proSabato: Attilio Bertolucci, Incontro con Bonnard e Giacomo Favretto

Venezia, giugno

La Biennale, proseguendo la realizzazione del suo ampio disegno di presentazione storica dell’arte moderna, iniziata due anni fa con la memorabile mostra degli impressionisti, ci dà oggi una esemplare antologia dei quattro movimenti essenziali nei primi quindici anni del secolo: fauvisme, cubismo, futurismo, espressionismo. Così nel ’50 ci si può fare un’idea delle arti figurative, o meglio della pittura (ma chi crede più sul serio alla scultura, ancella sempre dell’architettura quando i grandi di quest’ultima dichiarano senza batter ciglio che le case altro non sono che machines à abiter) dall’alba del secolo alla guerra del ’14: un periodo, possiamo dir subito, bellissimo per fiorire generoso d’idee e, quel che più conta, di personalità e di opere.
Le quattro scuole suddette si riattaccavano, e vedremo come, a particolari aspetti dell’impressionismo, tutte della vecchia matrice, raccogliendo e portando avanti il messaggio di libertà e d’avventura. Ma nessuna di esse se l’era sentita di distillare ancora i profumi di giardino e di dolce carne al sole che il maestro forse più grande, Renoir, aveva profuso con ricchezza incredibile: un’inquietudine presaga sviava i giovani più consapevoli dalla beata strada dell’impressionismo maggiore, persa in un pulviscolo naturale che non bastava più. Urgevano ormai esperimenti mentali o per lo meno sentimentali, si capisce in accezioni nuovissime.
L’unico uomo che seppe esser vivo nel puro ambito otticosensuale e non solo allora ma fino a poco tempo fa, fu Bonnard, del quale il padiglione della Francia presenta una retrospettiva molto interessante.
Nato nel 1867, morto nel 1947. Quante occasioni per aggiornarsi, quante tentazioni di rinnovamento lasciate perdere, dunque. Ma d’altro lato che coerenza, che possibilità di raffinamento e insieme di arricchimento. Così nel ‘400 italiano, quando già Masaccio ha dipinto sui muri della Cappella Brancacci i suoi uomini eroici, i suoi profeti e santi umani, Pisanello continua imperterrito a favoleggiare di sante maculate e iridate come farfalle, di santi simili a levrieri. Ritardatari? Non si è mai in ritardo, quando si ha qualcosa da dire che prima non fu detto.
…E Bonnard questo qualcosa l’aveva in sé e lo andò dicendo sino all’ultimo con una felicità e un calore straordinari, che c’investono all’entrare nella sua sala sino a stordirci. Temi semplici e mai distorti della vita quotidiana: nudi e giardini, giardini e nudi, qualche volta un interno, (spesso un sala da pranzo) aperto alla luce di fuori, inondato di plein air. Il piacere che si ricava da questo quadri è intenso, e non è solo fisico, come si potrebbe credere. A voler fare un parallelo letterario, si potrebbe richiamare il nome della Mansfield di certi racconti pieni di fiori, di bambini e di sole, eppure sottilmente malinconici. Non importa se nell’uno è douce France, nell’altra Nuova Zelanda: è lo stesso estivo barbaglio, sono le stesse ombre colorate, la stessa felicità non grossa, ma consapevole, seppur non sembri, della propria fugacità.
Dai primi nudi, legati ancora a un certo accademismo liberty (ma il pavimento di mattonelle, l’accappatoio suonano già come arabeschi) Bonnard procede verso un’arte sempre più libera, così che a un dato momento lo ritroviamo non troppo lontano dagli spericolati audaci sperimentatori delle varie tendenze non oggettive.
Il bove e il fanciullo è un’opera, ad esempio, nella sua solare chiarezza non meno fabulosa degli Chagall più stravolti, dove asini volano nel cielo verde e bambini camminano magari a testa in giù. Intendiamoci, più che legittime le follie di Chagall, ma altrettanto legittima la saviezza compositiva di Bonnard se il risultato finisce per esser il medesimo. Infatti, forse, il bove era entrato placidamente nel giardino per un po’ d’erba e il bambino non s’era spaventato, l’ora colava dolce come il miele in quel pomeriggio di midi de la France: una cosa da nulla. Ma oggi quel violetto e turchino e rosso, quel riso del giorno lontano sono per noi un mito, un’apertura verso il sogno.
Per la visita Bonnard ci siamo allontanati dal viale d’ingresso, abbiamo preso un sentiero secondario che dovremo rifare quando ci sarà da parlare di Matisse e d’Utrillo e, ahimè, dei francesi ultimi. Ma prima di portarvi alle tre sale principali, che raccolgono i fauves, cubisti e futuristi, diamo un’occhiata, appena entrati nel padiglione centrale, alla piccola retrospettiva di Giacomo Favretto. Un pittore tutto nell’altro secolo, non solo perché nato nel 1847 e morto nel 1887, ma perché, dotato di una natura vera di colorista, non ebbe però che a tratti la possibilità di liberarsi degli infiniti impedimenti che l’epoca, specie nella provincia italiana, poneva nel cammino degli artisti. La scelta qui è ristretta e giova molto a Favretto, che tanto spesso cedette alla moda e alle esigenze di un clientela di gusti piuttosto dubbi. Ma in certi ritratti e bozzetti (mai nei quadroni finiti, macchine sempre abili, prive però del minimo spiro di poesia) Favretto è davvero un gran bravo pittore, capace d’una concisione rara. Allora il buon artigiano si fa artista, seppure minore, e ritrova nella tavolozza impasticciata da troppi sughi mondani le belle tinte della tradizione veneziana, dell’ultima valida, quella del Settecento.
La saletta, stavo per scrivere, il salotto che ospita Favretto era, in questi primi giorni, sempre piena di bella gente d’altri tempi, signore sui settanta in calze bianche e vigorosi ottantenni in doppipetti di gabardina inglese, di quella che non si trova più. Ci fu, da parte nostra, da vincere una certa soggezione a entrare in quel ciacolare aristocratico, col nostro spetto evidente di ammiratori dei fauves e dei cubisti.

XXV Biennale di Venezia, in «Gazzetta di Parma», 11 giugno 1950.

 

In: A. Bertolucci, Ho rubato due versi a Baudelaire. Prose e divagazioni, a c. di G. Palli Baroni, Mondadori 2000.

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