tutta la sala si girava verso di noi, fulminai la delatrice e mi concentrai sulla speranza che trascorresse il resto dei suoi compleanni nella solitudine più nera.
«Non fa niente, ne ordineremo altri» le disse un invitato «e faremo una torta più bella» continuò un altro «una panna e fragola» osò un altro ancora «o piena di cioccolato» rettificò un ultimo.
«Voglio i miei profiteroles!» insistette lei puntando i piedi, fissando il Furetto con un odio adulto. Il Furetto si strinse al mio braccio con una lacrima pronta sulle punte delle ciglia.
Guardai mio marito che non prendeva posizione. Gli dissi tutto quello che dovevo dirgli con un labbro. Poi presi il Furetto in braccio e assieme guadagnammo la porta a una velocità che non credevo di poter raggiungere sui miei tacchi. Non lasciammo a nessuno il tempo di commentare e scendemmo le scale, io ticchettando per i gradini e lui aggrappato al mio collo, terrorizzato all’idea di ruzzolare a ogni rampa.
Credevo di impazzire per l’amore. Quel corpicino caldo, aggrappato al mio, pesava più di quanto avrei potuto sopportare, ma la fuga lo rendeva leggero. Improvvisamente mi accorsi di quello che distingue una madre da una qualunque altra accozzaglia di cellule: le strade erano così piene di minacce e il mondo così orribile che il mio sangue da solo non bastava a promettere salvezza. Cominciai a raccontargli qualcosa per distrarlo, mentre camminavo trascinandolo in braccio, con i piedi penzoloni contro i miei fianchi, le scarpe infilate in tasca per non inciampare. Gli raccontai della tigre che aveva mangiato i suoi figli e si era lanciata in un precipizio per il dolore, ma le avevano vietato di morire finché non li avesse ritrovati.
«Da quel giorno» dissi «va in cerca dei suoi cuccioli, e di notte posa le zampe sulle spalle dei bambini. “Ecco mio figlio!”, dice, e cerca di portarlo via.»
Il Furetto, evidentemente ancora turbato dalla storia dei profiteroles, sgranò gli occhi e cominciò a lacrimare.
«La mamma ti difenderà da tutto questo», dissi. «La mamma è disposta a credere, per te, a tutto quello cui non ha mai creduto. È disposta a credere alle cose visibili e invisibili. Crederò che dietro l’angolo ci faccia la posta uno di quei demoni giapponesi che si divertono a staccare le gambe ai viaggiatori. Crederò nell’uomo nero e negli spiriti lupo indiani. Guarda: la mamma è pronta a togliersi i tacchi per correre a casa più veloce, a camminare per strada a piedi nudi. La mamma, se serve, ti darà il suo cappotto, a costo di morire assiderata ed essere ritrovata il giorno dopo a un angolo di strada, blu per il freddo.»
Ma il Furetto fu stoico e non volle saperne del cappotto. Continuò a battere i denti sul mio petto finché non arrivammo a casa.
Chiudemmo la porta dietro di noi e gli feci il bagno. Lui si calmò presto, lasciandosi strofinare la schiena con la schiuma calda. Lo avvolsi nel mio accappatoio e lo portai a letto. Sentii la serratura che scattava e mio marito che entrava in casa, di corsa, e chiedeva di noi, ma io e il Furetto restammo in silenzio, senza rispondere, sorridendo e facendoci occhiolini. Chiusi a chiave anche la porta della cameretta e dormii con lui.
Non l’avevo mai visto nell’attimo in cui si addormentava: scalciò appena, poi socchiuse la bocca e sollevò le sopracciglia. Riuscì a farlo con un unico gesto, rannicchiandosi nelle spalle come un pettirosso. Fu la prima volta che amai il Furetto senza la mediazione di suo padre. Sentivo quel bambino pulsarmi accanto non come il cucciolo del mio compagno, né come carne strappata a forza dalla mia carne, ma come un piccolo essere umano, un’opera d’arte imperfetta e senza bisogno di correzione.
«Quando sei nato ti ho contato le dita delle mani e dei piedi», gli dissi all’orecchio, mentre dormiva, «prima ancora di prenderti in braccio.»

© Giovanna Amato

 

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