Simone Consorti, Nell’antro del misantropo

Simone Consorti, Nell'antro del misantropoSimone Consorti
Nell’antro del misantropo
L’arcolaio (“Fuori collana”)
2014

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Nota di lettura di Anna Maria Curci

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Uno scenario di guerra, di quella guerra, tuttavia, di cui narra la poesia di Ingeborg Bachmann Tutti i giorni, la guerra che non viene più dichiarata, ma proseguita; resti poveri di un Eden liso e compromesso già nei ‘giorni felici’, amputazioni e squarci post-bellici, visioni di ciechi e cecità di visioni, riflessi moltiplicati allo specchio, uno sguardo asciutto, che conosce l’ironia del capovolgimento e non arretra dinanzi al ribrezzo, sulla storia ch’è stata e su quella che sarà: tutto questo si fa incontro a chi sceglie di esplorare “l’antro del misantropo” di Simone Consorti.
I versi sono brevi, spesso volutamente lapidari, come di chi ha scelto di imparare dal silenzio dei cimiteri, soprattutto dei cimiteri di guerra, e di far parlare le pietre, di piantare sassi, addirittura, per dar voce alla sapienza dell’essenziale, quella che ha tolto tutti gli involucri e i belletti, quella che non ha paura di essere cruda.
Terra desolata, dunque? Siamo dinanzi all’ennesima constatazione, magari pure un poco compiaciuta, della vittoria del vuoto su tutte le battaglie? Direi proprio di no. Non c’è compiacimento, non c’è arida ed estetizzante contemplazione del nulla.
Al contrario, c’è un ‘bestiario’ oltremodo animato e interessante, sia per le sue concrete prese di possesso del territorio in vari modi, sia per il suo carico simbolico; sono animali interi o loro parti, zanzare e formiche così come code di lucertola e piume di uccello.
C’è, inoltre, una galleria di istantanee di varia umanità che tradisce, o meglio, svela la profonda comprensione dell’animo umano, di donne e uomini, dell’originalissimo misantropo che ci guida nel suo antro – e, come il titolo sembra anticipare, questo «antro» crudo e complesso, non si incastona perfettamente, con le sue cinque lettere, nella più ampia parola «misantropo»?
C’è, infine, una rima che si affianca alla speranza, come recita un verso della raccolta, una rima che, soprattutto, giocando – con intervalli regolari o con capatine beffarde – ad armi pari con la tradizione, si fonde con l’arguzia. Qui la lezione di Gianni Rodari è stata accolta e rielaborata, con quel ritmo formidabile che la caratterizza, ma con accenti che qui diventano unici, gli accenti e i toni di Simone Consorti, è stata resa accessibile, verrebbe da dire, a quegli zucconi degli adulti (per chi si crogiola nello svenevole, per chi è già negli ingranaggi della degustazione c’è poco da fare, su questa verità Consorti ha le idee chiare).

A me, che scrivo questa nota il 7 gennaio 2015, nello smarrimento per i fatti di Parigi, i versi dell’Antro del misantropo giungono come forza, cruda, anti-retorica e umana, forza della poesia.

© Anna Maria Curci, 7 gennaio 2015

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Oggi ho piantato un sasso

Oggi ho piantato un sasso
innaffiandolo e parlandoci
dandogli semi e cercando
il terreno adatto
Il mio sogno è che cresca come
un Partenone
Oggi ho piantato in asso
un fiore per un sasso

(p. 12)

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La piuma ancora trema

La coda ancora scopa
la coda
tra la polvere
come per mettere ordine
Della lucertola è rimasto solo quello
quasi che dopo il morire
rimanesse un dovere

La piuma ancora trema
la piuma
come se avesse paura
Dell’uccello è rimasto solo quello
sballottato dal vento
quasi che dopo il morire
rimanesse un terrore

(p. 23)

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I ciechi conoscono i cieli

I ciechi conoscono i cieli
e spesso hanno un loro concetto
degli arcobaleni
Più di tutto sono esperti di spazi immensi
e di giorno vanno di notte nei deserti

Ci vuole immaginazione
per credere nelle rose
ci vuole un bel po’ d’esperienza
per setacciare la realtà dall’apparenza

A volte un cieco giovane
ritorna un cieco vecchio
ma ho visto ciechi che hanno visto ciechi
che hanno visto ciechi
che hanno visto se stessi allo specchio

(p. 35)

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Mi sono affacciato allo specchio di un altro

Mi sono affacciato allo specchio di un altro
dev’essere un tipo sveglio
un uomo scaltro
capace di nascondere le ombre
lo sguardo impenetrabile a ogni emozione
assente impermeabile neutrale
Eppure so che dentro
gli stanno sgozzando un maiale

(p. 37)

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Sempre più spesso mi reco

Sempre più spesso mi reco
a Recanati da cieco
senza volere vedere
niente tra il Palazzo di Leopardi
e l’Annunciazione di Lorenzo Lotto
tanto meno il fitto fiotto
di gente dai semplici costumi
che un tempo affettava salumi
e ora fa in fogli sottili gli Idilli
Vendono un’anima
come se fosse interiora
e la cosa li arricchisce e li rincuora
Hanno stampato i versi su magliette
cuscini cartoline felpe e penne
Nemmeno lo zerbino del negozio
è rimasto indenne

(p. 41)

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L’ultima mela

Milioni di anni dopo
Eva colse l’ultima mela
e addentandone la polpa
per la prima volta
si sentì in colpa

(p. 47)

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Ho fatto testamento in mio favore

Sono a centoventi testamenti
ammetto che amo lasciarmi
oggetti sempre più importanti
La cosa più bella è toglierli agli altri
Quando il notaio leggerà
le mie ultime volontà
vorrei che ci fossero presenti
parenti amici e conoscenti
e a ognuno di loro lasciare
il niente che mi accingo a diventare

(p. 51)

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Come si scrive “Auschwitz”

Dopo il film su Anna Frank i ragazzi
mi chiedono come si scrive “Auschwitz”
un’unica domanda
asettica e ortografica
che non mi crea imbarazzi
.  Non mi domandano
quante persone
stipavano in ogni vagone
se l’odio nasce dalla testa o dal cuore
o perché ti scambiavano il nome
con un numero di targa
come se fossi un fuoristrada

In ogni caso ad Auschwitz ci sono stato
All’entrata c’era un chiosco
dove vendevano wurstel
e la mia domanda
quella che a me sorgeva spontanea
era come si fa
ad addentare carne
in un posto così
.  Intanto dentro
la gente scattava foto a mitraglia
alcuni addirittura in posa
e uno perfino abbozzando un sorriso

Guardo i ragazzi
che hanno visto il film
e che nonostante le immagini
di cenere e sangue
non hanno proprio altre domande
A come Ancona gli dico
U come Udine
S come Savona
C come Como
H come hotel
W come Washington
I come Imola
T come Torino
Z come Zorro

(pp. 52-53)

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Robespierre

Oggi ho perduto tre teste
e due rivoluzioni
Le ho viste cadere nelle ceste
e cantare strane canzoni
Una mi guardava
come se fossi stato
un colpo di stato.
Un’altra aveva gli occhi chiusi
e continuava a ingurgitare barbiturici
La terza somigliava a Robespierre
e se non fosse stata morta
mi avrebbe fatto da carnefice
e da scorta
Aveva labbra rosse
terribilmente ghiotte
e occhi neri come arcobaleni
di notte

(p. 58)

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Senza speranza e senza rima

Ora strana per mettersi in piedi
ora assurda per cercare dei rimedi
Guardo il cielo ancora cieco
e prego
Prego senza divinità
o santi nell’aldilà
prego come alternativa
al recitare una poesia
prego senza speranza e senza rima
mentre quest’ora si trasforma
in un’altra ancora più fonda

(p. 59)

6 comments

  1. Ottima, l’osservazione critica di Anna Maria. Complimenti, cara amica! Il punto di vista del misantropo parrebbe scegliere il paradosso e il capovolgimento del punto di vista. Ma Simone dà l’idea di divertirsi con i suoi apparenti giochi di parole. Un verso che, al netto della tematica, potrebbe tecnicamente assomigliare a quello di un divertito Palazzeschi. Complimenti al prefatore e all’autore! Vostro Gianfranco.

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  2. Sì, divertissement, talvolta, e divertimento nel senso pieno del termine, divertito e divertente, pensiero divergente, caro Gianfranco, ché Simone Consorti guida lo sguardo di chi legge sui sentieri di rado percorsi, su dettagli sui quali altri fanno spallucce. Grazie! Anna Maria

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  3. Ora strana per mettersi in piedi
    ora assurda per cercare dei rimedi
    Guardo il cielo ancora cieco
    e prego
    Prego senza divinità
    o santi nell’aldilà
    prego come alternativa
    al recitare una poesia
    prego senza speranza e senza rima
    mentre quest’ora si trasforma
    in un’altra ancora più fonda

    In questa «ora strana per mettersi in piedi» torno a leggere i versi di Simone Consorti e non posso che confermare, da parte mia, la tua impressione, Massimiliano. Simone Consorti è un gran poeta.

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