Simone Consorti, “Otello, ti presento Ofelia”

Simone Consorti, Otello ti presento Ofelia, L’Erudita 2018

Il mondo che si manifesta nelle dieci ‘epifanie’ di Otello ti presento Ofelia e altre storie di disamore è un mondo nel quale gli “umiliati e offesi” hanno gli occhi grandi – verdi nocciola neri o cerulei, più raramente «un po’ falsi, come cieli di lapislazzuli» e non riescono a sottrarsi, neppure nel momento della più avvilente sconfitta, della più scottante esclusione, all’insopprimibile tendenza a cogliere il dettaglio straniante e rivelatore, «lucido e delirante» nell’universo della distorsione, della dismissione, del «disamore», del «disincanto» (nel sottotitolo leggiamo infatti: Confessioni di disamore tra crudeltà e disincanto). È, questa tendenza, indice di una non comune facoltà di percepire, nel distacco e nella distanza, una prospettiva diversa e divergente, sicuramente improntata all’ironia del capovolgimento. Senza ombra di dubbio – e questa mia affermazione intende additare a chi legge un filo rosso a partire dal quale scoprire e ri-scoprire tutta la scrittura, anche quella poetica, di Simone Consorti – ci troviamo dinanzi al tratto fondamentale dello stile, e dunque dello sguardo, dell’autore.
Il titolo del volume, Otello ti presento Ofelia,  è lo stesso del primo dei dieci racconti che lo compongono e ne scopre un’ulteriore caratteristica, vale a dire il gioco con pedine di svariata provenienza: oltre a quella delle esistenze dis-ancorate, quella dei personaggi letterari che, al contrario, sono ben ancorati nella coscienza sia di chi scrive, sia di chi legge, così come quella dell’immaginario e delle immagini-opere d’arte figurativa che scaturiscono da testi noti, per non parlare delle vere e proprie citazioni e del loro abile rimescolamento.
E qui si avvicendano e intrecciano le mani in una fortemente arguta e lievemente malinconica ronde William Shakespeare e John Everett Millais (l’autore pre-raffaelita del dipinto Ophelia), Fëdor Dostoevskij e Cesare Pavese, Giovanni Pascoli del X agosto e la sapida sintesi postbellica su reduci e nuove precarie esistenze dei Racconti umoristici e satirici di Heinrich Böll, i Racconti neri di Maupassant e le Novelle (ma anche i Quaderni di Serafino Gubbio operatore) di Pirandello, i modi di dire e i calembourMamma non mamma – con i drammi cocenti e attualissimi degli “orfani bianchi” (e dei bambini che da quella condizione vogliono fuggire).
Se nel primo racconto, infatti, un sito di incontri favorisce la conoscenza tra Otello e Ofelia, o, per essere più precisi, tra le loro coazioni a ripetersi, più avanti ci si imbatte nelle «sorelle Karamazov», poi ancora in una «cronaca nera di inchiostro di un’ossessione d’amore» e perfino in un «mare incurabile».
Non manca la storia, quella con la esse maiuscola: nel racconto Eva Hitler essa si mescola alle immancabili soluzioni fantasiose dell’autore e alle suggestioni a questi pervenute sia dai video amatoriali girati nel cosiddetto “Nido dell’Aquila”, sia dal film La caduta del regista Hirschbiegel (nel quale Hitler era impersonato da Bruno Ganz).
Un mondo di poesia, un tributo nel quale dati biografici si mescolano a conoscenze ‘di prima mano’ è contenuto nel racconto Il mare incurabile. Qui, accanto a Ungaretti, Montale, Gatto, Caproni, Penna, Pavese, Sereni, rinveniamo una significativa autocitazione: la poesia di Simone Consorti Ho fatto testamento in mio favore, dalla raccolta Nell’antro del misantropo. Come dire: accostamento, con tutta la responsabilità e la consapevolezza dell’azzardo, di massima familiarità e di massima presa di distanza da sé, nel rovesciamento ironico, cifra dei testi di Simone Consorti, motivo, per chi legge, di curiosità permanente, perché dall’autore costantemente nutrita e dagli accadimenti persistentemente ‘fomentata’.

© Anna Maria Curci

 

Il mare incurabile

1.

Un’ora dopo la commissione della Maturità aveva avvertito la scuola della mia mancanza. Dalla segreteria didattica, Angela si era messa a chiamarmi prima al cellulare e poi ai vari recapiti.
«Non capiamo. Non ha mai fatto un ritardo in dieci anni. Il professore è inappuntabile» si giustificava, grattando la cornetta con l’unghia, come se fosse colpa sua. A un certo punto, ha dovuto avvertire la preside. La mia cara vecchia preside, che stravedeva per me, che mi chiamava “il più elegante” e sembrava che, con quella parola, ne intendesse tante altre.
La mia preside lei sì sempre inappuntabile, con in testa il suo caschetto di platino e i suoi occhi grandi e un po’ falsi, come cieli di lapislazzuli. Lei me ne ha lasciate passare tante e mi ha infilato in tanti di quei progetti che un po’ le mancherò o, almeno, le lascerò un vuoto. Diceva che la mia voce elegante meritava un auditorium più grande e prometteva ogni anno che avrebbe fatto costruire un’aula davvero magna, per me e per le mie letture.
«Montale e Ungaretti meritano di più, e anche la sua voce «elegante» ripeteva sempre, perché, si sa, repetita iuvant.
Quella mattina, però, mi ha chiamato una volta sola, nessuna replica, visto che andava di fretta. Era stata nominata presidente a Colleferro e andava così di corsa che, senza ricercarmi né niente, ha subito nominato un supplente. Solo in tarda mattinata, da scuola, hanno fatto partecipe la polizia. Infatti, quel sostituto era andato a prendere il mio registro per controllare i programmi e lì aveva trovato scritta a mano Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Non so cosa gli abbia fatto scattare l’allarme, probabilmente la mia aggiunta, o forse la grafia, davvero piccolissima, che negli ultimi versi, quelli del «gorgo», spariva come inghiottita. Sta di fatto che alle sei del pomeriggio i poliziotti sono entrati da me. Hanno cercato nella mia stanza, nei terrazzi, negli armadi, prima di abbattere la porta e trovarmi in bagno nella vasca, insieme alla radio che galleggiava nell’acqua. Non so perché mi sia chiuso a chiave né perché abbia scritto un congedo così ridicolo. Sempre, ovviamente, piccolissimo. Quarantacinque anni. Nel lavoro, in amore in alto mare. Così ho preso la corrente…

 

2.

(Quel giorno avrei dovuto fare il commissario all’esame. Essere più formale del solito coi ragazzi, prendere le distanze, farmi dare del lei, raccogliere i loro documenti come se non li conoscessi, trascrivere i dati anagrafici su atti ufficiali: la data di nascita, la città. E poi sei ore a fingere di non suggerire, a ripetere di non copiare. Invece tutto questo me lo sono perso, insieme allo spettacolo di come Lisa si trasforma quando lavora, scrivendo con una tale concentrazione che le guance le diventano rosse e va in iperventilazione, come se fossero proprio quelle guance il suo terzo polmone. Anche stavolta lei avrebbe scelto l’analisi del testo. Ci avrebbe infilato come sempre una citazione di Pavese. Avrebbe curato la calligrafia come una maniaca. Si sarebbe presa, come in tutte le prove, le sue sei ore e avrebbe consegnato per ultima, una vita dopo tutti).

 

3.

La mattina seguente la preside scrisse un comunicato a tutti i rappresentanti e ai giornali locali. Fu allora che Lisa èvenuta a sapere di quello che era successo. Di questo sono contento perché, almeno, non le ho rovinato il giorno del suo compleanno. In ogni caso, i genitori sono accorsi in massa ai funerali, come se fosse un colloquio e avessi messo brutti voti. Lì si è parlato di fatalità, di incidente. Però nelle ultime file, quelle più lontane da Dio, già i pettegolezzi si spargevano ai quattro venti. Nessuno, però, tantomeno i miei colleghi o qualunque sua amica, avrebbe potuto immaginare di Lisa. Lei ha sempre saputo tenere un segreto, sia quelli sputati in faccia che nascosti in una pagina. Anche adesso che tiene un blog su di me, lo fa come un’alunna premurosa e senza i vezzi o i protagonismi della Musa. Le frasi che mi ha gridato la notte della cena finale di classe, quel «basta», quel «vai da uno bravo», quel «potresti essere mio padre» sono scudisciate lontane. Già quella notte sulla spiaggia erano distanti, visto che me le aveva dette di spalle, con un muro d’aria a separarci. Sento ancora la mia voce così fievole contro il vento mentre ribattevo «ma tuo padre ha sessant’anni!». Nemmeno ho capito se mi abbia risposto «ma guardati» o «riguardati».

 

4.

Al funerale i genitori, che mi hanno sempre portato in palmo di mano, perché, coi vari corsi, gli tenevo i figli tutti i pomeriggi, e inoltre gli alzavo il credito scolastico, hanno proposto di dedicarmi l’aula annessa alla biblioteca, dove, tutti i mercoledì, tenevo il cineforum. Quella che volevo intitolare ad Ingmar Bergman, si chiama ora “Aula Marco Bitto” e, in mezzo a seimila tra dvd e volumi, fatti acquistare negli anni, c’è anche il mio libro. Tre giorni dopo, infatti, rovistando nel mio armadietto, la preside ha trovato le poesie euna lettera per Elisabetta. L’ha tenuta con sé e non gliel’ha mai fatta leggere, quella. Non so se per evitare lo scandalo o per evitarmi il ridicolo. Sta di fatto che non fu solo per un senso di colpa per non aver capito prima, ma soprattutto per un senso di giustizia, che si è data da fare per pubblicarmi. Di tasca sua, ci ha rimesso pure settecento euro. È diventato il suo personale risarcimento per l’aula magna dove non ho mai letto e la pensione che non ho preso. Siccome non c’era un titolo, gli ha dato lei quello di un verso: Il mare incurabile. Quel libro ha venduto novantaquattro copie tra alunni e genitori curiosi, mentre altre cinquantasei sono andate al macero. A scuola, a cinque anni di distanza, sono ancora ricordato come «quello che si è ucciso per amore». Il mio armadietto, forse come omaggio o semplicemente per scaramanzia, non l’ha preso più nessuno e lì dentro c’è ancora la poesia di Pavese, agitata dalla mia grafia, come una specie di reliquia. È diventato un sacrario laico, molto asettico in realtà, perché
ogni tanto una bidella ci spolvera ancora e qualche collega, se capita, ci insinua qualche lirica nuova. L’ultima in assoluto, che ha infilato un giovanissimo Prof. di Storia, è di Pessoa. Il poeta è un fingitore/ finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente. Mai letto niente di così lucido e insieme delirante.

 

5.

Lisa è venuta due volte sulla mia tomba a Prima Porta, a duecento metri da quella di Sandro Penna. La prima volta, con quasi tutta la classe, non hanno fatto che piangere. I loro occhi sembravano essi stessi grandi lacrime incapaci di staccarsi. Solo Accorsi, il primo dell’elenco, ha stemperato facendo lui il suo “appello”.
«Se è in vena di miracoli, da lassù ci aiuti per gli orali!».
È strano come, pure a un cimitero, dove hai l’evidenza che si finisce tutti sottoterra, si continui a dire “lassù”, magari indicando qualche nuvola o una stella. In ogni caso, la seconda volta che è venuta, Lisa era da sola. Vestiva d’azzurro, coi capelli tirati all’insù. Si è messa davanti alla mia immagine e, senza portargli né un fiore né niente, ha mangiato con calma, a bocconcini minuscoli, un panino con spinaci, prima di fare una foto alla lapide. Non so perché la foto. Lei non è mai stata una patita. Una volta aveva provato a farmene un paio, ma mi ero nascosto dietro una copertina e da me non ne aveva mai voluta nessuna, così non siamo mai entrati nella stessa inquadratura. Forse già aveva in mente il blog. Di sicuro lì non l’ha mai messa, quella. Ci sono solo sbobinate le mie lezioni su Quasimodo, Caproni, Pavese, Gatto, Sereni e Montale e alcune storie, più o meno inventate, che avevo raccontato in classe. Mia sorella, per il mio primo appuntamento con l’eternità, ha scelto una foto in cui guardo lontano e indosso, un po’ pieno di me, una bella giacca di fustagno; dove, insomma, sembro un vero professore, uno che sta sempre a prepararsi la lezione. Il problema è che, ai ragazzi, non è quello che serviva, che ho insegnato, ma soltanto ciò che amavo.

 

6.

Quella notte, l’ultima notte, sono stato il più incallito dei grafomani. Se non fossi morto, avrei deforestato l’Amazzonia: tre lettere, sette poesie, tra cui una intitolata Ho fatto testamento in mio favore, poi un testamento vero e altre frasi sparse ai quattro venti. Su alcune di quelle, nonostante il suo lavoro filologico degno di altri tempi e di ben altri poeti, non è riuscita a mettere le mani, la mia vecchia preside. Il fatto è che non le ho lasciate fuori dalla vasca, come una specie di Marat, ma mi sono cadute dentro e le ha assorbite l’acqua, che così si è fatta opaca. Per il resto sono stato preciso, non ho fatto alcun rumore, non ho sporcato, non ho coinvolto altri, né ho lasciato debiti. Il suicidio visto da vicino possiede ben poco di romantico; più ti accosti più escono fuori piccoli crucci ridicoli. Non so cosa sia uscito fuori, dal mio, a parte il blog e il libro. So, però, che la preside racconta ancora la mia storia, quando incontra giovani poeti e non è escluso che prima o poi qualcuno, particolarmente fantasioso, la romanzerà. Magari s’inventeranno dettagli e particolari di quel nostro primo bacio, costruiranno dialoghi immaginari, metteranno in mezzo altri. Il bacio che Lisa mi ha dato nessuno potrà togliermelo, pensavo. Invece me l’ero tolto da solo. Volendo altro, volendo tanto altro, troppo altro, avevo finito per annacquarlo. La sera della cena di classe è stato sadico darci quell’ultimo appuntamento a due sui luoghi del nostro primo incontro da soli. In quella tempesta qualsiasi falò si sarebbe trasformato in un incendio e non sarebbe bastata una notte intera a spegnerlo. Così i pochi rimasti, tra i ragazzi, avevano abbandonato il mare per andarsene a ballare e anche Lisa aveva fatto finta di lasciarmi lì, ma era tornata poco dopo per lasciarmi davvero da solo. Quella notte il vento se la stava portando via. Dal freddo, dalla vergogna, si stringeva con tutte le braccia che aveva, ma le mie non le voleva. Ha detto che era sbagliato, che c’era un errore di fondo. Era lei, per una volta, a correggermi, però non stava rettificando un mio compito, bensì quello che provavo se guardavo i suoi occhi. E stava usando il rosso, un rosso nero d’inchiostro. Eppure il mio errore più grande è stato lessicale. Non è stato ribaciarla ma usare il verbo “amare” e coniugarlo al futuro, sbagliando tempo verbale. Lisa deve aver temuto che un momento così bello si potesse trasformare non in un ricordo leggero, non in un petalo o in una foglia dentro un libro, bensì in un tatuaggio o in delle stigmate. Avrà paventato che, già dal giorno dopo, se avesse fatto un bel lavoro d’italiano e avesse preso il voto più alto, sarebbe stata segnata a dito o l’avrebbe vissuto come un contentino. In tasca avevo il regalo per il suo diciannovesimo compleanno, ma lei si era rifiutata perfino di scartarlo.
«Ecco. Mezzanotte pare sia passata».
«Non lo voglio, non me lo merito».
«Semmai sono io che non me lo merito, di essere trattato così. Hai paura che, dentro, c’è una bomba che scoppia?».
Forse la sua unica paura era che a scoppiare fossi io, quel che pareva stesse accadendo in quel momento.
«Basta… vai da uno bravo… potresti essere mio padre» aveva detto. E poi quell’altra frase che aveva pronunciato di spalle, andandosene. Quando si è allontanata, il vento era troppo forte per sentire se tremava ancora o piangeva o cosa. Ma, anche se avevamo appuntamento per la prima prova tra qualche ora, quando è sparita ho percepito che non l’avrei più rivista. Temevo che i miei anni sarebbero diventati lo strascico di quell’attimo, l’eco di quel momento. Tutta la notte non ha risposto al mio messaggio.
«Hai detto “ma guardati” o “riguardati?”».
Il fatto è che mi sembrava essenziale, era fondamentale per me sapere che le facevo tenerezza e non pena. Di sicuro, appena appresa la notizia, quel messaggio l’avrà cancellato. Un po’ come la preside con la lettera. In ogni caso il suo blog, tenerissimo, vale centomila volte più del libro. Lì ha scelto un verso di Montale come esergo: Svanire è dunque la ventura delle venture. Stranamente ha messo da parte Pavese e, comunque, lì dentro, non c’è niente di quello che ci siamo detti all’orecchio. Per come la vedo io, cancellare le cose più intime è stato un modo di proteggermi, di preservarmi dai colpi bassi degli altri, visto che, da solo, non sono stato in grado di “riguardarmi”. C’è chi ha detto che mi sono suicidato perché ero depresso, perché ero tarato, perché ero infantile e non mi ero mai fortificato, e chi perché ero speciale, perché ero sensibile, perché ero migliore, perché ero diverso, perché questo mondo non era per me. Ma il mondo non è per nessuno. Sarà perché l’ultima notte l’ho passata al mare, o perché l’ultima cosa che hanno sfiorato i miei polpastrelli sono stati i suoi capelli, ma sento di non aver lasciato alcuna impronta. Il mare non trattiene nessun’ orma e, per quanto lo puoi incidere, nemmeno una cicatrice. Quando Lisa se ne è andata, c’era questa barca lontanissima. È per quello che, nella vasca, con la radio galleggiava una barchetta di carta, con sopra scritta una poesia. Quella lì è la mia confessione più intima e si è sciolta nell’acqua senza lasciare una scia.

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